Veltroni ha comunicato la sua scelta: da soli anche
al Senato e, per non tradire la sua ammirazione per
il sistema americano, ha parafrasato lo slogan di
Obama riassunto nel “ possiamo farcela”.
La chiarezza con la quale il segretario del PD
sgombra il campo da possibili e vociferate alleanze
tecniche al Senato deve dare alla Sinistra forza e
coraggio ancora maggiori, non per inseguire sul
terreno mediatico il kennediano sindaco di Roma, ma
per capire, e far capire agli italiani, le grandi
opzioni e scelte di fondo da proporre di fronte alla
conclamata americanizzazione della vita che, in
maniera più o meno esplicita, anche parte del
defunto centro sinistra ha inseguito in questi anni.
Diciamolo con franchezza: si pensava che Padoa
Schioppa fosse l’uomo del possibile compromesso
sociale? Che il prof Parisi avesse l’ardire di
chiedere agli Stati Uniti una risposta decente sul
caso Calipari e di sganciare il paese dai massacri
mediorientali?
Se la risposta è chiara, e se lo sforzo fatto in
questi anni anche sulla pelle delle promesse fatte
al popolo italiano mirava a “ tenere l’equilibrio in
attesa di riequilibrare le politiche “ ora questa
ambiguità si è dissolta.
Ma restano, ancor più forti di prima , le domande ed
i bisogni di giustizia, di pace, di dignità, di
solidarietà, di qualità dell’esistenza.
Queste domande non sono mercanteggiabili, questi
bisogni non devono più essere equilibrabili.
La risposta politica deve saper essere intelligente
ma anche adeguatamente forte e coraggiosa, e quindi
le mediazioni devono lasciare il campo alla volontà
e alla risolutezza delle battaglie che si intendono
portare avanti.
Le guance da porgere, dopo le posizioni del partito
Democratico, sono esaurite!
Forlì,
6 febbraio 2008
Davide
Musarra
George Habash
Parlare di George
Habash, fondatore del Fronte Popolare di
Liberazione della Palestina, scomparso ieri,
significa non solo rendere omaggio ad un uomo
che ha tentato, in molta parte della sua vita,
di giungere alla liberazione del proprio popolo,
ma anche ad un rivoluzionario che ha sempre
coniugato la battaglia di liberazione con quella
dell'emancipazione sociale e politica della sua
gente.
Per molti,
diciamolo con franchezza, un terrorista, per
coloro che non amano " sporcarsi" le mani ma
emettere giornalistiche sentenze - Corriere
della Sera - lo specialista dei dirottamenti
aerei.
Per chi non cede
alle lusinghe dell'oblio il dottor Habash, il
pediatra Habash, colui che dopo aver curato i
bambini nella clinica delle Sorelle di Nazareth
ad Amman donava propri denari alla famiglia dei
suoi piccoli pazienti perchè provvedessero nelle
cure, rappresenta l'esempio di una militanza,
spesso così dura da non accettarne le
conseguenze, per una autentica liberazione della
propria gente.
Troppo diverso il
FPLP dalle doppiezze di Fatah, per questo
emarginato anche da coloro ai quali esso si
rivolgeva - Cina e Unione Sovietica- rispetto
alle frequentazioni a dir poco discutibili dei
dirigenti come Arafat; di certo impegnati nella
ricerca di una soluzione per il dramma
mediorientale ma troppo attratti dai
finanziamenti che arrivavavano da quelle "
teocrazie " saudite sovente complici di coloro
che il popolo palestinese intendeva combattere.
E così, ai drammi
del Settembre nero, quando il monarca giordano
decise di stroncare la militanza del Fronte, si
sono aggiunte sconfitte politiche e strategiche
tali da condurre la sofferenza palestinese nelle
braccia del fondamentalismo islamico
allontanando, su questa strada, la fine della
sottomissione.
L'importante è
non dimenticare la sua storia, quella di un
medico, benestante, che di fronte alla
deportazione nel 1967 della gente di Lydda,
spinta dai fucili israeliani, si domandò cosa
servisse curare un corpo malato se poi la vita
lo costringeva ad accettare un simile arbitrio.
Lascio' una
vita senza particolari problemi per forgiare un
esercito di liberazione che sapesse coniugare
il patriottismo arabo di Nasser con l'idea
marxista di liberazione dell'individuo,
affrontando, spesso in solitudine, un cammino
non facile.
Forlì, 28/1/ 2008
Davide Musarra
Deriva culturale
Che i pensieri, parole, opere
ed anche omissioni del governatore della Banca
d’Italia non rappresentino più il punto di vista
dello Stato per quello che attiene la politica
economica, bensì il consiglio, pesante, di un
autorevole membro di un eccellente Consiglio di
Amministrazione di una holding privata ( tale è
Bankitalia) dovrebbe essere cosa risaputa, che tale
assunto venga amplificato come strada maestra da
seguire lo si deve rifiutare in blocco.
La via indicata da Draghi,
muovendo dall’ormai nota Scuola di Chicago che
invita all’ottimizzazione dei costi ed alla
massimizzazione dei profitti, applicata alla
perfezione dalle banche italiane che anche nel 2007
hanno visto aumentare a doppia cifra il loro
incremento di profitti, mostra dei vuoti e delle
lacune non più rinviabili.
Non solo non è stata spesa una
parola sulla mancata applicazione del Decreto
Bersani in materia di concorrenza per quello che
riguarda il sistema bancario, che ha potuto così
aumentare ignobilmente il prezzo dei mutui senza
applicare un minimo ritocco a favore dei tassi dei
conti correnti, non solo ha allegramente sorvolato
sulle tecniche di gestione degli ormai troppi
prodotti spazzatura consigliati e venduti dalle
banche stesse ai propri clienti, ma ha taciuto in
maniera allarmante sulle vere cause del declino
italiano e del potere di acquisto dei cittadini.
E cioè che la produttività di
un sistema economico è da ricercare e perseguire non
con la sistematica compressione dei salari e del
costo del lavoro in generale, ma con politiche di
sistema fondate sulla ricerca e sviluppo di qualità
generale. Da quasi un ventennio si persegue in
Italia, al contrario di ciò che è avvenuto in altri
paesi europei, la strada maestra del disimpegno
industriale e, parallelamente, la ricerca del
profitto finanziario, con le conseguenze che vediamo
emergere in tutta chiarezza in questi giorni:
famiglie che arrancano per arrivare a fine mese e
perdita impressionante del potere di acquisto dei
salari e degli stipendi.
Conseguenze di un processo
avviato nei primi anni ’90 che ha visto, sull’onda
di una crisi generale che pervadeva il Paese e su
quella più morbida che accarezzava la navigazione di
un Panfilo regale al largo delle coste meridionali,
la privatizzazione del nostro sistema economico e la
conseguente cancellazione di politiche pubbliche per
quello che riguarda la vita di milioni di persone.
E’ una deriva culturale e
politica che va invertita al più presto.
Forlì,21
gennaio 2008
Davide
Musarra
Sulla sinistra
Sono di queste ore le dichiarazioni di diverse
personalità della Federal Reserve americana e
del Tesoro che auspicano una diversa
regolamentazione del sistema bancario e
finanziario nel suo complesso al fine di evitare
un periodo, al cui cospetto, la crisi del 29 fu
una sorta di scampagnata. Non ho elementi per
capire se questa ennesima crisi del sistema sia
quella definitiva, e però penso si possa
affermare che il sistema che qualcuno aveva
definito come il modello da seguire ha fallito
anche da un punto di vista tecnico e pratico.
L'entrata in gioco dei fondi Sovrani dimostra
come l'entità stato, seppur mascherata e gestita
da elite, rialza la testa dopo l'ubriacatura del
" privatismo", a conferma di come la mano
invisibile del mercato sia tale che laddove
agisce indisturbata provoca crisi e dissesti
difficilmente recuperabili. Ora, a fronte di
tutto ciò, credo si debba ( non possa) chiarire
per la sinistra un percorso e degli obiettivi
realmente anti-sistema, si debba recuperare un
bagaglio di culture e prassi non più intimidite
di fronte allo sfascio morale ed economico cui
il capitalismo ci abitua ogni giorno di più, e
saper rialzare la testa.
Termini e procedure come quelle del controllo
dei lavoratori sulla produzione, indicando anche
quali produzioni e con i relativi obiettivi,
nazionalizzazione del sistema del credito
convertendo questa funzione agli obiettivi
sociali che deve perseguire, sistema delle
alleanze internazionali; questi, ed altri
similari costituiscono una impalcatura sulla
quale cercare consenso. In maniera chiara,
semplice, e senza complessi.Un
augurio a tutti
Davide Musarra
Forlì, 20.12.2007
QUARTO CAPITALISMO
Senza dubbio la situazione è
complessa, risulta evidente una sproporzione,
almeno per quello che attiene il campo, non
marginale, del sistema della comunicazione, a
favore del Pensiero Dominante, e però, credo che
all'ordine del giorno,vi sia una sorta di
scollamento tra rappresentanti e rappresentati a
sinistra. Titoli come quelli di Repubblica sul
raddoppio dell'indebitamento degli italiani a
rischio usura,e parallelamente, le disquisizioni
sulle future mosse della Germania in merito alla
politica della Banca Centrale Europea sul valore
dell'Euro, dimostrano come, oggi, il capitale
abbia non solo le copertine ma le vite di tutti
noi.
Una prevaricazione che discende
dalle scelte di fondo di politica economica a
livello centrale per irrompere nella
quotidianità di ogni singola persona, provocando
frustrazione ed emarginazione, quando non vera
ed autentica disperazione. Disgutosi, a
proposito, suonano i cosidetti pareri tecnici
sul possibile allargamento della bolla dei
subprime, e quindi sulla capacità da parte del
sistema bancario e finanziario di ottenere
incrementi a due cifre sui propri fatturati e
sui propri utili.
Allora, di fronte a tutto ciò, ha
senso la politica del contenimento? Ha senso il
desiderio di mostrarsi comunque " governativi"?
Si dirà, ma abbiamo sottoscritto un programma.
Non prendiamoci in giro, viste le
tante scappatoie usate a proposito della
politica estera e di quella interna (
Vicenza, Genova), e si prenda coscienza della
ineluttabilità di contrastare ed attaccare i
destini e le politiche del capitale. Nel lontano
1978 Berlinguer votò, dopo il tentativo
dell'appoggio esterno, la non adesione al
sistema monetario europeo, preludio della
attuale impalcatura tecnocratica, oggi
cominciare a denunciare il carattere oppressivo
e dispotico del governatore della Banca Centrale
Europea non mi pare così azzardato. Quando ci
dicono che aumenta l’inflazione, e quindi si
mettono le mani avanti per una ulteriore stretta
del credito che porterà volumi di interessi in
dote al grande sistema bancario, non solo si
dice una sciocchezza, ma si schiaccia ancor più
il livello di dignità e di vita delle persone.
Rompere con questa monotona cantilena improntata
al rigore e all’asservimento dell’odierno
sistema di sfruttamento credo sia una delle
priorità politiche della sinistra.
Qualche anno prima si parlava dei
limiti dello sviluppo, oggi si esalta il Quarto
Capitalismo che vede le persone lavorare 12-13
ore al giorno per mantenere le quote di mercato.
C'è bisogno di rottura, almeno
sul piano degli obiettivi, e di capacità di
ricomporre una frattura; quella con il proprio
popolo.
4 dicembre
2007
Davide Musarra
1989, l'ultima spiaggia
di Francis Fukuyama
Forlì, 20
novembre 2007
Qualche annetto fa un signore
che si chiama Francis Fukuyama spopolò con la teoria
della fine della storia; un concetto per sancire la
definitiva vittoria del modello liberista su
qualsiasi idea alternativa di società e di vita.
Tutti coloro che si sono
accodati festanti, e sono stati parecchi, hanno
quindi abbandonato lo studio, non lo spot…, delle
teorie alternative, per abbracciare un’idea di
felicità prossima ventura che ha prodotto, nel corso
degli anni a seguire, lo sballo della net economy,
lo smantellamento di qualsiasi ipotesi di stato
sociale, la concezione che il fare soldi fosse non
solo l’unica missione da avere sulla terra ma che
questa risultasse anche facile per le magnifiche e
progressive sorti della mano invisibile del mercato.
Sappiamo come è andata a
finire: le immagini delle Torri cadenti, le
battaglie per le strade di Buenos Aires, le code di
fronte al Tribunale di Parma ( non solo a quelle di
Torino per la vicenda di Cogne) per vedere la
faccia, da mite sacrestano, di un signore che sino a
poco tempo prima era un intoccabile ed infallibile
esempio di quel pensiero unico di cui sopra. Tutti
epiloghi non dico scritti, perché la storia non
procede in maniera lineare sempre e comunque, ma
prevedibili con un minimo di riflessione critica e
di comprensione globale dei fenomeni; quello che
manca in pratica da troppo tempo nella politica e
nelle varie tribune nelle quali si esplicita.
Credo, senza troppe piroette
intellettuali, che riprendere in mano una serie di
testi scritti a partire da 140 anni fa, aiuterebbe,
tanta è l’attualità di quelle riflessioni, a capire
il corso degli eventi attuali, dalle concentrazioni
sempre maggiori dei soggetti bancari ad esempio,
alla guerra come strumento di mantenimento del
potere –del dollaro-, al ruolo devastante che il
Capitale sta giocando nell’epoca attuale.
Un excursus che non so dire se
produrrà un nuovo assalto a qualche Palazzo di
origine barocca, ma che senza dubbio farà uscire dal
museo della storia quanti non sono disposti a
macinare e mercificare la propria vita ed i propri
destini.
Davide Musarra
Saggezza Lakota
Un antico detto Lakota
recita così: “ non è come nasci, ma come muori,
che rivela a quale popolo appartieni”. Che
alcune delle più antiche civiltà avessero una
concezione ed un rispetto assai differente del
valore della vita è cosa storicamente provata, e
quindi, in un esercizio di riflessione freddo e
distaccato non meraviglia la sentenza con la
quale Mr. Mario Luis Lozano , appartenente alla
casta dell’Impero, è stato archiviato per “
carenza di giurisdizione” dall’aver tolto la
vita ad un Uomo che si chiamava Nicola Calipari.
Rileva, questa autentica
porcheria, non tanto uno stato di sudditanza da
parte dei vassalli nei confronti del monarca a
stelle e striscie, quanto la constatazione di
appartenere, secondo i modelli vigenti a tutt’oggi,
ad una sorta di umanità in quarantena; a moderni
schiavi eterodiretti sia nei comportamenti
quotidiani per assecondare l’american way of
life, ma anche a persone che ignorano concetti
quali dignità ed autodeterminazione.
Ne dimostrano, in questo
campo, molto più di noi chi, tralasciando
candidi pruriti falsamente umanitari scende sul
terreno di battaglia per non abdicare a principi
che , da soli, valgono la pena di vivere
l’esistenza.
Si chiamano con svariati
nomi, abitano terre diverse, credono e sperano
in destini magari opposti, ma non permettono a
nessuno di uccidere e restare impunito.
Non navigano nel
cyberspazio ma calcano dolorosamente campi nei
quali si incontra più facilmente la morte
rispetto alla vita, ma non per questo
indietreggiano impauriti di fronte alla
prepotenza e all’arroganza.