Io ho
marciato a Roma per la Palestina il giorno
19 novembre. Fossi stato a Milano avrei
marciato a Milano: per la Palestina
naturalmente. Io non so quanti eravamo, a
Roma, non li ho contati. So che c'era un
sacco di gente come me, che manifestava
pacificamente. So anche che ci sono dei
provocatori e degl'imbecilli, che lavorano
per fare in modo che l'indomani altri
imbecilli scrivano stupidaggini sulle prima
pagine dei giornali, attribuendo ai
manifestanti (molti) le provocazioni di
pochi la cui provenienza è incerta (per
alcuni) e la stupidità è invece certa (per
altri). Ricordiamo tutti la storia delle
dieci lattine di coca cola contro Fassino,
che oscurarono una manifestazione di decine
di migliaia di pacifisti dell'epoca. Così
funziona l'informazione cialtrona. Io non ho
marciato con i teppisti, come scrive
delirando Miriam Mafai sulla prima pagina di
Repubblica.
Ho marciato per la Palestina. Perchè io sono
per due stati e due popoli, ma non sto
"dalla parte d'Israele" - come ha detto
Massimo D'Alema - mentre bombarda i
palestinesi chiusi nella prigione di Gaza e
nei territori occupati da Israele. Io ho
marciato dalla parte dei più deboli, che
hanno votato e si sono scelti legittimamente
un governo e che, per questo, sono stati
sottoposti al blocco. Io ho marciato perchè
Israele restituisca 500 milioni di dollari
dei palestinesi ai palestinesi. Io ho
marciato contro la sperimentazione di nuove
armi contro i civili palestinesi. Ho
marciato perchè il muro di Israele, che ruba
altra terra ai palestinesi, venga fermato e
abbattuto. Ho marciato contro un' Europa
ipocrita e pilatesca che non sa distinguere
l'aggressore dall'aggredito.
Ho marciato e marcerò ancora, anche sapendo
che i provocatori ci saranno di nuovo e
ancora di nuovo. Ma non mi lascerò
intimidire dai provocatori che, dalle pagine
dei giornali del regime, vorrebbero che me
ne stessi a casa, o manifestassi per dare
ragione a loro.
Sgobio:
M.O.
Siamo per la pace,
contro di noi polemiche
strumentali
Ufficio Stampa
Roma 20 novembre
2006
'Aldila' delle
polemiche molte
volte
pretestuose e
alcune volte
strumentali
piovute addosso
al Pdci, e
aldila' delle
posizioni
ipocrite che da
alcuni ambienti
di sinistra si
sono levati
contro i
Comunisti
italiani,
colpevoli,
secondo loro, di
aver partecipato
ad un corteo
'ambiguo' e
'pericoloso',
ribadiamo che il
Pdci e' sempre
stato e sempre
sara' a fianco
della pace in
Medio Oriente, a
difesa del
diritto del
popolo
palestinese ad
avere uno Stato
e si muovera'
sempre sulla
linea che
caratterizza la
nostra azione
politica: 'due
popoli e due
Stati'. Non
sara' di certo
un manipolo di
provocatori a
tenere sotto
scacco la linea
della coerenza e
della richiesta
di pace in quel
martoriato
fazzoletto di
terra.
I manichini
bruciati, gli
slogan e gli
insulti
insensati e
vergognosi da
quali i
Comunisti
italiani hanno
preso sin da
subito le
distanze nella
maniera piu'
ferma e decisa,
pronunciati da
un manipolo di
provocatori
fanno malissimo
alla causa
palestinese.
Palermi:
M.O. La
"grosse koalition" contro il
Pdci: grottesco
Ufficio Stampa
Roma 20 novembre
2006
Uno schieramento vastissimo, una
sorta di "grosse koalition", che
attraversa tutti i partiti, da
F.I. a Prc, si sta accanendo
contro il Pdci e il suo
segretario per la partecipazione
alla manifestazione di Roma. Ci
stanno arrivando lezioni persino
da fatine buone ed ex affiliati
alla P2. Se non fosse grottesco
sarebbe divertente. Alla
manifestazione di Roma sono
successi episodi brutti, gravi e
sbagliati, da cui il segretario
del mio partito ha
immediatamente preso le
distanze. Ma quelli che ci fanno
lezioni di "deontologia
politica" dovrebbero
preoccuparsi un po' di più delle
masse di giovani che assistono
quotidianamente all'orrore della
guerra e all'ipocrisia con cui
la politica accetta la "guerra
preventiva" come strumento di
risoluzione dei conflitti. Il
mondo occidentale appare inerte,
quando non complice, delle
stragi "per errore" di bambini e
donne palestinesi, della
disparità enorme di forze tra
palestinesi ed israeliani. La
manifestazione di Roma è stata
ridotta dalla nostrana "grosse
koalition" ad una adunata di
provocatori. I provocatori
c'erano, ma saranno stati una
decina. Gli altri erano gente
pacifica che, come noi,
manifestava contro le
ingiustizie del mondo. Al
contrario di altre forze della
sinistra, non lasceremo mai sola
quella gente.
Diliberto:
Palestina.
Pdci a Roma e Milano. Fermare il
massacro
Roma 14 novembre
2006
La grave situazione venutasi a
creare in Palestina e in tutto
il Mediterraneo impone il
massimo sforzo per una
mobilitazione di tutte le forze
che hanno a cura la pace e il
diritto dei palestinesi alla
autodeterminazione. Il movimento
pacifista chiede all’Unione e al
governo Prodi un impegno
diretto, di concerto con
l’Unione europea, per fermare il
massacro in Palestina, per
ristabilire un clima di pace e
di rispetto del diritto
internazionale e dei diritti
umani in tutto il Medioriente, a
partire dalla nascita di uno
stato libero, democratico e
indipendente di Palestina, come
del rispetto del popolo
libanese. Solo questa è la
strada per garantire pace e
sicurezza ad Israele: due popoli
e due Stati. Riteniamo che di
fronte a questa situazione sia
auspicabile la massima unità
dei movimenti e delle forze
politiche che lavorano per la
pace e per i diritti del popolo
palestinese. A tal fine abbiamo
aderito sia alla mobilitazione
di Roma che chiede azioni
concrete di pressione
internazionale per riportare
Israele sulla via del dialogo e
della trattativa di pace, che
alla manifestazione di Milano
che ci impegna per un’azione
comune di pacificazione per
tutto il Medioriente. Lo
facciamo nella convinzione che
questo sia il momento della
necessaria unità e
collaborazione per raggiungere
gli obiettivi comuni più che per
sottolineare le legittime
differenze di opinione nel
movimento e nella politica.
Palestina.
Nuvole d'autunno
di Gabriella Grillo
7 novembre
2006
"Nuvole d'autunno".
Un nome dal suono persino dolce. Una
scelta quasi spiazzante se si pensa
che si tratta del nome con cui il
Governo israeliano ha presentato
quella che ha definito "la più
grande operazione nella Striscia di
Gaza dopo il disimpegno dell'estate
2005". Un'operazione conclusasi
oggi - lo ha annunciato questa
mattina un portavoce dell'esercito -
dopo sei giorni di intense e
ripetute incursioni delle forze
armate ebraiche nella Striscia.
L'obiettivo era ancora una volta
quello di fermare il lancio dei
razzi artigianali Qassam diretti
dalle milizie palestinesi di Hamas
verso le cittadine israeliane più
vicine. Paradossalmente, la più
colpita è stata proprio Sredot, la
città del ministro della difesa Amir
Peretz. La conclusione
dell'offensiva - come riportano le
principali agenzie - non sembra aver
posto fine agli incidenti: è di
questa mattina, infatti, la notizia
di 5 morti nel nord della Striscia
di Gaza - tra cui una donna e almeno
due miliziani - nelle ore seguite al
ritiro israeliano dalla citta' di
Beit Hanun. Due militanti della
Jihad islamica sono stati uccisi
nella regione costiera di Sudaniya
mentre si avvicinavano ai soldati
israeliani a sud di Beit Hanun. A
est del campo profughi di Jabaliya,
sempre nel nord della Striscia, una
donna e un altro civile palestinesi
sono stati uccisi da un colpo
d'artiglieria che ha colpito la casa
del deputato di Hamas Jemila Shanti,
in cui si trovavano. Poco distante
un terzo Palestinese e' rimasto
ucciso in uno scontro a fuoco.
Cresce ancora dunque il totale delle
vittime dell'offensiva israeliana:
ad oggi più di 50. Non sembra però
che queste vittime siano servite a
fermare i razzi Qassam e tanto meno
a placare gli animi degli
Israeliani, sempre più infuriati nei
confronti di un governo che non
sembra in grado di difenderli. Un
governo - come confermano i sondaggi
delle ultime settimane - la cui
sopravvivenza è appesa ad un filo,
intrappolato in un'impasse da cui è
difficile uscire. Il tutto senza
contare l'imbarazzo di un'inchiesta
che ha messo sotto accusa il
presidente, Moshe Katsav, per abusi
sessuali nei confronti delle ex
segretarie. Sul piano politico, il
primo ministro Olmert ha scelto uno
"spostamento" verso destra,
favorendo l'ingresso nella
coalizione del partito russofono
Israel Beitenu, guidato da Avigdor
Lieberman. Sul piano militare, la
scelta è stata quella del "pugno di
ferro": mostrarsi capaci di saper
dare una risposta forte alle
richieste di sicurezza dell'opinione
pubblica. Non per niente per "Nubi
d'autunno" si è parlato di
"operazione in grande stile", della
"più grande operazione dal
disimpegno" - trascurando che le
vittime palestinesi già nei mesi
scorsi erano state più di 200,
soprattutto civili. La presenza di
una formazione estremistica nel
governo, come quella di Lieberman -
nominato da Olmert proprio Ministro
della Minaccia Strategica - non
lascia molte speranze sul successo
dei processi di pace. Come ha
ricordato di recente il giornalista
israeliano Meron Rapaport su l'Espresso,
alle ultime elezioni, Lieberman,
oltre ad escludere nel suo programma
qualunque forma di accordo con gli
arabi, aveva parlato di "scambio di
territori e popolazioni". In pratica
- commenta Rapaport - una soluzione
per "sbarazzarsi" di 100mila
cittadini arabi: a Israele
andrebbero gli insediamenti della
Cisgiordania, mentre allo Stato
palestinese la città di Um El Fahem
e altri villaggi arabi.
In
sostanza, gli Arabi non sarebbero
stati mandati via dalle loro case,
ma avrebbero "soltanto" perso la
cittadinanza israeliana per fare di
Israele uno "Stato ebreo omogeneo".
Oltre a queste dichiarazioni - che
sebbene irrealizzabili, aizzano il
sentimento di xenofobia verso i
Palestinesi - non bisogna
dimenticare che Lieberman si è
presentato sulla scena politica
internazionale affermando che "nella
Striscia di Gaza le forze israeliane
dovrebbero adottare le medesime
tecniche di combattimento utilizzate
dalle forze russe in Cecenia".
Dall'altro lato della barricata, se
col lancio dei razzi artigianali i
miliziani continuano ad offrire a
Israele il pretesto per attaccare la
Striscia, sul fronte politico sembra
che qualcosa si stia finalmente
muovendo. Il presidente palestinese
Mahmoud Abbas e il primo ministro
Ismail Haniyeh si sono incontrati
ieri per discutere la possibile
formazione di un nuovo governo di
unità nazionale, nel tentativo di
allentare la pressione delle
sanzioni emanate dalla comunità
internazionale contro l'attuale
governo guidato da Hamas. Non
essendo stata trovata un'intesa sul
nome del primo ministro, i due -
come riporta Reuters - si
incontreranno nuovamente oggi e
domani per cercare di raggiungere un
accordo.
Iraq.
La guerra civile nel
Paese degli undici eserciti
13 novembre 2006
E' di eri, domenica 12
novembre, l'ennesimo bilancio di una
giornata da dimenticare per gli
iracheni. I morti che si riescono a
contare sono 159, fra attentati ed
uccisioni varie. A Baghdad la mattinata
è iniziata con un duplice attentato
suicida contro un centro di reclutamento
della polizia irachena che ha causato la
morte di 35 persone e il ferimento di
altre 56. I due kamikaze si sono fatti
esplodere simultaneamente alla 10 del
mattino, ora locale. Poi due bombe
indirizzate contro uomini della polizia
irachena hanno ucciso 6 passanti e ne
hanno feriti altri 6. L'esplosione di
un'autobomba nel centro della capitale
ha causato la morte di un poliziotto e
di un civile e 6 feriti. Altre due
autobombe sono esplose sempre a Baghdad,
una in un quartiere sciita (1 morto e 5
feriti), un'altra in un quartiere
sunnita (2 morti e 13 feriti). Infine,
sempre nella capitale, la polizia ha
ritrovato i cadaveri di 25 persone,
crivellati di colpi, bendati e
ammanettati.
A Baqouba, 60 chilometri
a nord-est di Baghdad, sono stati
rinvenuti 50 corpi senza vita,
abbandonati dietro i locali dell'azienda
elettrica provinciale.
In questo scenario il premier Nouri
al-Maliki ha espresso la sua volontà di
effettuare un rimpasto totale del
gabinetto e ha rimproverato i
parlamentari di dare la priorità a
rivendicazioni settarie piuttosto che
alla stabilità dell'Iraq. Intanto dal
2003 sono 150 mila i morti registrati in
Iraq, con una aumento continuo delle
violenze e l'esplodere, al fianco della
guerra, una vera e propria guerra civile
che solo i comandi militari stranieri si
ostinano a non vedere. Baghdad è divisa
tra sciiti e sanniti, i primi
rappresentano la maggioranza nel paese e
possono contare su un "esercito" di 200
mila uomini; i secondi contano 12 mila
uomini armati. La polizia e l'esercito
iracheno non controllano il territorio,
riuscendo a malapena a scortare ministri
e uomini d'affari. Così l'Iraq diventa
il paese degli undici eserciti: uno per
ogni forza presente sul territorio, sia
essa forza straniera, partito politico o
religioso e componenti etniche.
Diliberto al
Corriere:
prima dell’estate
tutti a casa. Distinguo tra chi attacca
civili e militari
di Daria Gorodisky
Roma 28 aprile 2006
«La
mia posizione è nota: io non avrei mai
inviato truppe in Iraq. Ma, visto che un
governo scellerato le ha mandate, è
evidente che ora vanno ritirate subito.
Prima dell’estate devono essere tutti a
casa». Sono questi i tempi che Oliviero
Diliberto, segretario dei Comunisti
italiani, vuole dettare al futuro
governo. Tempi, anzi, che per quanto lo
riguarda sono già scritti nel programma
dell’Unione «sottoscritto da tutti i
leader della coalizione». «In Iraq -
aggiunge - c’è una guerra di
occupazione, che non ha nulla a che fare
con le armi di distruzione di massa o
con la democrazia, e c’è una guerra
civile in corso. Il governo italiano ha
spedito dei soldati perché ha
assecondato servilmente l’azione
unilaterale di Bush. Ora che cosa ci
restiamo a fare? Forse dobbiamo stare ad
aspettare altri funerali di Stato?».
Diliberto, il programma
dell’Unione in realtà non parla proprio
di ritiro immediato. È scritto
«immediatamente proporremo al Parlamento
italiano il rientro dei nostri soldati
nei tempi tecnicamente necessari…». «Sì, il tempo necessario a
smontare i campi e tornare». … e, prosegue il testo, «in
consultazione con le autorità irachene».
«Questo vuol dire che lo
comunichiamo alle autorità irachene:
cioè, se anche ci dicono "restate", noi
andiamo via lo stesso, è chiaro». Va bene un rientro entro l’anno?
«No, prima. La fine dell’anno è la
scadenza di cui hanno parlato anche gli
Stati Uniti... No, noi non arriveremo
neppure a discutere il rifinanziamento
della missione, che dura fino al 30
giugno. Al primo Consiglio dei ministri
dovremo finanziare il rientro. Questo è
nel programma della coalizione: e, se si
inizia a modificarlo, allora significa
che si va verso l’ingovernabilità». In questi anni dal vostro
partito si è sentito spesso parlare di
«resistenza irachena»: dopo i fatti di
ieri di Nassiriya, conferma questa
definizione? «Io non ho mai parlato di
resistenza irachena. Ma distinguo tra
chi attacca civili inermi e chi attacca
i militari; è una distinzione che il
mondo riconosce da quattrocento anni. La
lotta contro un esercito di occupazione
è cosa diversa dall’uccisione di civili
innocenti: a monte c’è il problema di
una guerra». Ieri diversi esponenti politici,
trasversalmente, hanno chiesto di non
speculare con polemiche politiche sulla
morte dei militari italiani. «Niente polemiche infatti, io
rivolgo le condoglianze alle famiglie
dei soldati. Però, per il mestiere che
faccio, non mi posso esimere dal fare
dichiarazioni politiche». Dalla sua coalizione molti
intervengono per dire che i fatti di
ieri non devono condizionare l’agenda
del futuro governo. «Infatti, nessun
condizionamento. Il programma è stato
scritto molto prima di ieri». Cossiga dice che bisogna
ritirarsi rapidamente, anche perché ora
c’è «una maggioranza con fortissime
componenti pacifiste, antiamericane e
filoresistenza palestinese - Hamas
compresa -, irachena ed afghana…». «Con tutto il rispetto, ricordo
a Cossiga che la nostra amicizia con il
popolo palestinese data diversi decenni;
e che fu lui, nella veste di presidente
del Senato, a ricevere Yasser Arafat ben
prima che diventasse premio Nobel per la
pace. La mia non è una posizione
estremistica. Ritengo che si debba
recuperare per l’Italia un ruolo di
centralità e di equivicinanza con
Israele e palestinesi».
A proposito di Hamas, proporrete
il dialogo? «Ha vinto elezioni
democratiche. Non ne sono contento, tifo
da sempre per Fatah, abbiamo legami
antichi con i palestinesi laici; ma…»
Perché non sostenete le ragioni
di un altro partito che nel ’92 vinse
elezioni democratiche, il Fis algerino?
Un colpo di Stato militare annullò quel
risultato. «Non ci piacciono, sgozzavano
le persone». Hamas è entrata nella lista
delle organizzazioni terroristiche. Che
cosa farete invece sul rifinanziamento
delle altre missioni? «Vedremo caso per caso, ne
discuteremo nella coalizione. Potremmo
anche modificare la natura di alcune
missioni». Prendiamo ad esempio
l’Afghanistan, allora. «Quella è una missione di pace
sui generis , è servita a ratificare la
prima delle attuali guerre americane. Io
resto contrario, ma non sono così pazzo
da mettere a rischio la coalizione su
questo. Certo, non mi si venga a dire
che in Afghanistan oggi c’è la
democrazia: ci sono ancora i signori
della guerra, le fazioni tribali, tutto
come prima; solo che sono funzionali a
un equilibrio utile agli Stati Uniti».
Il Papa ieri ha detto che «i mi
litari italiani hanno perso la vita
insieme con un commilitone rumeno nel
generoso adempimento di una missione di
pace». Lei invece sostiene che si tratti
di missione di guerra. «Il Papa parla su un piano
diverso da quello della politica. Io
sono un semplice segretario di partito,
non commento le sue parole».
Afghanistan:
Fronte di guerra
Roma 2 settembre 2007
Sono oltre 2000 i militari italiani che
partecipano attualmente alla missione
della Nato Isaf in Afghanistan. I
contingenti principali sono nella
capitale Kabul e ad Herat, nell'ovest
del Paese.
A Kabul l'Esercito è presente con una
unità di manovra, che contribuisce alla
sicurezza nell'area della capitale, un
reparto logistico, uno di genieri, uno
delle trasmissioni, un'aliquota Nbc (per
la bonifica da aggressivi nucleari,
biologici e chimici), personale di
collegamento e di staff. A Kabul c'è
anche una componente elicotteristica.
Un'ulteriore componente aeronautica è
schierata ad Abu Dhabi. Nella zona di
Herat l'Italia coordina la base di
supporto logistico (Fsb) e i quattro
team di ricostruzione della regione
ovest del Paese.
Dall'inizio della missione italiana in
Afghanistan sono stati numerosi gli
attacchi ai militari italiani, che hanno
pagato con otto morti il loro tributo.
L'ultimo attentato mortale risale al 26
settembre del 2006 quando una bomba a
Kabul causò un morto e cinque feriti. L'
attentato avvenne mentre i militari
italiani stavano svolgendo una normale
attività di pattuglia nel distretto di
Chahar Asyab, circa 10 chilometri a sud
di Kabul nella Valle di Musahi, cioè
circa la stessa zona in cui è avvenuto
l'attacco di ieri, 2 settembre, che ha
visto il ferimento di un militare.
Questo attacco era stato preceduto solo
24 ore prima da un altro attacco nei
pressi di Farah, nell'Afghanistan
occidentale: un veicolo blindato è
saltato su una mina facendo tre feriti
tra i soldati italiani. Nella stessa
provincia, il 22 agosto, una pattuglia
composta da sei Vtlm (Veicolo tattico
leggero multiruolo) impegnata in
un'attività' di perlustrazione venne
fatta bersaglio di scariche di armi da
fuoco leggere e razzi Rpg. Il 30 luglio
una pattuglia di sette blindati Lince in
servizio di perlustrazione fu attaccata,
ancora una volta a Farah. I soldati
risposero al fuoco e nessuno rimase
ferito.
Prima di allora gli italiani erano stati
attaccati il 14 maggio, quando un
ordigno esplose lungo la strada che
collega la città di Herat all'aeroporto:
due militari della brigata 'Sassari' che
viaggiavano a bordo di un gippone civile
in dotazione al Prt, il Team di
ricostruzione provinciale, rimasero
feriti in modo non grave.
Due settimane prima, sulla stessa
strada, stessa sorte toccò ad altri tre
militari italiani.
Nella provincia di Herat, quella sotto
il controllo italiano, gli attacchi con
esplosivo alle forze internazionali si
sono più che quintuplicati in due anni,
passando dai circa 30 del 2005 ai 160
registrati nel 2006. Ma l'episodio
avvenuto il 2 settembre conferma, se mai
ce ne fosse bisogno, che la calma è solo
apparente e la pace o pacificazione del
Paese è assai lontana. Oltre al
ferimento del soldato italiano,
ricordiamo che è sempre di ieri la
notizia che quattro civili afghani, tra
cui donne e bambini, sono rimasti uccisi
e cinque sono stati feriti in un raid
aereo della coalizione internazionale
guidata dagli Stati Uniti nell'est
dell'Afghanistan. La natura degli
attacchi contro gli italiani e il
carattere della loro missione dimostrano
che si tratta in tutto e per tutto di
una guerra quotidianamente
“guerreggiata” da tutti, nessuno
escluso.
Afghanistan.
Il
punto nell'ultima settimana
13 novembre 2006
Il
2
novembre nella provincia di Herat, un
commando di uomini armati ha aperto il
fuoco contro una pattuglia della polizia
afgana, uccidendo
6 agenti.
Il
3
l’aviazione Nato ha compiuto un
bombardamento su un villaggio nella
provincia settentrionale di Kapisa.
Secondo un portavoce dei talebani, nel
raid sarebbero morti
7 civili
e 2 talebani.
Un convoglio di camion che trasportava
rifornimenti per le forze della
Coalizione è stato attaccato da uomini
armati nella provincia di Paktia:
2 autisti
pachistani sono stati uccisi. Un raid
dell'aviazione Nato nella provincia di
Helmand ha ucciso
9
talebani,
secondo quanto dichiarato dal comando
Isaf. Il
6
nella
provincia di Khost un gruppo di talebani
ha assaltato un posto di blocco della
polizia: nello scontro a fuoco che ne è
seguito sono morti
1
poliziotto e 2 talebani.
Nella provincia di Kandahar
un
soldato Usa
è morto per l’esplosione di una bomba
radiocomandata. L’8
nella provincia di Paktika in
un’operazione congiunta dell'esercito
afgano e delle forze Nato sono stati
uccisi
4
talebani
secondo quanto dichiarato dal comando
Nato. Nella provincia di Zabul i
talebani hanno attaccato le forze di
polizia afgane uccidendo
2
poliziotti.
Nella
provincia di Kandahar un bombardamento
aereo Nato ha ucciso, secondo il comando
Isaf,
22
talebani.
Altri
8
talebani
sono stati uccisi nelle ore successive,
nella stessa zona, in un combattimento
con le forze di polizia.
Nella
provincia di Khost
un
poliziotto
e
6
talebani
sono morti in uno scontro a fuoco
secondo le autorità di polizia
afgane. Dall’inizio del 2006, la guerra
in Afghanistan ha causato
5.560
morti,
di cui 976 civili, 3.200 combattenti
talebani o presunti tali, 1.169 militari
afgani, 36 miliziani irregolari e 179
soldati della Coalizione.
Diliberto
all'Unità: «Chiedevamo segnali di
diversità: siamo sulla strada giusta»
di Oreste Pivetta
Roma 14 luglio 2006
«Siamo contro, non è una novità. Non
abbiamo cambiato idea. Avremmo voluto
sentire il governo, ma un accordo s’è
raggiunto, accordo importante, per un
mozione parlamentare, di indirizzo,
nella quale si leggono segnali che
chiedavamo: segnali di diversità».
Onorevole Diliberto, un po’ meno dunque
contro la missione militare in
Afghanistan? La maggioranza sarà un po’
più salda?
«Credo di aver dato prova da tempo ormai
del nostro senso di responsabilità. Devo
ricordare il ’98, quand’ero capogruppo
di Rifondazione? Avremmo continuato a
garantire l’unità del centrosinistra,
mantenendo il nostro dissenso. Ma al
nostro dissenso sono arrivate risposte.
Ad esempio si dà conferma al carattere
di pace della nostra missione,
applicando per i nostri militari il
codice penale militare di pace,
lasciando stare il codice penale
militare di guerra. Cambiando il regime
giuridico della nostra presenza.
S’impegna il nostro governo perchè si
batta in tutte le sedi per il ritorno
dell’Afghanistan alla piena sovranità.
La novità, quindi, di una indicazione
forte: nessuno dei nostri militari
parteciperà alle azioni di Enduring
Freedom, cioè alle operazioni americane.
Siamo lì con l’Onu... Siamo sulla strada
giusta».
Con l’Onu, ma non con Diliberto...
«Che rimanga agli atti».
Kabul comunque lo possiamo considerare
un ostacolo superato dal centrosinistra?
«Siamo al punto da poter pensare che
tutto vada bene. Aspettiamo ora di
sentire il governo. Nel quadro peraltro
di una nuova politica estera che giudico
in modo positivo. Credo che D’Alema
abbia detto cose giuste a proposito di
Israele e della Palestina e della nostra
equivicinanza, a proposito dell’Iran
contro le sanzioni, a proposito di
Libano e di Irak. Credo che sia stato
giusto seguire una strada fortemente
europeista. E credo che molta
autorevolezza e autonomia di giudizio
abbia mostrato il nostro governo anche
di fronte allo scandalo di Guantanamo e
all’inchiesta sulla morte del nostro
Nicola Calipari. Non so se rendo un buon
servizio a D’Alema con queste
osservazioni. Ma è così».
Però, una domanda l’aggiungerei.
L’Avvenire pubblicava ieri un’intervista
a un bravo medico italiano Alberto
Cairo, che sta in Afghanistan dal 1990.
Sosteneva Cairo che l’Afghanistan da
solo non sta in piedi, che il ritiro
delle truppe provocherebbe uno
sconquasso...
«Conosciamo un altro medico, Gino
Strada. Sostiene che Emergency riesce a
lavorare rispettata e indisturbata,
tenendosi alla larga dai militari...».
«Questo lo dice anche Cairo: “È il
lavoro che facciamo a proteggerci..”.
Però aggiunge che venticinque anni di
guerra hanno raso al suolo l’intera
struttura della nazione...
«Ma i militari di tanti paesi hanno
sconfitto i talebani? Hanno sconfitto i
signori della guerra? Hanno sgominato le
organizzazioni che trafficano con
l’oppio? Se noi investissimo in scuole e
ospedali i soldi che spendiamo nella
missione militare, daremmo una mano
all’Afghanistan, un segnale al mondo
intero e a quello islamico in
particolare e garantiremmo anche
sicurezza all’Italia. C’è una realtà che
nessuno indica: la maggior parte dei
talebani sta in Pakistan, ma nessuno
pensa di andare lì a combattere i
talebani, per la semplice ragione che il
Pakistan è alleato degli americani...».
La rappresentazione però è poco
rassicurante, è l’anticamera
dell’impotenza occidentale...
«Il problema è che le istituzioni
internazionali non funzionano. Sono
figlie della seconda guerra mondiale,
dell’equilibrio imposto dai vincitori.
Siamo a una altro punto della storia.
L’Italia e l’Europa dovrebbero battersi
per costruire un nuovo equilibrio,
contro gli embarghi e contro le
invasioni. La guerra, come scriveva von
Clausevitz, era la prosecuzione della
politica con la guerra. È diventata
qualcosa che sostituisce la politica.
Alla quale vogliamo tornare. E politica
significa rispetto di un principio
fondamentale e fondativo per la
sinistra, l’autodeterminazione dei
popoli. Qualcuno ha preteso di esportare
un modello di democrazia. Il disastro è
sotto gli occhi di tutti. Quando poi
qualcun altro si è dato la sua
democrazia, abbiamo trovato da ridire.
In Palestina ha vinto democraticamente
le elezioni Hamas. Però Hamas non piace.
Allora s’è fatto il possibile per
svuotare di senso la sua presenza
democratica. Dopo aver contribuito alla
liquidazione dell’Olp, non concedendo
nulla, niente neppure sul piano della
forma».
Accantonando Kabul, come giudica lo stato di
salute della maggioranza?
«Il centrosinistra sta bene. La scarsezza
dei numeri implica una maggior coesione.
Considero il governo Prodi il punto più
avanzato d’equilibrio. Quindi Prodi stia
tranquillo: non ha nulla da temere dalla
sinistra del centrosinistra. Piuttosto vedo
grandi manovre al centro... L’Udc sta
lavorando palesemente per un cambio di
maggioranza».
Non la preoccupa il nuovo Partito
democratico?
«Mi auguro semplicemente che non si faccia.
La mia ambizione sarebbe quella di rimettere
assieme tutti i cocci della sinistra. Mi
rivolgo a tutti i Ds. Perchè non costruiamo
noi un grande partito federativo della
sinistra? Lo chiedo apertamente. In fondo
solo quindici anni fa stavamo assieme».
Afghanistan:
mozione che accompagna Ddl su missioni
estere
Roma 13 luglio 2006
Premesso che
-
la vocazione di pace del nostro popolo,
autorevolmente espressadall’art.
11 della Costituzione, deve essere il
principale riferimento delle scelte di
politica estera dell’Italia e del ruolo
che il nostro Paese intende svolgere
per promuovere una comunità
internazionale basata sullo sviluppo e
la solidarietà tra i popoli, sul
multilateralismo e sul rispetto del
diritto internazionale;
-
il rafforzamento delle grandi
organizzazioni internazionali, a partire
dalle Nazioni Unite, e la scelta per il
multilateralismo rappresentano gli
strumenti privilegiati per realizzare
una politica estera che persegua
attivamente, sulla base di un
equilibrato assetto multipolare,
l’obiettivo di equità e giustizia sul
piano internazionale, la prevenzione dei
conflitti ed una vera ed efficace lotta
contro il terrorismo;
-è
indispensabile che l’Italia riguadagni
una dimensione globale alla propria
politica estera, tornando a volgere lo
sguardo con maggiore attenzione alle
grandi nazioni emergenti, come la Cina,
l’India, il Brasile, ricercando un
protagonismo più efficace nelle aree cui
è maggiormente legata per storia e
posizione geografica, come il
Mediterraneo, il Medio Oriente, i
Balcani, e insieme verso i continenti
che più richiedono una politica di pace,
partenariato e sviluppo, come l’Africa;
-
il nostro Paese deve assumere un nuovo
ruolo di impulso e stimolo sulla grande
questione della proliferazione nucleare
rispetto alla quale occorre evitare,
attraverso il dialogo e la diplomazia,
che nuovi Stati si dotino di tecnologia
nucleare bellica ma nel contempo occorre
riprendere e rilanciare l’obiettivo,
trascurato dopo la fine della guerra
fredda, della riduzione di tutti gli
arsenali nucleari;
-
l’Italia è impegnata a mantenere alto il
proprio impegno nella lotta per
l’abolizione della pena di morte, contro
la tortura, per la promozione dei
diritti delle donne e per la protezione
dei bambini nei conflitti armati;
-
nell’attuale contesto internazionale e
di fronte alle gravi sfide che abbiamo
di fronte, la ricerca della pace non può
prescindere dalla creazione di un
ambiente di sicurezza globale,
necessario a rafforzare le dinamiche
democratiche dei singoli paesi, a
migliorare le prospettive di sviluppo
dei popoli e dare maggiore autorevolezza
ad un’azione delle organizzazioni
internazionali basata sul diritto;
-
per ottenere tale risultato, cui ciascun
paese è impegnato a contribuire in
proporzione ai propri mezzi e alle
responsabilità che assume nella comunità
internazionale, è prioritario
valorizzare i mezzi preventivi di
risoluzione delle controversie e ridurre
l’uso della forza a ultimo strumento
possibile di fronte agli atti di
aggressione e minacce alla pace;
-
costruire la pace significa anche porre
su nuove basi l’impegno dell’Italia per
la cooperazione allo sviluppo al fine di
perseguire gli “Obiettivi del
Millennio”, riconoscendo il ruolo degli
attori della società civile, delle
organizzazioni non governative, delle
Università, delle Regioni e degli Enti
Locali, che già oggi svolgono un’azione
insostituibile e di grande valore e che
devono essere sempre più protagonisti
dello sviluppo del partenariato
internazionale;
-
il ricorso allo strumento militare,
compatibile con lo stesso art. 11 della
nostra Costituzione in quanto
conseguente alla partecipazione
dell’Italia ad organizzazioni
internazionali volte alla tutela della
pace, può avvenire solo nel rispetto
dei criteri di legittimità
r
dovendodella Costituzione e deie dei
criteri di
dell’uso della forza, proposti dalle
stesse Nazioni Unite: gravità della
minaccia, scopo appropriato, ultima
risorsa, proporzionalità dello strumento
e analisi delle conseguenze;
-
in questo orizzonte la scelta di
intraprendere ovvero proseguire missioni
militari all’estero deve essere coerente
con detti principi, in particolare con
il quadro di legalità e legittimità
internazionale in cui sono state decise,
con l’evoluzione della situazione
politica internazionale e soprattutto
con l’espressione della volontà autonoma
degli Stati e dei popoli presso cui
l’Italia è chiamata ad operare;
-
le nostre missioni militari,
svolte con apprezzata professionalità,
riconosciuta competenza e grande
capacità di relazioni umane dalle Forze
armate, debbono dunque essere
finalizzate alle esigenze di sicurezza,
controllo del territorio, tutela dei
diritti umani, promozione della
democrazia e stabilizzazione per
favorire processi di costruzione delle
istituzioni statali e locali;
-
diversamente da quella in Iraq, le altre
missioni all’estero si iscrivono
nell’attività di peace-keeping e
monitoraggio decisa da istituzioni
internazionali ovvero tra quelle di
semplice assistenza alle forze
dell’ordine dei paesi in cui operano,
come nei casi dei nostri militari attivi
in Sudan, Somalia, sul confine tra
Etiopia ed Eritrea, in Palestina, Sinai,
Libano, Kashmir, Albania e per le
missioni in corso in Bosnia e Macedonia;
-
nello stesso spirito e con i medesimi
obiettivi di stabilizzazione, assistenza
alle locali forze di polizia e garanzia
di pacifica convivenza tra la
popolazione serba e quella albanese si
continuano a svolgere le nostre missioni
in Kosovo, dove la presenza europea e
italiana continua ad essere
indispensabile per la tutela delle
minoranze e del patrimonio culturale e
religioso di quei popoli;
- In
Afghanistan agli aspetti positivi del
risveglio democratico del popolo afgano,
visibile in particolar modo nella
rinnovata partecipazione femminile alla
vita sociale e politica, e
all’allontanamento della dittatura
integralista dei Talebani si affianca
una situazione di evidente criticità,
caratterizzata dalla difficoltà di
stabilizzazione e di rafforzamento delle
istituzioni democraticamente elette,
dalla persistenza di aree ancora
controllate dai Talebani e altri gruppi
armati, dalla permeabilità dei confini
del Paese a infiltrazioni di gruppi
terroristici;
-è
opportuna la costituzione di un Comitato
parlamentare per il monitoraggio
permanente delle missioni internazionali
di pace in cui è impegnata l’Italia che
consentirà al Parlamento – attraverso
missioni in loco e avvalendosi del
contributo di personalità della società
civile e di operatori umanitari
impegnati nelle aree interessate – di
verificare in maniera costante e
puntuale il perseguimento degli
obiettivi definiti dal Parlamento e dal
Governo
preso atto positivamente
-che
il Governo ha programmato la conclusione
della missione Antica Babilonia in Iraq,
nata in conseguenza di un intervento
militare deciso in violazione di norme
del diritto internazionale, ed è
impegnato a provvedere al ritiro
integrale del contingente militare
italiano;
-
che in territorio afgano l’Italia non è
più in alcun modo impegnata militarmente
nell’ambito della missione Enduring
Freedom, essendo ormai il contributo
italiano a questa iniziativa limitato
alla presenza di unità navali nel Golfo
arabico;
-che
il Governo si è impegnato a sostenere
gli interventi decisi dalla comunità
internazionale a favore della regione
del Darfur volti al miglioramento delle
condizioni di vita della popolazioni e
allo sviluppo socio-sanitario a
vantaggio delle fasce più deboli;
impegna il Governo
a promuovere nelle sedi internazionali
competenti, in special modo nell’ambito
delle Nazioni Unite e della Nato:
-
una riflessione sulla strategia politica
e diplomatica che deve accompagnare la
presenza internazionale in Afghanistan
per assicurare che l’azione di
stabilizzazione, controllo del
territorio e sostegno alle forze
dell’ordine afgane si muova lungo un
percorso di normalizzazione e
pacificazione del paese, con obiettivi e
passaggi definiti che prevedano in
prospettiva l’affidamento al Governo
sovrano di Kabul della responsabilità
del mantenimento della pace e
dell’ordine sul territorio afgano;
-una
verifica sull’impegno e la presenza
internazionale in Afghanistan,
valutando risultati ed efficacia delle
missioni e delineando un percorso chiaro
di rafforzamento delle istituzioni, di
ricostruzione economica e civile e di
garanzia della sicurezza per la
popolazione;
-una
valutazione sulla prospettiva di
superamento della missione Enduring
Freedom in Afghanistan;
-una
nuova Conferenza Internazionale
sull’Afghanistan allo scopo di favorire
un dialogo a livello regionalee
di rilanciare l’impegno della comunità
internazionale volto alla ricostruzione
economica e civile del paese, alla
pacificazione e al rafforzamento delle
istituzioni afgane, alla elaborazione di
un piano efficace di riconversione delle
colture di oppio, anche ai fini di una
loro parziale utilizzazione per le
terapie del dolore;
-
una iniziativa per avviare un
monitoraggio ambientale delle aree
interessate da operazioni belliche al
fine di individuare gli eventuali
livelli di inquinamento bellico e i
conseguenti piani di bonifica;
a valorizzare, prioritariamente, nella
propria azione di politica estera gli
strumenti di prevenzione dei conflitti,
di mediazione e di accompagnamento dei
processi di pace;
ad impostare l’attività di cooperazione
giudiziaria dell’Italia in Iraq, e più
in generale le iniziative di institution
building, secondo i più recenti sviluppi
del diritto penale internazionale,
nonché delle regole di procedura e prova
contenute negli statuti dei tribunali
penali ad hoc, delle Corti speciali
internazionali e della Corte penale
internazionale;
a mantenere distinti, nell’ambito delle
iniziative italiane all’estero, gli
interventi di cooperazione allo sviluppo
rispetto alle attività di sicurezza e
polizia internazionale;
a svolgere un’azione determinata per il
rilancio dell’Unione Europea e per un
suo protagonismo sulla scena
internazionale quale forza di dialogo,
di promozione della pace, della libertà,
della democrazia, dello sviluppo, nel
rispetto della legalità e del diritto
internazionale;
a portare avanti un’altrettanto
determinata azione volta al
rafforzamento delle organizzazioni
internazionali, a partire dall’Onu,
quali insostituibili sedi multilaterali
di confronto in cui la comunità
internazionale può formare, su un piano
di pari dignità tra le nazioni, la
propria volontà, conformemente ai
principi dello Statuto delle Nazioni
Unite, delle Dichiarazioni sui diritti
dell’uomo e del diritto internazionale;
a
promuovere in questo quadro, anche in
qualità di membro non permanente del
Consiglio di Sicurezza dal gennaio
2007, le iniziative volte a costituire
un contingente militare di pronto
intervento per il mantenimento della
pace e della sicurezza internazionale
alle dirette dipendenze della Segreteria
generale delle NU;
a mantenere uno stretto rapporto con il
Parlamento, anche attraverso i nuovi
strumenti di verifica di cui lo stesso
può decidere di dotarsi in relazione
alle missioni di pace internazionali,
per consentirgli di esplicare con piena
consapevolezza e responsabilità il suo
compito di legislazione organica, di
indirizzo e controllo.
Diliberto
a Repubblica:
Sull'Afghanistan non
ci basta non fare peggio del Cavaliere
di Goffredo De
Marchis
Roma 29 giugno
2006
"Non mi metto a fare il
pazzo. Non rompo la maggioranza, non faccio
cadere il governo e non regalo niente a
Berlusconi". Chiarisco il concetto,
scandendo bene le parole, il segretario dei
Comunisti italiani Oliviero Di liberto però
mantiene la posizione. L'accordo trovato
ieri dalle forze dell'Unione sul
rifinanziamento della missione in
Afghanistan. non è il suo accordo. Finora il
compromesso raggiunto "significa non fare
peggio del Cavaliere. Francamente mi sembra
un risultato assai deludente". A 24 ore dal
varo del decreto in Consiglio dei ministri,
Di liberto dice che Prodi ha una sola strada
per convincere il Pdci: "Tenere insieme il
nostro dissenso su una missione di guerra e
la difesa della maggioranza che è per noi un
bene prezioso".
Questo è il caso di scuola in
cui un governo mette la fiducia. È quello
che volete?
la fiducia avrebbe un solo obiettivo:
impedire all'Udc di votare il decreto. Ma se
la fiducia servisse a coprire i problemi
della coalizione, allora sarebbe un atto di
debolezza e io non voglio un governo debole.
Anzi, mi piacerebbe che Prodi rifiutasse
pubblicamente i voti centristi. Sarebbe un
bel segnale".
Ma adesso abbiamo la riprova
che sulla politica estera la maggioranza non
c'è.
Nel complesso, anche sulla
politica estera, la maggioranza c'è. Noi
abbiamo apprezzato i primi passi del
ministro D'Alema. Resta però un punto di
contrasto. D'altronde se settori della
Margherita attaccano Mussi per la vicenda
delle staminali, non c'è scandalo. Se io mi
oppongo alla permanenza a Kabul, mi viene
detto che voglio sfasciare tutto. Beh, così
non funziona. Bisogna tenere conto delle
opinioni di tutti.
Prodi però avverte: non mi
faccio ricattare dal Pdci.
Ma io non ricatto nessuno. Lo
ripeto: questo è il mio governo e voglio
difenderlo. Noi siamo nati per salvare
l'esperienza unitaria del centro sinistra e
il mio atteggiamento non si è modificato di
una virgola. Il centrosinistra per me resta
indispensabile. Però voglio mantenere la mia
opinione ed esprimerla al pari degli altri.
Opinione che peraltro va molto al di là del
Pdci, attraversa tutta la sinistra e una
parte del mondo cattolico.
Il compromesso trovato ieri
soddisfa anche Prc e Verdi perché voi no?
Perché non c'è niente in quel
compromesso. Dicono: non aumentiamo le
truppe. Bello sforzo. Significa non fare
peggio di quello che ha fatto Berlusconi e
non mi sembra un risultato esaltante. Per
non parlare della commissione parlamentare
che verifica le condizioni di sicurezza in
Afghanistan. Non esiste, è una sciocchezza.
Sappiamo tutti che le informazioni in
territorio di guerra le forniscono gli stati
maggiori e i governi. Su, non prendiamoci in
giro. Il punto è sempre lo stesso: guerra
sì, guerra no.
Allora sono impazziti i
pacifisti di Rifondazione e dei Verdi.
Io sono contrario al pensiero
unico della guerra e quindi resto contrario
all'azione afghana, che è una missione di
guerra. Se alcuni hanno cambiato idea
qualcosa mi suggerisce che stanno sbagliando
loro. Detto questo, altra cosa è la
salvaguardia della maggioranza. Ne parleremo
e continueremo a lavorare per trovare una
soluzione condivisa.
Anna Finocchiaro vi accusa di
essere degli irresponsabili.
Mi sento di non replicare.
Prove di responsabilità ne ho date tante e
quella della Finocchiaro è un'immagine
caricaturale e ingenerosa del nostro
partito. Ma non si può essere responsabili
dicendo sempre di sì.
E' vero che questa rottura
nasce dentro l'eterno braccio di ferro tra
Pdci e Rifondazione?
Sto ai fatti. Ho detto di no
alla missione prima e continuo a farlo,
sempre nell'ambito della tenuta del Governo
e di Prodi, che resta il punto più avanzato
di equilibrio nei rapporti di forza della
coalizione. Sono gli altri ad aver cambiato
idea. Forse perché io non devo dire a Romano
quanto gli sono leale, lo sa già. Loro
invece lo devono dimostrare a ogni piè
sospinto.
Ora però sembra lei
l'estremista.
Figuriamoci, non ero
estremista nemmeno a 16 anni...Il problema è
che sul tema della pace la sinistra non può
avere tentennamenti. Può trovare una
mediazione ma sul principio non si discute.
Da che mondo è mondo, la pace è un punto
fondativo della sinistra. E non c'è niente
di estremistico in questo.
Cosa chiede allora al Governo
per arrivare ad una mediazione?
Atti politici. Ad esempio,
presentare sulla missione afgana una
posizione dell'Italia diversa da quella
dell'Italia di Berlusconi in sede Onu e in
sede Nato. Non si sta nell'Alleanza
atlantica solo per obbedire. Ci vuole un
segnale di discontinuità. Lo vogliono i
nostri elettori, mica solo il Pdci. E non mi
sembra di chiedere la luna. Il governo venga
in Parlamento e lì si discute. Solo così si
può trovare la quadra tra due esigenze:
consentire a una forza politica di
manifestare il proprio dissenso e al
contempo far proseguire l'esperienza di
governo.
Diliberto a La Stampa:
«Il sì sull’Afghanistan non è
scontato e di dare più truppe non se ne parla»
di Ugo Magri
Roma 19 giugno 2006
Onorevole
Diliberto, l’accordo sul rifinanziamento della
missione in Afghanistan è vicino o lontano?
«Per ora siamo al
punto di partenza». In che senso?
«Nessuno mi ha contattato. Nessuno mi ha chiesto
un’opinione. Nessuno mi ha fatto vedere un
testo». Con Prodi ne ha parlato?
«Non ancora». Cosa gli chiederà?
«Prima che venga promulgato il decreto, di
poterne discutere il testo». Un confronto preventivo nel merito?
«Sì. E non mi sembra una richiesta esosa. Semmai
l’Abc». Se invece il governo decidesse di tirare
diritto? «Sarebbe molto più
difficile raggiungere l’intesa». Sta avvertendo Prodi che i Comunisti
italiani non mollano la presa? «Per mia indole io non
lancio avvertimenti. Noi abbiamo votato contro
la missione in Afghanistan non ricordo più
quante volte. Per modificare questa nostra
opinione non basta venirci a dire: adesso siete
nella maggioranza... Bisogna modificare il
contenuto della missione». Una mozione di indirizzo parlamentare
risolverebbe il problema? «No. Bisogna vedere il
testo del decreto. Se riproponesse le stesse
cose che ha fatto Berlusconi, dove starebbe la
rottura col passato?». Ma scusi,
neppure Rifondazione comunista pretende che la
discontinuità sia marcata proprio nel testo del
decreto... «Sono loro ad aver
cambiato opinione, non noi. Forse perché la loro
collocazione politica nel centrosinistra è
diversa da quella dei Comunisti italiani». Sotto quale aspetto? «Nel senso che io non
debbo dimostrare a nessuno di avere spirito
unitario. Il mio partito è nato da una
scissione, nel ‘98, per salvare Prodi. Nel 2001
io stavo nell’alleanza, Rifondazione no. Alle
primarie sono stato l’unico segretario, al di
fuori dell’Ulivo, che non si è candidato contro
Prodi». E con ciò?
«A noi lezioni di
unità non ne può impartire nessuno. Per cui
possiamo essere coerenti sui contenuti». Sulla politica estera è in gioco il
governo. Fino a che punto può spingersi la
coerenza?
«Rischi di tenuta non ce ne sono se il governo
dà un segnale di disponibilità». Può indicare le sue condizioni per il
sì?
«Poter discutere, con pari dignità, le modifiche
alla nostra missione». Gino Strada propone, sull’Unità, di
finalizzarla ai soli aiuti umanitari. Ha letto?
«Sì, e condivido. Ma oggi è un risultato molto
difficile da raggiungere. Sono per trovare le
mediazioni possibili, con la massima serenità e
lealtà. Purché il senso di responsabilità non
sia da una parte sola». L’Udc, che è pronto a votare la
missione, non rischia di rendervi ininfluenti?
«Quella loro posizione è del tutto strumentale.
Prefigura una maggioranza diversa che vediamo
come fumo negli occhi». Come mai?
«Vogliamo continuare a essere determinanti. E
Prodi rappresenta l’equilibrio più avanzato
possibile nella situazione attuale. La persona
giusta per cimentarsi in un’opera di mediazione.
Un moderato, proveniente però dalla cultura del
dossettismo che condivide con la sinistra due
punti fondamentali: solidarietà e pace. Non
voglio cambiarlo». Intanto voi della sinistra radicale
state facendo a gara per complicargli la vita...
«Rifiuto
l’etichetta di sinistra radicale. Come noi la
pensano vasti settori del mondo cattolico, dai
frati di Assisi all’associazionismo di base».
Converrà che
certi annunci sopra le righe non aiutano Prodi.
«Io rispondo per il mio ministro, Alessandro
Bianchi. Sul ponte di Messina, ha detto quanto
sta scritto nel programma. E dal programma
dell’Unione non intendo muovermi di un
millimetro. Se poi qualcuno fa annunci sulle
stanze dell’eroina, sui Pacs, sulla tassa per i
ricchi eccetera, è responsabilità di chi lo
dice».
Come la metterete
con la manovra lacrime e sangue che prepara
Padoa Schioppa?
«Vorrei che discutessimo di politica prima che
di numeri. Cosa sarà scritto, nel Dpef? Quali
ceti verranno aiutati, quali danneggiati?
Riusciremo a far sì che il precariato torni a
essere l’eccezione e non la regola? Daremo un
segnale sulle pensioni minime?».
Risponda lei.
«Non lo so, perché ancora non abbiamo visto
nulla. Penso proprio che vi sarà una riunione
politica per decidere come dovrà essere la
manovra».
Torniamo
all’Afghanistan. Si parla di aumentare le
truppe...
«Può immaginare come la penso io, visto che i
soldati vorrei ritirarli. Non è possibile
rafforzare la presenza militare, magari perché
dobbiamo giustificarci con gli Stati Uniti per
il ritiro dall’Iraq».
Sospetta uno
scambio?
«Non sospetto nulla. Ma agli occhi dell’opinione
pubblica un aumento della presenza militare in
Afghanistan darebbe questa impressione».
E’ soddisfatto
dei chiarimenti di D’Alema con gli americani?
«Non vivo sulla luna. D’Alema doveva in qualche
modo legittimarsi agli occhi degli Usa».
Non si
scandalizza,quindi?
«No. Però voglio segnali nei fatti, non nel
darsi del tu con Condoleezza Rice, che la
politica estera è cambiata».
Il ritiro
dall’Iraq non è un segnale?
«Sì, anche se a mio parere tardivo. Ora vediamo
rispetto all’altro teatro di guerra
guerreggiata: l’Afghanistan».
Quanto conta
Kabul?
«E’ ormai
simbolica circa la natura della nostra
maggioranza. L’Italia, anche quella moderata, è
pacifista. Si attende la prova, non pasticciata,
che abbiamo davvero voltato pagina».