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SANITA' | SCUOLA | ANTIFASCISMO | STATO SOCIALE | IL PARTITO | PACE E GUERRA GOVERNO

 

Ho marciato per la Palestina

 

Giulietto Chiesa

 Roma novembre 2006

Io ho marciato a Roma per la Palestina il giorno 19 novembre. Fossi stato a Milano avrei marciato a Milano: per la Palestina naturalmente. Io non so quanti eravamo, a Roma, non li ho contati. So che c'era un sacco di gente come me, che manifestava pacificamente. So anche che ci sono dei provocatori e degl'imbecilli, che lavorano per fare in modo che l'indomani altri imbecilli scrivano stupidaggini sulle prima pagine dei giornali, attribuendo ai manifestanti (molti) le provocazioni di pochi la cui provenienza è incerta (per alcuni) e la stupidità è invece certa (per altri). Ricordiamo tutti la storia delle dieci lattine di coca cola contro Fassino, che oscurarono una manifestazione di decine di migliaia di pacifisti dell'epoca. Così funziona l'informazione cialtrona. Io non ho marciato con i teppisti, come scrive delirando Miriam Mafai sulla prima pagina di Repubblica. 

Ho marciato per la Palestina. Perchè io sono per due stati e due popoli, ma non sto "dalla parte d'Israele" - come ha detto Massimo D'Alema - mentre bombarda i palestinesi chiusi nella prigione di Gaza e nei territori occupati da Israele. Io ho marciato dalla parte dei più deboli, che hanno votato e si sono scelti legittimamente un governo e che, per questo, sono stati sottoposti al blocco. Io ho marciato perchè Israele restituisca 500 milioni di dollari dei palestinesi ai palestinesi. Io ho marciato contro la sperimentazione di nuove armi contro i civili palestinesi. Ho marciato perchè il muro di Israele, che ruba altra terra ai palestinesi, venga fermato e abbattuto. Ho marciato contro un' Europa ipocrita e pilatesca che non sa distinguere l'aggressore dall'aggredito.

Ho marciato e marcerò ancora, anche sapendo che i provocatori ci saranno di nuovo e ancora di nuovo. Ma non mi lascerò intimidire dai provocatori che, dalle pagine dei giornali del regime, vorrebbero che me ne stessi a casa, o manifestassi per dare ragione a loro.

 
 
 
 

Sgobio: M.O. Siamo per la pace, contro di noi polemiche strumentali

 

Ufficio Stampa

Roma 20 novembre 2006 

'Aldila' delle polemiche molte volte pretestuose e alcune volte strumentali piovute addosso al Pdci, e aldila' delle posizioni ipocrite che da alcuni ambienti di sinistra si sono levati contro i Comunisti italiani, colpevoli, secondo loro, di aver partecipato ad un corteo 'ambiguo' e 'pericoloso', ribadiamo che il Pdci e' sempre stato e sempre sara' a fianco della pace in Medio Oriente, a difesa del diritto del popolo palestinese ad avere uno Stato e si muovera' sempre sulla linea che caratterizza la nostra azione politica: 'due popoli e due Stati'. Non sara' di certo un manipolo di provocatori a tenere sotto scacco la linea della coerenza e della richiesta di pace in quel martoriato fazzoletto di terra.
I manichini bruciati, gli slogan e gli insulti insensati e vergognosi da quali i Comunisti italiani hanno preso sin da subito le distanze nella maniera piu' ferma e decisa, pronunciati da un manipolo di provocatori fanno malissimo alla causa palestinese.

 

 

Palermi: M.O. La "grosse koalition" contro il Pdci: grottesco

Ufficio Stampa

Roma 20 novembre 2006 

Uno schieramento vastissimo, una sorta di "grosse koalition", che attraversa tutti i partiti, da F.I. a Prc, si sta accanendo contro il Pdci e il suo segretario per la partecipazione alla manifestazione di Roma. Ci stanno arrivando lezioni persino da fatine buone ed ex affiliati alla P2. Se non fosse grottesco sarebbe divertente. Alla manifestazione di Roma sono successi episodi brutti, gravi e sbagliati, da cui il segretario del mio partito ha immediatamente preso le distanze. Ma quelli che ci fanno lezioni di "deontologia politica" dovrebbero preoccuparsi un po' di più delle masse di giovani che assistono quotidianamente all'orrore della guerra e all'ipocrisia con cui la politica accetta la "guerra preventiva" come strumento di risoluzione dei conflitti. Il mondo occidentale appare inerte, quando non complice, delle stragi "per errore" di bambini e donne palestinesi, della disparità enorme di forze tra palestinesi ed israeliani. La manifestazione di Roma è stata ridotta dalla nostrana "grosse koalition" ad una adunata di provocatori. I provocatori c'erano, ma saranno stati una decina. Gli altri erano gente pacifica che, come noi, manifestava contro le ingiustizie del mondo. Al contrario di altre forze della sinistra, non lasceremo mai sola quella gente.

 

 
Diliberto:

 Palestina. Pdci a Roma e Milano. Fermare il massacro

 

Roma 14 novembre 2006

La  grave situazione venutasi a creare in Palestina e in tutto il Mediterraneo impone il massimo sforzo per una mobilitazione di tutte le forze che hanno a cura la pace e il diritto dei palestinesi alla autodeterminazione. Il movimento pacifista chiede all’Unione e al governo Prodi  un impegno diretto, di concerto con l’Unione europea, per fermare il massacro in Palestina, per ristabilire un clima di pace e di rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani in tutto il Medioriente, a partire dalla nascita di uno stato libero, democratico e  indipendente di Palestina, come del rispetto del popolo libanese. Solo questa è la strada per garantire pace e sicurezza ad Israele: due popoli e due Stati. Riteniamo che di fronte a questa situazione sia auspicabile  la massima unità dei movimenti e delle forze politiche che lavorano per la pace e per i diritti del popolo palestinese. A tal fine abbiamo aderito sia alla mobilitazione di Roma che chiede azioni concrete di pressione internazionale per riportare Israele sulla via del dialogo e della trattativa di pace, che alla manifestazione di Milano che ci impegna per un’azione comune di pacificazione per tutto il Medioriente. Lo facciamo nella convinzione che questo sia il momento della necessaria unità e collaborazione per raggiungere gli obiettivi comuni più che per sottolineare le legittime differenze di opinione nel movimento e nella politica.

 

 

 

Palestina.

 Nuvole d'autunno

 

di Gabriella Grillo

7 novembre 2006

 

"Nuvole d'autunno". Un nome dal suono persino dolce. Una scelta quasi spiazzante se si pensa che si tratta del nome con cui il Governo israeliano ha presentato quella che ha definito "la più grande operazione nella Striscia di Gaza dopo il disimpegno dell'estate 2005". Un'operazione conclusasi oggi - lo ha annunciato questa mattina un portavoce dell'esercito - dopo sei giorni di intense e ripetute incursioni delle forze armate ebraiche nella Striscia. L'obiettivo era ancora una volta quello di fermare il lancio dei razzi artigianali Qassam diretti dalle milizie palestinesi di Hamas verso le cittadine israeliane più vicine. Paradossalmente, la più colpita è stata proprio Sredot, la città del ministro della difesa Amir Peretz. La conclusione dell'offensiva - come riportano le principali agenzie - non sembra aver posto fine agli incidenti: è di questa mattina, infatti, la notizia di 5 morti nel nord della Striscia di Gaza - tra cui una donna e almeno due miliziani - nelle ore seguite al ritiro israeliano dalla citta' di Beit Hanun. Due militanti della Jihad islamica sono stati uccisi nella regione costiera di Sudaniya mentre si avvicinavano ai soldati israeliani a sud di Beit Hanun. A est del campo profughi di Jabaliya, sempre nel nord della Striscia, una donna e un altro civile palestinesi sono stati uccisi da un colpo d'artiglieria che ha colpito la casa del deputato di Hamas Jemila Shanti, in cui si trovavano. Poco distante un terzo Palestinese e' rimasto ucciso in uno scontro a fuoco. Cresce ancora dunque il totale delle vittime dell'offensiva israeliana: ad oggi più di 50. Non sembra però che queste vittime siano servite a fermare i razzi Qassam e tanto meno a placare gli animi degli Israeliani, sempre più infuriati nei confronti di un governo che non sembra in grado di difenderli. Un governo - come confermano i sondaggi delle ultime settimane - la cui sopravvivenza è appesa ad un filo, intrappolato in un'impasse da cui è difficile uscire. Il tutto senza contare l'imbarazzo di un'inchiesta che ha messo sotto accusa il presidente, Moshe Katsav, per abusi sessuali nei confronti delle ex segretarie. Sul piano politico, il primo ministro Olmert ha scelto uno "spostamento" verso destra, favorendo l'ingresso nella coalizione del partito russofono Israel Beitenu, guidato da Avigdor Lieberman. Sul piano militare, la scelta è stata quella del "pugno di ferro": mostrarsi capaci di saper dare una risposta forte alle richieste di sicurezza dell'opinione pubblica. Non per niente per "Nubi d'autunno" si è parlato di "operazione in grande stile", della "più grande operazione dal disimpegno" - trascurando che le vittime palestinesi già nei mesi scorsi erano state più di 200, soprattutto civili. La presenza di una formazione estremistica nel governo, come quella di Lieberman - nominato da Olmert proprio Ministro della Minaccia Strategica - non lascia molte speranze sul successo dei processi di pace. Come ha ricordato di recente il giornalista israeliano Meron Rapaport su l'Espresso, alle ultime elezioni, Lieberman, oltre ad escludere nel suo programma qualunque forma di accordo con gli arabi, aveva parlato di "scambio di territori e popolazioni". In pratica - commenta Rapaport - una soluzione per "sbarazzarsi" di 100mila cittadini arabi: a Israele andrebbero gli insediamenti della Cisgiordania, mentre allo Stato palestinese la città di Um El Fahem e altri villaggi arabi. In sostanza, gli Arabi non sarebbero stati mandati via dalle loro case, ma avrebbero "soltanto" perso la cittadinanza israeliana per fare di Israele uno "Stato ebreo omogeneo". Oltre a queste dichiarazioni - che sebbene irrealizzabili, aizzano il sentimento di xenofobia verso i Palestinesi - non bisogna dimenticare che Lieberman si è presentato sulla scena politica internazionale affermando che "nella Striscia di Gaza le forze israeliane dovrebbero adottare le medesime tecniche di combattimento utilizzate dalle forze russe in Cecenia". Dall'altro lato della barricata, se col lancio dei razzi artigianali i miliziani continuano ad offrire a Israele il pretesto per attaccare la Striscia, sul fronte politico sembra che qualcosa si stia finalmente muovendo. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il primo ministro Ismail Haniyeh si sono incontrati ieri per discutere la possibile formazione di un nuovo governo di unità nazionale, nel tentativo di allentare la pressione delle sanzioni emanate dalla comunità internazionale contro l'attuale governo guidato da Hamas. Non essendo stata trovata un'intesa sul nome del primo ministro, i due - come riporta Reuters - si incontreranno nuovamente oggi e domani per cercare di raggiungere un accordo.


 

Iraq.

La guerra civile nel Paese degli undici eserciti

 

 13 novembre 2006

E' di eri, domenica 12 novembre, l'ennesimo bilancio di una giornata da dimenticare per gli iracheni. I morti che si riescono a contare sono 159, fra attentati ed uccisioni varie. A Baghdad la mattinata è iniziata con un duplice attentato suicida contro un centro di reclutamento della polizia irachena che ha causato la morte di 35 persone e il ferimento di altre 56. I due kamikaze si sono fatti esplodere simultaneamente alla 10 del mattino, ora locale. Poi due bombe indirizzate contro uomini della polizia irachena hanno ucciso 6 passanti e ne hanno feriti altri 6. L'esplosione di un'autobomba nel centro della capitale ha causato la morte di un poliziotto e di un civile e 6 feriti. Altre due autobombe sono esplose sempre a Baghdad, una in un quartiere sciita (1 morto e 5 feriti), un'altra in un quartiere sunnita (2 morti e 13 feriti). Infine, sempre nella capitale, la polizia ha ritrovato i cadaveri di 25 persone, crivellati di colpi, bendati e ammanettati. A Baqouba, 60 chilometri a nord-est di Baghdad, sono stati rinvenuti 50 corpi senza vita, abbandonati dietro i locali dell'azienda elettrica provinciale.
In questo scenario il premier Nouri al-Maliki ha espresso la sua volontà di effettuare un rimpasto totale del gabinetto e ha rimproverato i parlamentari di dare la priorità a rivendicazioni settarie piuttosto che alla stabilità dell'Iraq. Intanto dal 2003 sono 150 mila i morti registrati in Iraq, con una aumento continuo delle violenze e l'esplodere, al fianco della guerra, una vera e propria guerra civile che solo i comandi militari stranieri si ostinano a non vedere.  Baghdad è divisa tra sciiti e sanniti, i primi rappresentano la maggioranza nel paese e possono contare su un "esercito" di 200 mila uomini; i secondi contano 12 mila uomini armati. La polizia e l'esercito iracheno non controllano il territorio, riuscendo a malapena a scortare ministri e uomini d'affari. Così l'Iraq diventa il paese degli undici eserciti: uno per ogni forza presente sul territorio, sia essa forza straniera, partito politico o religioso e componenti etniche.


 

 

Diliberto al Corriere:

prima dell’estate tutti a casa. Distinguo tra chi attacca civili e militari


di Daria Gorodisky

 
Roma 28 aprile 2006

 «La mia posizione è nota: io non avrei mai inviato truppe in Iraq. Ma, visto che un governo scellerato le ha mandate, è evidente che ora vanno ritirate subito. Prima dell’estate devono essere tutti a casa». Sono questi i tempi che Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, vuole dettare al futuro governo. Tempi, anzi, che per quanto lo riguarda sono già scritti nel programma dell’Unione «sottoscritto da tutti i leader della coalizione». «In Iraq - aggiunge - c’è una guerra di occupazione, che non ha nulla a che fare con le armi di distruzione di massa o con la democrazia, e c’è una guerra civile in corso. Il governo italiano ha spedito dei soldati perché ha assecondato servilmente l’azione unilaterale di Bush. Ora che cosa ci restiamo a fare? Forse dobbiamo stare ad aspettare altri funerali di Stato?». Diliberto, il programma dell’Unione in realtà non parla proprio di ritiro immediato. È scritto «immediatamente proporremo al Parlamento italiano il rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari…».
«Sì, il tempo necessario a smontare i campi e tornare».
… e, prosegue il testo, «in consultazione con le autorità irachene».
«Questo vuol dire che lo comunichiamo alle autorità irachene: cioè, se anche ci dicono "restate", noi andiamo via lo stesso, è chiaro».
Va bene un rientro entro l’anno?
«No, prima. La fine dell’anno è la scadenza di cui hanno parlato anche gli Stati Uniti... No, noi non arriveremo neppure a discutere il rifinanziamento della missione, che dura fino al 30 giugno. Al primo Consiglio dei ministri dovremo finanziare il rientro. Questo è nel programma della coalizione: e, se si inizia a modificarlo, allora significa che si va verso l’ingovernabilità».
In questi anni dal vostro partito si è sentito spesso parlare di «resistenza irachena»: dopo i fatti di ieri di Nassiriya, conferma questa definizione?
«Io non ho mai parlato di resistenza irachena. Ma distinguo tra chi attacca civili inermi e chi attacca i militari; è una distinzione che il mondo riconosce da quattrocento anni. La lotta contro un esercito di occupazione è cosa diversa dall’uccisione di civili innocenti: a monte c’è il problema di una guerra».
Ieri diversi esponenti politici, trasversalmente, hanno chiesto di non speculare con polemiche politiche sulla morte dei militari italiani.
«Niente polemiche infatti, io rivolgo le condoglianze alle famiglie dei soldati. Però, per il mestiere che faccio, non mi posso esimere dal fare dichiarazioni politiche».
Dalla sua coalizione molti intervengono per dire che i fatti di ieri non devono condizionare l’agenda del futuro governo.
«Infatti, nessun condizionamento. Il programma è stato scritto molto prima di ieri».
Cossiga dice che bisogna ritirarsi rapidamente, anche perché ora c’è «una maggioranza con fortissime componenti pacifiste, antiamericane e filoresistenza palestinese - Hamas compresa -, irachena ed afghana…».
«Con tutto il rispetto, ricordo a Cossiga che la nostra amicizia con il popolo palestinese data diversi decenni; e che fu lui, nella veste di presidente del Senato, a ricevere Yasser Arafat ben prima che diventasse premio Nobel per la pace. La mia non è una posizione estremistica. Ritengo che si debba recuperare per l’Italia un ruolo di centralità e di equivicinanza con Israele e palestinesi».
A proposito di Hamas, proporrete il dialogo?
«Ha vinto elezioni democratiche. Non ne sono contento, tifo da sempre per Fatah, abbiamo legami antichi con i palestinesi laici; ma…»
Perché non sostenete le ragioni di un altro partito che nel ’92 vinse elezioni democratiche, il Fis algerino? Un colpo di Stato militare annullò quel risultato.
«Non ci piacciono, sgozzavano le persone».
Hamas è entrata nella lista delle organizzazioni terroristiche. Che cosa farete invece sul rifinanziamento delle altre missioni?
«Vedremo caso per caso, ne discuteremo nella coalizione. Potremmo anche modificare la natura di alcune missioni».
Prendiamo ad esempio l’Afghanistan, allora.
«Quella è una missione di pace sui generis , è servita a ratificare la prima delle attuali guerre americane. Io resto contrario, ma non sono così pazzo da mettere a rischio la coalizione su questo. Certo, non mi si venga a dire che in Afghanistan oggi c’è la democrazia: ci sono ancora i signori della guerra, le fazioni tribali, tutto come prima; solo che sono funzionali a un equilibrio utile agli Stati Uniti».
Il Papa ieri ha detto che «i mi litari italiani hanno perso la vita insieme con un commilitone rumeno nel generoso adempimento di una missione di pace». Lei invece sostiene che si tratti di missione di guerra.
«Il Papa parla su un piano diverso da quello della politica. Io sono un semplice segretario di partito, non commento le sue parole».


 

 

Afghanistan: Fronte di guerra

Roma 2 settembre 2007

Sono oltre 2000 i militari italiani che partecipano attualmente alla missione della Nato Isaf in Afghanistan. I contingenti principali sono nella capitale Kabul e ad Herat, nell'ovest del Paese.
A Kabul l'Esercito è presente con una unità di manovra, che contribuisce alla sicurezza nell'area della capitale, un reparto logistico, uno di genieri, uno delle trasmissioni, un'aliquota Nbc (per la bonifica da aggressivi nucleari, biologici e chimici), personale di collegamento e di staff. A Kabul c'è anche una componente elicotteristica. Un'ulteriore componente aeronautica è schierata ad Abu Dhabi. Nella zona di Herat l'Italia coordina la base di supporto logistico (Fsb) e i quattro team di ricostruzione della regione ovest del Paese.
Dall'inizio della missione italiana in Afghanistan sono stati numerosi gli attacchi ai militari italiani, che hanno pagato con otto morti il loro tributo.
L'ultimo attentato mortale risale al 26 settembre del 2006 quando una bomba a Kabul causò un morto e cinque feriti. L' attentato avvenne mentre i militari italiani stavano svolgendo una normale attività di pattuglia nel distretto di Chahar Asyab, circa 10 chilometri a sud di Kabul nella Valle di Musahi, cioè circa la stessa zona in cui è avvenuto l'attacco di ieri, 2 settembre, che ha visto il ferimento di un militare. Questo attacco era stato preceduto solo 24 ore prima da un altro attacco nei pressi di Farah, nell'Afghanistan occidentale: un veicolo blindato è saltato su una mina facendo tre feriti tra i soldati italiani. Nella stessa provincia, il 22 agosto, una pattuglia composta da sei Vtlm (Veicolo tattico leggero multiruolo) impegnata in un'attività' di perlustrazione venne fatta bersaglio di scariche di armi da fuoco leggere e razzi Rpg. Il 30 luglio una pattuglia di sette blindati Lince in servizio di perlustrazione fu attaccata, ancora una volta a Farah. I soldati risposero al fuoco e nessuno rimase ferito.
Prima di allora gli italiani erano stati attaccati il 14 maggio, quando un ordigno esplose lungo la strada che collega la città di Herat all'aeroporto: due militari della brigata 'Sassari' che viaggiavano a bordo di un gippone civile in dotazione al Prt, il Team di ricostruzione provinciale, rimasero feriti in modo non grave.
Due settimane prima, sulla stessa strada, stessa sorte toccò ad altri tre militari italiani.
Nella provincia di Herat, quella sotto il controllo italiano, gli attacchi con esplosivo alle forze internazionali si sono più che quintuplicati in due anni, passando dai circa 30 del 2005 ai 160 registrati nel 2006.  Ma l'episodio avvenuto il 2 settembre conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che la calma è solo apparente e la pace o pacificazione del Paese è assai lontana. Oltre al ferimento del soldato italiano, ricordiamo che è sempre di ieri la notizia che quattro civili afghani, tra cui donne e bambini, sono rimasti uccisi e cinque sono stati feriti in un raid aereo della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti nell'est dell'Afghanistan. La natura degli attacchi contro gli italiani e il carattere della loro missione dimostrano che si tratta in tutto e per tutto di una guerra quotidianamente “guerreggiata” da tutti, nessuno escluso.
 


 

Afghanistan.

 Il punto nell'ultima settimana

13 novembre 2006

Il 2 novembre nella provincia di Herat, un commando di uomini armati ha aperto il fuoco contro una pattuglia della polizia afgana, uccidendo 6 agenti. Il 3 l’aviazione Nato ha compiuto un bombardamento su un villaggio nella provincia settentrionale di Kapisa. Secondo un portavoce dei talebani, nel raid sarebbero morti 7 civili e 2 talebani. Un convoglio di camion che trasportava rifornimenti per le forze della Coalizione è stato attaccato da uomini armati nella provincia di Paktia: 2 autisti pachistani sono stati uccisi. Un raid dell'aviazione Nato nella provincia di Helmand ha ucciso 9 talebani, secondo quanto dichiarato dal comando Isaf. Il 6 nella provincia di Khost un gruppo di talebani ha assaltato un posto di blocco della polizia: nello scontro a fuoco che ne è seguito sono morti 1 poliziotto e 2 talebani. Nella provincia di Kandahar un soldato Usa è morto per l’esplosione di una bomba radiocomandata. L’8 nella provincia di Paktika in un’operazione congiunta dell'esercito afgano e delle forze Nato sono stati uccisi 4 talebani secondo quanto dichiarato dal comando Nato. Nella provincia di Zabul i talebani hanno attaccato le forze di polizia afgane uccidendo 2 poliziotti. Nella provincia di Kandahar un bombardamento aereo Nato ha ucciso, secondo il comando Isaf, 22 talebani. Altri 8 talebani sono stati uccisi nelle ore successive, nella stessa zona, in un combattimento con le forze di polizia. Nella provincia di Khost un poliziotto e 6 talebani sono morti in uno scontro a fuoco secondo le autorità di polizia afgane. Dall’inizio del 2006, la guerra in Afghanistan ha causato 5.560 morti, di cui 976 civili, 3.200 combattenti talebani o presunti tali, 1.169 militari afgani, 36 miliziani irregolari e 179 soldati della Coalizione.


 

 

Diliberto all'Unità: «Chiedevamo segnali di diversità: siamo sulla strada giusta»
 
di Oreste Pivetta
 
Roma 14 luglio 2006

«Siamo contro, non è una novità. Non abbiamo cambiato idea. Avremmo voluto sentire il governo, ma un accordo s’è raggiunto, accordo importante, per un mozione parlamentare, di indirizzo, nella quale si leggono segnali che chiedavamo: segnali di diversità».
Onorevole Diliberto, un po’ meno dunque contro la missione militare in Afghanistan? La maggioranza sarà un po’ più salda?
«Credo di aver dato prova da tempo ormai del nostro senso di responsabilità. Devo ricordare il ’98, quand’ero capogruppo di Rifondazione? Avremmo continuato a garantire l’unità del centrosinistra, mantenendo il nostro dissenso. Ma al nostro dissenso sono arrivate risposte. Ad esempio si dà conferma al carattere di pace della nostra missione, applicando per i nostri militari il codice penale militare di pace, lasciando stare il codice penale militare di guerra. Cambiando il regime giuridico della nostra presenza. S’impegna il nostro governo perchè si batta in tutte le sedi per il ritorno dell’Afghanistan alla piena sovranità. La novità, quindi, di una indicazione forte: nessuno dei nostri militari parteciperà alle azioni di Enduring Freedom, cioè alle operazioni americane. Siamo lì con l’Onu... Siamo sulla strada giusta».
Con l’Onu, ma non con Diliberto...
«Che rimanga agli atti».
Kabul comunque lo possiamo considerare un ostacolo superato dal centrosinistra?
«Siamo al punto da poter pensare che tutto vada bene. Aspettiamo ora di sentire il governo. Nel quadro peraltro di una nuova politica estera che giudico in modo positivo. Credo che D’Alema abbia detto cose giuste a proposito di Israele e della Palestina e della nostra equivicinanza, a proposito dell’Iran contro le sanzioni, a proposito di Libano e di Irak. Credo che sia stato giusto seguire una strada fortemente europeista. E credo che molta autorevolezza e autonomia di giudizio abbia mostrato il nostro governo anche di fronte allo scandalo di Guantanamo e all’inchiesta sulla morte del nostro Nicola Calipari. Non so se rendo un buon servizio a D’Alema con queste osservazioni. Ma è così».
Però, una domanda l’aggiungerei. L’Avvenire pubblicava ieri un’intervista a un bravo medico italiano Alberto Cairo, che sta in Afghanistan dal 1990. Sosteneva Cairo che l’Afghanistan da solo non sta in piedi, che il ritiro delle truppe provocherebbe uno sconquasso...
«Conosciamo un altro medico, Gino Strada. Sostiene che Emergency riesce a lavorare rispettata e indisturbata, tenendosi alla larga dai militari...».
«Questo lo dice anche Cairo: “È il lavoro che facciamo a proteggerci..”. Però aggiunge che venticinque anni di guerra hanno raso al suolo l’intera struttura della nazione...
«Ma i militari di tanti paesi hanno sconfitto i talebani? Hanno sconfitto i signori della guerra? Hanno sgominato le organizzazioni che trafficano con l’oppio? Se noi investissimo in scuole e ospedali i soldi che spendiamo nella missione militare, daremmo una mano all’Afghanistan, un segnale al mondo intero e a quello islamico in particolare e garantiremmo anche sicurezza all’Italia. C’è una realtà che nessuno indica: la maggior parte dei talebani sta in Pakistan, ma nessuno pensa di andare lì a combattere i talebani, per la semplice ragione che il Pakistan è alleato degli americani...».
La rappresentazione però è poco rassicurante, è l’anticamera dell’impotenza occidentale...
«Il problema è che le istituzioni internazionali non funzionano. Sono figlie della seconda guerra mondiale, dell’equilibrio imposto dai vincitori. Siamo a una altro punto della storia. L’Italia e l’Europa dovrebbero battersi per costruire un nuovo equilibrio, contro gli embarghi e contro le invasioni. La guerra, come scriveva von Clausevitz, era la prosecuzione della politica con la guerra. È diventata qualcosa che sostituisce la politica. Alla quale vogliamo tornare. E politica significa rispetto di un principio fondamentale e fondativo per la sinistra, l’autodeterminazione dei popoli. Qualcuno ha preteso di esportare un modello di democrazia. Il disastro è sotto gli occhi di tutti. Quando poi qualcun altro si è dato la sua democrazia, abbiamo trovato da ridire. In Palestina ha vinto democraticamente le elezioni Hamas. Però Hamas non piace. Allora s’è fatto il possibile per svuotare di senso la sua presenza democratica. Dopo aver contribuito alla liquidazione dell’Olp, non concedendo nulla, niente neppure sul piano della forma».
 

Accantonando Kabul, come giudica lo stato di salute della maggioranza?
«Il centrosinistra sta bene. La scarsezza dei numeri implica una maggior coesione. Considero il governo Prodi il punto più avanzato d’equilibrio. Quindi Prodi stia tranquillo: non ha nulla da temere dalla sinistra del centrosinistra. Piuttosto vedo grandi manovre al centro... L’Udc sta lavorando palesemente per un cambio di maggioranza».
Non la preoccupa il nuovo Partito democratico?
«Mi auguro semplicemente che non si faccia. La mia ambizione sarebbe quella di rimettere assieme tutti i cocci della sinistra. Mi rivolgo a tutti i Ds. Perchè non costruiamo noi un grande partito federativo della sinistra? Lo chiedo apertamente. In fondo solo quindici anni fa stavamo assieme».
 


 

 

Afghanistan:

mozione che accompagna Ddl su missioni estere

Roma 13 luglio 2006

Premesso che

 

-         la vocazione di pace del nostro popolo, autorevolmente espressa dall’art. 11 della Costituzione, deve essere il principale riferimento delle scelte di politica estera dell’Italia e del ruolo che  il nostro Paese intende svolgere per promuovere una comunità internazionale basata sullo sviluppo e la solidarietà tra i popoli, sul multilateralismo e sul rispetto del diritto internazionale;

-       il rafforzamento delle grandi organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, e la scelta per il multilateralismo rappresentano gli strumenti privilegiati per realizzare una politica estera che persegua attivamente, sulla base di  un equilibrato assetto multipolare, l’obiettivo di equità e giustizia sul piano internazionale, la prevenzione dei conflitti ed una vera ed efficace lotta contro il terrorismo;

-        è indispensabile che l’Italia riguadagni una dimensione globale alla propria politica estera, tornando a volgere lo sguardo con maggiore attenzione alle grandi nazioni emergenti, come la Cina, l’India, il Brasile, ricercando un protagonismo più efficace nelle aree cui è maggiormente legata per storia e posizione geografica, come il Mediterraneo, il Medio Oriente, i Balcani, e insieme verso i continenti che più richiedono una politica di pace, partenariato e sviluppo, come l’Africa;

-         il nostro Paese deve assumere un nuovo ruolo di impulso e stimolo sulla grande questione della proliferazione nucleare rispetto alla quale occorre evitare, attraverso il dialogo e la diplomazia, che nuovi Stati si dotino di tecnologia nucleare bellica ma nel contempo occorre riprendere e rilanciare l’obiettivo, trascurato dopo la fine della guerra fredda, della riduzione di tutti gli arsenali nucleari;

-         l’Italia è impegnata a mantenere alto il proprio impegno nella lotta per l’abolizione della pena di morte, contro la tortura, per la promozione dei diritti delle donne e per la protezione dei bambini nei conflitti armati;

-         nell’attuale contesto internazionale e di fronte alle gravi sfide che abbiamo di fronte, la ricerca della pace non può prescindere dalla creazione di un ambiente di sicurezza globale, necessario a rafforzare le dinamiche democratiche dei singoli paesi, a migliorare le prospettive di sviluppo dei popoli e dare maggiore autorevolezza ad un’azione delle organizzazioni internazionali basata sul diritto;  

-         per ottenere tale risultato, cui ciascun paese è impegnato a contribuire in proporzione ai propri mezzi e alle responsabilità che assume nella comunità internazionale, è prioritario valorizzare i mezzi preventivi di risoluzione delle controversie e ridurre l’uso della forza a ultimo strumento possibile di fronte agli atti di aggressione e minacce alla pace;  

-         costruire la pace significa anche porre su nuove basi l’impegno dell’Italia per la cooperazione allo sviluppo al fine di perseguire gli “Obiettivi del Millennio”, riconoscendo il ruolo degli attori della società civile, delle organizzazioni non governative,  delle Università, delle Regioni e degli Enti Locali, che già oggi svolgono un’azione insostituibile e di grande valore e che devono essere sempre più protagonisti dello sviluppo del partenariato internazionale;

-         il ricorso allo strumento militare, compatibile con lo stesso art. 11 della nostra Costituzione in quanto conseguente alla partecipazione dell’Italia ad organizzazioni internazionali volte alla tutela della pace,  può avvenire solo nel rispetto dei criteri di legittimità r dovendodella Costituzione e deie dei criteri di dell’uso della forza, proposti dalle stesse Nazioni Unite: gravità della minaccia, scopo appropriato, ultima risorsa, proporzionalità dello strumento e analisi delle conseguenze;

-         in questo orizzonte la scelta di intraprendere ovvero proseguire missioni militari all’estero deve essere coerente con detti principi, in particolare con il quadro di legalità e legittimità internazionale in cui sono state decise, con l’evoluzione della situazione politica internazionale e soprattutto con l’espressione della volontà autonoma degli Stati e dei popoli presso cui l’Italia è chiamata ad operare;

-         le nostre missioni militari, svolte con apprezzata professionalità, riconosciuta competenza e grande capacità di relazioni umane dalle Forze armate, debbono dunque essere finalizzate alle esigenze di sicurezza, controllo del territorio, tutela dei diritti umani, promozione della democrazia e stabilizzazione per favorire processi di costruzione delle istituzioni statali e locali;

-         diversamente da quella in Iraq, le altre missioni all’estero si iscrivono nell’attività di peace-keeping e monitoraggio decisa da istituzioni internazionali ovvero tra quelle di semplice assistenza alle forze dell’ordine dei paesi in cui operano, come nei casi dei nostri militari attivi in Sudan, Somalia, sul confine tra Etiopia ed Eritrea, in Palestina, Sinai, Libano, Kashmir, Albania e per le missioni in corso in Bosnia e Macedonia;

-         nello stesso spirito e con i medesimi obiettivi di stabilizzazione, assistenza alle locali forze di polizia e garanzia di pacifica convivenza tra la popolazione serba e quella albanese si continuano a svolgere le nostre missioni in Kosovo, dove la presenza europea e italiana continua ad essere indispensabile per la tutela delle minoranze e del patrimonio culturale e religioso di quei popoli;

-     In Afghanistan agli aspetti positivi del risveglio democratico del popolo afgano, visibile in particolar modo nella rinnovata partecipazione femminile alla vita sociale e politica, e all’allontanamento della dittatura integralista dei Talebani si affianca una situazione di evidente criticità, caratterizzata dalla difficoltà di stabilizzazione e di rafforzamento delle istituzioni democraticamente elette, dalla persistenza di aree ancora controllate dai Talebani e altri gruppi armati, dalla permeabilità dei confini del Paese a infiltrazioni di gruppi terroristici;

-     è opportuna la costituzione di un Comitato parlamentare per il monitoraggio permanente delle missioni internazionali di pace in cui è impegnata l’Italia che consentirà al Parlamento – attraverso missioni in loco e  avvalendosi del contributo di personalità della società civile e di operatori umanitari impegnati nelle aree interessate – di verificare in maniera costante e puntuale il perseguimento degli obiettivi definiti dal Parlamento e dal Governo

 

preso atto positivamente

 

-   che il Governo ha programmato la conclusione della missione Antica Babilonia in Iraq, nata in conseguenza di un intervento militare deciso in violazione di norme del diritto internazionale, ed è impegnato a provvedere al ritiro integrale del contingente militare italiano;

-         che in territorio afgano l’Italia non è più in alcun modo impegnata militarmente nell’ambito della missione Enduring Freedom, essendo ormai il contributo italiano a questa iniziativa limitato alla presenza di unità navali nel Golfo arabico;

-     che il Governo si è impegnato a sostenere gli interventi decisi dalla comunità internazionale a favore della regione del Darfur volti al miglioramento delle condizioni di vita della popolazioni e allo sviluppo socio-sanitario a vantaggio delle fasce più deboli;

 

impegna il Governo



 

a promuovere nelle sedi internazionali competenti, in special modo nell’ambito delle Nazioni Unite e della Nato:

 

-   una riflessione sulla strategia politica e diplomatica che deve accompagnare la presenza internazionale in Afghanistan per assicurare che l’azione di stabilizzazione, controllo del territorio e sostegno alle forze dell’ordine afgane si muova lungo un percorso di normalizzazione e pacificazione del paese, con obiettivi e passaggi definiti che prevedano in prospettiva l’affidamento al Governo sovrano di Kabul della responsabilità del mantenimento della pace e dell’ordine sul territorio afgano;

-    una verifica sull’impegno e la presenza  internazionale in Afghanistan, valutando risultati ed efficacia delle missioni e delineando un percorso chiaro di rafforzamento delle istituzioni, di ricostruzione economica e civile e di garanzia della sicurezza per la popolazione;

-     una valutazione sulla prospettiva di superamento della missione Enduring Freedom in Afghanistan;

-     una nuova Conferenza Internazionale sull’Afghanistan allo scopo di favorire un dialogo a livello regionale e di rilanciare l’impegno della comunità internazionale volto alla ricostruzione economica e civile del paese, alla pacificazione e al rafforzamento delle istituzioni afgane, alla elaborazione di un piano efficace di riconversione delle colture di oppio, anche ai fini di una loro parziale utilizzazione per le terapie del dolore;

-         una iniziativa per avviare un monitoraggio ambientale delle aree interessate da operazioni belliche al fine di individuare gli eventuali livelli di inquinamento bellico e i conseguenti piani di bonifica;

a valorizzare, prioritariamente, nella propria azione di politica estera gli strumenti di prevenzione dei conflitti, di mediazione e di accompagnamento dei processi di pace;

ad impostare l’attività di cooperazione giudiziaria dell’Italia in Iraq, e più in generale le iniziative di institution building, secondo i più recenti sviluppi del diritto penale internazionale, nonché delle regole di procedura e prova contenute negli statuti dei tribunali penali ad hoc, delle Corti speciali internazionali e della Corte penale internazionale;

a mantenere distinti, nell’ambito delle iniziative italiane all’estero, gli interventi di cooperazione allo sviluppo rispetto alle attività di sicurezza e polizia internazionale;

a svolgere un’azione determinata per il rilancio dell’Unione Europea e per un suo protagonismo sulla scena internazionale quale forza di dialogo, di promozione della pace, della libertà, della democrazia, dello sviluppo, nel rispetto della legalità e del diritto internazionale;

a portare avanti un’altrettanto determinata azione volta al rafforzamento delle organizzazioni internazionali, a partire dall’Onu, quali insostituibili sedi multilaterali di confronto in cui la comunità internazionale può formare, su un piano di pari dignità tra le nazioni, la propria volontà, conformemente ai principi dello Statuto delle Nazioni Unite, delle Dichiarazioni sui diritti dell’uomo e del diritto internazionale;

 a promuovere in questo quadro, anche in qualità di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dal gennaio  2007, le iniziative volte a costituire un contingente militare di pronto intervento per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale alle dirette dipendenze della Segreteria generale delle NU;

a mantenere uno stretto rapporto con il Parlamento, anche attraverso i nuovi strumenti di verifica di cui lo stesso può decidere di dotarsi in relazione alle missioni di pace internazionali, per consentirgli di esplicare con piena consapevolezza e responsabilità il suo compito di legislazione organica, di indirizzo e controllo.

 

 


 

 

Diliberto a Repubblica:

Sull'Afghanistan non ci basta non fare peggio del Cavaliere

di Goffredo De Marchis

Roma 29 giugno 2006

"Non mi metto a fare il pazzo. Non rompo la maggioranza, non faccio cadere il governo e non regalo niente a Berlusconi". Chiarisco il concetto, scandendo bene le parole, il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Di liberto però mantiene la posizione. L'accordo trovato ieri dalle forze dell'Unione sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. non è il suo accordo. Finora il compromesso raggiunto "significa non fare peggio del Cavaliere. Francamente mi sembra un risultato assai deludente". A 24 ore dal varo del decreto in Consiglio dei ministri, Di liberto dice che Prodi ha una sola strada per convincere il Pdci: "Tenere insieme il nostro dissenso su una missione di guerra e la difesa della maggioranza che è per noi un bene prezioso".

Questo è il caso di scuola in cui un governo mette la fiducia. È quello che volete?
la fiducia avrebbe un solo obiettivo: impedire all'Udc di votare il decreto. Ma se la fiducia servisse a coprire i problemi della coalizione, allora sarebbe un atto di debolezza e io non voglio un governo debole. Anzi, mi piacerebbe che Prodi rifiutasse pubblicamente i voti centristi. Sarebbe un bel segnale".

Ma adesso abbiamo la riprova che sulla politica estera la maggioranza non c'è.

Nel complesso, anche sulla politica estera, la maggioranza c'è. Noi abbiamo apprezzato i primi passi del ministro D'Alema. Resta però un punto di contrasto. D'altronde se settori della Margherita attaccano Mussi per la vicenda delle staminali, non c'è scandalo. Se io mi oppongo alla permanenza a Kabul, mi viene detto che voglio sfasciare tutto. Beh, così non funziona. Bisogna tenere conto delle opinioni di tutti.

Prodi però avverte: non mi faccio ricattare dal Pdci.

Ma io non ricatto nessuno. Lo ripeto: questo è il mio governo e voglio difenderlo. Noi siamo nati per salvare l'esperienza unitaria del centro sinistra e il mio atteggiamento non si è modificato di una virgola. Il  centrosinistra per me resta indispensabile. Però voglio mantenere la mia opinione ed esprimerla al pari degli altri. Opinione che peraltro va molto al di là del Pdci, attraversa tutta la sinistra e una parte del mondo cattolico.

Il compromesso trovato ieri soddisfa anche Prc e Verdi perché voi no?

Perché non c'è niente in quel compromesso. Dicono: non aumentiamo le truppe. Bello sforzo. Significa non fare peggio di quello che ha fatto Berlusconi e non mi sembra un risultato esaltante. Per non parlare della commissione parlamentare che verifica le condizioni di sicurezza in Afghanistan. Non esiste, è una sciocchezza. Sappiamo tutti che le informazioni in territorio di guerra le forniscono gli stati maggiori e i governi. Su, non prendiamoci in giro. Il punto è sempre lo stesso: guerra sì, guerra no.

Allora sono impazziti i pacifisti di Rifondazione e dei Verdi.

Io sono contrario al pensiero unico della guerra e quindi resto contrario all'azione afghana, che è una missione di guerra. Se alcuni hanno cambiato idea qualcosa mi suggerisce che stanno sbagliando loro. Detto questo, altra cosa è la salvaguardia della maggioranza. Ne parleremo e continueremo a lavorare per trovare una soluzione condivisa.

Anna Finocchiaro vi accusa di essere degli irresponsabili.

Mi sento di non replicare. Prove di responsabilità ne ho date tante e quella della Finocchiaro è un'immagine caricaturale e ingenerosa del nostro partito. Ma non si può essere responsabili dicendo sempre di sì.



 

E' vero che questa rottura nasce dentro l'eterno braccio di ferro  tra Pdci e Rifondazione?

Sto ai fatti. Ho detto di no alla missione prima e continuo a farlo, sempre nell'ambito della tenuta del Governo e di Prodi, che resta il punto più avanzato di equilibrio nei rapporti di forza della coalizione. Sono gli altri ad aver cambiato idea. Forse perché io non devo dire a Romano quanto gli sono leale, lo sa già. Loro invece lo devono dimostrare a ogni piè sospinto.

Ora però sembra lei l'estremista.

Figuriamoci, non ero estremista nemmeno a 16 anni...Il problema è che sul tema della pace la sinistra non può avere tentennamenti. Può trovare una mediazione ma sul principio non si discute. Da che mondo è mondo, la pace è un punto fondativo della sinistra. E non c'è niente di estremistico in questo.

Cosa chiede allora al Governo per arrivare ad una mediazione?

Atti politici. Ad esempio, presentare sulla missione afgana una posizione dell'Italia diversa da quella dell'Italia di Berlusconi in sede Onu e in sede Nato. Non si sta nell'Alleanza atlantica solo per obbedire. Ci vuole un segnale di discontinuità. Lo vogliono i nostri elettori, mica solo il Pdci. E non mi sembra di chiedere la luna. Il governo venga in Parlamento e lì si discute. Solo così si può trovare la quadra tra due esigenze: consentire a una forza politica di manifestare il proprio dissenso e al contempo far proseguire l'esperienza di governo.


 

 

Diliberto a La Stampa: «Il sì sull’Afghanistan non è scontato e di dare più truppe non se ne parla»

di Ugo Magri

Roma 19 giugno 2006

Onorevole Diliberto, l’accordo sul rifinanziamento della missione in Afghanistan è vicino o lontano?
«Per ora siamo al punto di partenza».
In che senso?
«Nessuno mi ha contattato. Nessuno mi ha chiesto un’opinione. Nessuno mi ha fatto vedere un testo».
Con Prodi ne ha parlato?
«Non ancora».
Cosa gli chiederà?
«Prima che venga promulgato il decreto, di poterne discutere il testo».
Un confronto preventivo nel merito?
«Sì. E non mi sembra una richiesta esosa. Semmai l’Abc».
Se invece il governo decidesse di tirare diritto?

«Sarebbe molto più difficile raggiungere l’intesa».
Sta avvertendo Prodi che i Comunisti italiani non mollano la presa?

«Per mia indole io non lancio avvertimenti. Noi abbiamo votato contro la missione in Afghanistan non ricordo più quante volte. Per modificare questa nostra opinione non basta venirci a dire: adesso siete nella maggioranza... Bisogna modificare il contenuto della missione».
Una mozione di indirizzo parlamentare risolverebbe il problema?

«No. Bisogna vedere il testo del decreto. Se riproponesse le stesse cose che ha fatto Berlusconi, dove starebbe la rottura col passato?».
Ma scusi, neppure Rifondazione comunista pretende che la discontinuità sia marcata proprio nel testo del decreto...
«Sono loro ad aver cambiato opinione, non noi. Forse perché la loro collocazione politica nel centrosinistra è diversa da quella dei Comunisti italiani».
Sotto quale aspetto?

«Nel senso che io non debbo dimostrare a nessuno di avere spirito unitario. Il mio partito è nato da una scissione, nel ‘98, per salvare Prodi. Nel 2001 io stavo nell’alleanza, Rifondazione no. Alle primarie sono stato l’unico segretario, al di fuori dell’Ulivo, che non si è candidato contro Prodi».
E con ciò?

«A noi lezioni di unità non ne può impartire nessuno. Per cui possiamo essere coerenti sui contenuti».
Sulla politica estera è in gioco il governo. Fino a che punto può spingersi la coerenza?
«Rischi di tenuta non ce ne sono se il governo dà un segnale di disponibilità».
Può indicare le sue condizioni per il sì?
«Poter discutere, con pari dignità, le modifiche alla nostra missione».
Gino Strada propone, sull’Unità, di finalizzarla ai soli aiuti umanitari. Ha letto?
«Sì, e condivido. Ma oggi è un risultato molto difficile da raggiungere. Sono per trovare le mediazioni possibili, con la massima serenità e lealtà. Purché il senso di responsabilità non sia da una parte sola».
L’Udc, che è pronto a votare la missione, non rischia di rendervi ininfluenti?
«Quella loro posizione è del tutto strumentale. Prefigura una maggioranza diversa che vediamo come fumo negli occhi».
Come mai?
«Vogliamo continuare a essere determinanti. E Prodi rappresenta l’equilibrio più avanzato possibile nella situazione attuale. La persona giusta per cimentarsi in un’opera di mediazione. Un moderato, proveniente però dalla cultura del dossettismo che condivide con la sinistra due punti fondamentali: solidarietà e pace. Non voglio cambiarlo».
Intanto voi della sinistra radicale state facendo a gara per complicargli la vita...



«Rifiuto l’etichetta di sinistra radicale. Come noi la pensano vasti settori del mondo cattolico, dai frati di Assisi all’associazionismo di base».
Converrà che certi annunci sopra le righe non aiutano Prodi.
«Io rispondo per il mio ministro, Alessandro Bianchi. Sul ponte di Messina, ha detto quanto sta scritto nel programma. E dal programma dell’Unione non intendo muovermi di un millimetro. Se poi qualcuno fa annunci sulle stanze dell’eroina, sui Pacs, sulla tassa per i ricchi eccetera, è responsabilità di chi lo dice».
Come la metterete con la manovra lacrime e sangue che prepara Padoa Schioppa?
«Vorrei che discutessimo di politica prima che di numeri. Cosa sarà scritto, nel Dpef? Quali ceti verranno aiutati, quali danneggiati? Riusciremo a far sì che il precariato torni a essere l’eccezione e non la regola? Daremo un segnale sulle pensioni minime?».
Risponda lei.
«Non lo so, perché ancora non abbiamo visto nulla. Penso proprio che vi sarà una riunione politica per decidere come dovrà essere la manovra».
Torniamo all’Afghanistan. Si parla di aumentare le truppe...
«Può immaginare come la penso io, visto che i soldati vorrei ritirarli. Non è possibile rafforzare la presenza militare, magari perché dobbiamo giustificarci con gli Stati Uniti per il ritiro dall’Iraq».
Sospetta uno scambio?
«Non sospetto nulla. Ma agli occhi dell’opinione pubblica un aumento della presenza militare in Afghanistan darebbe questa impressione».
E’ soddisfatto dei chiarimenti di D’Alema con gli americani?
«Non vivo sulla luna. D’Alema doveva in qualche modo legittimarsi agli occhi degli Usa».
Non si scandalizza,quindi?
«No. Però voglio segnali nei fatti, non nel darsi del tu con Condoleezza Rice, che la politica estera è cambiata».
Il ritiro dall’Iraq non è un segnale?
«Sì, anche se a mio parere tardivo. Ora vediamo rispetto all’altro teatro di guerra guerreggiata: l’Afghanistan».
Quanto conta Kabul?

«E’ ormai simbolica circa la natura della nostra maggioranza. L’Italia, anche quella moderata, è pacifista. Si attende la prova, non pasticciata, che abbiamo davvero voltato pagina».

 


 

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