Oliviero Diliberto è stato
confermato segretario del Pdci
all'unanimità dai delegati del
quinto congresso. Alla votazione non
ha partecipato la componente di
minoranza guidata da Katia Bellillo.
I
componenti della minoranza hanno
deciso di non entrare nel Comitato
centrale, per protestare - spiega
uno dei promotori della seconda
mozione congressuale, Luca Robotti,
contro il "mancato rispetto del
pluralismo".
Diliberto, che si è detto "molto
dispiaciuto" per questa decisione di
abbandonare l'assemblea al momento
del voto, ha usato poi parole dure
sulla vita interna del partito. Il
segretario ha parlato di
"degenerazione", lamentando il fatto
che "i nostri organismi passano il
90% del loro tempo a litigare sui
posti". E ha annunciato
provvedimenti contro i dirigenti 'fannulloni',
dei quali la segreteria misurerà la
produttività, e l'espulsione degli
amministratori locali che non
versano al partito la quota di
sottoscrizione prevista.
Ancora un appello a
Rifondazione: "Uniamoci" Di
fronte ai primi no alla proposta di
riunificazione giunti da
Rifondazione comunista, Diliberto ha
rilanciato: "Compagno Vendola ci
serve farci la guerra fra noi,
quando il nemico di classe governa
il Paese?".
I
bertinottiani di Vendola,
maggioritari nel Prc ma non ancora
sicuri di governare il partito (il
congresso nazionale è previsto da
giovedì a domenica prossimi a
Chianciano), vogliono la costituente
della sinistra, ma Diliberto ha
ammonito: al "test fondamentale"
delle elezioni europee "sarebbe una
sciagura andare divisi,
inevitabilmente ci faremmo la guerra
per toglierci i voti".
La nuova sede del Pdci. Regaliamoci
un mattone!
di Antonella De Biasi
da La Rinascita del 21 febbraio
2008
Un mattone per ogni sezione. Questa è
l’idea. Apporre una traccia fisica al
contributo che daranno i militanti e i
simpatizzanti del Pdci “per metter su la
nuova casa”. Che non è come quella cantata
da Sergio Endrigo “senza soffitto, senza
cucina”... ma una bellissima sede, immersa
nel verde e nel cuore di Roma, in via
Tevere.
E la
sottoscrizione popolare lanciata per
l’acquisto si avvia in tempi di campagna
elettorale. «E’ un’operazione piuttosto
impegnativa, dati i costi, ma per la casa
comune dei Comunisti italiani già arrivano
le prime telefonate di militanti e
osservatori, segno che l’interesse e il
coinvolgimento già ci sono – sottolinea
Giacomo De Angelis, responsabile Stampa e
propaganda del partito
–.
Avremmo voluto avere più calma per partire
con la sottoscrizione, pubblicizzare, far
conoscere, coinvolgere, e soprattutto per
dare la massima trasparenza all’operazione».
A proposito di questo, on line si potrà
seguire passo per passo la “campagna
sottoscrizione”: «aggiorneremo il sito del
Pdci con una certa periodicità, con dati e
cifre di chi dà il suo contributo per la
nuova sede, per dimostrare l’attaccamento a
questo nostro nuovo progetto» spiega il
deputato campano. Insomma, non c’è nessuna
aria di smobilitazione in casa dei Comunisti
italiani, anzi, c’è sapore di futuro: «in
questo passaggio politico delicato,
attraverso l’immagine di questa palazzina
così bella, come si vede dalla foto di
Rinascita
pubblicata sullo scorso numero, vogliamo
dire che noi Comunisti italiani ci siamo e
abbiamo tutta l’intenzione di continuare a
esserci».
Nelle sezioni seminate in tutto il
territorio si potrà dare il contributo per
questo nuovo spazio, con poco, ognuno
secondo le proprie possibilità (sono
disponibili anche tagli da dieci euro), e la
traccia di questa partecipazione, come ci
anticipa De Angelis «sarà una cosa visibile,
oltre che forte a livello simbolico: infatti
a via Tevere troveremo un angolo dove
costruire, proprio con questi “mattoni della
sottoscrizione”, una grande falce e martello
per esempio, o comunque qualcosa di molto
significativo che rappresenti il territorio
e la nostra anima. In sostanza, l’idea è
mettere insieme non solo le forze per questo
nuovo progetto, ma anche il concetto,
espresso a livello architettonico, che tutti
quelli che daranno un contributo lasceranno
un segno».
E proprio la coincidenza con la campagna
elettorale, con il simbolo della Sinistra
arcobaleno, dà a questa sottoscrizione una
valenza doppia: «con questo spazio il Pdci
dà anche un segnale di stabilità ai
militanti, a chi ci osserva con interesse.
Il partito ha tutta l’intenzione di andare
avanti perché, all’interno del panorama
politico, resta sinonimo di coerenza, di
responsabilità. Sull’altare dell’unità della
sinistra noi facciamo un grande sacrificio,
ma la falce e martello non è un’idea a cui
rinunciamo, quella simbologia per noi resta
fondamentale, tant’è vero che la nostra
propaganda conserverà il doppio simbolo».
Ecco la nuova
sede! Intervista a
Roberto Soffritti
di Raffaella Angelino
Adesso che l'accordo sulla nuova
sede nazionale dei Comunisti
italiani è cosa fatta si può dire:
in tanti hanno fatto il tifo per
questa soluzione, tutti coloro che
con discrezione hanno aspettato che
la trattativa si chiudesse e andasse
a buon fine. E la trattativa - come
conferma Roberto Soffritti,
Tesoriere del Pdci nonché
protagonista principale della
vicenda - è andata avanti per tanto
tempo, allo stesso modo con assoluta
discrezione, eppure con decisione,
caparbietà, competenza e,
immaginiamo, con tutta la passione
di chi fa politica da una vita. Ora
finalmente c'è una nuova "casa": il
Pdci l'ha trovata in via Tevere, che
se non sembrasse scontato dirlo,
visto che si tratta comunque del
centro di Roma, potremmo
considerarla senz'altro una delle
zone più belle della Capitale,
immersa nella storia e nel verde. A
due passi dalla sede nazionale della
Cgil, in corso d'Italia, e a poche
centinaia di metri da Porta Pia con
il suo monumento al bersagliere.
Insomma, i "vicini di casa" dei
Comunisti italiani sono il più
grande sindacato dei lavoratori in
Italia e il simbolo della laicità
dello stato.
Nella palazzina di mille metri
quadrati di via Tevere, «tutta
nostra dalla terra al cielo», ci
sarà persino spazio sufficiente ad
accogliere i lavori della Direzione
nazionale che finora si è sempre
riunita altrove. Proprio durante la
riunione di martedì 12 febbraio, chi
fa parte della Direzione ha avuto
un'anteprima sulla sede con una
"visita guidata" alla nuova casa dei
Comunisti italiani. A dieci anni
dalla fondazione, il Pdci trova
dunque una sede indipendente. In una
fase in cui la confederazione
finalmente sta prendendo corpo, la
sinistra si prepara alla campagna
elettorale in una sede comune presa
in affitto per l'occasione, il
segnale che i Comunisti italiani
mandano è di «stabilità»: il Pdci
non ha nessuna intenzione di
smobilitare. Battaglia comune sì, ma
nell'autonomia del partito che
mantiene i suoi simboli storici e le
parole d'ordine di sempre. La
trattativa per la nuova sede è stata
lunga ed è andata avanti con
discrezione. Ora che è andata in
porto, puoi raccontarci come si è
svolta? La storia comincia prima
che io assumessi l'incarico di
Tesoriere. Da tempo si stava
cercando una soluzione per la sede,
tenuto conto anche della esiguità
degli spazi presenti in quella
attualmente utilizzata (in piazza
Augusto Imperatore, ndr). Quando ho
assunto l'incarico di Tesoriere ho
dunque ricevuto l'incarico dal
segretario di andare alla ricerca di
una nuova sede. Tramite alcune
conoscenze, sono stato messo in
contatto con una persona che aveva a
disposizione questo immobile: quindi
è cominciata una lunga e faticosa
trattativa che è durata molti mesi.
In tutto questo lavoro sono stato
efficacemente assistito
dall'avvocato Silvio Crapolicchio.
La
fase politica ha complicato la
vicenda? Terminata positivamente la
trattativa, c'erano tutte le
condizioni per dare inizio alla
nostra operazione. Però poi si sono
manifestati altri problemi, primo
fra tutti l'avvicinarsi della crisi
di governo, le possibili ricadute su
un'operazione di queste dimensioni.
Riflessioni che hanno accompagnato
tutto il corso della trattativa,
infatti abbiamo compiuto diverse
visite con i coordinatori della
segreteria, con il presidente del
partito, ovviamente con il
segretario, il presidente della
Garanzia, in modo che più persone
potessero valutare la portata
dell'operazione. I riscontri sono
stati sempre più che positivi. Un
investimento ambizioso: un segnale
forte per il partito...
Il segnale che si è voluto mandare è
di stabilità, di certezza e di
continuità nella nostra funzione
successiva. E' vero che stiamo
facendo la confederazione, che
stiamo portando avanti il percorso
stabilito dal congresso, ma in
questo modo definiamo la nostra
presenza sulla scena politica.
Viviamo in un momento di grandi
trasformazioni, noi dunque vogliamo
esserci come partito e marcare la
nostra identità.
Un'operazione che non è
contraddizione con il percorso
unitario? Noi abbiamo sempre parlato
di confederazione e, di contro, non
abbiamo mai parlato di partito
unico. I partiti della sinistra
stanno dunque costruendo un percorso
che va in quella direzione e ciò
significa una cosa molto precisa:
ognuno mantiene la propria identità.
Prendiamo una sede comune in affitto
per la campagna elettorale, ma solo
temporaneamente per il lancio
dell'unità a sinistra. La
Direzione nazionale visita in
"anteprima" la nuova sede (che sarà
pronta fra pochi mesi): come
prenderà la notizia il partito a
livello locale? A livello nazionale è stato
fatto un grande sforzo oggi reso
possibile anche dal bilancio
perfetto che mi è stato consegnato
da chi mi ha preceduto in questo
incarico. A questo proposito, non so
quanti si sono accorti che anche Il
Sole 24 Ore ci ha citati per la
correttezza dei nostri bilanci.
Credo che la scelta della sede possa
essere uno stimolo per i compagni. E
allo scopo di coinvolgere tutti
abbiamo lanciato una sottoscrizione
popolare che presto prenderà corpo,
ma nel frattempo partirà con un
intervento significativo dei
parlamentari di mille euro.
Immediatamente dopo faremo riunioni
con tutti i comitati regionali
perché vogliamo che il
coinvolgimento delle strutture
periferiche del partito sia il più
alto possibile. Tutti devono
sentirsi orgogliosi e partecipi di
quello che stiamo facendo perché
quello che diamo oggi è il segnale
di un partito che vuole esserci, che
si vuole radicare profondamente. E
la sede di piazza Augusto
Imperatore? Lì si trasferirà il
giornale. A dieci anni di distanza,
dopo un significativo aumento del
numero dei voti, ci stiamo radicando
anche attraverso quelle strutture
che servono a far comprendere
all'insieme del partito che ci siamo
e vogliamo restare.
Salta
il turno
Era
il momento di redistribuire, ma
ancora i padroni non lo permettono
(25.1.08) -
Dopo
che il Senato ha negato la fiducia
al governo Prodi, grazie ai voti
decisivi di Mastella e Dini e al
logoramento attuato negli ultimi
mesi da Veltroni, le sorti del Paese
passano ora nelle mani del
Presidente della Repubblica
Nonostante Napolitano e i vertici
del Partito democratico abbiano più
volte tentato di dissuadere Prodi
dal presentarsi al Senato per il
voto di fiducia, il Professore ha
dato una lezione di coraggio e
dignità al mondo politico italiano e
svelato, forse una volta per tutte,
l'inganno e l'ipocrisia di chi ha
sempre svolto la funzione di
burattini compiacenti dei grandi e
neppure più tanto occulti poteri
forti che impediscono, sempre e con
matematica precisione, la
realizzazione di politiche sociali e
redistributive nel paese.
Dopo quasi due anni di questo
governo che si è occupato di
risanare i conti disastrati di
un'Italia lasciata dal governo di
centrodestra e dalla dissennata e
scellerata gestione dei “Berlusconi
men” sul baratro, ora verrà
probabilmente vanificato tutto.
Il risanamento dei conti dello
stato, duro e difficile, non ha
risparmiato a Prodi e al suo governo
critiche aspre e dure da parte della
sinistra, che per propria natura e
vocazione ha sempre cercato di
spronare l'esecutivo verso politiche
sociali che finalmente invertissero
la tendenza del «favorire sempre i
padroni a scapito dei lavoratori».
Era arrivato il momento di
redistribuire: ai lavoratori, ai
pensionati, ai precari. A tutte le
fasce più deboli. Ma dovranno
saltare il turno, aspettare il
prossimo giro, con tanti
ringraziamenti a Mastella, Dini,
Veltroni, e ai loro mandanti.
C I L E
Isabel
Allende:
“Assassino e ladro.
Certo
la storia non lo assolverà”
11 dicembre
2006
tratto da La
Stampa dell'11 dicembre 2006
Pinochet è stato un dittatore che ha tradito
il suo giuramento costituzionale, ha ucciso
migliaia di persone, ha violato i diritti
umani in ogni forma possibile, e ha anche
rubato, perché nei suoi conti bancari
americani sono stati trovati 28 milioni di
dollari di dubbia provenienza. Di fronte a
tutto questo, ha evitato di assumersi le
proprie responsabilità davanti alla
giustizia».
Il giudizio
di Isabel María Allende, figlia di Salvador
e deputata socialista, è senza appello.
Quale sarà
l'eredità storica di Pinochet?
«Un traditore
che ha represso il suo popolo. Il giudizio
deve continuare anche dopo la morte, e la
storia non lo assolverà».
Come bisogna
fare i funerali?
«Nessun onore
di stato».
Quale sarà
l'impatto della sua scomparsa sulla politica
cilena?
«Nullo,
perché ormai non era più una figura
rilevante».
Alcuni
analisti sostengono che il governo di centro
sinistra potrebbe indebolirsi, perché verrà
a mancare l'elemento di coesione. Lei non
teme che la Democrazia Cristiana possa
sfilarsi dalla Concertacion?
«No, la Dc
non andrà via. La nostra alleanza non si
regge solo sulla comune opposizione a
Pinochet, ma anche sull'agenda sociale per
il paese, la giustizia, il rispetto dei
diritti umani».
La scomparsa
del generale aiuterà la destra a
rilanciarsi?
«La morte di
Pinochet fa comodo all'Alianza, perché la
libera da un peso. In Cile la destra ha un
problema di legittimità, perché la grande
maggioranza non ha dimenticato il golpe.
Senza Pinochet, l'Alianza sarà più libera di
muoversi».
Cosa ricorda
del golpe?
«Un grande
dolore, di cui ormai faccio fatica a
parlare. Per la morte di mio padre, ma anche
per la perdita di centinaia di vite con la
repressione».
E' vero che
suo padre si suicidò, usando il mitra che
gli aveva regalato Fidel Castro?
«Credo di sì.
Voleva evitare l'umiliazione di essere
destituito dai militari. Perciò prese la
situazione nelle sue mani».
Quale sarà
l'eredità storica di Salvador Allende?
«Mi sembra
che sia in corso una rivalutazione costante.
Tutti ora lo giudicano un leader di forti
principi, che si è sacrificato per la
democrazia».
Qual è il
ricordo personale più caro di suo padre?
«Come
politico era un uomo molto sensibile, capace
di interpretare i problemi della gente. Come
padre era eccezionale, per il calore e il
buonumore, nonostante tutti i problemi. E'
un vuoto che non ho mai colmato».
Morte di un dittatore: per le sue
vittime il nostro cordoglio, la nostra
rabbia, le nostre lacrime
di Alessandra Valentini
Roma 11 dicembre 2006
Per ricordare le colpe ed i crimini di
Pinochet non possono bastare poche righe, ma
la sua morte serve a ricordare le migliaia
di giovani, studenti, operai, giornalisti,
insegnanti che dall’11 settembre 1973 non
avrebbero più fatto ritorno a casa,
colpevoli soltanto di preferire la
democrazia alla dittatura. Al loro il nostro
pensiero, per loro il nostro cordoglio, le
lacrime e la rabbia per una giustizia che è
stata tardiva ed incompleta.
È l’11
settembre 1973, in Cile inizia il regno del
terrore firmato Pinochet. Il Parlamento
viene sciolto, soppressi i partiti, sospese
le libertà; con l’operazione Condor circa
1200 oppositori scompaiono nei primi
momenti; oltre 3200 persone vengono uccise,
molte di più quelle che sopravvissero alle
torture. Lo stadio di Santiago divenne un
enorme campo di concentramento e di morte: i
militari sotto il comando di Pinochet
rinchiusero nello stadio oltre 7000 persone.
In totale, se mai è possibile fare una stima
precisa, furono oltre 28 mila gli oppositori
che il regime sottopose a torture inaudite.
Degli arrestati è difficile portare il
conto. In tantissimi furono costretti a
lasciare il Paese. La Casa Bianca, ora, alla
notizia della morte ha commentato che “la sua
dittatura ha costituito uno dei periodi piu'
difficili per la storia del Cile''. Ma vale
la pena ricordare il ruolo che giocò
Washington nella ascesa al potere del
dittatore. Infatti, la vittoria del
socialista Salvador Allende in Cile nel 1970
non era stata vista di buon
occhio dagli Stati Uniti, che guardarono
compiacenti l’ascesa di un nuovo dittatore.
Pinochet, infatti, riuscì a imporsi nel
1974 come presidente, carica alla quale fu
riconfermato nel 1981 per un secondo mandato
grazia all’appoggio di molti uomini
d'affari, che ne sostenevano il programma
economico neoliberista. Nel 1998 un
referendum popolare lo rimosse da
presidente, ma rimase al potere fino al
marzo 1990, quando lasciò il palazzo
presidenziale della Moneda, restando però al
comando dell' esercito fino al 1998 e
mantenendo la carica di senatore a vita. Nel
1998
viene arrestato a Londra su mandato di
cattura del giudice spagnolo Baltazar Garzon
per i crimini commessi durante la dittatura.
Rilasciato nel 2000 per motivi di salute
rientra in Cile. Nel 2002 Pinochet rinuncia
alla carica di senatore a vita e nel 2004 la
Corte di Santiago gli revoca anche
l'immunità di cui gode in quanto ex
presidente. Nel 2004 comincia il suo
processo per il Piano Condor, il progetto
della giunta militare di eliminazione degli
oppositori politici.
Lo scorso novembre un’altra inchiesta si era
aperta a suo carico per gli orrori commessi
dalla Carovana della Morte, uno squadrone
della morte che girava il Paese facendo
sparire gli oppositori.
A trentatre anni di distanza dal sanguinario
colpo di Stato è morto ieri l’ultimo
esponente di una generazione di dittatori
che avevano insanguinato con le loro gesta
l'America latina negli anni '60 e '70.
Sgobio:
Cile. La morte di Pinochet non
cancelli il ricordo di ciò che ha
commesso
Ufficio Stampa
Roma 11 dicembre 2006
La sua morte non può e non deve
cancellare il ricordo di ciò che è
stato e di ciò che ha commesso
durante la sua vita: un ricordo
terrificante. Il suo colpo di Stato
in Cile ha soffocato per anni quel
Paese, mietendo migliaia e migliaia
di vittime e compiendo torture
inimmaginabili. La morte
non può e non deve cancellare, come
un colpo di spugna, il suo operato,
che resterà una macchia indelebile
nelle menti e nelle coscienze di
milioni e milioni di persone nel
mondo, e ne può far dimenticare le
connivenze e le complicità che lo
hanno ispirato, finanziato e coperto
nel perpetrare quel terribile golpe.
URSS
e
rivoluzione di ottobre
ottantanove volte Ottobre
7
novembre 2006
“Ogni
soldato, ogni operaio, ogni vero socialista, ogni
onesto democratico si rende conto che nelle presenti
condizioni vi sono solo due alternative. O il potere
rimane nelle mani della ciurma borghese e
possidente, e questo significherà repressioni di
ogni genere per gli operai, i soldati e i contadini,
la continuazione della guerra, e l’inevitabile fame
e la morte… o il potere passa nelle mani dei
rivoluzionari operai, soldati e contadini; e questo
significa la completa abolizione della tirannia dei
possidenti, l’immediato crollo dei capitalisti, le
immediate proposte di una giusta pace. Significa
anche la terra assicurata ai contadini, il controllo
sull’industria assicurato agli operai, il pane
assicurato alla fame, e la fine della guerra
insensata…”. Così si esprimeva il bolscevico Zinovev
sul quotidiano Dien mercoledì 7 novembre
1917, poche ore prima della presa del Palazzo
d’Inverno a Pietrogrado.
“Giovedì 8
novembre. Il giorno sorse – ricorda John Reed in
quella meravigliosa epopea dell’Ottobre che sono
I dieci giorni che fecero tremare il mondo – su
una città in preda a un’eccitazione e a una
confusione selvagge, un’intera nazione si levava in
una muggente ondata di bufera”. Da una parte il II
Congresso Panrusso dei Soviet, il Comitato Militare
Rivoluzionario e i primi decreti del governo
sovietico, dall’altra il Comitato per la Salvezza,
la Duma di Pietrogrado, i fautori del deposto
governo provvisorio di Kerenskij, che accusavano i
bolscevichi di aver tradito la Rivoluzione di
Febbraio, di essere agenti tedeschi o austriaci, di
aver attentato alle nascenti istituzioni
democratiche. Proprio loro, menscevichi e socialisti
rivoluzionari, che si rifiutavano di porre fine ad
una guerra inutile e disastrosa per la Russia a
fianco dell’Intesa, che non distribuivano la terra
ai contadini, tollerando il persistere della grande
proprietà terriera, che reprimevano scioperi e
manifestazioni operaie a fianco dei capitalisti.
“Tuttavia – commenta ancora Reed, ragionando del
periodo tra il marzo e l’ottobre 1917 – fra le masse
degli operai e dei contadini v’era l’ostinata
impressione che «il primo atto» non fosse ancora
finito. Al fronte, i Comitati militari erano sempre
più osteggiati dagli ufficiali che non potevano
abituarsi a trattare i loro comuni come esseri
umani; nell’interno, i membri dei Comitati della
Terra eletti dai contadini venivano arrestati quando
tentavano di ottenere dal governo un regolamento
concernente le terre; e gli operai nelle officine
dovevano combattere le liste nere e le esclusioni
(…). Intanto, i soldati cominciarono a risolvere la
questione della pace semplicemente disertando, i
contadini diedero fuoco ai castelli e si
impadronirono delle grandi proprietà, gli operai
ricorsero allo sciopero e al sabotaggio”.
La Rivoluzione
d’Ottobre era di fatto iniziata prima del fatidico 7
novembre 1917, anche se essa viene di solito
associata alla presa del Palazzo d’Inverno, una
nuova Bastiglia, elemento che ne costituisce una
sorta di atto simbolico, una stanca e claudicante
metafora ripresa recentemente anche nel dibattito
interno al nostro partito sulla questione del
potere. Sarebbe forse più utile e, soprattutto, più
corretto sul piano analitico ricordare l’immagine
straordinaria della “muggente ondata di bufera” che
ha travolto tutto, ribaltando a furor di popolo le
vecchie e statiche maggioranze nel Comitato
Esecutivo Centrale dei Soviet dei Deputati degli
Operai e dei Soldati e nel Soviet dei Contadini, nei
sindacati (a partire dal Comitato Centrale Russo del
Sindacato Ferrovieri) come nell’esercito, e
rovesciando le vecchie istituzioni come le più
recenti. Più volte la rivoluzione è stata sul punto
di essere sconfitta, dentro e fuori Pietrogrado, più
volte è risorta su quelle che parevano essere le
proprie ceneri. A sollevarsi non è stata solamente
la capitale, che aveva già vissuto il 1905 e il
febbraio 1917, ma la Russia profonda, operaia come
contadina, i milioni di soldati al fronte mandati al
massacro per difendere una causa che non avrebbe mai
potuto essere la loro. Un’ondata che ha raggiunto il
Turkestan come il Caucaso, che ha consentito ai
bolscevichi di affrontare e vincere le forze
controrivoluzionarie (quelle sì al soldo degli
stranieri occidentali), di sconfiggere le diverse
aggressioni esterne, dagli ex alleati dell’Intesa
alla Polonia, di superare momenti drammaticamente
difficili, a partire dalla “sconcia” e mortificante
pace di Brest-Litovsk imposta dalla Germania, una
pace non giusta, la pace dell’arroganza e
dell’imperialismo. Pace immediata e giusta,
controllo operaio della produzione, terra a chi la
lavora, tutto il potere ai Soviet,
autodeterminazione dei popoli oppressi non solamente
in teoria ma anche come prospettiva concreta da
costruire, non il “vorrei ma non posso” ma l’inizio
di un percorso che, dopo la breve esperienza della
Comune di Parigi del 1871, avrebbe dovuto condurre
ad una nuova civiltà, al socialismo, al comunismo.
Protagonisti
dell’Ottobre sono stati gli operai delle grandi
fabbriche, la parte più cosciente della società
russa, i soldati, la grande massa dei contadini
poveri, gli stessi che Majakovskij, uno dei grandi
poeti della rivoluzione, avrebbe messo in scena
nell’opera teatrale Il mistero buffo come
“gli impuri”, nel momento in cui essi hanno deciso
di rompere le catene della servitù e dello
sfruttamento. Possiamo ricordare l’Ottobre e il suo
significato per la storia non solamente del
movimento operaio ma dell’umanità intera attraverso
un’immagine, una straordinaria immagine, insieme
pungente e amaramente ironica, quella del servo
Jernej di Betaina, così come ci è stata narrata dal
romanziere e rivoluzionario sloveno Ivan Ćankar nel
1907. L’anziano Jernej, alla morte del vecchio
padrone, viene cacciato di casa dal giovane erede
perché ormai inabile al lavoro e vaga per cercare
ragione del torto subito presso le autorità preposte
(dal Sindaco al Tribunale, fino all’Imperatore
d’Austria), convinto che la giustizia umana fosse
una sorta di emanazione diretta, seppure imperfetta,
della giustizia divina. L’intero suo percorso sarà,
al contrario, una faticosa e amara presa di
coscienza della realtà, dell’indifferenza del
sistema e delle autorità verso i deboli, che si
traduce facilmente in sostegno ai forti, ai
detentori del potere economico. Isolato e deluso,
Jernej compie allora un gesto lucidamente folle,
individuale e nello stesso tempo universale,
bruciando la fattoria dalla quale era stato
cacciato, trovando poi la morte per mano di altri
contadini nel rogo che lui stesso aveva appiccato.
Un paradigma di rivoluzionario senza rivoluzione,
quello di Jernej, che chiedeva semplicemente di
poter godere dei frutti del proprio lavoro, di poter
possedere quella terra che lui stesso per quarant’anni
aveva lavorato, di poter mangiare quel pane che
aveva prodotto con il suo sudore. In una parola,
chiedeva di riscattare la propria condizione, di
ottenere la propria libertà.
Tanti Jernej,
costretti al lavoro servile nelle campagne,
sfruttati in condizioni inumane nelle fabbriche o
mandati a morire al fronte nelle tante guerre volute
dalle diverse potenze imperialiste, sono insorti a
Parigi nel 1871 e nella Russia del 1905, come nel
Messico di Villa e Zapata, da Cuernavaca a Torreòn,
impadronendosi delle haciendas e della propria
dignità. Altri Jernej, questa volta organizzati
all’interno di un soggetto politico cosciente e
rivoluzionario, hanno garantito il successo della
rivoluzione bolscevica, pur pagando un prezzo
enorme. Con la vittoria del primo assalto al cielo e
il tentativo di costruire un sistema economico e
sociale completamente nuovo e affrancato da ogni
ipotesi di sfruttamento, essi hanno riscattato la
propria condizione, dato un senso del tutto diverso
alla propria esistenza come soggetto collettivo,
prima ancora che come singoli individui. Quanti sono
stati gli Jernej, ancora, che, anche grazie alla
presenza dell’Unione Sovietica, hanno dato vita alle
rivoluzioni socialiste del secondo dopoguerra, dalla
Cina al Vietnam, e ai movimenti di liberazione
nazionale in Africa e Asia?
Non è forse
solamente grazie a questi avvenimenti che milioni di
individui hanno fatto il loro ingresso nella storia,
con la volontà ferma di cancellare con ogni mezzo
secoli di soprusi e sfruttamento, sul piano
nazionale come di classe, da parte delle grandi
potenze come del grande capitale economico e
finanziario? Quanti miliardi di Jernej ci sono
ancora nel mondo? E’ questa la caratteristica
essenziale del Novecento, di questo secolo sì breve,
ma grande e drammatico. Se provassimo a considerare
la storia dell’umanità senza di esso, con al centro
proprio l’Ottobre, rischieremmo di trovare un mondo
più arretrato, dominato dalle grandi potenze
coloniali, intente a spartirsi risorse e mercati,
con la classe lavoratrice, nell’accezione più
variamente intesa, costretta a vivere come variabile
dipendente del capitale e delle compatibilità del
sistema, soggiogata, abbruttita, avvelenata. Sono
queste le ombre che si allungano pericolosamente
oggi su tutti noi, in un nuovo secolo, inaugurato
con la disgregazione dell’URSS e segnato in
profondità tanto dal manifestarsi del più mostruoso
e perverso piano di egemonia mondiale mai concepito
nella storia dell’umanità dall’unica superpotenza
rimasta, quanto dal dominio del sistema
capitalistico, con un carattere strutturalmente
neoliberale e una tendenza accelerata alla
concentrazione e finanziarizzazione. Le conseguenze
di tutto questo sono purtroppo sotto gli occhi di
tutti, nei paesi a capitalismo avanzato come nel sud
del mondo. L’Ottobre ha rallentato il processo di
espansione globale del capitalismo, la vittoria
della controrivoluzione nel 1991 lo ha di nuovo
imposto, ma non come “fine della storia”, al di là
delle speranze delle classi dominanti, date anche le
crescenti resistenze e contraddizioni che sembrano
emergere con sempre maggiore nettezza. Per questo
l’Ottobre costituisce un ricordo imbarazzante e,
soprattutto, pericoloso, un passaggio da rimuovere
nel più breve tempo possibile. Per le classi
dominanti, certamente, ma anche per i tanti ex
comunisti in circolazione, oggi rispettabili e
responsabili riformisti, ben felici di liberarsi del
peccato originale e recuperare una collocazione non
molto diversa da quella delle socialdemocrazie
europee di allora, pronte a schierarsi da una parte
contro la rivoluzione bolscevica e ogni tentativo
insurrezionale a sostegno della Russia dei Soviet e,
dall’altra, a favore delle rispettive borghesie
nazionali e della guerra. Una lezione, questa, che
si ripropone oggi con sconcertante e disarmante
attualità, pur se calata in condizioni generali
profondamente mutate. Ogni occasione è buona,
insomma, per rimuovere la storia settantennale
dell’URSS, che dell’Ottobre è emanazione diretta, o
imbastire virulente campagne anticomuniste, di
chiaro stampo maccartista. Alla serietà e al rigore
analitico si preferiscono la propaganda e il
servilismo, come accaduto, ultimo episodio di una
serie assai più lunga, in occasione della ricorrenza
degli avvenimenti ungheresi del 1956. Due anni
addietro, in occasione del 60° anniversario dello
sbarco in Normandia, la Russia è stata di fatto
esclusa dalle celebrazioni ufficiali, come se 25
milioni di sovietici non fossero morti per
sconfiggere il nazifascismo e l’Unione Sovietica non
avesse pagato un enorme tributo per liberare
l’intera Europa.
A questo
tentativo di rimozione, assai più che di
denigrazione, noi non possiamo rispondere con la
semplice rievocazione, con il ricordo dei bei tempi
andati, dei fasti che furono e che oggi,
sfortunatamente, non sono più. Questo per una
ragione molto semplice: perché se così fosse avremmo
già perso, saremmo destinati a ritagliarci un ruolo
residuale quando invece dovremmo tentare di
riprendere il cammino, di tornare protagonisti.
Dobbiamo avere la forza e il coraggio di capire cosa
non ha funzionato nel primo tentativo di costruzione
del socialismo, di transizione al socialismo, perché
l’esperienza sovietica è finita come sappiamo. Senza
alcun atteggiamento nostalgico e senza alcun furore
iconoclasta o liquidatorio, dobbiamo avere la forza
di investigare i limiti oggettivi (contesto
internazionale e sviluppo delle forze produttive),
come quelli soggettivi e culturali che hanno
consentito alle forze controrivoluzionarie di
imporsi nel 1991.
“Il marxismo non è un
dogma - ha scritto nel maggio 1983 Jurij Andropov,
allora alla guida dell’URSS, ultimo grande
protagonista di un tentativo di cambiamento e
modernizzazione dell’intero sistema a partire però
dalla transizione al socialismo - bensì una viva
guida per l’azione, per il lavoro autonomo atto a
risolvere i complessi problemi che ogni nuova svolta
storica ci impone… Solo un siffatto atteggiamento
verso il nostro inestimabile retaggio ideale,
atteggiamento di cui Lenin diede un esempio, solo
questo continuo autorinnovarsi della teoria
rivoluzionaria sotto l’azione della prassi
rivoluzionaria rendono il marxismo una scelta
autentica e l’arte della creatività rivoluzionaria”.
Queste parole
acquistano, paradossalmente, una maggiore importanza
proprio oggi, in quest’epoca difficile e
contraddittoria, dove ci sentiamo, soprattutto nei
paesi a capitalismo avanzato, orfani dello “spirito”
dell’Ottobre, anche al di là di quelli che sono
emersi come elementi peculiari di questa esperienza,
sui quali occorre proseguire la riflessione.
a) La Rivoluzione
si è affermata, contrariamente alle previsioni di
Marx, nel paese più arretrato d’Europa, nella Russia
contadina e largamente feudale, dove lo sviluppo del
sistema capitalistico e dei fattori produttivi era
straordinariamente debole. I bolscevichi si sono
trovati, di conseguenza, a dover affrontare una
serie di problemi – dall’accumulazione originaria di
capitale allo sviluppo tecnologico, dalla formazione
della forza lavoro al rapporto tra produzione e
consumo – che nei paesi più sviluppati lo stesso
capitalismo aveva già risolto. E lo hanno dovuto
fare in condizioni straordinariamente difficili,
attaccati dalle forze controrivoluzionarie e
accerchiati da potenze ostili, con non poche
divisioni interne, conseguenza di un dibattito
serrato e aspro, e con la tensione di dover
costruire da soli, senza precedenti di rilievo e per
di più in tempi rapidi, un sistema alternativo al
capitalismo. Uno sforzo immane, che qualsiasi
approccio logico avrebbe definito improponibile o
non realizzabile. Forse è per questo che il
consolidamento della rivoluzione, per noi scontato,
costituisce in realtà un segno straordinario di
vitalità anche dopo decenni, un segno evidente che
non esistono difficoltà insormontabili; forse è per
questo che l’intero dibattito sui tempi e le
modalità della costruzione del socialismo che ha
attraversato con diversa intensità non solo gli anni
’20 – dal comunismo di guerra alla NEP leniniana,
dalla crisi all’elaborazione del Primo Piano
Quinquennale e alla brusca virata a sinistra
staliniana di fine decennio -, ma l’intera
esperienza sovietica fino agli anni ‘80 – sul
rapporto tra piano e mercato, ad esempio, come sulla
trasformazione dell’intera struttura economica
sovietica verso una produzione intensiva e di
qualità e non solamente estensiva e di quantità –,
costituisce un elemento di straordinaria ricchezza e
importanza, troppo presto rimosso anche da noi;
b) L’intero
gruppo dirigente bolscevico, a partire da Lenin, era
fermamente e sinceramente convinto che la “muggente
ondata di bufera” – per usare la metafora iniziale –
potesse travolgere anche l’Occidente avanzato, con
particolare riferimento alla Germania, in guerra con
la Russia. La realtà si è rivelata, purtroppo, assai
diversa: nonostante il grande impulso dato dalla
rivoluzione all’espansione del movimento comunista
su scala planetaria, i diversi tentativi
insurrezionali sono stati tutti repressi nel sangue,
dall’Ungheria dei Consigli di Bela Kun alla
Slovacchia, dai soviet di Baviera alla Serbia,
dall’Iran alla Germania. I comunisti si sono trovati
così fuorilegge e perseguitati, la Russia dei soviet
isolata e aggredita, seguita sul sentiero
rivoluzionario dalla sola Mongolia. Troppo poco,
davvero troppo poco. In un breve ma
straordinariamente intenso contributo apparso su
“Nuova Antologia” nel 1978, Leo Valiani ricostruisce
quanto accaduto in Europa Centrale nel terribile
anno 1919, fornendo anche cifre credibili sui costi
in termini di vite umane. “Al terrore rosso
s’imputarono un poco meno di 500 omicidi (compresi i
controrivoluzionari uccisi in combattimento) nei 133
giorni di vita della dittatura del proletariato. Il
terrore bianco di Horthy fece almeno 5.000 vittime,
in un anno e mezzo circa”. Numeri indigesti, che
l’attuale tecnocrazia anticomunista di Bruxelles
preferisce rimuovere, perché incompatibili con il
proprio viscerale istinto maccartista. Meglio
ricordare l’Ungheria del 1956 che quella del 1919,
meglio sproloquiare dei disegni tirannici dell’URSS
che dei veri responsabili della militarizzazione
dell’Europa, dei protagonisti assoluti della Guerra
Fredda e delle tante guerre di oggi, vale a dire gli
Stati Uniti. Per quanto riguarda noi, invece, al di
là di ogni discussione teorica o politica relativa
al “socialismo in un solo paese”, sarebbe davvero
difficile non considerare, dal punto di vista
generale, il peso che hanno avuto gli elementi di
contesto internazionali e generali (isolamento prima
e Guerra Fredda e politica aggressiva USA dopo il
secondo conflitto mondiale) nel determinare alcune
delle scelte fondamentali che hanno finito per
condizionare, e non poco, l’intera esperienza
sovietica;
c) La prima,
drammatica prova che si sono trovati ad affrontare i
bolscevichi è stata senza dubbio la pace immediata
con la Germania, che nelle intenzioni del governo
dei Soviet avrebbe dovuto essere “senza annessioni e
senza indennità”, una pace giusta e, se considerata
da una determinata prospettiva, “rivoluzionaria”.
Evoluzione, questa, direttamente legata alla fiducia
sul dilagare della rivoluzione in Europa, tanto che
Trotskij, commissario del popolo agli esteri e capo
della delegazione sovietica a Brest, era convinto di
iniziare la trattativa con la diplomazia di
Guglielmo II e di terminarla con Liebcknecht alla
guida di un governo proletario in quel di Berlino.
Al contrario, i bolscevichi si sono trovati ad
affrontare, divisi, una situazione terribile, si
sono trovati di fronte ad una scelta tanto dolorosa
quanto inevitabile: trasformare la guerra in guerra
rivoluzionaria, con l’esercito però in fase di
smobilitazione e i tedeschi pronti all’offensiva
finale una volta scaduto l’ultimatum, o accettare
una pace mortificante e ben diversa da quella
inizialmente ipotizzata. Nel primo caso, il grosso
dell’esercito e dei contadini non avrebbe compreso
il passaggio e, con ogni probabilità, si sarebbe
sollevato contro lo stesso governo dei soviet,
determinando la fine della rivoluzione. Lenin, al
contrario di Trotskij, non era disposto a
sacrificare il neonato potere sovietico in Russia
nel disperato tentativo di suscitare un’ondata
rivoluzionaria in Germania. Rinunciare, insomma, ad
una prospettiva appena conquistata in un paese per
una prospettiva straordinariamente fragile e incerta
su un piano più generale. Questa discussione, aspra
e senza esclusione di colpi, ha attraversato
l’intero partito bolscevico nel biennio 1918-1919 e
solo la grande lucidità di Lenin, dapprima in
minoranza, ha evitato la catastrofe, firmando la
pace “sconcia”, separata e annessionistica, ma
garantendo così la sopravvivenza del governo dei
Commissari del Popolo anche in assenza della
deflagrazione mondiale – o almeno europea - della
rivoluzione. A dimostrazione che la fraseologia
rivoluzionaria, soprattutto se slegata dal contesto,
può costituire un rifugio provvidenziale anche se
non sicuro, potendo nel contempo essere letale alla
causa della rivoluzione;
d) Difficile
ragionare dell’Ottobre senza considerare il ruolo
che in esso svolse la parte più avanzata degli
intellettuali e degli artisti, quelle “avanguardie”
che in Italia finirono invece per schierarsi a
fianco di Mussolini. Al di là di quello che sarebbe
accaduto in seguito, dal dibattito sul ruolo
dell’arte nella costruzione del socialismo alle
difficoltà e disillusioni che incontrarono diversi
esponenti degli autodefiniti “comunisti di sinistra”
– da Majakovskij a Mejerchold, tanto per fare due
nomi -, fino alla scelta – discutibile ma non
incomprensibile - del realismo a partire dal 1928,
gli anni compresi tra il 1915 e il 1917, con il
progressivo affermarsi del futurismo in poesia, del
costruttivismo in architettura e del cubofuturismo
in arte, fino al suprematismo estremo di Malevic,
finiscono per segnare davvero un’epoca intera. La
parola d’ordine era rinnegare il passato, ribaltare
i canoni, capovolgere le dimensioni, creare una
nuova lingua. Pur se a partire da un approccio non
necessariamente marxista, e con un furore
iconoclasta con pochi precedenti nella storia
(straordinarie, da questo punto di vista, le
dichiarazioni teoriche quanto le sperimentazioni
pratiche), gli avanguardisti hanno sostenuto con
decisione la rivoluzione, si sono immedesimati in
profondità con essa, hanno percepito in essa tutto
il peso della cesura con la storia precedente. Una
nuova arte per la nuova classe emergente e
vittoriosa. Così si esprime Majakovskij nel 1915:
“Il futurismo, come una morsa d’acciaio, ha
afferrato la Russia. Incapaci di scorgere il
futurismo davanti a voi, impotenti a guardare in voi
stessi, ne avete proclamato la morte. Sì, il
futurismo è morto come gruppo particolare, ma su
tutti voi si riversa come un’inondazione. Se il
futurismo è morto come idea di pochi eletti, non ci
è più necessario. Riteniamo conclusa la prima parte
del nostro programma di distruzione”. Ancora più
chiaro sarebbe stato nel 1918, quando, pubblicando
per la prima volta in versione integrale l’opera
teatrale La nuvola in calzoni del 1915,
avrebbe ribadito, riferendosi ai valori borghesi:
“Abbasso il vostro amore. Abbasso la
vostra arte. Abbasso il vostro regime.
Abbasso la vostra religione”. Emblematico
di una tensione non sopita è il Decreto n. 1 sulla
democratizzazione delle arti, secondo il quale
l’arte avrebbe dovuto uscire dal morto tempio del
passato e del presente per collocarsi al servizio
del popolo, inondando le città e le piazze e
procedendo insieme alla grandiosa campagna per l’alfabetizzazione
delle sterminate masse popolari russe, elemento che
avrebbe segnato l’uscita da una condizione di
inferiorità e frustrazione. Una tensione che si
riscontra anche nel poderoso e mai stantìo dibattito
relativo all’emancipazione della donna e alla
radicale riforma del diritto di famiglia, dibattito
che ha davvero poco da invidiare a quello attuale.
Avviandomi verso
la conclusione, compagne e compagni, rimane ancora
oggi drammaticamente aperto un lacerante
interrogativo che Sklovskij, padre dei formalisti
russi, rivoluzionario senza partito, richiama in una
straordinaria intervista datata 1968 e recentemente
ripubblicata: il destino delle rivoluzioni è quello
di tramutare la propria difesa in puro
conservatorismo, anche se gli elementi di contesto
risultano essere drammaticamente ostili e complessi?
Cercare una risposta a questa domanda significa
scavare nel profondo della nostra storia, dei suoi
protagonisti, nel tentativo di individuare non la
soluzione, ma delle risposte che possano avvicinarsi
alla verità, alla realtà.
In Unione
Sovietica, nonostante i grandi successi conseguiti
in condizioni di grandi difficoltà, abbiamo perso la
battaglia, la sfida tanto sul piano dello sviluppo
economico, come sul piano più genericamente
culturale, dei valori di riferimento. Perso la
battaglia, non la guerra. Se l’economia sovietica
non si è rivelata in grado di modificarsi sulla base
delle esigenze di una società sempre più complessa,
legando lo sviluppo quantitativo con quello
qualitativo, non cogliendo fino in fondo le
potenzialità dell’automazione e della robotica e
subendo la rivoluzione informatica occidentale, il
sistema dei valori è stato travolto dalla
stagnazione, non è stato in grado di rigenerarsi, di
rinnovarsi, perdendo ogni tensione rivoluzionaria.
Per questo tanti giovani, pur avendo un sistema di
garanzie sociali che oggi forse rimpiangono,
sentivano il bisogno di guardare verso Occidente per
trovare stimoli e novità. Quali le ragioni alla base
di tutto questo?
Ne Il Bagno,
ultima, grande opera teatrale di Majakovskij prima
del drammatico suicidio, non a caso segnata da
laceranti insuccessi, il mediocre, altezzoso e
narcisista Pobedonosikov, uomo d’apparato, afferma,
ragionando dell’inventore Ciudakov: “I sognatori non
ci servono! Il socialismo è calcolo!”. Anche da qui
potremmo partire per investigare sulle ragioni della
sconfitta. Al contrario, per la costruzione di un
mondo nuovo, per la costruzione del socialismo
servono anche i sognatori, a maggior ragione oggi,
perché la rivoluzione e i suoi valori o si affermano
nella loro complessività e interezza, dallo sviluppo
dei fattori produttivi alle coscienze individuali e
collettive, o, come abbiamo già avuto modo di vedere
e vivere, non si affermano, sono destinati al
fallimento.
Tracciando un
bilancio della propria esperienza politica e
letteraria nella sopra citata intervista, Sklovskij
così risponde a chi gli domanda quanto l’esperienza
sovietica si sia allontanata dalle teorie di Marx e
di Lenin sul socialismo: “Aspettiamo che, prima, voi
stabiliate la lontananza della realtà del
capitalismo attuale dall’ideale scientifico che
avevano elaborato Adam Smith e David Ricardo”.
Risposta che attendiamo anche noi dai cantori delle
magnifiche sorti e progressive di un sistema che
continua a sopravvivere solamente grazie alle guerre
e al più bieco sfruttamento ai danni della grande
maggioranza del genere umano. La schiavitù di molti
per il profitto di pochi.
Commentando
duramente, nel gennaio 1921, la situazione in Russia
così come ricostruita da una delegazione di
socialisti che si era recata in quel paese, alla
vigilia della scissione di Livorno che avrebbe dato
vita al Partito Comunista d’Italia, Filippo Turati
non ha potuto però fare a meno di sottolineare che
“la Rivoluzione russa osservata ed intesa come
avvenimento storico, ha un contenuto ideale che
lascerà indubbiamente tracce profonde nella vita e
nella storia del popolo russo, perché certe
conquiste da essa conseguite, non solo non saranno
distrutte né potranno scomparire nel caso di un
eventuale cambiamento o trasformazione di regime, ma
resteranno sempre le pietre miliari della sua
ricostruzione politica e sociale (…). Che cosa ha
visto la borghesia in questo grande avvenimento
storico, in questo gigantesco rivolgimento politico
che è la Rivoluzione russa? Essa non vi ha visto che
il gesto della follia politica e della aberrazione
individuale di un uomo, senza accorgersi che l’idea
non avrebbe potuto trascinare le masse, se non
avesse posseduto in se i germi di una nuova morale e
se il suo contenuto ideale non fosse stato così
potente da poter costituire le basi di una nuova
Società. La borghesia di tutti i paesi non ha voluto
considerare questo contenuto morale e ideale della
rivoluzione se non per negarne l’esistenza, e non ha
veduto nel movimento comunista russo se non il
pericolo che esso rappresentava per le vecchie
concezioni di supremazia, che la minoranza
parassitaria della civiltà che sta per tramontare ha
sempre esercitato sulla maggioranza lavoratrice e
produttrice”.
L’Ottobre è un
incendio che non si è spento, la nostra scommessa è
far divampare altri fuochi nelle praterie del mondo.
Marcello
Graziosi
Muri e muri
di Alessandra Valentini
Roma 30 ottobre 2006
Sapete l’America, quella democratica che va
anche ad esportare nel mondo la democrazia?
Questa America, anzi il governo degli Stati
Uniti, ha approvato la costruzione del muro
al confine con il Messico, la faccia triste
dell’America.
Con la firma del decreto che autorizza la
costruzione del muro di 700 miglia, circa
1.126 chilometri, alla frontiera con il
Messico, il presidente George Bush mostra il
pugno duro nei confronti dell’immigrazione
clandestina in piena campagna per le
elezioni di mezzo termine del 7 novembre. Il
presidente del Messico, Vincente Fox, che
passerà le consegne il prossimo 1 dicembre a
Felipe Calderon, ha passato gli ultimi sei
mesi del suo mandato presidenziale a
trattare con la controparte americana per
ottenere un nuovo programma per
l'immigrazione, chiedendo il riconoscimento
della cittadinanza per i milioni di
messicani che lavorano negli Usa da
irregolari, nulla dafare. Fox ha parlato di
muro della vergogna. La costruzione della
barriera lungo il confine tra Usa e Messico
infatti non risolverà il problema
dell'immigrazione illegale.
Ben 1.126 chilometri di cemento per separare
gli Usa dal Messico, per fermare gli
immigrati che lavorano o sono in cerca di
lavoro. La natura politica della decisione
di Bush è fin troppo ovvia, ma non va
sottovalutato nemmeno il suo valore
simbolico. Forse secondo gli americani non
tutti i muri sono di cemento. C’è un cemento
durissimo che imprigionava la libertà,
l’espressione, la democrazia, la libera
circolazione delle merci e delle persone,
questo cemento durissimo era quello che
costruiva il muro di Berlino. Un muro da
abbattere, con gioia estrema dell’ovest e
dell’America, che intravedeva nascere da
quelle macerie il proprio dominio
unilaterale sul mondo. Oggi il muro con il
Messico non è forse costruito con lo stesso
opprimente ed odioso cemento del muro di
Berlino? Ovviamente sì. Ma lo stesso cemento
è servito ad innalzare un altro muro ancor
più intollerabile, forse, di quello
messicano: il muro all’interno dei territori
palestinesi. Qui il muro non è tra uno
Stato ed un altro – cosa già inconcepibile
– il muro costruito dal governo di Israele
divide palestinesi da palestinesi, divide le
case dalla scuola, le case dei campi in cui
si lavora, gli uffici dagli ospedali: è il
muro dell’odio e della segregazione. Ma
contro questi muri la protesta è sopita,
l’indignazione è morta. Il muro dei muri nel
cuore d’Europa non c’è più e questo basta a
farci dimenticare altri muri, altre
oppressioni (ancor più ingiustificabili
oggi), altre libertà calpestate, altre
storie di uomini e donne alla ricerca di un
futuro migliore o comunque diverso.