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Diliberto:

 ci avete sconfitto ma non domato

Forte iniziativa a Roma in preparazione della manifestazione dell'11 ottobre contro il governo

 «La sinistra, ed in particolare i comunisti, deve tornare ad essere la rappresentanza politica del mondo del lavoro salariato»

Testo dell'appello

Tutte le adesioni

Non usa mezzi termini il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto nel corso della partecipata iniziativa del Pdci “Contro Berlusconi, legittima difesa”, in vista della manifestazione dell'11 ottobre a Roma. Insieme a lui sul palco il segretario della federazione romana del Pdci Fabio Nobile, il presidente dell'Anpi Roma-Lazio Massimo Rendina, Adriano Pace, rappresentante Cgil Alitalia e Francesca Pandolfi, insegnante precaria iscritta ai Cobas.
Alitalia, precari, l'attacco al contratto nazionale di lavoro, passando dal processo di riunificazione dei comunisti, di tutto questo parla Diliberto: «I lavoratori non sono un'astrazione, una statistica, ma persone in carne ed ossa che si sono sentiti abbandonati e quando i lavoratori si sentono abbandonati non è mai colpa loro, ma è colpa dei partiti politici e dei loro dirigenti». Diliberto fa capire che non è più tempo di giustificazioni o attendismi. E' ora di agire.
«L'abbiamo pagata duramente, ora bisogna ripartire dai bisogni, dalla materialità delle condizioni di vita delle persone noi avremo un grande spazio, quello che oggi viene occupato da forze politiche che non hanno niente a che fare con i lavoratori ma che vengono votate dai lavoratori» e fa l'esempio della Lega Nord che «non dà risposte ai problemi ma li sposta. Ai lavoratori del nord che l'hanno votata, la Lega non risolve il problema del salario perché rimane basso o della pensione perché l'età non cambia. Sposta il problema, gli crea un nemico, un avversario per cui “dagli all'immigrato”. Gli crea una falsa coscienza».

O nelle borgate di Roma, ricorda Diliberto, dove il Pci aveva l'egemonia, «oggi il primo partito è An e dove la disperazione non ha più uno sbocco politico e diventa frustrazione che viene sfogata nella tifoseria violenta, negli attacchi fascisti, nei tatuaggi con la croce celtica, tutto basato su disvalori e false prospettive. Noi le abbiamo abbandonate le periferia, non c'è più organizzazione del consenso, non c'è risposta ai loro problemi». Il messaggio è chiaro: «Dobbiamo ripartire da lì. Sarà lungo e difficile ma noi lo faremo».
Così il segretario del Pdci introduce due grandi progetti del partito: la raccolta di firme per due proposte di legge di iniziativa popolare. La prima per il ripristino della scala mobile, cioè del meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensione all'effettivo costo della vita. La seconda ha una grande valenza simbolica, vietare per legge i finanziamenti pubblici alla scuola privata. Oltre ad annunciare l'intenzione di chiedere l'indizione del referendum abrogativo della legge 30. Un forte passaggio è stato dedicato all'informazione, oggi più che mai schierata a prescindere dalla parte di chi vince «con la nuova legge sui finanziamenti pubblici all'editoria ci vogliono colpire» spiega Diliberto, «è un disegno preciso, come quello sulla scuola». Viene tagliata l'istruzione, la ricerca, la cultura, il sapere, hanno l'obiettivo di rendere più ignoranti i nostri concittadini «perché più sono ignoranti i cittadini, più votano a destra perché non avranno coscienza dei propri diritti», un'idea precisa di società, quella di Berlusconi, dove il cittadino non è più tale ma rimane solo un consumatore dove i valori scompaiono per lasciare posto ai disvalori: «Se non sei ricco e non produci, arrangiati».

Oggi, continua Diliberto, un concetto che è nel dna dei comunisti, e dovrebbe essere nel dna di le forze le persone democratiche è che tutti gli uomini e le donne sono uguali ed hanno uguali diritti, «oggi è una bestemmia, ma è l'articolo 3 della Costituzione». Un disegno preciso, si diceva, dove può accadere che l'Italia mandi i Tornado in Afghanistan, entrando così in guerra, senza che nessuno ne parli, senza un voto del Parlamento, dove può accadere che l'esercito pattugli le strade delle città... e che tutto questo sembri normale, per la maggioranza e per l'opposizione che non c'è, «c'è un annientamento dei principi fondamentali della nostra democrazia».
Per tutti questi motivi Diliberto spiega che «è indispensabile che diamo un messaggio. Noi ci giochiamo l'osso del collo, noi Italia, l'11 ottobre, dobbiamo far riuscire alla grande la manifestazione per dire che “ci siamo non ci arrendiamo”».
Non c'è spazio per la pigrizia, né per la rassegnazione, chiude Diliberto, e avverte gli illusi: «Ci avete sconfitto ma non ci avete domato».

(26.9.08)

 

 

DILIBERTO: ALITALIA. OK CGIL-AUTONOMI. PIANO CONTRO LAVORATORI
Roma 18 settembre 2008

La nostra totale solidarieta' alla Cgil per la serieta' ed il rigore con cui ha difeso e difende la condizione dei lavoratori dell'Alitalia. Aver raccolto attorno a se' i sindacati autonomi, che hanno una seria rappresentanza, soprattutto tra i piloti e gli assistenti di volo e' una lezione di democrazia. La Cgil non puo' accogliere passivamente un piano privo di credibilita', di dubbia illegalita', presentato dal governo Berlusconi e da un gruppo industriali incuranti del destino dei lavoratori e del futuro industriale dell'Alitalia.
 

 

 

DILIBERTO: RIFORMA EUROPEE. GRAVE ATTENTATO A DEMOCRAZIA

Roma 17 settembre 2008

E' un grave attentato alla democrazia il tentativo di estrometterci dal Parlamento Europeo. Se per il Parlamento nazionale si possono proporre sbarramenti adducendo ragioni di governabilita', per il Parlamento Europeo, luogo di rappresentanza politica, e' un grave attentato alla democrazia rappresentativa il fatto di voler imporre a colpi di maggioranza una legge con uno sbarramento alto, al solo scopo di eliminare la sinistra. 
 

 

La nostra Summer school è la lotta quotidiana dei lavoratori per salari e diritti

Image Dopo 11 giorni di incontri, dibattiti, concerti e tante iniziative, ieri sera si è chiusa la Festa nazionale di Rinascita a Torvaianica

L'ultimo incontro, come di rito, ha visto sul palco il segretario del Pdci Oliviero Diliberto che, ringraziando i compagni che hanno lavorato alla festa, si è detto felice di vedere, dopo la sconfitta di aprile, fra i militanti comunisti tanta voglia di stare ancora in campo. Un modo di esserci sicuramente diverso da quello del Pd che proprio ieri ha chiuso la sua “Summer school”. «Copiano gli americani anche nei nomi, non si poteva chiamare scuola d'estate?», si chiede Diliberto che sottolinea la sempre più marcata americanizzazione che il Pd e il Pdl cercano di imprimere, un'americanizzazione della politica, del lessico e delle idee. «E proprio da qui, dalla battaglia delle idee, bisogna ripartire, o le idee dominanti saranno sempre più le idee della classe dominante».

Se Berlusconi e Veltroni amano così tanto gli Usa, Diliberto li invita provocatoriamente (certo il leader del Pdci non è un grande estimatore della politica capitalista ed imperialista statunitense) a copiare qualcosa oltreoceano, dove chi non paga le tasse va in galera e i reati contro lo Stato e la Pubblica amministrazione sono considerati i più gravi, perché ledono la collettività. «Basti pensare che l'Fbi ha fatto irruzione a Wall Street arrestando decine di manager, ciò – sottolinea Diliberto - in Italia non potrebbe mai succedere, ormai si usano due pesi e due misure: forti con i deboli, debolissimi con i forti, sovvertendo i principi liberali di eguaglianza di tutti i cittadini».

Il segretario comunista sottolinea la gravità della situazione politica attuale, in cui il Pd non fa opposizione e Berlusconi, con una maggioranza schiacciante in Parlamento, può fare ciò che vuole. «Basti pensare ai primi provvedimenti assunti da questo Governo, dal decreto sul precariato, che di fatto lo accresce, ai tagli sulla scuola e ora la riforma Gelmini. Si vuole colpire il sapere, la cultura, che insegna il senso critico e dà la consapevolezza dei propri diritti». Per questo, e per molto altro ancora, è importante riprendere a fare un'opposizione seria e combattiva, «l'11 c'è l'occasione per scendere in piazza con le nostre bandiere, per dire che quella del Pd non è opposizione e per parlare dei temi che ci stanno a cuore, dai salari, alla scuola, ai diritti», sottolinea Diliberto, invitando tutti a partecipare alla manifestazione indetta contro il Governo e Confindustria.

Manifestazione a cui parteciperà anche il Prc e proprio a questo proposito Diliberto rilancia l'invito all'unità con i compagni di Rifondazione, «abbiamo l'ambizione di ricostruire un partito grande e forte, solo così non saremo subalterni al Pd e non saremo marginali». Il primo obiettivo saranno le elezioni europee, alle quali Diliberto si augura che ci sia una sola falce e martello, una sola lista comunista, e per fare questo «dobbiamo recuperare la capacità di fare opposizione, di stare sui territori, riaffermare la diversità dei Comunisti». Quella diversità che contraddistingue chi fa politica senza avere nulla in cambio, chi lavora per settimane alle iniziative e alle Feste del Pdci, chi si impegna perché ci crede e perché ha degli ideali. Con queste energie bisogna ripartire in una fase così critica, in cui le destre sono al potere e la sinistra non è in Parlamento, perché, conclude Diliberto, «siamo stati sconfitti, ma non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci».

(15.9.08)

 

DILIBERTO: MILITARI IN STRADA? SONO UNA FICTION

Roma 30 luglio 2008

L'esercito in strada? Una fiction, per stessa ammissione del governo. Il ministro La Russa dice, testuale, 'che l'esercito in strada serve a far aumentare la percezione di sicurezza ai cittadini'. Ecco, non serve ad aumentare la sicurezza, ma la percezione della sicurezza. La Russa non vuole che i cittadini siano piu' sicuri, ma che percepiscano di esserlo. Cosa importa se scippi, furti e rapine continuano nello stesso numero e nelle stesse forme, l'importante e' che il popolo percepisca di essere piu' sicuro perche' e' arrivato l'esercito. Una finzione insomma. Non ne abbiamo mai avuto dubbi, ma questo governo, che non ha a cuore i problemi dei cittadini, ma solo la propaganda, e' impareggiabile.
 

Verso il Congresso: ricostruire la presenza comunista

di Oliviero Diliberto

Roma 16 luglio 2008

Prima di qualsiasi riflessione politica, voglio rivolgere un apprezzamento al Partito, alle compagne e ai compagni, per la tenuta e l'equilibrio dimostrati dopo il colpo subito alle elezioni politiche. Non era scontato.  E infatti abbiamo deciso di tenere un congresso straordinario nella piena consapevolezza della criticità della vicenda politica. Sono convinto che abbiamo fatto la cosa giusta, perché nei momenti difficili è bene che il partito rifletta e individui collettivamente la strada da percorrere.
Al nostro interno si è sviluppato un dibattito ampio e serio e si confrontano posizioni anche diverse. Per la prima volta, al documento elaborato dalla commissione politica del Comitato Centrale si oppone un altro documento, sia pur di minoranza, che individua una diversa strategia. Dai congressi provinciali è venuto al primo un vantaggio molto ampio, ma nell'assise nazionale avremo modo di approfondire ulteriormente senza mai abbandonare la ricerca della sintesi unitaria.
Oggi, per la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana, i comunisti non siedono in Parlamento. Molti i fattori che hanno concorso. Non voglio qui fare un'analisi frettolosa quando c'è il documento congressuale che propone un serio approfondimento. Ma voglio qui ripetere, sia pur schematicamente, il “cuore” della nostra proposta, nella convinzione che oggi essa sia l'unica valida, l'unica che può consentire al nostro partito di affrontare con fermezza e moderato ottimismo una situazione straordinariamente difficile e complicata, contrariamente a ciò che accade in altre forze politiche dove le differenze e le difficoltà nell'individuare una strategia esplodono acutamente.
Il “cuore” della nostra proposta politica sta nel forte appello unitario al Partito della Rifondazione comunista. Esso nasce dalla consapevolezza della gravità, persino della pericolosità, della situazione politica. Berlusconi non ha smentito se stesso. In neanche tre mesi, il suo governo si è caratterizzato per l'indegnità delle politiche razziste e xenofobe. Nella nostra assenza dal Parlamento e nella mancanza di ogni opposizione da parte del Pd, il governo ha rivelato il suo vero volto scatenandosi nella caccia all'immigrato - e quindi al più debole - con azioni indicibili come le impronte ai bimbi rom e la ferocia dei blitz ai campi nomadi. Sono state dette parole e avanzate proposte che ricordano i primi passi del nazismo e del fascismo e riportano agli anni più bui della storia d'Italia. E mentre il Pd taceva alla ricerca spasmodica del dialogo con Berlusconi, la  situazione economica precipitava verso la recessione, con un ulteriore, drammatico peggioramento delle condizioni della nostra gente, dei lavoratori e dei pensionati, costretti a vivere con retribuzioni da fame, in ambienti di lavoro pericolosi, nella diminuzione costante dei diritti. Una china pericolosa che mette a serio rischio la democrazia, l'universalità dei diritti. E ancora una volta, come in ogni stato autoritario, per di più inasprito dall'ossessione di Berlusconi per la sua interminabile vicenda giudiziaria, è partito l'attacco all'autonomia della magistratura e alla libertà d'informazione.
Potrei continuare con un lungo elenco di ingiustizie e sopraffazioni. Ma il compito prioritario dei comunisti è individuare la strada e le forze che possano modificare questa drammatica e pericolosa situazione. Ed è qui che nasce la nostra proposta di riunificazione a Rifondazione comunista, sapendo tutti e due, noi e loro, che le ragioni che nel passato ci hanno portato alla scissione sono superate e che le ragioni di oggi sono troppo serie perché i comunisti non si riorganizzino.
Non c'è alcun settarismo, alcuna chiusura in questa proposta. C'è solo la volontà di rafforzare la presenza dei comunisti in un Paese dove sembrano diventate assenti le ragioni e la cultura e la capacità di lotta e la storia della sinistra. La sinistra, tutta la sinistra, quella organizzata nei partiti e quella che opera nella società, nelle tante associazioni che intervengono sul territorio, nei tanti e tante che si sono allontanati dalla politica. E' con questa sinistra, facendo tesoro della fallimentare esperienza dell'Arcobaleno, che i comunisti devono aprire interlocuzioni, fare esperienze, intessere legami. La sinistra è un vasto e variegato popolo, non sempre e non interamente riconducibile a noi, ma in esso vivono esperienze e azioni che fanno parte di una storia comune. C'è un nesso inscindibile tra comunisti e sinistra, che fa parte della nostra cultura e della nostra storia. Noi vogliamo ricostruire la sua presenza in Italia, senza alcuna presunzione di autosufficienza, nel rispetto delle tante anime e sensibilità che la compongono.  Ci aspetta un lavoro duro e difficile. Le donne e gli uomini del Pdci ce la faranno. Perché è da ciò che passa il riscatto degli oppressi e il cambiamento dell'esistente.
 

 

Diliberto al Gazzettino di Venezia

Appello a Rifondazione: «Ricominciamo da noi»

23 maggio 2008 

Ripartire dall`unità di due partiti «che dieci anni fa erano insieme»: Rifondazione comunista e i Comunisti italiani. E la proposta del segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, dopo la dura sconfitta elettorale che ha dissolto la Sinistra Arcobaleno. Se ne parlerà questa sera a Vicenza nei Chiostri di Santa Corona, che ospiteranno la manifestazione pubblica «Comuniste e comunisti, cominciamo da noi» con Diliberto e Gianluigi Pegolo, della direzione nazionale del Prc, e l`adesione dell`astrofisica Margherita Hack. Segretario Diliberto, si va verso la riunificazione dei comunisti? «L`esperimento della Sinistra arcobaleno è fallito, bocciato dagli elettori. Noi raccogliamo l`appello formulato dopo le elezioni da intellettuali e quadri operai che ci chiedevano proprio questo: la riunificazione dei comunisti. Ciò non esclude rapporti unitari anche con altri. Il fatto è che non vedo molti "altri" in circolazione». Nel Prc c`è chi preme per riprendere il dialogo con il Pd... «Il problema è che i comunisti, tutti i comunisti, sono stati esclusi dal Parlamento e che la responsabilità della debacle grava in larga parte sul Pd e sul suo attuale gruppo dirigente. Mi pare difficile poter riprendere il discorso con questi interlocutori. So bene che c`è una dialettica all`interno del Pd e non sono insensibile ai richiami di chi, nel Pd, vorrebbe ricominciare a parlare con noi. Ma non mi sembra il caso di presentarsi da Veltroni con il cappello in mano». Non teme un accordo tra Pdl e Pd per mettere uno sbarramento al 5 per cento nella legge elettorale per le europee? «Fino a due anni fa non soltanto la sinistra radicale unita ma anche i due partiti comunisti da soli, con tre milioni di voti, avrebbero superato agevolmente questa soglia. A maggior ragione, ora, urge un processo di riunificazione che potrebbe suscitare di nuovo entusiasmo e passione tra chi è rimasto deluso. In ogni caso, facciano attenzione Pdl e Pd alle soglie di sbarramento, ci pensino bene prima di trasformare una sinistra democratica già extraparlamentare in sinistra extraistituzionale». Perché avete scelto Vicenza, dove i comunisti a occhio e croce non sono moltissimi? «È un luogo simbolico, per l`allargamento della base americana. Ci ricorda uno dei più gravi errori del governo Prodi: non aver ripensato a quel sì, dopo la grande manifestazione contro il raddoppio».

 

 

Diliberto a Mirafiori

 

 

 

«Riaffermare la centralità del lavoro nelle istituzioni»

Image Fiat Mirafiori è senza dubbio una parte importante, forse fondamentale, della campagna elettorale della Sinistra l'Arcobaleno e del Pdci.. E' un luogo simbolo della lotta della classe operaia e del conflitto capitale-lavoro. Oggi davanti alla Porta 2 dello stabilimento Fiat Mirafiori i Comunisti italiani, con il segretario Oliviero Diliberto, hanno incontrato i lavoratori per riaffermare la centralità del lavoro nella politica.Diliberto ha così spiegato agli operai la sua scelta di rinunciare al posto sicuro coma capolista alla circoscrizione di Torino per permettere ad un operaio, Ciro Argentino, di «riaffermare la centralità del lavoro nelle istituzioni. Perché essere di sinistra significa essere dalla parte di chi sta male, essere di sinistra significa essere diversi, non possono esistere i “ma anche”. Per questo saremo in Parlamento e nel Paese per darvi voce in nome di Berlinguer il cui insegnamento sulla diversità comunista è un nostro tratto distintivo», ha dichiarato.La diversità comunista è anche questa, “mollare la poltrona” per un operaio della Thyssen che non può dimenticare i suoi 7 compagni morti nel rogo criminale della linea 5: «Noi comunisti non abbiamo mai abbandonato il terreno del conflitto, non possiamo essere assoggettati al capitale. Bisogna riaffermare con forza le questioni del lavoro, della sicurezza, e le politiche salariale che devono essere affrontate all'interno delle scadenze dei contratti nazionali», ha aggiunto Ciro Argentino.
«Noi comunisti all'interno della Sinistra l'Arcobaleno ci poniamo come alternativa» ad un sistema, quello inaugurato da veltrusconi, che vorrebbe un bipartitismo che non crea alternanza dato che Pd e Pdl dicono la stessa cosa. «Per cui bisogna dare forza ai comunisti e alla Sinistra l'Arcobaleno di cui fanno parte», ha concluso Diliberto.

(4.4.08) 

 

 

DILIBERTO: SENZA NOI VELTRONI CONSEGNA PAESE A BERLUSCONI

Roma 18 marzo 2008

Walter Veltroni ha la responsabilita' storica di consegnare il Paese a Berlusconi. Glielo dobbiamo ricordare ogni giorno: se ci fosse ancora il centrosinistra saremmo li' a combattere per il governo del Paese e invece ha scelto di liberarsi di noi perche' eravamo d'impaccio al suo modello liberista. I sondaggi accreditano la Sinistra Arcobaleno dell'8% esattamente lo scarto che divide il Pd dal Pdl. Eravamo pronti a rinegoziare un patto per sbarrare la strada a Berlusconi ma non ci hanno voluto preferendo imbarcare tutto e il contrario di tutto, da Di Pietro che ha sempre terremotato il centrosinistra ai Radicali, fino agli imprenditori come Calearo favorevoli allo sciopero fiscale e che ringraziano San Mastella per aver fatto cadere il nostro governo.

 

A Roma Diliberto apre la campagna elettorale dei Comunisti italiani

 

Il teatro Vascello di Roma ha ospitato l'apertura ufficiale del Pdci, con il segretario della federazione di Roma Fabio Nobile e il segretario nazionale del partito Oliviero Diliberto 

Una campagna elettorale che il leader del Pdci non esita a definire zeppa di menzogne e che per questo richiede parole semplici e sincere. L'intervento di Diliberto è stato introdotto da Fabio Nobile, che oltre a guidare «orgogliosamente» il partito a Roma, è capogruppo uscente dei Comunisti italiani al Campidoglio e candidato nella lista Sinistra l'Arcobaleno.
Partendo dalla considerazione che il bipolarismo oggi non esiste più e quindi neppure il centrosinistra, nonostante il Pdci abbia sempre sostenuto con lealtà il centrosinistra, Diliberto denuncia la prima menzogna: Pd e Pdl, con l'aiuto dei media, fingono che questo esista ancora, mascherando così il bipartitismo a cui puntano e su cui basano gli appelli al voto utile.

Ma in una realtà in cui il Pd ha scelto deliberatamente di rompere con la sinistra, imbarcando chi ha sempre “picconato” il governo Prodi come Di Pietro, filoamericani e filoliberisti come i Radicali, personaggi come la Binetti, che ha votato contro il governo di centrosinistra pur facendone parte, e Calearo, simbolo e rappresentante di una classe imprenditoriale senza scrupoli, si capisce che Veltroni ha scelto da che parte stare. «La lotta di classe c'è – continua Diliberto - è un dato della realtà, il punto è che la fanno i padroni e non i lavoratori. Non esiste il ma anche, se non si sceglie su questi temi vuol dire che si è dalla parte degli imprenditori».

Un esempio di questo è Pietro Ichino, candidato nel Pd, che «in nome della modernizzazione chiede di cancellare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma se si toglie questa tutela il lavoratore potrà essere licenziato a piacimento. Questo non è moderno, è sempre stato così prima di quella, che è stata una vera riforma».
Il quadro è preoccupante, dobbiamo esserne consapevoli. Per questo, insiste Diliberto, l'unico vero voto utile è quello dato alla Sinistra l'Arcobaleno, quello che impedirà «il patto scellerato, le larghe intese tra Veltroni e Berlusconi».

La Sinistra-l'Arcobaleno, afferma il leader del Pdci, nata perché la sinistra non venga cancellata da questo Paese, dove ormai le persone sono diventati numeri, una società fondata sull'egoismo e che ha saltato tutti i fondamenti della Costituzione italiana. Per questo, insiste, la crisi della politica, che travolge per prima la sinistra, deve essere affrontata seriamente, con i fatti. Così spiega la sua scelta di non candidarsi al Parlamento per lasciare il suo seggio, sicuro, a Ciro Argentino, operaio della Thyssen, sindacalista, e dirigente del partito.
Diliberto ha voluto lanciare un messaggio ben preciso: il mondo del lavoro è centrale per i comunisti, si può fare politica anche fuori dal Parlamento, non siamo tutti uguali, c'è ancora chi fa politica in nome di ideali.
«Non si può essere comunisti a corrente alternata» chiude Diliberto, rilanciando così la fierezza per la diversità comunista, sull'esempio sempre attuale di Enrico Berlinguer.

 

 

DILIBERTO A REPUBBLICA: CAMBIARE PAESE ANCHE FUORI DA ISTITUZIONI

Roma, 10 marzo 2008

di UMBERTO ROSSO

ROMA - «C`è chi giura vado in Africa e poi eccolo là, candidato premier...».

Lei invece, segretario Diliberto?

«Rinuncio al mio posto in Parlamento per lasciare spazio ad un operaio, Ciro Argentino. Non è mica un dramma, la politica si fa anche fuori dalle istituzioni. Ma la coerenza è la mia, non quella diVeltroni».

Però il passo indietro è arrivato dopo le critiche dei due sindacalisti Nerozzi e Passoni.

«Allora, a questo punto, rinuncino anche loro alla candidatura nel Pd a favore di lavoratori. Voglio proprio vedere. Ma il mio passo indietro non c`entra nulla con il loro attacco».

Com`è andata allora?

«Che a Torino ci fosse in lista Argentino, operaio vero, in produzione, uno che alla Thvssen si fa otto ore e più, lo avevamo deciso da tempo. Ma quando un paio di giorni fa mi hanno portato la griglia dei nomi, mi sono accorto che erafinito al sesto posto. Sarebbe rimasto fuori dalla Camera».

Non ne sapeva nulla?

«Non ho preso parte al tavolo delle candidature».

Al Pdci però era già toccata la casella di capolista a Torino, proprio per lei.

«Appunto. Quindi, ho deciso di lasciare a Ciro quel posto. Sto sugli scranni in Parlamento dal `94, scendere giù non è una gran fatica. Un esempio, piuttosto. Della diversità dei comunisti: noi non siamo attaccati alle poltrone».

Un esempio che qualche altro leader dovrebbe seguire?

«Non lo chiedete a me».

Ma non avrebbe potuto candidarsi altrove?

«Certo. Tanti compagni del Pdci si erano offerti di cedermi il posto in lista. Ringrazio per la generosità, ma non sarei stato credibile. La solita storia del segretario con il paracadute. Basta. La mia scelta vuol essere una risposta all`antipolitica, alla casta, dimostrare nei fatti che i politici non sono tutti uguali».

Bertinotti è sembrato freddo sulla vicenda. E c`è chi legge nel suo "beau geste" anche un modo per smarcarsi dagli alleati.

«Macchè. All`inizio con i giornalisti Bertinotti non ha commentato solo perché l`hanno colto di sorpresa, non conosceva nemmeno il caso. Io ho ricevuto una sua affettuosa telefonata. Così come daparte degli altri leader della Sinistra Arcobaleno».

Resta il fatto che anche per la Sinistra è complicato mettere in lista un operaio. Equilibri interni troppo delicati fra i quattro soci?

«Questi, piuttosto, sono ifrutti avvelenati di una pessima legge elettorale».

Cioè?
«Liste bloccate, nelle mani delle segreterie politiche. Con eletti garantiti. Invece di dover cercare  sul terreno la conquista del consenso, mettendo perciò in pista nomi reali, espressione della società, del territorio. Almeno, mi sono toltolo sfizio ditogliere il segretario, ovvero me stesso, e inserire al suo posto una voce che porterà in Parlamento gli interessi diretti dei lavoratori».

La campagna elettorale di Diliberto, adesso?

«Tale e quale come prima, non cambia di una virgola. Anche perché, sia ben chiaro, io resto il segretario del Pdci. Lascio il Parlamento in nome di un principio elementare di coerenza che ha guidato tutta la mia vita».



 

DILIBERTO A LIBERAZIONE: VOGLIO LA SINISTRA CONFEDERATA

Roma, 10 marzo 2008

di ANGELA MAURO

Venerdì la scelta di farsi da parte per far posto in Parlamento a Ciro Argentino, operaio della Thyssen Krupp di Torino. Ieri, le congratulazioni degli alleati della Sinistra Arcobaleno, ma anche le critiche. Pungenti, come quella di Armando Cossutta, storico ex del Pdci, in polemica con l`attuale dirigenza del partito ormai da tempo. il gesto di Oliviero Diliberto è "demagogico", per l`ex presidente dei Comunisti italiani, e poi "non è pensabile che il segretario di un partito non sieda in Parlamento, è una cosa che non ha senso, un atteggiamento che denota mancanza di rispetto verso il ruolo di leader e verso le istituzioni". Diliberto lascia correre così: "Con Cossutta non polemizzo, non ne vale la pena...". Quindi, punta dritto al Pd di Veltroni e al suo attacco al candidato premier della Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti: "Walter è nervoso, perchè la scelta di candidare Calearo alla fine gli sta facendo perdere consensi...", sostiene Diliberto che però non è tenero sul processo unitario a sinistra.

Cosa rispondi ad Armando Cossutta?
"Non polemizzo con Cossutta, né con la sua famiglia: non ne vale la pena".

Parliamo allora del Pd Veltroni ci è andato pesante con Bertinotti lo accusa di aver scoperto solo orala lotta di classe, ora che è sceso dallo scranno di Montecitorio. Un attacco durissimo come non si è mai visto dall`inizio della campagna elettorale.
"In primo luogo, quella di Veltroni è una caduta di stile clamorosa. In secondo luogo, è falsa perchè anche da presidente della Camera Bertinotti ha continuato a dire e scrivere cose molto esplicite sulla contraddizione tra capitale e lavoro, Il punto è che Veltroni si sta rendendo conto, con l`aiuto dei sondaggi, che la scelta di candidare l`ex presidente di Federmeccanica Calearo, sostenitore dello sciopero fiscale, sta facendo precipitare il Partito Democratico. Altro che rimonta! Walter è dunque nervoso, da qui gli attacchi impietosi a Bertinotti e alla Sinistra. E nervoso e non mi dispiace affatto".

Hai avuto modo di palare con Ciro Argentino dopo la scelta di eleggerlo a Torino? Idee per la campagna elettorale?
"Io farò la campagna elettorale a Torino, come nel resto d`Italia, come se fossi io il capolista, con lo stesso impegno e anche di più perché ho un argomento in più ed è la rinuncia spontanea a un posto in Parlamento. Una scelta che parla anche di rinnovamento della politica in almeno due direzioni. La prima: per dire che al posto di un segretario di partito in Parlamento ci andrà un operaio di produzione affinché i temi dei lavoro siano anche fisicamente rappresentati nelle istituzioni. La seconda direzione è per dire che non è vero che i politici sono tutti uguali: c`è ancora chi fa politica con la passione e senza alcun interesse personale".

Accennavi ai temi del lavoro, centrali nella campagna elettorale, come dimostra anche il carteggio Veltnoni-Giordano sulle pagine di Liberazione nei giorni scorsi Per Bertinotti va ricostruita una coalizione di lavoratori e lavoratrici perfare in modo che il lavoro torni a essere elemento di identità collettiva. Una sfida perla Sinistra, che come le altre forze politiche pure accusa una distanza dal lavoro. Ce la farete?
"I partiti politici devono tornare ad essere il volano della rappresentanza degli interessi di classe nelle istituzioni, ma anche nella società. C`è un punto teorico spesso dimenticato: per un comunista, ma anche semplicemente per chi è veramente di sinistra, le istituzioni sono uno dei luoghi del conflitto e non viceversa. E` profondamente sbagliato pensare che il conflitto si fa in fabbrica, mentre nelle istituzioni si fa la mediazione. Anche nelle istituzioni i partiti portano il conflitto di classe. Quindi: il Pd porta gli interessi della Confindustria, noi abbiamo l`ambizione di portare gli interessi dei lavoratori".

La Sinistra Arcobaleno: perchè come Pdci non c`eravate alla presentazione della campagna elettorale unitaria?
"C`era il coordinatore della segreteria, Galante. Io avevo impegni fuori Roma, assente giustificato".

Dunque, nessun rancore per la scomparsa di falce e martello dal simbolo. Questo processo unitario va avanti anche dopo le elezioni?
"Il processo unitario va avanti, ma dipende in che forma. Io sono contrario all`idea del partito unico. L`ho detto, lealmente. Mi convince un processo unitario in forma confederale e cioè con la permanenza dei partiti e di un contenitore più grande nelle forme che la politica determinerà. Ma la sinistra deve essere unita tanto più in un momento di difficoltà come questo, visto che l`obiettivo del Pd è far scomparire la sinistra".

Alcune associazioni della sinistra, per esempio Uniti a Sinistra di Folena, hanno già avviato un tesseramento unitario del nuovo soggetto. Puntano ad aprire circoli unitari anche nelle fabbriche, vogliono un soggetto unico.
"Eviterei forzature di qualunque genere, la fretta è cattiva consigliera. Va bene che facciamo la campagna elettorale tutti insieme, ma dopo non è Folena che detta la linea".


 

 

La diversità comunista

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Diliberto, nessun paracadute, farò politica da fuori

(7.3.08) - «I comunisti sono diversi da tutti gli altri, per questo il segretario del Pdci ha deciso di lasciare il Parlamento, senza alcun paracadute, per lasciare il posto di capolista a Torino a un delegato operaio della Thyssen, Ciro Argentino» Lo dice il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, nel corso di una conferenza stampa nella sede del partito, sottolineando che «non sarò candidato da nessuna parte».
Diliberto ci tiene poi a segnalare che «la politica si può fare anche fuori dalle istituzioni, per questo continuerò a fare il segretario del Pdci, ma ci sarà un operaio in più in Parlamento».

L'esponente dei Comunisti italiani spiega che avevano «deciso di eleggere un operaio, ma nel corso delle trattative abbiamo visto che non c'era un posto disponibile. E allora- ribadisce- mi chiamo fuori e dò la garanzia della sua elezione in una circoscrizione sicura. E' una scelta che non mi pesa», ma «è anche una risposta con i fatti alle polemiche sulla carta. Non tutti i politici sono uguali, i comunisti sono diversi dagli altri. E lo dimostriamo con i fatti e non con le parole».
 

 

Strage a Molfetta

 

newDiliberto: «Il Cdm approvi i decreti sulla sicurezza sui posti di lavoro»
3.3.08) - Cinque operai sono morti a Molfetta, in proq-klimtvincia di Bari, mentre lavoravano ad interventi di manutenzione all'interno di un'autocisterna che trasportava zolfo in polvere. L'incidente è avvenuto intorno alle 16 nell'azienda Truck center, che si occupa di parcheggi, attrezzature e impianti, nella zona industriale di Molfetta. Le vittime, intossicate dalle esalazioni di zolfo, a quanto si apprende, sarebbero il titolare della ditta, l'autista dell'autocisterna e tre operai, un sesto operaio è stato trasportato all'ospedale di Bisceglie.
Sono ora in corso sopralluoghi dei carabinieri del Comando provinciale di Bari nell'azienda di autolavaggio dove i cinque operai hanno perso la vita e accertamenti per verificare l'idoneità dell'azienda nello svolgimento di lavori a rischio.
Queste ennesime morti sul lavoro mostrano come il problema della sicurezza sia una piaga nel nostro Paese e necessiti di interventi concreti, subito, come chiede il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto: «Il tragico incidente di Molfetta ci dice che questo è il vero problema e che è sempre più urgente che Romano Prodi convochi entro venerdì il Consiglio dei ministri per approvare i decreti sulla sicurezza sui posti di lavoro. E chiuda questa legislatura con una manovra a favore dei lavoratori».

 

DILIBERTO: TESORETTO. SODDISFATTI MA SI POTEVA FARE PRIMA

Roma 27 febbraio 2008

Annuncio con grande soddisfazione che un ordine del giorno dei Comunisti italiani e' stato approvato al Senato per dare, per distribuire l'extra gettito ai ceti piu' deboli e cioe' tagliare le tasse al lavoro salariato, al lavoro dipendente. Sembrava impossibile, ma ci siamo arrivati nel rush finale. Mi rammarico per quello che si poteva fare prima e che non e' stato fatto.


 

 

 

DILIBERTO: LAVORO. PRODI CHIUDA FACENDO  LEGGE SU SICUREZZA 

Ufficio Stampa

Roma 26 febbraio 2007

La legislatura si chiuda con un provvedimento a favore dei lavoratori. Il Consiglio dei Ministri si riunisca e vari il testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. La legge 123 e' stata approvata lo scorso agosto 2007. Se non si procedesse in tempi brevissimi ad attuare i decreti legislativi, la legge delega 123 scadrebbe il 24 maggio e bisognerebbe a quel punto ricominciare tutto l'iter dall'inizio. Faccio, quindi, appello affinche' si giunga  all'approvazione dell'insieme della legge sulla Sicurezza sul Lavoro, dando risposte e certezze ai lavoratori esposti quotidianamente a rischio infortuni.   Prodi riunisca il Consiglio dei Ministri e faccia un regalo ai lavoratori varando i decreti legislativi necessari all'entrata in vigore della legge.

 

Quale corsa solitaria?

 

Diliberto: «Il Pd dopo Di Pietro imbarca i Radicali. Altro che caravanserraglio»

(22.2.08) - A poco più di un mese dalle elezioni è ormai chiq-maratona2aro che il Pd non correrà da solo, come aveva dichiarato inizialmente Walter Veltroni, ma con una lista decisamente composita e che tiene dentro soggetti assai diversi
 

Così il Partito democratico, dopo aver rifiutato un accordo con la sinistra ha in compenso tirato dentro Italia dei Valori e Radicali. L'accordo fra il partito di Veltroni e quello di Pannella si basa su una totale accettazione del programma del Pd (i famosi 12 punti) da parte dei Radicali che in compenso avranno, così sembra, nove eletti, Emma Bonino ministro, il 10% dei finanziamenti elettorali e posizioni apicali nelle istituzioni e nel gruppo parlamentare.

Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, intervistato dal Tg3 si chiede: «Veltroni non aveva escluso la sinistra per non fare un caravanserraglio? Dopo Di Pietro ora imbarca i Radicali. Così ha dentro la Binetti e la Bonino, il professor Ichino che vuole cancellare l'articolo 18 come Berlusconi. Altro che caravanserraglio».

Intanto proprio sul programma del Pd si accende il dibattito, inevitabile visto la totale equidistanza che Veltroni professa su temi centrali ma che in realtà vedono all'interno dei democratici posizioni assai discordanti. In altre parole sul fronte dei temi “eticamente sensibili”, lo scontro fra laici e cattolici è acceso. Del resto se era difficile la convivenza fra la Bindi e la Binetti chissà ora cosa potrà accadere fra i teodem e i radicali. Stessi problemi sul fronte dei temi legati al mondo del lavoro in un partito che candida operai e “padroni”. Sarà la nuova ricetta di Veltroni per risolvere la lotta di classe? O, più probabilmente, una strategia “arraffa voti”?

Insomma, dice Diliberto, «la competizione si fa interessante e l'unico vero voto utile sarà quello dato alla Sinistra-l'Arcobaleno. Un voto che impedirà il governo Veltroni-Berlusconi dopo il 13 e 14 aprile».

Abbiamo votato coerentemente contro dopo aver votato per due anni a favore per lealta' verso Prodi. Il Pd ha deciso di spaccare l'Unione quindi ciascuno vota in autonomia. Noi abbiamo votato risolutamente contro. 

 

 


Diliberto all'Unità: «La lotta di classe non è finita il Pd ha scelto la via del moderatismo»

di Simone Collini

Roma 16 febbraio 2008 

«Il Partito democratico si è sbilanciato ancora di più sul versante moderato», sostiene il segretario del Pdci Oliviero Diliberto: «Ha scelto il centro».
Perché dice questo?
«Si allea con Di Pietro ed esclude la sinistra».
Per via delle tensioni che avete creato in questi venti mesi di governo, dice Veltroni.
«Ma se Di Pietro ha litigato ininterrottamente con tutti, ha candidato De Gregrio, che è passato il giorno dopo alla destra, si è occupato di tutte le materie possibili e non delle infrastrutture. Quella del Pd è una scelta incomprensibile, se non come operazione meramente elettorale».
Non lo sarebbe stato anche con voi? Per dirne una, Veltroni sostiene che vanno riconfermate le missioni militari all`estero e voi chiedete il ritiro dall`Afghanistan.
«Oggi che non c`è l`accordo ciascuno è libero di esprimere la propria opinione. Ma vorrei ricordare che per due anni noi le missioni le abbiamo votate. Abbiamo pagato un prezzo davvero alto, anche nel rapporto con i nostri elettori, in nome della lealtà al governo».
Come pensate di ricostruire il rapporto di fiducia col vostro elettorato?
«Intanto, con questo messaggio di unità che viene dall`accordo raggiunto dai quattro partiti della sinistra. E' la prima volta da decenni che invece di dividerci ci uniamo. Dopodiché, quello che farà o meno recuperare il rapporto di fiducia non sarà la campagna elettorale ma ciò che viene dopo».
Cioè?
«I nostri comportamenti, più che le parole. Vedo che sia il Pd che Fi dicono che la prossima legislatura sarà quella costituente. Noi non dovremo prestarci a nessuna manipolazione della Costituzione, ed anzi dovremo fare su questo un`opposizione di grandissimo rigore».
Parla come se fosse sicuro che dal voto di aprile nascerà un governo di larghe intese.
«Infatti, è quello che penso».
Veltroni ha già smentito più volte.
«Faccio una scommessa con i lettori dell`Unità: conservate questa intervista e vediamo dopo le elezioni chi aveva ragione».
Perché tanta sicurezza?
«Questa legge elettorale produrrà di nuovo un Senato con una maggioranza risicata. Chiunque vinca, i due poli più grandi dovranno intendersi, o in un governo insieme o in forme di collaborazione molto stretta».
Ci saranno desistenze in alcune regioni?
«Impossibile, visto che il Pd ci ha messo alla porta. A questo punto la Sinistra deve correre da sola, ovunque, fare una battaglia anche in modo aspro e prendere il maggior numero di voti possibile. Proprio per impedire lo scenario peggiore
dopo».
Che ne pensa della proposta di Veltroni di un compenso minimo di mille euro per i precari?
«La proposta di dare più soldi ai precari è sacrosanta, ma avrei preferito che l`avesse fatta il Pd al governo. Noi glielo abbiamo chiesto più volte. E poi c`è un`altra questione, e cioè non può esserci uno scambio del tipo: più soldi in cambio del precariato a vita. La condizione del precario in sé, indipendentemente dagli emolumenti, è inaccettabile perché è la privazione del futuro. Io sono perché non ci sia il precariato. È una cosa strategicamente diversa».
Dopo il voto ci saranno alla Camera e al Senato i gruppi unici
della Sinistra arcobaleno?
«Dipende da cosa ci dirà il voto, cioè da cosa il nostro popolo ci dirà di volere o non volere. Per quanto mi riguarda sono determinatissimo a proseguire nel processo unitario, nelle forme che saranno possibili. Dopodiché, vediamo se viene premiato o meno questo esperimento».
Esperimento che prevede la scomparsa della falce e martello.
«Avevo proposto di mantenere anche i simboli tradizionali, ma sono stato sconfitto. Lo considero un errore. Spero di sbagliare, ma lo giudico un errore anche dal punto di vista elettorale».
Comunque la falce e martello è destinata a scomparire, se proseguirà il processo unitario, non crede?
«Questa ipotesi è semplicemente inesistente, perché la falce e martello rimane il simbolo del mio partito, che non ha nessuna intenzione di sciogliersi».
Magari non oggi, ma un domani?
«Per l`attuarsi di un`ipotesi di questo genere i Comunisti italiani dovrebbero prima cambiare segretario».
Veltroni parla di un patto tra lavoratori e imprenditori per la
crescita del Paese: che ne pensa?
«L`idea dell`annullamento della lotta di classe in nome di un interesse comune, presunto, di lavoratori e padroni non sta
né in cielo né in terra, perché hanno interessi contrapposti, non comuni».
La crescita economica non può essere un interesse comune?
«Dal punto di vista delle tesi padronali la crescita passa attraverso un azzeramento dei diritti del lavoro».
Sosterrete Bertinotti premier: una rivalutazione, dieci anni dopo la scissione?
«E' il personaggio della sinistra oggi più autorevole, tra i diversi leader che ci sono in campo, io lo avevo candidato a fare il capo di un processo di unificazione della sinistra la bellezza di tre anni fa. Oggi non vedo più le ragioni di una divisione tra due diversi partiti comunisti. Le motivazioni della scissione erano innanzitutto nel rapporto con il centrosinistra.
Che oggi non c`è più».

 

 

 


Diliberto al Corriere: “Sinistra democratica nasce ambigua, Mussi scelga”

Monica Guerzoni

dal Corriere del 7 maggio 2007

“In un momento in cui tutto si muove, chi sta fermo è sfottuto”. Oliviero Diliberto ha fretta. Per tenere a battesimo una sinistra del 15 per cento rinsalda l’asse con gli ex fratelli coltelli di Rifondazione, suggerisce a Fabio Mussi di guardarsi le spalle da Gavino Angius che rende “ambigua” la neonata Sinistra democratica e lancia la sfida per l’egemonia: “Chi ha più filo, tesserà”. E siccome è convinto che i figli della sconfitta dell’89 siano “rimasti sepolti sotto le rovine”, è pronto a fare un passo indietro sulla leadership. “Io non mi candido ad essere il capo della sinistra unita”. Mussi l’ha convinta? “Ecumenico. Angius invece è stato molto chiaro”. Guarda ai socialisti. “Trovo abbastanza singolare la sua scelta alla luce di una storia politica che è molto più simile alla mia che non a quella di Boselli. Ricordo con affetto che eravamo schierati insieme contro la svolta della Bolognina”. Le vostre strade sembrano destinate a non riunirsi. “Angius fa una scelta che mostra plasticamente l’ambiguità intrinseca a ciò che è successo sabato al Palazzo dei congressi. Nella Sinistra democratica vi sono due opzioni distinte. Una molto simile alla nostra, è quella lanciata da Mussi e cioè l’unificazione in forma federativa di tutti coloro che non aderiscono al Pd” Tutti, Boselli compreso? “Senza specificare. Mussi è stato molto bravo perché ha volutamente lasciato tutte le opzioni aperte”. Sinistra senza aggettivi, né comunista né socialista? “Io voglio continuare a essere comunista, ma se Mussi non ha usato aggettivi di tipo identitario è perché avrebbero creato divisioni. Immagino che Angius voglia portare nella costituente socialista la maggior parte dell’ex Correntone”. Angius dentro Sd da cavallo di Troia? “Nelle sue parole non c’è inganno. Angius fa un'operazione del 3 per cento, la mia vale il 15 per cento. E' lo spazio a sinistra del Pd, solo un cieco non lo capisce. Comprendo che Mussi non voglia spaccare il suo gruppo ma deve scegliere”. Sembra voglia aspettare fino alle Europee. “'I cantieri che rimangono aperti troppo a lungo si trasformano in grandi buche dove si finisce per cadere. Mussi dica in fretta cosa vuole fare. Se nasce il Pd stiamo fermi? Il rischio e' che non se ne faccia niente”. Giordano lancia un “patto d’unità d’azione”. Lei ci sta? “Mi sembra che il Prc avverta la mia stessa urgenza politica. Dobbiamo partire anche da questa ritrovata sintonia tra due partiti che si richiamano al comunismo”. Nel Pantheon di Mussi ci sono Gramsci e Berlinguer. Nel suo? “Tutti quelli che rappresentano un pezzo di storia comunista. Nel mio non c’è Gandhi e in quello del Prc sì, ma sarebbe folle se fosse un elemento di divisione. Guardiamo avanti”. Vale anche per Cossutta? “Se n’è andato lui, però il percorso unitario riguarda tutti. Ovvio che ciascuno conterà per il consenso che si porta dietro”. Non teme egemonie? “''La sfida per l'egemonia non mi spaventa. Chi ha più filo tesserà. Riguardo alla mia persona non mi candido a fare il capo della sinistra unita e mi auguro che la leadership sia l'ultimo dei nostri problemi”. La corsa è già scattata. personale. Non dico che io a 50 anni devo tirarmi indietro, parlo di atti di generosità in nome della sinistra. Se si facesse la confederazione sarebbe una cosa così importante che chiunque ne fosse il capo mi andrebbe bene. Si deciderà insieme e comunque non sarei io”. a loro. “Non hanno deciso niente, stanno furiosamente litigando su tutto. Il capo dell’alleanza non lo decide un partito solo. Per la maggioranza ci vuole il 51% e il Pd da solo non basta”. La “cosa rossa” avrà falce e martello nel simbolo? “Il se e il come lo decideremo assieme. Prima dobbiamo riprogettare i contenuti e questo lo possono fare solo quelli che non sono figli della sconfitta dell'89. Cioè la generazione dopo la mia”. Fuori tutti? Diliberto, Mussi, Giordano? “Noi abbiamo categorie di pensiero datate, mentre chi è nato l'anno del crollo del Muro non è rimasto sepolto sotto le sue rovine”.


 

 

 

Diliberto a la Stampa:

"Decreto Afghanistan, rischio Grande Centro"

Roma 26 marzo 2007

“Chiedo al governo italiano che intervenga con decisione per la liberazione dell'interprete di

Mastrogiacomo e del mediatore di Emercency che ha fatto da tramite per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo: ha trattato su esplicita richiesta del governo, adesso non lo si deve abbandonare”. Alla vigilia del difficile passaggio del decreto di rifinanziamento della missione militare in Afghanistan, il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Di liberto lancia un appello. E un allarme: il governo è su un crinale difficile. Se ci fossero voti incrociati, sarebbe Prodi a rischiare. Martedì c’è il voto sull’Afghanistan. Che succede se gli ordini del giorno dell’Udc che tendono a mettere in condizioni di sicurezza i nostri militari vengono votati anche da esponenti del centrosinistra?

“Questi giochino da parte dell’Udc sono miserabili: chi può volere che i soldati italiani non siano messi in condizione di difendersi?”

Nessuna contrarietà anche se si trattasse di armi ì, aerei, elicotteri?

“Tutto quello che chiedono i vertici della Difesa: attrezzature, dalle scarpe alle armi, per i compiti istituzionali cui sono preposti gli italiani. E il nostro compito e' organizzare la locale macchina della giustizia”.

Ma siete voi a sostenere che in Afghanistan c’è la guerra…

“E infatti io vorrei il ritiro delle truppe. Ma per stare all’oggi, la Nato ha affidato agli italiani il compito di riorganizzare il sistema giudiziario. Quanto a una maggiore sicurezza dei nostri militari, chi mette in atto giochini parlamentari e' proprio chi non e' interessato alla vita dei nostri soldati”.

Ma il decreto passerà con i voti dell’Udc, e l’ordine del giorno di quel partito avrà i voti dell’Udeur, come ha già fatto sapere Mastella. Lo prenderete come un cambio di maggioranza?

“Ho visto che Prodi si dice tranquillo. Io gli chiedo di prendere in mano la situazione, di governare il Paese e anche la sua maggioranza. Di essere in prima persona il regista di quello che succederà martedì, per evitare che gli agguati del Centro, che già si manifestano, lo mettano in pericolo”.

Cioè che si sposti al centro l’asse della maggioranza?

“No, per evitare che quei giochi servano a cambiare la maggioranza. Perché se Mastella pensa al Grande Centro, è evidente che quell’operazione non prevede Prodi premier. Casini l’ha detto: io mai con i comunisti. Quindi si potrebbe sostituire un pezzo di maggioranza con un pezzo dell’opposizione. Chiedo a Prodi di non sottovalutare la situazione”.

Cosa dovrebbe fare Prodi, secondo lei?

“Garantire che tutti votino in una sola maniera. Così come a me chiede di continuare a votare perché i nostri militari restino in Afghanistan, cosa che come è noto a me non piace per niente, così induca Mastella e tutti i centristi a votare solo gli ordini del giorno della maggioranza. Che non si voti nulla che non sia stato concordato con tutti gli alleati dell'Unione”.

E se il governo dovesse accogliere alcuni ordini del giorno dell’opposizione?

“Io non invito il governo a farlo, ma se lo facesse il problema del voto incrociato sarebbe risolto. Ho visto spesso l’opposizione accogliere ordini del giorno della maggioranza, e viceversa. Senza che si verificasse nessun cambiamento della maggioranza, ma perché non c’erano stati voto trasversali agli schieramenti, naturalmente”.

La relazione di Oliviero Diliberto al Comitato Centrale

Roma 10 marzo 2007

Questo Comitato Centrale, come potete facilmente intuire, è di grande rilievo. Non solo perché indice il nostro congresso nazionale, ma anche perché si colloca in una fase che presenta caratteri potenzialmente nuovi rispetto a quella che abbiamo alle spalle.

Dalla prima redazione del documento congressuale, bozza che è stata approvata dalla Direzione Nazionale del partito e che vi è stata consegnata, sono accadute molte cose di rilievo politico. La segreteria ha proceduto quindi a qualche correzione, integrazione, interpolazione, perché ha dovuto tenere conto sia della crisi di governo che delle conseguenze della crisi. Mi limiterò quindi, nell'introduzione, ad alcune considerazioni di carattere squisitamente politico e generale, per ragionare insieme e capire come rispondere alle sfide della nuova fase.

Il documento congressuale, come avevamo stabilito, è asciutto e tutto politico. Ci saranno poi delle schede di accompagnamento su singoli punti, ma il documento è uno e, ove il Comitato Centrale lo approvi, sarà questo.

Abbiamo alle spalle una crisi di governo che fortunatamente si è risolta, anche se ha segnato profondamente il Paese e la sinistra. Credo che occorra svolgere una riflessione sulla crisi, sia per come è avvenuta sia per come si è risolta e per le prospettive che ha involontariamente aperto.

La crisi si è aperta al Senato perché, come sapete, è venuto meno da un lato il voto di due irresponsabili sedicenti di sinistra (anche se in realtà il loro voto non è stato determinante) e per via della astensione o voto contrario di tre senatori a vita che fino a quel momento avevano sempre votato a favore del governo. Solo uno di questi tre voti, quello di Cossiga, era esplicitamente contrario alla politica estera del governo. Cossiga lo ha detto chiaramente: il suo era un voto di ispirazione “filo atlantica”, mentre a suo dire il governo - e non del tutto a torto – quell’ispirazione non ce l’ha a sufficienza o, per lo meno, non quanto il precedente governo.

Gli Usa hanno dimostrato in tutte le circostanze - da ultima la lettera dei sei ambasciatori, atto irrituale e gravissimo di ingerenza nella politica interna di un Paese – di non amare affatto il governo Prodi. Ma solo Cossiga ha votato contro la politica estera. Invece l’astensione di Andreotti (l'astensione al Senato vale come un voto contrario) è stata espressa, per sua stessa ammissione, in relazione alla vicenda delle coppie di fatto, come adesione alle posizioni del Vaticano. E Pininfarina, il terzo voto contrario dei senatori a vita, è, come noto, un autorevole esponente di Confindustria.

In altre parole, la crisi è stata aperta dal versante moderato dell'Unione, ed è stata aperta per la contrarietà dei poteri forti  - Usa, Vaticano, Confindustria - che non vogliono più questo governo. E tuttavia la reazione di massa, orchestrata abilissimamente dai giornali che appartengono, non a caso, proprio a quei poteri forti, ha fatto apparire la caduta del governo come una “responsabilità della sinistra radicale”. Abbiano noi stessi misurato quanto insidiosa sia stata questa offensiva politico-mediatica e quanto abbia pesato sull'atteggiamento della nostra gente, dell'elettorato di sinistra: siamo stati sommersi di pesanti critiche. Tra centinaia e centinaia di e-mail, fax e telefonate, nove su dieci esprimevano delusione, rabbia, amarezza.

Il giorno dopo la crisi abbiamo convocato la Direzione del partito. Non sapevamo allora se Prodi ce l'avrebbe fatta. In quell’occasione abbiamo deciso di rinserrare le fila, tendendo la barra ben dritta e ribadendo con forza che era il momento dell’unità.

Quando si declinano due termini come “unità e diversità”, ci sono  momenti in cui prevale l'uno e momenti in cui prevale l'altro, perché non è mai secondaria la contingenza politica, le condizioni date. Una linea politica non va declinata in astratto, ma nel mondo reale. Oggi è il momento dell'unità, perché abbiamo bisogno di recuperare con la nostra gente.  

Il paradosso è che non eravamo colpevoli. Abbiamo lavorato per recuperare perché abbiamo avvertito chiaramente che una seconda caduta di Prodi, dopo quella provocata da Rifondazione nel ’98, non sarebbe stata perdonata e le forze della sinistra l’avrebbero pagata pesantemente.

In quei due giorni di passione abbiamo verificato sul campo che le medesime persone, gli stessi che sino al giorno prima erano ipercritici nei confronti del governo, a governo caduto ci incolpavano di aprire la strada al ritorno di  Berlusconi. Si è insomma palesata l’apparente contraddittorietà delle richieste che vengono da nostro elettorato: da un lato la richiesta dell’unità, dall’altro l’invito a dare risposte forti alle molteplici aspettative del dopo elezioni.

Le due sensazioni, le due richieste convivono nel nostro popolo esattamente come noi immaginavamo. Il panico che si è diffuso a livello di massa è esattamente quello che ha fatto dimenticare d'un colpo le critiche anche aspre al governo Prodi. Critiche che, se il governo durerà, torneranno a riemergere.

Ma proprio perché la crisi è apparentemente, nel senso comune, nata per responsabilità della sinistra, Prodi e la parte moderata della coalizione hanno sapientemente messo a profitto la situazione e oggi il governo, anche per l’ingresso di Follini, ha acquisito caratteri più moderati. E noi abbiamo margini di critica ridotti.

Fortunatamente la crisi si è ricomposta. Se non fosse avvenuto, era già pronta, dietro l'angolo, la politica delle larghe intese, un pericolo niente affatto tramontato, perché le forze che abbiamo visto all’opera durante la crisi, quelle che più hanno criticato la sinistra addossandole tutte le colpe,  continueranno a lavorare per indebolire o far cadere Prodi. C’è comunque un paradosso. Ed è che il migliore alleato di Prodi oggi è sicuramente Berlusconi. Nella politica delle larghe intese Berlusconi è finito, e lo sa, ed è costretto ad essere, proprio lui, il più rigido custode del bipolarismo.

Le forze moderate, sia nell’Unione che nella Cdl, continuano a lavorare per costruire altri scenari. All'indomani della risoluzione della crisi di governo, il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha rilasciato un'intervista in cui ha parlato esplicitamente di maggioranze variabili. E le maggioranze variabili, com’è del tutto evidente, sono l'anticamera della fine del bipolarismo, rappresentano un allargamento al centro: ancora una volta la politica delle larghe intese.

La verità è che questo centrosinistra dà fastidio e dà fastidio perché al suo interno ci siamo noi, i comunisti. Persino più di quanto noi stessi immaginiamo. Prendete Il Sole 24 Ore di ieri: c'è il chiaro tentativo di Confindustria di ridurre la stabilizzazione dei circa 400 mila precari delle pubbliche amministrazioni che noi comunisti abbiamo ottenuto nella Finanziaria. Che vuol dire? Vuol dire che i comunisti dentro il governo - se sono capaci - ottengono risultati, non sono ininfluenti. E’ proprio per questo ci vogliono cacciare.

E’ allora evidente che in questa fase è richiesto a tutti noi un grandissimo equilibrio, sapendo che siamo in un crinale difficile, più difficile di quello in cui eravamo prima. E tuttavia noi Comunisti italiani siamo usciti dalla crisi bene, con grande visibilità, con grande capacità di recuperare. Rispetto ai due giorni della crisi di governo, abbiamo dato prova di una grande tenuta del gruppo dirigente che ha consentito di dare di noi una buona immagine.

Dovremo continuare a gestire la fase politica in questo modo. Con spirito unitario e con l’unità del gruppo dirigente. Poi verificheremo insieme, dopo il congresso, come declinare la diversità e l'unità, anche se con maggiore equilibrio che in passato.

La crisi di governo ha colpito noi e tutto il centrosinistra. Ma chi ne ha subito di più le conseguenze è Rifondazione, che si trova oggi  in una situazione assai difficile,  tenuta sotto schiaffo da una parte e dall'altra. E’ colpita sul versante moderato ma, soprattutto, in quello di sinistra, nel rapporto con i movimenti. A questo vanno aggiunte le forti tensioni all’interno del gruppo dirigente che riguardano essenzialmente la linea politica. Perché quando i mutamenti sono eccessivi, quando si passa da “centrosinistra e centrodestra per me pari sono” a “centrosinistra ultima spiaggia e Prodi capo della rivoluzione proletaria”... beh, come dire, qualche prezzo lo si paga.

Durante la crisi Rifondazione ha tenuto un profilo esageratamente arrendevole. Quando si è profilata l'ipotesi dell'apertura all'Udc, noi abbiamo dichiarato di non avere nulla contro l’adesione all’Unione di singoli senatori, mentre l’ingresso dell’Udc avrebbe cambiato il profilo del governo. Rifondazione invece aveva già pubblicamente dichiarato di essere pronta all'allargamento della maggioranza.

Anche la gestione della vicenda Turigliatto non è stata brillante. L’espulsione è stata tardiva e controproducente ed ha provocato gli strali de il manifesto mentre i giornali borghesi parlavano di “processo staliniano”.

Nei giorni scorsi si è tenuta a Torino una manifestazione che non era, come scritto sui media, dei trotzkisti del Prc. Si è trattato della manifestazione di un pezzo vero di Rifondazione, capeggiato da un capo del vecchio Pci, Gianni Alasia, da Cremaschi, un pezzo importante di sindacato, e con la presenza di tutte le minoranze interne. C’è la sensazione che quel partito, senza più il suo timoniere, abbia perso la bussola. Nel suo gruppo dirigente si sono aperte lacerazioni profonde su quale sbocco dare alla situazione politica a sinistra.

Nella riunione della precedente Direzione ho chiesto ai compagni un mandato per “aprire” a Rifondazione comunista. Ho quindi rilasciato due interviste proprio su questo tema. Bertinotti ha replicato in una lunga intervista su Liberazione e per la prima volta, da quando c’è stata la scissione, ha avviato un dialogo senza steccati, eliminando innanzitutto dalla scena politica la sua creatura, e cioè la Sinistra europea, e poi parlando della necessità - Bertinotti ha un linguaggio diverso dal mio, ma interpretarlo è utile - che la sinistra faccia “massa critica” perché altrimenti verrebbe cancellata.

Bertinotti è consapevole che il disegno della parte moderata della nostra coalizione - e D’Alema lo ha esplicitato - è quello di costruire un centrosinistra profondamente diverso da quello attuale: un centrosinistra che imbarchi l'Udc e pezzi consistenti di moderati e metta la sinistra sostanzialmente ai margini, anche ricorrendo ad una legge elettorale forcaiola. Bertinotti lo ha capito. Noi lo avevamo capito prima, ma non mi interessa la disputa sulla primogenitura.

Quando parla di “massa critica”, Bertinotti intende la possibilità di aprire un percorso non di riunificazione, ma di unità a sinistra, nelle forme che si determineranno. Un percorso nuovo. Dentro Rifondazione non tutti la pensano così. Il segretario Giordano ha rilasciato dichiarazioni di netta chiusura. Comprensibile dal suo punto di vista, anche se chi fa il segretario di un partito dovrebbe sempre pensare alle conseguenze collettive, non a quelle individuali. E non a caso il leader della sinistra dissina, Fabio Mussi  - che ieri ha dichiarato che non aderirà al Partito Democratico - ha detto: “Io sto con la linea di Bertinotti e non con quella di Giordano”. Bertinotti e parte del gruppo dirigente del Prc ha preso atto che la Sinistra Europea è naufragata: si è trattato di nulla di più che di un po’ di ceto politico che sul piano del consenso non ha portato sostanzialmente nulla.

A nome della Direzione ho rilasciato su questo tema ulteriori interviste e poi, in un impegnato discorso alla Camera dei Deputati, ho ufficialmente aperto una riflessione pubblica tra noi e Rifondazione per tentare davvero di andare avanti su questa linea. Badate, noi dobbiamo insistere, perché per la prima volta dopo tanti anni la nostra linea, la linea di unità a sinistra, viene premiata.

Ho piena consapevolezza delle difficoltà che abbiamo di fronte, del percorso accidentato che ci attende. Ogni qual volta si tenta un percorso unitario a sinistra, c'è sempre un ostacolo che lo impedisce. Ma sino ad oggi l'ostacolo più grande era rappresentato proprio Bertinotti. Ricordate la Camera di consultazione permanente, il Forum programmatico di Patta? Bertinotti poneva sempre un alt affermando la sua contrarietà ad “assemblaggi di ceti politici”. In realtà era l'autosufficienza di Rifondazione.

Oggi Rifondazione teme l'effetto Molise a livello nazionale, e cioè una perdita drammatica di voti mentre noi continuiamo ad avanzare.

In questa situazione ci può essere in qualche compagno la tentazione dell'autosufficienza: “Rifondazione sta attraversando una crisi: bene, cresciamo noi”. Io credo che la crisi di Rifondazione, viceversa, debba spingerci con più coraggio, con più determinazione, sulla linea dell'unità a sinistra. Perché in un momento politico come l’attuale, dobbiamo reagire al tentativo di cancellare la sinistra. Da soli non potremmo farcela. Tanto più se vi sarà una legge elettorale con soglie di sbarramento. Il tentativo dei partiti più grandi, tutti, è quello di eliminare le forze minori, i cosiddetti “cespugli”, ma soprattutto le forze della sinistra, introducendo il modello tedesco che ha una soglia di sbarramento del 5%. Non ci arriviamo noi, ma oggi non ci arriva neanche Rifondazione. E Rifondazione lo sa perfettamente.

Non sappiamo le forme che prenderà questo dialogo e questo tentativo di riunificazione. Io ho una bussola che è ciò che abbiamo scritto nel documento, la bussola dell'unità e della nostra identità. Non ne vedo altre e sarei per non mettere ulteriori paletti o criteri o metodologie. Noi che siamo stati gli alfieri dell'unità a sinistra. di fronte all’apertura di Bertinotti non possiamo certamente tirarci indietro. Per questo chiedo a tutti i compagni di superare gli inevitabili fastidi, i vecchi rancori, le storie pregresse e di guardare avanti. La politica si fa con la testa, non con la pancia. Viviamo uno di quei momenti in cui si può determinare un grande cambiamento nella storia politica italiana,. In questo Comitato Centrale chiedo a tutti i compagni ed a tutte le compagne di esprimersi con sincerità. Questo è il Comitato Centrale che varerà il Congresso. Quale occasione migliore per fare tra noi una discussione limpida, serena, politicamente attenta!

Ho proposto, a nome  della Direzione e della Segreteria, un percorso. E’ il percorso dell'unità nel mantenimento della nostra identità. E’ così che accettiamo il terreno dello scontro unitario. Dico “scontro” perché non sarà un dialogo semplice. Bertinotti ha già messo in campo alcuni temi: ambientalismo, femminismo, non violenza. Ha dimenticato il tema più importante e centrale, quello del lavoro. Io invece ritengo che l'unificazione della sinistra possa avvenire solo se il terreno comune è quello del lavoro, è la rappresentanza politica del lavoro salariato, nelle forme che si vanno esprimendo, quelle inedite e quelle antiche.

Non abbiate paura dell'unità. La nostra è un'identità forte. Il cimento unitario preoccupa chi ha un'identità debole, chi si confonde con gli altri, chi entra in osmosi con gli altri. E’ la famosa contaminazione occhettiana.

Per la prima volta si può forse aprire la strada della Confederazione della Sinistra e per la prima volta, forse, le dure repliche della storia non ricadranno su di noi, ma su coloro che l'unità non l'hanno voluta sino adesso. Bertinotti l'ha capito, altri ancora no.

Ultimamente, alla Camera, intervenendo sulla fiducia al governo Prodi, ho terminato citando un grande scrittore, perché forse il momento è davvero arrivato. Voglio citarlo ancora, nella sede solenne del Comitato Centrale che dà l’avvio al Congresso nazionale dei Comunisti Italiani: “se non ora, cari compagni e compagne, se non ora, quando?”.

 

Diliberto all'Unità:

 tentano di annientare la sinistra

di Simone Collini

Roma 5 marzo 2007

La crisi di governo è stata risolta, ma per Oliviero Diliberto quanto avvenuto nasconde "un rischio tutt'altro che scongiurato". Vale a dire "il tentativo di annientare la sinistra dello schieramento". E per evitare che questa operazione riesca, dice il segretario dei Comunisti Italiani, è necessario unire ciò che oggi è diviso. "Sono almeno cinque anni che il Pdci ha spostato la linea dell'unità a sinistra. Oggi, dopo lo scampato periodo della crisi, questa esigenza è avvertita anche da altre forze".

Dice Bertinotti in un'intervista alla Stampa che ci vuole una "massa critica".

E' un'intervista impegnativa. Nel mio linguaggio, parlo di rapporti di forza, ma in sostanza diciamo la stessa cosa.

L'altro giorno in Aula, vi siete stretti la mano. Ora l'invito che rivolge il Presidente della Camera è di ricominciare a discutere per verificare se oltre alle differenze abbiamo anche un destino comune".

Affermazione molto importante, che fa seguito alle aperture dei giorni scorsi, mie e sue. Io mi dichiaro pronto a discutere. Sono cinque anni che sosteniamo la necessità di unire la sinistra. Oggi, dopo lo scampato pericolo, questa esigenza è avvertita anche da altri.

Lo scampato pericolo sarebbe la caduta del Governo Prodi?

Questo è quello immediato. Ma c'è n'è uno più di fondo, tutt'altro che scongiurato.

Che sarebbe?

Il tentativo di annientare la sinistra dello schieramento, noi e Rifondazione comunista, per sostituirci con forze di centro e ridisegnare così un centrosinistra diverso. Che di sinistra avrebbe comunque molto poco.

Tentativo in cui sono impegnate forze politiche o extra-politiche?

Palesemente, extrapolitiche. Sono i poteri forti che esplicitamente chiedono questo. Confindustria per un verso, la gerarchia vaticana per un altro, e abbiamo visto all'opera contro il governo Prodi anche una forza molto potente, la più potente di tutte, l'amministrazione Bush. Ma anche nel mondo politico, dentro il centrosinistra, avverto la tentazione di marginalizzare la sinistra. Se vogliamo evitare questo rischio, dobbiamo fare massa critica, appunto, cioè far pesare nei rapporti di forza quel 10-12% che tutti noi sommati rappresentiamo. Se siamo divisi non peserà o non peserà adeguatamente, se saremo uniti peserà eccome.

Uniti in che modo? Si è detto tante volte a cominciare proprio da Bertinotti e dal Prc, che non ha senso fare a sinistra un'operazione analoga a quella del Partito democratico.

Io intanto accolgo l'invito di Bertinotti a metterci a discutere. I modi sono la conseguenza dell'esigenza dell'unità,  saranno determinati dalla fantasia della politica. Io penso che ci sia il modo di salvaguardare l'identità di ciascuno e al contempo di unirci in una soggettività, che noi chiamiamo confederazione ma che si può chiamare in mille modi, che pesi nel panorama politico.

Mussi va al congresso Ds per "fermare il treno del Pd" e anche lui parla della necessità di unire la sinistra.

Non mi è sfuggito. Ovviamente gli auguro di vincere il congresso, perché fermerebbe la corsa del Pd. Ma razionalmente credo che la maggioranza sarà per varare il Pd. A quel punto lo stesso Mussi è il benvenuto in questa discussione che stiamo aprendo. Stiamo parlando di un'occasione storica, sarebbe colpevole non coglierla e non portarla fino in fondo. Anche spendo che se qualcuno dice che c'è una sinistra responsabile e una sinistra che non serve al paese, noi dobbiamo dimostrare di essere utili al paese, stimolando il governo a presentare politiche di riforme coraggiose dentro un imprescindibile quadro di centrosinistra.

Nei 12 punti voluti da Prodi e accettati dai segretari ci sono Tav ed Afghanistan. Rispetterete questi due punti?

Abbiamo assunto un impegno e siamo persone serie. Dopodiché, alcuni di quei punti sono dei titoli. Che so: riordino del sistema previdenziale. Lì si dice aumento delle pensioni minime e attenzione verso le pensioni dei giovani precari. Sottoscrivo. Non si parla d'altro.



 

La Tav non è un titolo, si dice che va fatta.

C'è un tavolo, un osservatorio tecnico, costruito da rappresentanti del Governo e delle comunità locali che devono proporre soluzioni che tengano insieme l'esigenza di fare la Torino-Lione e contemporaneamente di non impattare sulle realtà locali in maniera devastante. A quel risultato ci atterremo. 


 

 

Diliberto al Manifesto:

«Rischio centrista, dobbiamo unirci»
 

di Andrea Fabozzi

Roma 1 marzo 2007


Oliviero Diliberto, segretario del partito dei comunisti italiani, il governo è salvo per un pugno di voti, ma per la sinistra della coalizione comincia la quaresima.
La crisi ha determinato un rafforzamento moderato del governo, non c'è dubbio. Siamo andati sotto non per un semplice incidente ma per l'intervento convergente di tre forze diverse, riassunte nelle biografie dei senatori a vita Andreotti, Pininfarina e Cossiga, e cioè Vaticano, Confindustria e Stati uniti d'America. Nei dodici punti Prodi ha inserito dei titoli che danno dei segnali a queste forze, sia in maniera esplicita che implicita omettendo di dire alcune cose, caso eclatante quello dei Dico. Tuttavia il discorso di Prodi di martedì mi ha rincuorato. Perché anche sui temi delicati, come le pensioni e la politica estera, è stato molto bravo a dire alcune cose che sono perfettamente in linea con il programma della coalizione.

Ma sia Napolitano che Prodi hanno messo all’origine della crisi la litigiosità  della maggioranza. Non è anche colpa della competizione tra Rifondazione e il Pdci?

Secondo me questa conflittualità-che c’è- non ha avuto peso nella crisi. Ma è obbiettivamente un problema. Anzi è il grande problema che da anni abbiamo di fronte tutti noi forze della sinistra.

Perché questa volta dovreste riuscire a risolvere  il problema?

Direi che dal mare può venire il bene. Da un trauma, perché di questo si è trattato, stiamo uscendo con un clima nuovo a sinistra. Può sembrare banale ma è importante visti i precedenti. C’è un clima di confronto e dialogo che può servire a porre le basi per un progetto di unità a sinistra al quale tengo moltissimo da molti anni. Bertinotti in un’intervista  impegnata a Liberazione  per la prima volta ha aperto a un terreno comune di lavoro politico. E d’altro canto quella che Bertinotti chiama la massa critica della sinistra oggi rappresenta tranquillamente il 12% del paese. E’ può rappresentare in futuro molto di più.

Il 12% in base a quale calcolo?

Sono i voti presi alle politiche: Rifondazione, noi e i Verdi. Ma anche un pezzo dei Ds perché la nascita ormai certa del partito democratico porta a chiedersi se la sinistra in Italia deve continuare ad esistere oppure no.

Diciamo che speriamo di sì.

Allora dobbiamo aprire un a fase nuova che non è l’allargamento di un partito o di un altro, ma la costruzione di una soggettività diversa. Che in quanto tale può funzionare da polo di attrazione anche per i compagni dei Ds che non aderiranno al partito democratico. So benissimo che a sinistra è molto più difficile costruire che distruggere. Ma oggi vedo per la prima volta da parte di Rifondazione la disponibilità a discutere di questo tema e ne sono felice. Noi siamo pronti da anni. Se oggi vogliamo bilanciare a sinistra l’asse del governo, e ci sono le condizioni sulla base del discorso di Prodi, dobbiamo essere non frastagliati e più uniti.

Strategia di difesa, dunque, non di attacco?

Parliamoci chiaro, c’è qualcuno che già lavora ad un centrosinistra diverso da quello odierno: il partito democratico, qualche pezzo più piccolo tipo Udeur più Udc di casini. Cioè un centrosinistra che in realtà sarebbe un centro, escludendo la sinistra. E come reagisce la sinistra a un tentativo di marginalizzazione, quasi di espulsione dal bipolarismo italiano? Deve reagire unendosi e facendo pesare la sua forza. Se qualcuno dice che questa sinistra non serve al paese  bisogna dimostrargli che esiste e che è grande e conta. La nostra ambizione è tornare a far parte di una formazione politica grande, che quindi non può essere esclusa.

In quella lunga intervista a Liberazione Bertinotti non parla più di Sinistra europea e anzi invita a non perdere tempo con la progettazione di nuove architetture di partiti. Il Pdci è disposto a rinunciare alla sua proposta di confederazione?

La confederazione è una delle possibili ipotesi di unità. La fantasia della politica, tanto più in Italia, ci può consentire di trovarne altre. Non sono innamorato della confederazione, la trovo solo l’ipotesi più realistica.

Per una nuova alleanza a sinistra si porrebbe il problema del nome e persino del simbolo. Diliberto è disposto a rinunciare a quelli del suo partito?

Intanto mi risulta che sia Rifondazione che il Pdci abbiano nel nome l’aggettivo comunista e nel simbolo la falce e martello. Sono realista e credo che ciascuno di noi debba concorrere a questa soggettività unitaria della sinistra con il proprio nome e il proprio simbolo. Non dobbiamo perdere nessun pezzo. La confederazione doveva servire a questo, a evitare ulteriori frammentazioni. Ma non ho problemi a cercare una formula che sia nuova per tutti e che consenta a ciascuno di essere se stesso in un contenitore più ampio.

Un contenitore che rischia però di essere l’ennesima architettura tra forze parlamentari, tagliando fuori i movimenti e tutto quello che sta fuori dai partiti.

Ma i partiti esistono e sono uno strumento di partecipazione organizzata, non si possono escludere. Chi solleva questa obiezione in realtà non ha interesse a fare un passo avanti. Certamente poi bisogna includere anche i movimenti.

Facile a dirsi, ma quando un parlamentare vota come chiedono i movimenti lo cacciate dai vostri partiti.

Non è così, la grande maggioranza dei movimenti ci ha chiesto l’opposto e cioè di non fare al crisi. Sono solo segmenti dei movimenti che chiedono ai parlamentari di rispondere comunque alla propria coscienza senza valutare l’effetto politico. Sono davvero una netta minoranza. Da questo punto di vista non ho titubanze.

Cioè fosse stato ancora in Rifondazione avrebbe votato l’espulsione di Turigliatto?

Se stavo ancora in Rifondazione Turigliatto non lo avrei proprio candidato, il problema non me lo sarei posto.

Ma ha candidato Rossi.

Perché Rossi quando è stato candidato non aveva una posizione diversa da quella del partito. L’abbiamo scoperta dopo, diciamo così.


 

 

Diliberto al Messaggero:

su Kabul no a maggioranze variabili

Roma 28 febbraio 2007

Oliviero Diliberto non arretra: sulla politica estera, a partire dall’Afghanistan, l’Unione «deve essere autosufficiente». No a maggioranze variabili, dunque. Tranne che per i Dico, che sono al contempo «materia etica, che riguarda le coscienze». Quanto alle riforme, niente Bicamerale «che è anche iettatoria».
Segretario, per l’opposizione il discorso di Prodi è stato un compitino scialbo. Condivide?
«Ovviamente no. Il premier è stato molto bravo perchè ha toccato punti che parlano al cuore e alla testa del nostro popolo. Penso al precariato, a partire dalla regolamentazione di quello della pubblica amministrazione. Penso alle pensioni, dove è stato ribadito il principio della concertazione caro a sindacati, sgrombrando il terreno da alcune fibrillazioni».

E sulla politica estera, dove il governo è caduto?

«Lì Prodi ha detto tre cose. Palestina: due popoli e due Stati. Iran: no alla forza ma tenere aperto il canale diplomatico. Afghanistan: conferenza di pace. Dal mio punto di vista si conferma che, dati i vigenti rapporti di forza, l’attuale è il governo più avanzato possibile. E lo dobbiamo blindare».
Già. Tuttavia ieri vicino Kabul c’è stato un attentato ad una base Usa e sono in molti a pensare che siamo alla vigilia di una offensiva talebana. Se fosse necessario mandare nuove truppe, il Pdci voterà contro?
«Siccome ogni giorno ha la sua pena, prefigurare - come fanno alcuni addirittura auspicandola, ed è una cosa gravissima - la partecipazione italiana ad un conflitto diretto mi sembra mettere il carro davanti ai buoi. Noi lì abbiamo compiti precisi; se la situazione cambierà la valuteremo».
Segretario, sulla politica estera siete disposti ad accettare maggioranze variabili?
«Sarebbero un errore politico. Sulla politica estera e sul resto. Le incursioni di pezzi del centro-destra nel nostro schieramento, lo indebolirebbero».
E se si verificassero significherebbe una nuova crisi?
«Sono convinto che il trauma che il centro-sinistra ha subito ci indurrà, tutti - e lo dico a ragion veduta perché non sono io sul banco degli imputati - ad un grande senso di responsabilità».
Condivide l’invito rivolto da Prodi all’opposizione di dialogo sulle riforme a partire da quella elettorale?
«Che si debba cambiare la legge elettorale è nelle cose. Sento parlare di bicamerali, che però Prodi non ha citato. A parte che mi sembra una cosa vagamente iettatoria, vorrei ricordare che i lavori della Bicamerale presieduta da D’Alema erano obiettivamente in concorrenza con quelli del governo. Vorrei evitare che si ripetesse. Il che non significa un no pregiudiziale: anzi, egoisticamente potrei anche essere favorevole perchè diventerebbe una garanzia per la durata altri 4 anni della legislatura. Io dico: troviamo le forme per far lavorare bene il governo innanzi tutto. Poi vediamo. Penso che basterebbe il confronto parlamentare senza ricercare organismi ad hoc».
E sui Dico da Prodi nemmeno una parola...
«Il governo ha fatto la sua parte. In Parlamento dovremo cercare di avere una maggioranza, chiedendo anche ai laici della Cdl di unirsi a chi vuole la legge».
C.Fu.


 

 

 

 

Diliberto al Corriere:

Rispettiamo gli impegni con Romano
 
Roma 26 febbraio 2007
 
di Sergio Rizzo
 
 

 
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«Guai a noi». Con queste tre parole Oliviero Diliberto spiega perché ha sottoscritto i dodici impegni chiesti da Romano Prodi. E perché, rivendicando il leader dei Comunisti italiani di essere «una persona seria», li rispetterà.
Guai a voi?
«Il rischio di fare un regalo alla destra è troppo elevato perché io lo voglia correre. Dopo di che vedremo come i singoli provvedimenti verranno varati».
Anche lei mette già le mani avanti? Allora ha ragione chi sospetta che quei punti siano un pannicello caldo.
«Non credo proprio. Il trauma della crisi dopo soli nove mesi è stato utile, perché ha indotto ciascuno di noi a ragionare sulla conseguenza di un'eventuale caduta di Prodi. Posso dirle che con gli attuali rapporti di forza un governo come questo me lo tengo stretto non una, ma 40 volte».
A costo di ingoiare qualcosa che le piace? non
«Abbiamo già ingoiato una finanziaria pesantissima. In una coalizione si fanno sacrifici pur di tenerla in piedi. Se l'alternativa è il governo di larghe intese, o il ritorno prevedibile di Berlusconi, con le elezioni anticipate, beh... Ma poi quei dodici punti indicano categorie generali ».
La riforma delle pensioni le pare una categoria generale?
«Si dice che occorre riordinare la previdenza, con priorità rispetto ai giovani e alle pensioni più basse».
Ma non si parla di abolire lo scalone. E se le rimettono sotto il naso l'adeguamento dei coefficienti?
«Vedremo se accadrà».
Accadrà. Tommaso Padoa-Schioppa ha sempre detto che vuole la stabilità finanziaria del sistema previdenziale.
«Ma siccome l'ultima parola non ce l'ha lui ma Prodi, confido nella saggezza del premier. Sono convinto che i provvedimenti più delicati verranno analizzati preventivamente. Detto questo mi fido della mediazione di Prodi».
Senza riserve? Anche sulla Tav?
«Prodi ha dimostrato anche in questo caso grande capacità di mediazione. E poi sulla Tav il mio non è mai stato un no a prescindere ».
Cosa si aspetta?

«Un osservatorio tecnico costituito dal ministero delle Infrastrutture con i rappresentanti delle comunità locali sta lavorando per trovare una soluzione».
Quello che si decide lì le sta bene?
«Sì».
Sulle liberalizzazioni, che alla sinistra non sono mai piaciute, invece non c'è nessun osservatorio. Che si fa?
«Abbiamo sempre votato a favore. Dipende da che cosa si liberalizza: certamente non l'acqua. Ma se si liberalizza il sistema assicurativo, può contarci che voteremo a favore».
E i costi della politica, li tagliamo?
«Certamente. Aprire una grande stagione contro ingiustizie e privilegi, come gli stipendi scandalosi dei manager pubblici, sarebbe un bel segnale. E per quanto riguarda i privilegi dei parlamentari segnalo che noi abbiamo le coppie di fatto: ebbene, io vorrei trasformare questo privilegio di pochi in un diritto di tutti»
Però i Dico non sono nel dodecalogo.
«Mancano tante cose».
Come la riforma della tivù, che ha fatto arrabbiare Berlusconi. Non è strano?
«Non direi. Coppie di fatto ed emittenza sono disegni di legge già approvati dal Consiglio dei ministri. Priorità acquisite con un impegno parlamentare».
Non le fa effetto dover ringraziare Marco Follini? A differenza dei riformisti la sinistra radicale non sembra entusiasta del nuovo acquisto.
«Non sono un ipocrita e dico che sono stracontento di aver guadagnato un senatore. Visto che Follini ha voluto fare polemica nei miei confronti, gli rispondo: benvenuto, Marco».
Pure a Casini direbbe «benvenuto Pier Ferdinando»?
«No. Un conto è un singolo da anni insofferente verso Berlusconi, altro conto è un partito conservatore che snaturerebbe la coalizione. Ma il problema non si pone. Casini non arriverà mai».
Invece il cattolico Follini soccorre Prodi in crisi per colpa della sinistra radicale.
«Il paradosso è un altro. È stata attribuita la responsabilità della crisi alla sinistra radicale, mentre invece l'ha provocata il versante moderato».
Ancora la storia del complotto fra Chiesa, Usa e industriali?
«Non lo dico io, l'ha scritto Italia Oggi.
Non un complotto, ma una profonda avversione a questo governo. Condivido in pieno il giudizio del quotidiano».
 

Complotto o no, sarebbe stato ordito da senatori a vita. Che c'entrano con la tenuta della coalizione?
«Il primo governo Berlusconi nacque nel 1994 grazie ai senatori a vita. O non valgono mai o valgono sempre».
Non teme il mal di pancia della base dopo la resa incondizionata a Prodi?
«La nostra gente è intelligente e responsabile. Regali a Berlusconi non ne vuole fare».

 

 

Diliberto al Messaggero:

"Pdci con Prodi"

di Claudia Terracina

Roma 23 febbraio 2007

I comunisti italiani vogliono «Prodi, fortissimamente Prodi». E anche «D’Alema confermato agli Esteri». Il Segretario, Oliviero Diliberto, annuncia che «si batterà come un leone per questo» e assicura «che sulla missione in Afghanistan c’è già un patto di ferro». E, a notte fonda, torna a sorridere e a sperare «di poter proseguire tutti insieme, senza strane alleanze», soddisfatto, in particolare, per l’impegno sulla scuola. Il dramma vissuto al Senato sembra, dunque, finalmente lontano, anche se «resta l’amarezza per il tradimento di Rossi».

Lo sa, segretario Diliberto, che Rossi è stato aggredito in treno?

«Ho saputo e depreco la violenza, ovviamente, anche se il comportamento di Rossi, che ha tradito il mandato dei nostri elettori, aiuta a comprendere l’esasperazione dei nostri compagni».

E’ ancora valida  l’idea di una manifestazione dell’Unione per Prodi?

«Si, per riaffermare che solo questa maggioranza con questo premier è in grado di arginare i tentativi di sbattere la sinistra fuori dal governo per varare operazioni moderate e neocentriste».

Sente puzza di bruciato onorevole Diliberto? E cosa deve fare la sinistra per difendersi e difendere il governo?

«Deve dare un segnale di unità forte. Dobbiamo ristabilire un canale di dialogo continuo e cordiale tra Rifondazione e il PdCI. La speranza poi è una sinistra tutta unita. Del resto, ritengo che una delle cause di fibrillazione della maggioranza sia stata proprio la competizione a sinistra»

Secondo lei, tutta l’unione vuole che Prodi continui a guidare la maggioranza?

«Non escludo che qualcuno possa coltivare tentazioni diverse, ma ora sono più ottimista»

Si parla apertamente di nuovi apporti alla maggioranza, voi siete favorevoli?

«Ben vengano singole personalità, ma nell’ambito del programma dell’Unione. Saremo capaci di essere duttili, ma l’impianto del progetto di governo non deve cambiare. E’ il nostro popolo che ce lo chiede e non possiamo deluderlo. Non ha senso invece l’ingresso dell’Udc perché Casini sogna di scomporre questa maggioranza e di comporne una nuova con pezzi significativi del centrodestra. Comunque, anche lui esclude di poter governare con noi. Il che rende impossibile una collaborazione. Del resto, sono mesi che la Confindustria, l’amministrazione Bush e le gerarchie vaticane puntano a espellere la sinistra dal governo»

Un progetto che rischia di andare in porto, proprio grazie a due sentori dell’estrema sinistra…

«Per quanto ci riguarda, abbiamo espulso Rossi già a ottobre 2006, tanto che ha fondato un nuovo partito, Officina comunista, di cui si sentiva proprio la mancanza… Spero abbia capito che se Berlusconi torna al governo la base di Vicenza sarà quadruplicata e i nostri militari resteranno in Afghanistan in eterno. Un bel risultato, davvero. Però il governo non è caduto per quei due scellerati, ma per il lucido disegno di quei poteri che, alla fine, hanno ottenuto la crisi»

Un disegno tratteggiato anche da Andreotti? «La sua è stata una lucida e spietata operazione politica. Lo stesso ha fatto Cossiga, che però forse ha sofferto ad affossare D’Alema, mentre Andreotti certo no.»


 

 

 

Diliberto: io sfilerò, gli altri liberi di decidere

di Gianna Fregonara

Roma 14 febbraio 2007

«Io ci sarò. Con il mio partito ho fatto una scelta precisa: che il segretario non partecipasse in prima persona al governo proprio per avere un'agibilità politica maggiore».
E i sottosegretari del Pdci, onorevole Diliberto, saranno al corteo di Vicenza?
«I nostri sono tutti degli indipendenti. Non verranno».
Condivide il richiamo di Prodi, che il governo non sia in piazza?
«Andarci è una scelta personale, non mi impiccio».
Prodi ha anche detto che la decisione sulla base è presa e non cambierà niente?
«Se la manifestazione sarà grande, sarà un fatto nuovo che potrebbe anche portare a una consultazione locale. Vedremo».
Che cosa cambia dopo gli arresti dei terroristi?
«Nulla».
Radio Sherwood dice che gli arresti possono criminalizzare il movimento.
«Il movimento deve prendere le distanze in modo inequivoco da chiunque pratichi la violenza, proprio per non fare il gioco di chi vuole strumentalizzarlo. Non siamo negli anni Settanta. L'idea poi che la manifestazione sia anche lontanamente connessa con azioni criminali ed eversive è degna di questa destra. Alla manifestazione ci saranno anche esponenti della Margherita, c'è Pax Christi, ci sono i comboniani, Alex Zanotelli. Sarà una manifestazione di popolo».
O finirà come a Roma a novembre con le bandiere bruciate e gli slogan contro i militari morti a Nassiriya?
«Sarà molto più grande della manifestazione di Roma. Non posso escludere che ci siano dei cretini o dei delinquenti, ma ho fiducia che la manifestazione riuscirà ad isolarli. L'altra volta ci fu un cortocircuito mediatico assurdo: diecimila persone sfilavano per chiedere due popoli due Stati, e poi c'erano tre provocatori».
È colpa dei giornali?
«Mi auguro che questo cortocircuito sabato non ci sia. Spero che il centrosinistra risponda in modo compatto, e non come è successo a novembre, quando mi sono sentito isolato dentro il ceto politico».
L'ambasciatore Spogli ha consigliato ai cittadini americani di non farsi vedere in giro dalle parti del corteo.
«Mi sembra grottesco che siamo visti come pericolosi. Sarà una manifestazione pacifica, come auspicato anche dal presidente del Consiglio».

Perché la sinistra non riesce a fare pulizia, e le Br si ricostituiscono?
«Quando si tratta di azioni criminali ci vuole l'isolamento sul piano politico, oltre all'intervento delle forze dell'ordine. Più in generale quelli del terrorismo sono percorsi carsici».
Epifani ha detto che sono dei folli.
«Se fossero terroristi, sarebbero dei delinquenti».
Ha dei dubbi che lo siano?
«Ho letto sui giornali, non so dare giudizio se sono terroristi e non posso dire se uno è colpevole finché non è condannato in via definitiva. Sono rispettoso dell'indipendenza della magistratura e i processi sommari non mi sono mai piaciuti. Pericoli eversivi li abbiamo riscontrati anche sul versante della mostruosa rete di intercettazioni illegali di Telecom. I falsi dossier nei dintorni della commissione Mitrokhin sono forme di illegalità e di eversione che ci dicono che l'Italia non è uscita da una lunghissima stagione di depistaggi e inquinamenti che ci portiamo dietro da Portella della ginestra».
Come andrà a finire il voto sulla missione in Afghanistan?
«Siamo in attesa di vedere il testo del decreto e della mozione parlamentare. Cercheremo di tenere insieme, come sempre, la lealtà a questo governo dentro la battaglia pacifista».
Se il governo non fosse autosufficiente che cosa succederebbe?
«Si deve preservare questa maggioranza. Confido che il decreto passerà con i voti del centrosinistra».


 

 

 


Oliviero Diliberto (Segretario Generale del P.d.C.I.)

Diliberto al Messaggero: “Il governo balla? Colpa dei Controriformisti”

di Nino Bertoloni Meli

Roma 9 gennaio 2007

«Riformisti? Controriformisti, piuttosto». Ce l’ha con Fassino e Rutelli, Oliviero Diliberto, leader del Pdci che già scalda i muscoli in vista di Caserta.
Onorevole Diliberto, a Caserta sarà braccio di ferro tra riformisti e sinistra radicale?
«Io non vorrei, ma con queste premesse non escludo ci possa essere».
Quali premesse?
«C’è un equivoco terminologico che rimanda a questioni politiche. Riformisti al mio Paese sono quelli che ampliano i diritti, che danno più spazi di libertà e di opportunità, non quelli che li restringono».
A chi sta pensando?
«Il primo centrosinistra, quello di Nenni con la Dc, fece la scuola media unificata e poi lo statuto dei lavoratori, quelle sì che erano riforme».
Oggi invece, di che si tratta?
«Mah, vedo Fassino e Rutelli avanzare solo proposte restrittive: innalzamento dell’età pensionabile, conferma della legge Biagi, tagli all’università. Ma allora dovevano dirlo prima agli elettori, non dopo aver preso i voti. C’è malcontento nelle fabbriche: vogliono affrontarlo aumentando l’età pensionabile?».
L’obiezione è che nel frattempo è cresciuta di molto l’età media, e passare da 57 a 60 anni per andare in pensione non sarebbe poi così grave.
«Suggerisco a qualcuno di andare a vedere come si lavora in generale, e alcuni lavori in particolare. Tre anni non è un numero, sono persone in carne e ossa».
Ma allora a Caserta dichiarerete guerra al riformismo di Fassino e Rutelli?
«Ma quale riformismo. Controriformismo, piuttosto. Sarebbe interessante, invece, se da Caserta si uscisse con un bel piano di riforme vere tipo aumento dei salari e delle pensioni più basse, nonché forti investimenti su scuola e ricerca, innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni. C’è una questione sociale che permane, grave, da non sottovalutare. Il risanamento è stato fatto, le entrate fiscali sono in forte aumento, ci sono ampi margini per dare impulso a politiche di protezione sociale, non restrittive».
Così metterete Prodi fra due fuochi.
«Non credo. Prodi ha detto che non c’è urgenza sulla riforma della previdenza, e io sono d’accordo. Anche il ministro Damiano, diessino, mostra molta più cautela in materia del suo segretario. E lo capisco, tocca poi a lui andare a discutere e trattare con i lavoratori. No, i problemi per il governo non vengono dalla cosiddetta sinistra alternativa, ma dall’area del Partito democratico».
Ds e Margherita han già detto che non accetteranno più veti.
«Non è nel mio costume porre veti. Chiedo solo che venga applicato il programma sottoscritto da tutti, anche da Fassino e Rutelli».
Ma si potrà pure aggiornarlo, questo programma, o è lesa maestà?
«Il fatto è che le proposte che vengono avanzate sono spesso l’opposto di quanto pattuito tra tutti prima delle elezioni».
Scontro sul riformismo, braccio di ferro sul programma, proposte divergenti: ma così rischia il governo.
«Chi mette a rischio il governo sono loro, i controriformisti. Forse hanno in mente un altro progetto politico. Io no, io sostengo Prodi».
Fassino e Rutelli perseguono un altro progetto politico?
«Vedo in giro strani movimenti. La Convenzione di Amato, inevitabilmente, avrebbe messo in difficoltà il governo. Sento parlare di intese più larghe, in pratica il cambio dell’attuale quadro politico».
Il tutto favorito da una nuova legge elettorale?
«Qui casca l’asino. Sono per il Tatarellum senza l’elezione diretta del premier. E sono pronto a discutere ma con un’avvertenza: fare le nuove regole del gioco con pezzi dell’opposizione escludendo pezzi della maggioranza, significherebbe davvero mettere a repentaglio la nostra coalizione».


 

 

Finanziaria:

l’intervento di Oliviero Diliberto alla Camera

Roma 21 dicembre 2006

Signor Presidente, onorevoli colleghi, i Comunisti Italiani voteranno a favore della fiducia sulla legge finanziaria. Una finanziaria che è servita a risanare le casse dello Stato, ma che avrebbe potuto essere gestita meglio e che in alcune parti va, a nostro avviso, anche seriamente corretta nel prosieguo dell'attività del Governo. Il malessere esiste e non mi riferisco certo alle proteste della Confindustria, che viceversa dovrebbe ringraziare per la quantità di risorse che riceve. Mi riferisco invece al malessere di quanti, tra i ceti meno protetti, si attendevano ben altre misure a loro vantaggio.
Dopo cinque anni di governo delle destre, nei quali sono stati «stracciati» diritti e protezioni sociali, sono aumentati vertiginosamente il precariato e l'insicurezza sociali, sono state varate leggi sulla giustizia, sull'informazione, sugli assetti degli interessi economici, sempre a favore dei più ricchi e dei più potenti; bene, dopo cinque anni di tale natura, il nostro popolo nutriva aspettative molto alte. Penso ai pensionati con i redditi più bassi, ai lavoratori salariati, ma penso anche a categorie particolari, quali gli insegnanti, le donne e gli uomini di cultura, che si aspettavano ben altro da questa finanziaria. Vi è insoddisfazione, forse anche per una carenza di informazione, vera e univoca su quanto è stato fatto, ma non solo per problemi di informazione. Penso alla delusione di vasti strati di opinione pubblica, anche su temi diversi da quelli della legge finanziaria, penso ai temi della laicità dello Stato, o al tema, annoso, della legge sul conflitto di interessi, che era stata posta al centro del programma e che ancora non vi è. Esistono, dunque, sacche di delusione e sarebbe dannoso, oltre che inutile, negarlo, perché c'è, per fortuna, il tempo per intervenire, per riconquistare consensi, per convincere. Nella finanziaria vi sono misure che noi giudichiamo davvero importanti. La lotta all'evasione fiscale sembrava impossibile; la lotta all'evasione fiscale è cominciata davvero: 33,8 miliardi di euro in più sono entrati nelle casse dello Stato. Una prima redistribuzione, timida, ma una prima vera redistribuzione di reddito può iniziare a partire dalle nuove aliquote fiscali. Inoltre, misure importanti e che aprono prospettive nuove sono state inserite per la regolarizzazione dei lavoratori precari della pubblica amministrazione, dalla scuola agli altri comparti ministeriali e per i precari degli enti locali. Siamo orgogliosi, lo dico davvero con orgoglio, che tali misure siano frutto dell'opera certamente di tutta la maggioranza, ma soprattutto dell'azione, alla Camera ed al Senato, del gruppo dei Comunisti Italiani. Allo stesso modo, sempre per i precari, si riconoscono i diritti alla maternità ed all'assistenza sanitaria e, per la prima volta, si interviene anche sul precariato nei rapporti di lavoro privato, vera piaga sociale, incentivando solo le aziende che assumono con contratti di lavoro a tempo indeterminato, cioè stabile e sicuro.
Molto c'è da fare; certo, un primo passo, serio è stato compiuto e salutiamo con favore l'assunzione di 400 nuovi ispettori del lavoro, per provare a mettere fine o, almeno, a limitare la tragedia degli infortuni sul lavoro. Esistono tuttavia - come dicevo - anche ombre, non lievi, che chiediamo al Governo di dissipare, di rimuovere.
Onorevoli colleghi, se la maggioranza parlamentare scopre all'ultimo momento che nella legge finanziaria vi è una sanatoria per i processi contabili, bene - anzi, male - essa va cancellata immediatamente; se la medesima maggioranza, ossia noi, scopre, sempre all'ultimo momento, che sono stati parificati gli istituti universitari privati a quelli pubblici - e vorremo sapere chi ha inserito, all'ultimo momento, questa norma in finanziaria, è un autentica vergogna -, chiedo, in quest'aula, al ministro Mussi ed a tutto il Governo di cancellare tale norma, che è in aperta violazione del patto tra noi, ma soprattutto in aperta violazione della Costituzione italiana. Credo che, a proposito di università, dovremmo intervenire per reintegrare a pieno, ed a nostro giudizio anche aumentare, proprio i fondi dell'università pubblica «tagliati».
Sento parlare di «fase due», di rinnovato slancio riformatore; non sono affatto interessato ad un dibattito nominalistico, non so nemmeno cosa voglia dire «fase due», ciò che mi preme è che, invece, il Governo, che noi lealmente e convintamente sosteniamo e sosterremo, si caratterizzi, ora che la finanziaria diventa legge, ora che le risorse ci sono - sono entrati i soldi dell'evasione fiscale - da un lato, per politiche nette a favore dei ceti più deboli e, dall'altro, per un massiccio investimento sulla cultura, che rappresenta il futuro di questo paese (lavoro e scuola). Le risorse ci sono ed allora noi chiediamo interventi coraggiosi sulle condizioni di vita materiali di donne e uomini: salario, pensioni, sanità pubblica, servizi sociali, trasporti, politiche abitative, il sostegno per la non autosufficienza, gli anziani, la scuola e l'università, un programma sociale, insomma, perché il mondo del lavoro si attende da un Governo di centrosinistra questo genere di misure.
Sarà così che potremo recuperare il consenso e la fiducia del nostro popolo. Il programma che abbiamo sottoscritto deve rimanere la bussola per il nostro orientamento. Sarebbe incomprensibile - lo dico ai signori del Governo, del nostro Governo - che come risposta al disagio sociale, che si è manifestato e che, ripeto, è recuperabile, il Governo ritenesse di aumentare l'età pensionabile, perché il disagio aumenterebbe, invece di ridursi.
Signor Presidente del Consiglio, signori del Governo, noi vogliamo che questo Governo e questa maggioranza tengano, e tengano per cinque anni, senza modificazioni di rotta in direzione di versanti moderati, quando non apertamente conservatori. L'equilibrio, la sintesi - lo voglio dire - anche i necessari compromessi li abbiamo trovati quando abbiamo costruito questa nostra coalizione e quando abbiamo sottoscritto tutti quanti un programma condiviso. Noi confidiamo - ne siamo sicuri - che il Presidente Prodi continui ad essere il garante di quell'accordo, che abbiamo sottoscritto di fronte agli elettori, non di altri accordi. Noi sosterremo il Governo Prodi con la lealtà che da sempre ci caratterizza, anche eventualmente con i rilievi critici, quando li riterremo necessari, ma sempre per il bene del Governo. È una sfida per ciascuno di noi e, quindi, ciascuno di noi deve fare la sua parte, è il cimento dei prossimi anni.
Vedete, cambiare il paese si può, e anche modernizzarlo. Sento da più parti parlare della necessità della modernizzazione del paese, ma in tutta la storia occidentale modernizzare significa dare più diritti, più protezione sociale, più Stato sociale, più cultura. Questo vuol dire modernizzare! Se la direzione di marcia sarà questa, come io confido, i Comunisti italiani avranno il coraggio riformatore; se la direzione è quella, il Governo può contare che avrà i Comunisti italiani sempre dalla sua parte (Applausi dei deputati del gruppo Comunisti Italiani - Congratulazioni).


 

 

Diliberto al Messaggero: Fermerò l'assalto dei poteri forti

di Nino Bertoloni Meli

Roma 18 dicembre 2006

La “fase 2”? «Non ce n’è bisogno». Una consultazione sull’età pensionabile? «Spaccherebbe lavoratori e centrosinistra». Nuove maggioranze? «Sarebbe la fine di Prodi». Sostituire Padoa-Schioppa? «E con chi?». Oliviero Diliberto, leader del Pdci, risponde senza giri di parole e tatticismi, e si erge a guardia rossa di Romano Prodi e dell’attuale governo.
Onorevole Diliberto, dica la verità: teme che l’anno nuovo porti nuove maggioranze e tagli delle ali?
«Vedo in giro un certo lavorio, Follini lo ha detto chiaramente, vorrebbe un nuovo centrosinistra senza la sinistra, una bizzarria anche lessicale. C’è qualcuno che vorrebbe una nuova maggioranza completamente appiattita sui moderati, sui poteri forti, dalla Confindustria alla Cei».
Quindi è fatta, sinistre fuori da palazzo Chigi?
«Sarebbe la fine di Prodi, in realtà».
E perché? Magari lo stesso premier ci sta lavorando, ci pensa, gradirebbe.
«Non lo credo né vedo a palazzo Chigi movimenti in questa direzione. Prodi vuole il bipolarismo e lo garantisce».
Il ds Chiti propone all’Udc di staccarsi dal centrodestra e di allearsi stabilmente con il centrosinistra.
«Voglio essere chiaro: questo centrosinistra è oggi l’equilibrio più avanzato possibile stante questi rapporti di forza. E io questo equilibrio intendo difenderlo a ogni costo».
Il Pdci di Diliberto guardia rossa di Prodi?
«Stando dentro questo governo posso condizionarlo, posso strappare provvedimenti importanti, stabilizzare 300 mila precari, insomma posso contare. Se arrivasse l’Udc ci sarebbe la marginalizzazione delle sinistre, la fine di una possibile stagione di riforme».
Ma la maggioranza è risicata, servono ”apporti”.
«La maggioranza è risicata, certo, ma proprio per questo è più compatta».
Un po’ arduo da spiegare.
«Nient’affatto. Se ci fossero aggiunte e apporti tipo Udc, ciascuno sarebbe libero di votare come gli pare. Si creerebbe una situazione ingovernabile, con un esecutivo sempre sull’orlo del collasso».
Non sarebbe più semplice togliere Padoa-Schioppa?
«Sono sempre stato refrattario ai ministri tecnici, ma vorrei capire: con chi lo si sostituirebbe? Se con un ultra liberista, allora mi tengo l’attuale. Comunque, in giro non ne ho sentito parlare».
Eppure i fischi a Mirafiori per la finanziaria non hanno risparmiato neanche il Pdci.
«Le aspettative dopo la vittoria su Berlusconi erano tante, ci si attendeva una politica più incisiva su salari, pensioni, redistribuzione dei redditi, precari».
 
E invece?
«Nei primi otto mesi di governo abbiamo avuto un po’ di liberalizzazioni di Bersani, l’indulto con noi contrari ma che ha prodotto sconcerto nel nostro popolo. E infine una finanziaria dove per tre mesi si sono susseguiti annunci assurdi e clamorosi, tipo riforma delle pensioni, ticket al pronto soccorso, aliquote fiscali punitive anche per i redditi bassi. Alla fine non è passato nulla, ma siamo stati sulla graticola. Avanzo una proposta: destiniamo buona parte dei miliardi di maggiori entrate fiscali a scuola, università e ricerca».
Una “fase due”?
«Non ne vedo la necessità. Agli operai e agli insegnanti già incavolati andiamo a dire che alziamo l’età pensionabile? Sfido chiunque a trovare nel programma l’innalzamento dell’età pensionabile. Se Fassino o altri voleva farlo, doveva dirlo prima».
Una consultazione?
«Dividerebbe, e noi dobbiamo unire lavoratori e Paese».

 

 

Diliberto

 all'Unità: Se si apre ai centristi, la coalizione svanisce

Roma 7 dicembre 2006

di Ella Baffoni

 

Prodi dice: macché fase due. Se siamo uniti basta il programma dell’Unione.

«Una fase due implicherebbe un cambio del Programma. L’abbiamo sottoscritto solo pochi mesi fa, su quella base gli elettori ci hanno votato. E’ il frutto di un compromesso tra opinioni diverse, ma un buon punto d’approdo, il più avanzato possibile con questi rapporti di forza. Dobbiamo attuarlo. Un esempio: nel Programma non c’è l’aumento dell’età pensionabile, viceversa ci sono sulla previdenza molte cose, a cominciare dalla separazione tra assistenza e previdenza. Se si voleva aumentare l’età pensionabile bisognava dirlo prima.»

Nell’Unione i nodi non mancano, soprattutto nelle questioni etiche. Si è visto con il decreto Turco sugli spinelli come nella vicenda sui Pacs.

«Sui temi eticamente sensibili c’è un ritardo molto forte. Ho la netta impressione che anche i cattolici osservanti abbiano opinioni più avanzate dei loro rappresentanti parlamentari. Il riconoscimento delle unioni di fatto e diritti dei conviventi – assistenza sanitaria, contratto d’affitto in caso di decesso, pensione di reversibilità – sono cose di elementare buonsenso, oltre che di giustizia sociale. Sia pur timidamente nel Programma queste cose ci sono. Prodi dia un segnale, l’Unione dovrebbe essere più decisa. Il riconoscimento delle coppie di fatto non l’ha fatto solo Zapatero in Spagna, ma anche i governi di destra in Francia e Germania; in Europa 17 paesi su 25. La bizzarria di non volerle riconoscere è tutta italiana.»

A Prodi è stata proposta l’istituzione di una commissione etica, un gruppo di esperti in temi etici e sociali. Potrebbe contribuire a sciogliere i nodi?

«Non credo che una questione del genere dovrebbe essere gestita dagli esperti: parliamo di diritti, sono questioni che hanno grande valenza politica. Utile invece la commissione di indagine parlamentare su tossicodipendenze e leggi, proposta dal nostro Luigi Cancrini, che potrebbe superare le diatribe interne tra ministri e pezzi di maggioranza. E accompagnare l’iter legislativo, urgente per cancellare l’infamia della legge Fini-Giovanardi. Così da sapere quanti sono in carcere per quella legge, quanti poi vengano recuperati… nessuno, temo.»

C’è forte incertezza nel quadro politico, in questi giorni, dopo lo strappo di Casini. E c’è chi guarda al centro con qualche speranza di allargamento…

«La destra è in crisi, il suo sistema di alleanze non tiene. Ma non va sottovalutata la forza della destra e di Berlusconi, in particolare. Alle elezioni abbiamo vinto davvero per poco; anche per questo dovremmo fare una politica che parli anche ai ceti popolari che votano a destra, e non sono pochi. Se riuscissimo a dare una risposta sul precariato, giovanile e non, faremmo una cosa giusta e un’operazione politica, parlando a pezzi di società in condizione di grande disagio. Un primo parziale segnale, in Finanziaria, è la stabilizzazione dei precari negli enti locali. Però la nostra maggioranza è già sufficientemente sbilanciata a destra, senza aggiungere anche Casini e l’Udc. Non credo che faremmo un buon servizio all’Unione allargandola sul versante centrista. Si scompaginerebbe il centrosinistra.»

Ma in Senato c’è una difficoltà vera. Per via del senatore De Gregorio, ma anche per il vostro divorzio dal senatore Fernando Rossi…

«Finora in Senato ce l’abbiamo fatta, anche se sembrava impossibile. Il paradosso è che questa maggioranza, perché è molto fragile, è anche molto forte. I voti di scarto sono pochi, ma l’alleanza è compatta. Un conto è tentare di recuperare alcuni casi singoli, un conto è l’annessione di un partito che cambierebbe la natura della maggioranza. Sarebbe un segnale terribile. Oggi votiamo, a volte, proprio in virtù del vincolo di maggioranza. Entrasse l’Udc ciascuno si sentirebbe libero di votare secondo le proprie convinzioni. Una maggioranza a geografia variabile, la fine del bipolarismo.»

Il senatore Rossi è recuperabile?

«Me lo auguro. Oggi è rappresentante del Partito dei consumatori, e fa capire che potrebbe non partecipare al voto. Il ministro Chiti potrebbe fare una chiacchierata esaustiva anche con Nando Rossi. Non credo si prenderà la responsabilità di far cadere il governo Prodi, mandando al governo Berlusconi; nella sua città lo inseguirebbero con i forconi.»

Oggi il ministro Chiti ha discusso con il Pdci della nuova legge elettorale, che dovrà «rafforzare la democrazia dell’alternanza e il bipolarismo». Ma non eravate per il proporzionale?

«Sono un proporzionalista convintissimo, ciascuno deve avere i rappresentanti che ha guadagnato con i voti, come avviene nei comuni. Garantire il bipolarismo vuol dire non favorire il ritorno del centro. Se vi fosse un forte partito di centro, è evidente che dal governo la sinistra verrebbe esclusa.»

Rifondazione ha lanciato la Sinistra europea, nella speranza di raccogliere eventuali diaspore provocate dall’avvio del Partito democratico. E voi?

«Sostengo che si debba riunificare la sinistra da almeno cinque anni, ben prima dell’affacciarsi del Pd. Ds, Prc, noi, i verdi e i tanti che non hanno partito. Quando sento parlare Fassino e D’Alema penso che, più che con Gerardo Bianco, abbiano molto in comune con noi: stesse radici, stessa storia, stessa formazione politica… Rifondazione cerca di allargarsi, noi abbiamo un progetto più ambizioso: una sinistra unita eviterebbe che nel centrosinistra prevalgano sempre più i moderati. Quel che è accaduto al ministro Livia Turco insegna.»


 

 

Diliberto: a La Stampa

"Vado avanti e tornerò in piazza"

di Carlo Bertini

da La Stampa del 20 novembre 2006

«Nessun autodafè», né pentimenti postumi, «nessuno mi può negare il diritto di manifestare», anche perché al governo non può che giovare che qualcuno tenga aperto un canale di dialogo con i no global. Oliviero Diliberto non ci sta a finire sul banco degli imputati per aver preso parte a quel corteo dove «15 provocatori» hanno rovinato tutto, facendo sì che «invece dei morti in Palestina, sui giornali e in tv si parlasse solo di quegli slogan». Anzi, il segretario del Pdci respinge gli attacchi al mittente, perché se si fosse evitato «di spaccare il movimento» si sarebbe riusciti a «isolare fisicamente gli imbecilli, respingendoli ai margini, anche se non sto invocando i servizi d’ordine violenti degli anni ‘70». Da questa diatriba in scena da settimane sui «ministri di lotta e di governo», lui, Diliberto, ne può restare fuori a pieno titolo: «Io ho scelto di non entrare nel governo, non ho partecipato alla bagarre sulle poltrone, anche per eliminare il nodo della partecipazione a manifestazioni. E credo di avere dato dimostrazioni di lealtà a Prodi più di chiunque altro. Lezioni di unità non me le può dare nessuno. Prodi può stare tranquillo, da parte mia non avrà noie. Sono altri a dargliele e non da sinistra. Vedo nubi all’orizzonte ogni giorno. C’è un lavorio dei poteri forti che non amano questo governo e non amano Prodi».
Intanto il premier le chiede di smetterla di giocare con la piazza...

«Questa dichiarazione di Prodi va interpretata. Se dice che bisogna isolare i teppisti sono d’accordo. Viceversa, sbaglia, perché noi non possiamo lasciare la piazza alla destra o agli estremisti. Non ritengo di danneggiare l’immagine del governo. Penso di aiutarlo mantenendo i rapporti con la piazza. Perché il governo rischia di perdere consenso in aree che sono sue, come il mondo della cultura e delle università».
Si dice che abbia avuto telefonate burrascose con il premier e con il ministro degli Esteri. E’ vero o no?

«Non c’è stata nessuna telefonata né ieri, né oggi. Prodi e D’Alema sono persone serie e non farebbero telefonate minatorie. L’unica cosa che credo vada fatta è fare in modo che anche il Forum per la Palestina prenda le distanze da quei quindici che hanno compiuto gesti delinquenziali. Non devo essere solo io a denunciare queste cose, ma deve essere tutta l’associazione a isolare quei teppisti che bruciano fantocci. Anche io sono sdegnato e sono pure molto arrabbiato perché la manifestazione è stata grande e sui giornali si è parlato solo di quei 15 che oggettivamente sono nemici della Palestina».
Ma era prevedibile che vi fossero slogan di questo genere in quel corteo. Aveva messo in conto di finire sotto i riflettori?

«Io non mi sento sul banco degli imputati, perché se a Roma ci fossero stati tutti gli altri partiti della sinistra, quei 15 sarebbero scomparsi dentro un’unica grande manifestazione. Ma non è pensabile che uno si privi del diritto di manifestare per una causa giusta».
A volerla guardare da un’altra angolazione, ieri lei ha segnato un punto nella gara con Bertinotti su chi ha più appeal nella prateria dei movimenti e dei no global.
«Non faccio gare con Bertinotti, io manifesto per la Palestina da 25 anni. Ridurre questa nostra presenza ad una competizione con Bertinotti è una cosa miserabile. Sulla Palestina ho le carte in regola, me ne occupo da prima di tutti gli altri».
Lei ha definito la politica estera di D’Alema la migliore degli ultimi anni. E il ministro degli Esteri ha lamentato ieri il fatto che bisognerebbe prendere le distanze da manifestazioni in cui si urlano slogan che offendono il nostro paese e paesi amici. Come gli risponde?
«E’ davvero una miopia di prospettiva. Io prendo le distanze da quei teppisti, non dalle manifestazioni. Bisogna isolarli, impedire loro di partecipare e continuare però a manifestare. La linea di D’Alema è quella giusta. Quando il governo chiede l’invio dei caschi blu dell’Onu nei territori occupati da Israele è un cambiamento enorme di politica estera in cui mi ritrovo. E la manifestazione che chiede due popoli-due stati è in linea con le Nazioni Unite, non con Diliberto. L’episodio è gravissimo e non deve ripetersi, ma mi farebbe piacere che anche i nostri alleati non confondessero le cose».


 

 

Diliberto a Repubblica: "Mai più insieme a quei provocatori. Ma in piazza ci sono andato e ci andrò"

di Antonello Caporale

Roma 20 novembre 2006

L'uomo ama parlar chiaro. E amici e avversari - condividendo per una volta lo spirito al quale informa sempre i suoi atti - hanno deciso di ripagarlo con la stessa moneta. Oliviero Diliberto non ha mai avuto così tante attenzioni dal Parlamento italiano, mai così unito. Decine di dispacci di agenzia, tutti a dargli addosso di santa ragione. D'Alema ha toccato l'eccellenza quando ha detto: "Io mi occupo del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Non tra i Comunisti italiani e Rifondazione".
Onorevole Diliberto, accade a chi si avvicina troppo al fuoco. Le fiamme forse hanno un po' bruciacchiato la sua immagine.
"Non fanno per me questi calcoli, non valuto la convenienza, l'immagine di cui parla lei".
L'immagine, puah!
"In piazza ci sono andato e ci andrò sempre per le cause giuste".
Le probabilità che quel corteo finisse com'è finito erano alte.
"Lo sapevo anch'io".
Almeno questo calcolo se l'era fatto.
"Mi ero detto: ci sono cinquanta probabilità su cento che esploda l'imbecillità di quattro disperati".
Se l'era detto. Con la piazza forse ci ha giocato, dice Prodi.
"Imbecilli".
Non è più sufficiente chiamarli imbecilli, aggiunge Prodi.
"Delinquenti, sono dei delinquenti".
Lei dietro di loro.
"Io me ne sono andato, il mio partito ha abbandonato il corteo appena questi signori, che vanno in piazza incappucciati, hanno iniziato la messinscena del sangue e del fuoco".
Se in uno stadio un tifoso lancia un sasso in campo, la società ospitante porta la responsabilità oggettiva.
"Nel diritto penale non esiste la responsabilità oggettiva".
In politica sì.
"Fossero stati militanti del mio partito li avrei piegati dalle botte. "Corcati" si dice a Roma".
E costoro chi sono invece?
"Non lo so. Dissennati anzitutto. Per metà incoscienti, non si rendono conto che provocano un grave danno alla causa che, in teoria, vorrebbero sostenere. Per l'altra metà credo che questo loro atteggiamento sia così dichiaratamente sporco e provocatorio da farmi venire in mente altri brutti pensieri".
Brutti pensieri. In che senso?
"Mah. La storia d'Italia è piena di apparati deviati che si servono della piazza, si intrufolano nella piazza... ".
Apparati deviati?
"Un gioco a cui noi siamo purtroppo abituati".
Il Sismi che brucia il manichino italiano? L'agente segreto che urla "dieci, cento, mille Nassirya?".
"Non mi faccia dire queste cose, non le ho dette".
Però le pensa.
"Non le penso. Affermo solo che la natura provocatoria di quei gesti è talmente flagrante e la storia d'Italia talmente fitta di deviazioni e sabotaggi che sono autorizzato a chiedermi: chi sono costoro, da dove vengono e, soprattutto, c'è dietro qualcuno?".
Diliberto dietrologo. Una prova mai vista prima.
"Senta, il corteo era superpacifico e questi incappucciati non più di dieci. Hanno raccolto le telecamere intorno a sé, i taccuini. E così è esploso il caso".
E' comunque un po' allarmante vedere dei corpi, seppure di pezza, prima impiccati e poi bruciati.
"Certo che lo è. Ma quanto opportunismo nella condanna e quanta ipocrisia nei miei colleghi!".
Lei parla chiaro. Ieri forse ha sbagliato. Perché non ammetterlo?
"No, questo no. Io chiederò al Forum della Palestina che ha organizzato il corteo non soltanto di condannare ma anche di cambiare le regole. D'ora in avanti io scenderò in piazza se la piazza sarà messa al sicuro da queste trappole mediatiche". D'ora in avanti Diliberto non marcerà dietro a gente che grida "D'Alema boia".
"Erano gli antimperialisti, mi pare. E D'Alema sta facendo benissimo per il Medio Oriente. Detto da me può solo provocargli dei danni qui in Italia. Quindi mi fermo qui".
Non vada più a fare i cortei con chi non conosce. Frequenti gente affidabile.
"Bisogna ritornare a un bel servizio d'ordine. Che prima sterilizzi, cinga e si premuri di mandarli, come si faceva una volta, in coda al corteo, tenendoli a una distanza di sicurezza in modo che sia evidente la separazione dei due mondi. E poi convinca, persuada alla calma, alla tranquillità".
Li convinca con le buone, naturalmente.
"Con le buone, naturalmente".

 


 

                                           

Finanziaria:

 la fiducia alla Camera. La dichiarazione di voto di

Oliviero Diliberto

Roma 19 novembre 2006

Signor Presidente, colleghi, i Comunisti Italiani voteranno a favore della legge finanziaria e questa occasione è utile per svolgere alcune considerazioni politiche all'interno della nostra maggioranza e rispetto al rapporto con l'opposizione. La legge finanziaria che stiamo approvando presenta luci ed ombre: indubitabili pregi ma anche, a nostro parere, evidenti difetti. Siamo di fronte ad una strategia di rapporto con il paese che onestamente e lealmente si stenta a comprendere.
Il risanamento era ed è giusto farlo, ma spiegare semplicemente le macerie prodotte dal Governo precedente non può bastare. Chiedo quale sia la missione, l'idea di fondo, il messaggio che il Governo vuole dare al paese con questa legge finanziaria, la prima del Governo di centrosinistra, tanto più dopo una così difficile vittoria elettorale. Credo che avrebbe dovuto avere connotati certi, chiari, diretti: avremmo dovuto offrire un messaggio di redistribuzione di risorse e di opportunità, dopo cinque anni a senso unico a favore di ricchi e di potenti.
Bisogna risanare, certo, ma risanare significa anche dare speranze. Noi voteremo questa legge finanziaria, ma l'avremmo voluta diversa. Comprendiamo le difficoltà e sappiamo che nessuno ha la bacchetta magica e quindi occorre evitare ogni forma di sciocca propaganda o di facile demagogia. Tuttavia, tra annunci allarmanti, poi spesso rientrati, e misure via via modificate in modo incerto e non di rado contraddittorio, alla fine manca un connotato chiaro in questa legge finanziaria. Da parte nostra, avremmo voluto una finanziaria molto più orientata verso i ceti deboli, la grande maggioranza del nostro paese - pensionati, lavoro salariato al minor reddito -, e più orientata in maniera chiara, netta, inequivoca su scuola, università, ricerca scientifica, cultura.
Sia chiaro, sono molte le misure positive di questa legge finanziaria e voglio sottolinearne alcune. Innanzitutto, il sud, finalmente non dimenticato, con un massiccio investimento di risorse, ed una lotta vera all'evasione fiscale, piaga storica del nostro paese, sciacallaggio verso chi le tasse le paga tutte fino all'ultimo euro. Finalmente, troviamo misure vere sull'evasione e sull'elusione fiscale. Apprezziamo anche le misure contro la precarietà nel lavoro, piaga sociale vera del terzo millennio, privazione di certezze, come sanno tutti coloro che hanno in famiglia un giovane precario, privazione di futuro, di una vita normale. Uno su due dei nuovi assunti è precario e chi è precario è privato di ogni certezza della propria vita. Bene, nella legge finanziaria vi sono misure, in larga parte ottenute - lo dico con pacatezza ma con orgoglio - grazie al lavoro di questo gruppo parlamentare, dei Comunisti Italiani, che consentiranno di stabilizzare e regolarizzare centinaia di migliaia di precari della pubblica amministrazione rendendoli stabili, garantiti, non ricattabili dalla precarietà.
Tuttavia, vi sono anche ombre: i ticket sulla sanità, che non condividiamo; pochissime risorse sul sociale; misure sulla scuola che non innalzano, come invece previsto nel programma dell'Unione, l'obbligo scolastico a 16 anni; tagli francamente inaccettabile all'università, cioè al futuro di questo paese.
La battaglia si sposta al Senato: continueremo così, leali ed unitari come sempre siamo stati, ma senza abbassare lo spirito critico e la battaglia sui contenuti.
Come sapete, noi Comunisti Italiani non abbiano chiesto posti, non abbiamo partecipato alla corsa alle poltrone di nessun tipo, ma chiediamo rispetto del programma, questo sì: ad esempio - lo diciamo per tempo - sul tema delicatissimo delle pensioni. Abbiamo svolto, con parziale ma significativo successo, la battaglia a favore dei giovani, contro la precarietà, e la condurremo con altrettanta chiarezza sulle pensioni. Nel programma dell'Unione di centrosinistra non vi è nulla sull'innalzamento dell'età pensionabile, anzi, c'è la promessa dell'azzeramento dello scalone di Maroni. Allora - lo dico con la necessaria fermezza - se dentro la nostra maggioranza di centrosinistra qualcuno voleva innalzare l'età pensionabile doveva dirlo agli elettori prima delle elezioni - è un fatto di elementare democrazia - non dopo. Noi ci atterremo a questo criterio.
In conclusione, si parla di conti (stiamo esaminando la legge finanziaria), di numeri, di cifre, ma dietro ad ognuno di quei conti, di quei numeri, di quelle cifre ci sono persone in carne ed ossa con i loro problemi, le loro emozioni, le aspirazioni, i bisogni, le speranze. Ad esse dobbiamo rispondere, signori del Governo, perché chi ha scelto noi contro la destra voleva e vuole un'Italia più pulita, più equilibrata, un'Italia più giusta.
Noi, Presidente Prodi, la sosteniamo e la sosterremo, ma invitiamo chi vuole bene a questo Governo a guardarsi da quanti, nascondendosi dietro i conti, spesso in assoluta malafede (penso ai molti poteri forti che stanno lavorando contro il Governo), colpiscono le persone. La politica non è soltanto tecnica o buona amministrazione e la legge finanziaria non è questione meramente economica. Viceversa, la legge finanziaria è un provvedimento squisitamente politico, tanto più quando è il biglietto da visita di un Governo: è la prima legge finanziaria di centrosinistra. Si tratta di un provvedimento politico. La politica è anche - e per noi soprattutto - fatta di passioni e di ideali, parole spesso dimenticate nelle aule della politica. La nostra diversità, cari colleghi della maggioranza, si giudicherà su queste cose, sul sistema dei valori, sulla capacità di rispondere a chi, dopo cinque anni di Governo Berlusconi, si attendeva elementi di discontinuità rispetto al passato. Cercheremo di interpretare questa diversità che ci viene chiesta da chi ha dato consenso alla nostra maggioranza, nei prossimi mesi, non già per il bene di una singola forza politica, cari colleghi, ma per il bene di tutta la nostra coalizione e per il bene del Governo

 (Applausi dei deputati del gruppo Comunisti Italiani - Congratulazioni)


 

 

Diliberto: Palestina.

Pdci a Roma e Milano. Fermare il massacro

 

Roma 17 novembre 2006

La  grave situazione venutasi a creare in Palestina e in tutto il Mediterraneo impone il massimo sforzo per una mobilitazione di tutte le forze che hanno a cura la pace e il diritto dei palestinesi alla autodeterminazione. Il movimento pacifista chiede all’Unione e al governo Prodi  un impegno diretto, di concerto con l’Unione europea, per fermare il massacro in Palestina, per ristabilire un clima di pace e di rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani in tutto il Medioriente, a partire dalla nascita di uno stato libero, democratico e  indipendente di Palestina, come del rispetto del popolo libanese. Solo questa è la strada per garantire pace e sicurezza ad Israele: due popoli e due Stati. Riteniamo che di fronte a questa situazione sia auspicabile  la massima unità dei movimenti e delle forze politiche che lavorano per la pace e per i diritti del popolo palestinese. A tal fine abbiamo aderito sia alla mobilitazione di Roma che chiede azioni concrete di pressione internazionale per riportare Israele sulla via del dialogo e della trattativa di pace, che alla manifestazione di Milano che ci impegna per un’azione comune di pacificazione per tutto il Medioriente. Lo facciamo nella convinzione che questo sia il momento della necessaria unità e collaborazione per raggiungere gli obiettivi comuni più che per sottolineare le legittime differenze di opinione nel movimento e nella politica.

 

Diliberto: Gaza. Basta stragi, serve forza Onu

Roma 8 novembre 2006

E' ora di dire basta con le stragi in Palestina. Quanto avvenuto nella striscia di Gaza e' di una gravità enorme e non puó passare ancora una volta sotto silenzio. Condanniamo con la massima fermezza quanto compiuto dall'esercito israeliano. Serve al piu' presto una iniziativa internazionale per l'invio di una forza di interposizione dell'ONU fra israeliani e palestinesi, in particolare a Gaza, per mettere fine a questa spirale di violenza.

 

 

Diliberto a Repubblica:

 Sono contro il linguaggio ipocrita e non sopporto i tecnocrati

Antonello Caporale

Roma 26 ottobre 2006

 

Oliviero, figlio della luce.

Non me ne parli.

Due pagine su Rinascita per il compleanno.

Pure a me è venuta un po' di pelle d'oca.

Succede a pochi ricevere tanto inchiostro.

Massimo Gramellini sulla Stampa mi ha sbertucciato.

E ha fatto bene.

Ha fatto bene sì Un po' imbarazzanti tutte quelle parole, quelle lodi.

Oliviero Diliberto, detto Diliberia.

Hanno sbagliato anche il giorno del mio compleanno. Era la settimana scorsa, sono nato il 13 ottobre.

Lei è stato in Corea del Nord?

Tre giorni.

Ovunque ci sia odore di comunismo, c'è lei.

Mi piace viaggiare, per il resto sa come la penso.

Compagno Diliberia.

Il nomignolo me l'affibbiarono simpaticamente i trotzkisti di Rifondazione.

Amico di Briatore.

Non ho capito.

Le battute le vengono sempre così o se le prepara prima?

Tutte all'impronta.

Portare il tritolo nello zaino e farsi esplodere al Billionaire è un'immagine insuperabile.

Quelli di forza Italia pensavano che io fossi così matto da immolarmi per Briatore. Che fessi, che ridicoli...Era una battuta.

Una battuta, e tanti commenti.

Nel giorno che Repubblica l'ha riferita sono giunte 260 iscrizioni on line al Pdci. Di ciò ringrazio sentitamente.

Però ha dovuto usare l'esplosivo per farli iscrivere.

Si fa quel che si può.

È vero: le dice e non le manda a dire.

Sono contro il linguaggio ipocrita. La gente non ne può più di quei falsi pudori. Sono di parte, sono tranciante e questo modo di essere e di rappresentarmi mi porta fortuna politica.

Un linguaggio da libertino della parola. Poi non se la prenda.

Non me la prendo, infatti.

Se si dirà: parla Diliberto, boom!

Ho il dono dell'autoironia e non sono permaloso.

Mah, in verità si dice che lei guidi il partito con il pugno chiuso sul tavolo.

Sono esigente. Io lavoro, gli altri devono impegnarsi sempre, dare il massimo.

Un gentile dittatore.

Questa è una cazzata.

A proposito: il povero Marco Rizzo non ne può più delle sue rampogne.

Per il fatto che dichiara spesso? Assolutamente. Io non amo la televisione, e quando lui va a coprire i buchetti che ci lascia il Tg1 fa un lavoro meritorio.

E abbiamo sistemato anche Rizzo.

Sono contento per lui. Io invece non amo molto la televisione.

Ma quando ci va fa di tutto per restarci a lungo.

Ricorda quando dissi che Berlusconi aveva stretto le mani sporche di sangue andando da Bush?

Successe un parapiglia.

A parte che le stesse parole le aveva dette il Papa.

Il Papa

Ma fu onestamente pietoso l'atteggiamento ipocrita dei miei alleati quando fui invitato a Matrix, pensavano a chissà quali allagamenti avrebbe subito l'Unione dopo le mie parole in tv. Immaginavano il comunista con la bava alla bocca, il trinariciuto, non so cosa. Io non sarei dovuto andare, capisce?

Invece con Berlusconi fece un figurone.

Perché ho rappresentato un'altra Italia, con un altro linguaggio e un'altra dignità. Se permette. E dei trecentomila voti in più che il Pdci ha guadagnato alle scorse elezioni qualcuno è frutto anche di quel fortunato confronto televisivo.

Lei parla sempre come mangia?

Negli ultimi anni ho sviluppato ancor più lo stile politicamente più scorretto.

E allora facciamo una prova.

E proviamo

Mi dica un nome di un ministro che proprio non sopporta.

Non sopporto i tecnocrati.

Non sopporta Padoa Schioppa
Padoa Schioppa magari sarà anche una persona brava e gentile. Però la mia convinzione e' che il ministro dell'Economia dovrebbe rispondere del suo operato agli elettori. Ripeto: nulla di personale ma i tecnocrati non li sopporto. E' la verità.

Bello. E forte.

E grazie


 

 

Diliberto:

 "Noi comunisti blinderemo Romano. Poteri economici e centristi sognano la crisi"  
  
di Claudia Terracina

Roma 22 ottobre 2006

«Non vedo complotti contro Prodi, ma una complessa manovra politica sì. Ad ordirla sono i poteri economici e i centristi che sognano di scompaginare il bipolarismo». E’ questa l’analisi del marxista Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, dopo l’attacco di Montezemolo al governo dell’Unione. E al presidente di Confindustria che parla di «manovra classista», il leader del Pdci replica così: «Non ho nessuna intenzione di allinearmi ai suoi ordini, Prodi può contare su di noi».
Il che significa, onorevole Diliberto, che potreste venire a più miti consigli sulla Finanziaria.
«No, più moderati di così, si muore. Sono classista? Bene, visto che di solito mi si accusa di massimalismo. Noi ci atteniamo al programma dell’Unione. Questa non è una manovra comunista, ma, pur con tutti i difetti, un giusto equilibrio tra diverse esigenze».
Tuttavia, rischia di essere uno scoglio molto rischioso per Prodi e anche per l’ala sinistra della maggioranza.
«Assolutamente no. Prodi da noi non ha nulla da temere. Siamo con lui e lo difenderemo fino all’ultimo dagli attacchi di quei potentati economici che l’hanno appoggiato in campagna elettorale, convinti che avrebbe fatto il ”lavoro sporco”, varando una Finanziaria da far pagare tutta ai lavoratori e la controriforma delle pensioni».
Invece così non è. Per questo è partito l’attacco concentrico? A cosa porterà? A un governo tecnico?
« Qualcuno punta a quello, o a una soluzione istituzionale, sperando di emarginare la sinistra e magari scomporre i due poli. Già ci sono alcune avvisaglie. Per esempio, si parla di cambiare la legge elettorale».
Crede all’ipotesi di un governo Dini?
«Sono sovrastrutture, illazioni, per me che sono marxista, conta la struttura e la struttura è il blocco di potere economico che tenta la spallata».
E intanto Mastella già fa sapere di ritenersi libero da vincoli se ci fosse una crisi e non si dovesse votare..
«Guardi, non sarà Mastella a creare problemi a Prodi. Così come non gliene daremo noi. Non siamo stati inutilmente cinque anni all’opposizione. E non so se lo stesso può dirsi di tanti convinti prodiani».
Quindi, il Pdci difenderà l’impianto della Finanziaria?
« Sì, ma il governo deve correggere alcuni errori».
Quali? Ha ragione D’Alema a dire che la comunicazione sulla manovra è stata pessima e che si è assistito a una contrattazione da suk?
«Ha perfettamente ragione. Si è discusso di tutto, anche di cose che in Finanziaria poi non sono andate. Una follia masochista. Inoltre, deve essere chiaro che noi siamo un governo di centrosinistra. Facciamoci riconoscere, una buona volta, diamo un segnale in questo senso».
In che modo?
«Per quel che ci riguarda, chiarisco subito che il Pdci non voterà tagli alla scuola e all’università. Così come pretendiamo che si stabilizzino con l’assunzione i 250 mila precari del pubblico impiego. Una misura a costo zero, visto che vengono già pagati».
C’è già il ministro Mussi che dice di non essere disposto ad assumersi la responsabilità dei tagli..
«Ma siamo pazzi? Io posso parlare perchè ho scelto di stare fuori dall’esecutivo, ma lui sta al governo e perciò la responsabilità deve assumersela».
Concretamente, Diliberto, cosa rischia Prodi?
«Temo imboscate in Parlamento, ma chi sogna inciuci deve stare attento perchè il popolo del centrosinistra vuole il bipolarismo e Prodi premier. Se dovesse cadere, ci inseguirebbe tutti con i forconi ».

 

 

 

Diliberto,

Briatore e il Billionaire

di A. V.

Roma 24 ottobre 2006

La risposta ironica ad una domanda ironica durante la trasmissione di Daria Bignardi ha suscitato indignazione e preoccupazione da parte di esponenti di forza Italia che hanno prontamente presentato una interrogazione per sapere il vero pensiero di Diliberto sul Billionaire. La stessa solerte preoccupazione non è stata manifestata qualche giorno fa quando il padrone del Billionaire, Flavio Biriatore, su Rai Tre (servizio pubblico per il quale paghiamo il canone) in una serissima trasmissione in cui si parlava di politica ed economia ha argomentato ed esposto con dovizia di particolari e tanto di prove, che in Italia è giusto evadere le tasse, "E' illegale avere le tasse al 45-50%!". Ha fatto poi il suo esempio personale:
"Se vivessi in Italia invece che in Gran Bretagna piuttosto che fallire e licenziare cercherei di pagare meno tasse". Poi si spiega ancora meglio, anzi ci spiega lo spirito dei "nostri" imprenditori: "Se fossi in Italia venderei tutto e me ne andrei fuori". Certo perché dopo la cosiddetta tassa sul lusso anche la Sardegna è diventata troppo cara per Briatore ed i suoi amici, costretti addirittura in piena estate a fare una cena di autofinanziamento per consentire ai loro yacht di attraccare sulle coste sarde. A parte dove andrebbe Briatore, la cosa grave è che costui dall'alto della sua notorietà invita ad evadere le tasse, cioè a violare le leggi, cioè a delinquere. Ma Forza Italia si preoccupa del Billionaire....
 

Di seguito riportiamo l'articolo di Antonello Caporale apparso su Repubblica del 24 ottobre 2006

"Se ami la Jaguar perdi il diritto di essere di sinistra. Lo statuì tempo fa Oliviero Diliberto, che è ottimo comunista, persona spiritosa ma decisamente crudele nel riferire ciò che è bene e ciò che è invece male. Diliberto è contro il politicamente corretto, contro l'enfasi patriottica. Presentandosi e riassumendo in una parola com'è fatta la sua testa, ha detto: "Sono teorico del j'accuse". E perciò il suo animo impetuoso e certamente severo si è adombrato per una domanda di Daria Bignardi a La7. "Scelga un posto dove trascorrere una bella serata. Un luogo tra questi due però: la villa della Certosa del Cavaliere o il Billionaire di Briatore". Per Diliberto, che ha avuto in garage una Fiat Palio, l'alternativa è parsa troppo satanica. Ha fatto così col capo e poi si è fatto esplodere: "Al Billionaire ma imbottito di tritolo!".
Il rito kamikaze gli dev'essere parso l'unica via di uscita onorevole e consapevolmente antagonista, l'ultima difesa allo sfregio di entrare nel capanno lussuoso di Flavio, l'uomo-dollaro. A parte, nessuno se lo è chiesto, di capire come diavolo ci sarebbe potuto arrivare - se non da imbucato - nel vippissimo fortino sardo. Diliberto infatti teorizza (e dichiara anche di praticare) l'insuperabilità di una vita da quattromila euro al mese, "perché il resto lo do al partito. E dico che non è affatto poco, con quella cifra si vive bene, si arriva alla fine senza scosse, si ha anche la possibilità di fare spese voluttuarie".
 

 



 

L'intera mattina è passata tranquilla, nessuno si è accorto di niente, o comunque chi ha visto e udito, conoscendo Diliberto, ha compreso e perdonato. Verso le due, appena dopo l'ora del ristorante, hanno raccontato l'episodio a un deputato di Forza Italia, Giorgio Jannone. Jannone, subito scosso, ha diramato una lunga e preoccupata nota nella quale si ritiene che la battuta, ancorché illustrata col sorriso, fosse proprio vicina nel configurare un gravissimo reato penale: "Questa è apologia del terrorismo! Non è ammissibile che Diliberto possa esprimersi in questi toni. Neanche se scherza". E' partita una richiesta di chiarimento, una delle tante che i deputati si scambiano durante la giornata e sempre attraverso testi scritti. Infatti costoro pur abitando sotto lo stesso tetto di Montecitorio, e avendo agevolmente la possibilità di chiarirsi, producono note ufficiali che convergono spesso in interrogazioni e interpellanze. Così ieri: alla carta di Jannone, altre carte. Una dell'onorevole Piero Testoni e una del deputato Salvatore Cicu: "Deve scusarsi per quello che ha detto".
C'è stata attesa e qualche preoccupazione per Briatore, nel senso che si è ritenuto che anch'egli potesse valutare di dover prendere la parola, specialmente adesso che è preso dalla curiosità di capire e calcare la scena politica. No, Briatore non ha commentato. E Diliberto non ha aderito alla richiesta di scuse ne gli è parso utile ridefinire il grado di provocazione e l'ampiezza dello scherzo delle sue parole".


 


 

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Diliberto al Corriere: "Prodi capo del Partito democratico? Ostacolo per il governo"

Daria Gorodisky

Roma 12 ottobre 2006

Oliviero Diliberto, sembra che i suoi alleati Ds e Margherita marcino proprio verso il Partito democratico.

Mi sembra una decisione ormai definitiva...

Sembra quasi di cogliere una certa soddisfazione in lei che guida i Comunisti italiani.

Lo considero un evento enorme per la sinistra italiana, ma ovviamente "enorme" non in senso positivo. È la fine della lunghissima trasformazione che ha portato il più grande partito comunista occidentale, il Pci, prima a non essere più comunista; e quindici anni più tardi a fuoriuscire dai confini della sinistra. Il partito democratico perde simbolicamente, e non a caso, proprio la S che stava per "sinistra". È un paradosso...

Quale?

Il Pds era nato con l'obiettivo di costruire in Italia il partito del socialismo europeo; e invece, alla fine di tutta la vicenda, l'Italia rischia di essere l'unico Paese europeo a non avere un partito socialista o laburista. Questo futuro connubio tra ex comunisti ed ex democristiani avviene in forma subalterna dei primi ai secondi.

Alcune voci della maggioranza e molte altre dell'opposizione ritengono che Prodi abbia molta freta di arrivare al Partito democratico perché, se il governo non durasse a lungo, sarebbe il suo paracadute, insoma l'assicurazione sul suo futuro di politico.

Io spero che il governo duri cinque anni... E' vero, Prodi ha tutto l'interesse a firmare un suo partito: ma questa è la sua teoria di sempre. Con Parisi e gli altri suoi più stretti collaboratori ha da tempo sostenuto l'idea di un partito contenitore non più di sinistra, bensì genericamente democratico, con una forte tendenza al verticismo: niente struttura, ma solo investitura del leader. Però mi auguro che il Pd non diventi un ostacolo per l'esecutivo.

Quale rischio vede, esattamente?

In quanto leader della coalizione, Prodi è il capo di tutti, anche il mio. Tuttavia, quanto più sarà inglobato in un suo partito, tanto più avrà difficoltà a governare il tutto il tutto. La sua identificazione in una specifica formazione rappresenta un ostacolo, non un vantaggio. Finora proprio la sua peculiarità politica e culturale riusciva a tenerci insieme. Ma quando sarà capo di un partito, come farà?

Lei esprime critiche più che timori: vede all'orizzonte un "ostacolo" alla tenuta di governo. Ovviamente ne avrà parlato con Prodi.

No. Lui prosegue sulla stessa strada che ha scelto da molti anni.



 

Ma lei non protesta, non alza il telefono gridando "attenzione", "pericolo"?

Mando il messaggio con questa intervista.

Forse il Partito democratico farebbe gioco anche a lei? Ds in frantumi e la sinistra che fugge verso di voi, verso Rifondazione...

Io penso prima di tutto al Paese, non faccio calcoli egoistici, che pure potrei fare. E al Paese non giova uno spostamento dei Ds verso l'area moderata. Detto questo, quando la Quercia andrà a congresso e quando prevarrà l'idea di sciogliere i Ds, allora tornerà di grande attualità la nostra proposta politica di federare tutti coloro che stanno a sinistra.

Appunto, potreste finalmente avere la bandiera della grande S, per stare a quanto diceva prima, magari con future liste elettorali e quanto ne consegue.

Prima rivolgevo il mio invito a tutti i Ds, adesso rafforzo l'appello alla componente socialista e laburista che non aderirà al Partito democratico. Potremmo andare verso la costruzione di una sinistra più larga e più unita.

Probabilmente chi non aderirà al Pd andrà a formare gruppi parlamentari alternativi, in proprio.

Allora facciamo un raccordo permanente di tutti i gruppi di sinistra.

Avete già preso contatti? Notate interesse?

Nessun contatto, per ora. Ma credo che abbiano anche loro interesse a un processo federativo, anche con Rifondazione: per pesare di più, sia nel centrosinistra che nel governo


 

Diliberto al Messaggero:

 il Professore cambi metodo o rischia sulla manovra

di MARIO AJELLO

Roma 22 settembre 2006

Onorevole Diliberto, Prodi esce a pezzi dalla vicenda Telecom?
«Purtroppo, ne esce male un’idea molto saggia che è quella contenuta nel piano Rovati».
Lei è il solito comunista! Vuole lo Stato Padrone...
«Ma allora, è un comunista anche Chirac! E ci sono i bolscevichi anche in Germania. In quei Paesi, i settori strategici dell’economia sono rimasti sotto il controllo pubblico».
Qui invece c’è l’idolatria del mercato?
«Non ho niente in contrario a privatizzare il settore alimentare. Ma privatizzare energia, telecomunicazioni e trasporti significa privare lo Stato del controllo sul proprio futuro». Nessun errore da parte di Prodi?
«Errori formali, errori di metodo e di gestione della vicenda». Ma con la Finanziaria arriverà il riscatto?
«Spero che in quel caso non ci sia un misto di dilettantismo e di presunzione. Tipico dei tecnici che ricoprono ruoli politici».
Ce l’ha con Padoa-Schioppa?
«Fino a quando non vedrò dei numeri, ce l’avrò con coloro che mi impediscono di vederli».
Prodi compreso?
« Ora è tornato dalla Cina. Ci convochi subito».
In un vertice dei segretari dell’Unione?
«Serve una riunione politica. E un accordo preventivo, prima che la Finanziaria giunga alle Camere».
Perchè sennò si ripete il tonfo del ’98?
«Non per mano nostra. Che, come si sa, siamo i più leali di tutti».
E allora?
«Io chiedo a Prodi di farci vedere la Finanziaria. E glielo chiedo perchè lo voglio aiutare. Bisogna raggiungere un accordo prima di andare in Parlamento, altrimenti lo spettro è quello di una libanizzazione delle aule. Con la destra che avrà ampi margini per scorrazzare e fare incursioni».
Non vi fidate di Prodi e di Tps?
«Non possiamo permettere che vengano inserite nella Finanziaria cose diverse da quelle promesse in campagna elettorale».
Le pensioni non si toccano? «Nel programma, c’è scritto che l’eventuale aumento dell’età pensionabile non provocherebbe alcun beneficio alle casse dello Stato. Questo abbiamo sottoscritto tutti insieme e non si capisce perchè quei ragionamenti e quegli accordi non debbano valere più».
Prodi e Tps procedono in maniera autistica?
«Faccio solo un altro esempio, delicatissimo. Padoa-Schioppa - l’ho letto sui giornali - vorrebbe diminuire il numero degli insegnanti. Ciò è l’esatto contrario di quanto abbiamo promesso in campagna elettorale: più risorse per la scuola». Dunque prevede un Libano parlamentare?
«Se vogliamo evitarlo, facciamo chiarezza su tutto: prima. Oppure, il rischio sarà terribile specie in Senato dove serve una maggioranza blindatissima».
Teme che non ci sarà?
«Non c’è la consapevolezza che la Finanziaria è di tutti noi. In una riunione, Padoa-Schioppa ha detto: ”Il documento l’ho redatto io e ne ho io la responsabilità”».
Non è così?
«Ma neanche per sogno! Davanti agli elettori ci siamo andati noi e non lui. E dobbiamo tornarci».


 

 


         Voglia di Sinistra

di
Oliviero Diliberto

Le feste dei partiti servono solitamente per presentarli all’esterno, all’opinione pubblica, alle altre forze politiche, ma oltre a questo le feste servono anche a fare il punto sullo stato della propria organizzazione, per verificarne la tenuta, per verificare la capacità dei gruppi dirigenti di “stare in campo”. Credo che si possa dire, senza alcun trionfalismo, che lo stato del nostro partito è buono, saldo e convincente.
Veniamo da una stagione molto complicata che ha avuto il suo epicentro nelle elezioni politiche dove il centrosinistra ha vinto, seppure con margini molto ridotti, ed abbiamo un governo di cui facciamo parte a pieno titolo con la presenza d’indipendenti da noi indicati per qualità e competenze.

Lo spartiacque delle politiche 2006 è per noi un traguardo importante, abbiamo dimostrato che il partito c’è e ci sarà, abbiamo superato brillantemente la soglia di sbarramento, nonostante molti al di fuori dal nostro partito, ed anche qualcuno dentro al nostro partito, non ci credevano. Alcuni uccelli del malaugurio sono usciti per ragioni molto poco nobili prima delle elezioni, costoro dicevano esplicitamente che non ce l’avremmo fatta, e invece abbiamo superato la soglia di sbarramento ed abbiamo aumentato  i voti di 300mila unità, raggiungendo il traguardo per noi davvero storico dei 900mila voti,  un successo di tutti noi, nessuno escluso. Mi sento di poter dire  che tale successo è anche frutto di un’applicazione della linea politica che ci siamo dati al congresso: unità, autonomia, competizione; una linea che è stata  messa in atto in modo dinamico, non statico,  non conservatore.
Si apre una stagione nuova per il consolidamento e l’allargamento del partito. Abbiamo l’occasione per discuterne al prossimo congresso che si terrà all’inizio del prossimo anno, ma il cui iter sarà stabilito nel prossimo comitato centrale. La linea del partito è di assoluta fedeltà al centrosinistra e contemporaneamente di assoluta fedeltà ai nostri contenuti, ai nostri valori, ai nostri ideali: la pace, la costituzione, il lavoro, la scuola pubblica, lo stato sociale.

La competizione è aperta, con la destra ma anche con il centrosinistra. Senza voler fare polemiche sciocche, e  che non appartengono al nostro stile, bisogna dire che Rifondazione è diventata più realista del re. Ha perso quasi completamene di vista i contenuti ed si è schierata in una difesa acritica dell’azione dell’esecutivo “a prescindere”.
Noi riteniamo che debba esser tenuta insieme la lealtà verso il centrosinistra con la richiesta del rispetto del programma di governo. Non chiediamo che il governo applichi il programma dei comunisti, ma chiediamo che  segua il suo programma, quello su cui ha  ricevuto il consenso degli italiani  ed ha vinto le elezioni politiche.  Mi rendo conto che il programma è un compromesso, ma noi lo giudichiamo un buon compromesso.
Devo segnalare a tutti i compagni che, in particolare sulla politica estera, si stanno registrando i primi forti segnali di discontinuità rispetto al governo Berlusconi. Il ministro D’Alema ha ristabilito la tradizionale politica italiana di equivicinanza fra arabi e israeliani. Abbiamo ritrovato un ruolo importante sulla scena mondiale, non siamo più i servi sciocchi  del presidente Bush ma abbiamo una politica estera autonoma, e la missione di pace in Libano è frutto di questio nuovo atteggiamento del governo. Ora si tratta di spostare le truppe italiane che stanno in Afghanistan, la cui presenza non ha alcun senso in un paese  occupato dagli americani, e portarle in Libano.

Sulle situazione economica è prematuro avanzare delle proposte.   Chiediamo con forza al governo che ci fornisca in tempo le misure, le quantità e, ove vi siano, i  tagli previsti nella legge finanziaria in modo da poterne discutere preventivamente insieme;  tenendo presente che,comunque,non ci devono essere tagli alla spesa sociale.  La discussione sullo spalmare o meno in due anni la manovra non mi appassiona, secondo me sarebbe meglio congelare per cinque anni il rientro del debito, come chiedono da tempo autorevoli economisti di sinistra. Il punto vero, comunque, è capire come riuscire a fare una politica di riforma sociale attuando allo stesso tempo una politica di risanamento dei conti pubblici, capire come si intendono utilizzare le risorse disponibili. Questo lo si vedrà nel merito della finanziaria, ma nel frattempo segnaliamo come un fatto positivo la ripresa della lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale che sta dando i primi risultati da cui si potrebbero trarre i fondi per il rilancio della spesa sociale

Infine credo che il congresso, oltre ai temi della politica generale, deve anche ragionare con sincerità su come siamo noi adesso.  Troppe volte nel passato, anche recente, si sono registrate lacerazioni nel gruppo dirigente determinate solo ed esclusivamente da bassi interessi di Tizio o  di Caio: candidature, elezioni, ruoli. Tutto ciò non è più tollerabile in un partito che si chiama ancora comunista e che s’ispira alla grande tradizione del PCI di Togliatti e di Enrico Berlinguer. E’ tempo di iniziare dentro il partito una campagna di moralizzazione che riporti le pur legittime ambizioni individuali sempre nell’ambito degli obiettivi e dei progetti collettivi.  Se dei compagni decidono di abbandonare perché non hanno avuto la candidatura, allora è un bene che lascino il partito.
 
Da questo punto di vista, proprio nel momento in cui noi facciamo la festa de La Rinascita, devo un ringraziamento a nome di tutto il gruppo dirigente a quelle compagne e compagni che non chiedono mai niente e che sono la grande maggioranza, quelli che  fanno un lavoro oscuro, che servono ai tavoli, stanno nelle cucine, che fanno la vigilanza, quelli che senza nemmeno un applauso lavorano perché ci credono, perchè hanno degli ideali in un paese dove questa parola  - “gli ideali” - non è più usata. E invece  gli ideali devono essere per il nostro partito la bussola, la cartina di tornasole del nostro agire politico. Sarà tema del congresso, ma nel frattempo abbracciamo tutti voi per quello che state facendo per la realizzazione e lo svolgimento della festa nazionale. 



 

 

 

Diliberto a Repubblica:

 “Dobbiamo rispondere ai nostri elettori non alla Bce”

Roma 8 settembre 2006-09-08

di Lavinia Rivara

La posizione di Fassino? “È irricevibile” perché contraddice il Programma dell’Unione. E i Ds “non dovrebbero dare più retta ai tecnocrati europei che ai lavoratori”. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, avverte anche Prodi: “ Così il governo rischia il suicidio”. Onorevole Diliberto, non le sembra che la sua reazione somigli più a quella dell’opposizione che a quella di un alleato di governo?

“ Ma non lo dico che quelle proposte sono irricevibili, lo dice il programma dell’Unione sulla base del quale siamo stati eletti. Sulle pensioni ci sono scritte tre cose: va abolito lo scalone; bisogna scorporare la previdenza dall’assistenza; l’aumento dell’età pensionabile non avrebbe alcun effetto sulla finanza pubblica. Se si voleva proporre altro bisognava dirlo prima agli elettori”.

Anche la Bce però incalza i paese europei, e in particolare l’Italia, ad accelerare sul risanamento e ad agire sulle pensioni…

“Ma noi dobbiamo rispondere alla Bce o ai nostri elettori? Io spero che il governo non voglia andare al suicidio, e parlo così perchè ho a cuore il suo destino. Noi, per salvare un esecutivo di centrosinistra, abbiamo fatto addirittura una scissione.”

Ma per Fassino una manovra debole indebolirebbe anche in governo. E sostiene che senza il rigore è impossibile far decollare lo sviluppo…

“quello della manovra forte è solo uno slogan, non vuol dire niente. Così come la discussione sull’entità della manovra è astratta. Il punto è chi colpisci. Quanto alle risorse, nel Dpef si era previsto un aumento delle entrate del 6%, ed invece è stato del 12,3%, cioè 48 miliardi di euro in più. Quindi i soldi da distribuire ci sono, non c’è bisogno di chiederli ai pensionati o agli insegnanti”.

Ma se le cose stanno come dice lei perché allora l’ala riformista dell’Unione insiste sulla linea del rigore?

“Non escludo che nel centrosinistra ci siano forze politiche che ascoltano più i tecnocrati europei che i lavoratori. Spero che i Ds, che sono una forza di sinistra, non si uniscano a questi”.

Eppure dalla stessa Cisl è venuta una cauta apertura sull’aumento dell’età pensionabile. Il suo partito appare più ostile del sindacato.

“Guardi, se ci fosse un’ipotesi di aumentare l’età pensionabile bisognerebbe innanzitutto aprire una discussione con i sindacati e i lavoratori, distinguendo tra chi fa un lavoro manuale, o comunque usurante, e chi ne fa uno di concetto. Infine dovrebbe trattarsi comunque di una libera scelta. E senza disincentivi”.



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Diliberto, leader di PdCI: il governo stia tranquillo, non lo danneggeremo

"No a maggioranze variabili tradiremmo i nostri elettori"


ROMA - «Un deterrente contro di noi l'ipotesi di Enrico Letta di allargare la maggioranza? Macché, il sottosegretario di Prodi ha giocato politicamente d'anticipo per evitareche qualcuno nell'Unione sia tentato da Grandi coalizioni». Oliviero Diliberto, il leader del PdCI che in queste settimane ha dato filo da torcere al governo sull'Afghanistan, rinvia la palla al centro. E assicura che nell'immediato sulle missioni all'estero «il governo non ha nulla da temere».

Allargare le file del centrosinistra sì o no, onorevole Diliberto?
«Prodi ha una maggioranza che è quella votata dagli elettori: è stata una maggioranza risicata, ma c'è. Il nostro compito è tenere in piedi questa maggioranza perchè altrimenti tradiremmo il mandato degli elettori. Una cosa che il governo non può reggeresono le maggioranza variabili, cioè su un punto piglia i voti dell' Udc, sull'altro quelli del PdCI.

Però colpa vostra,della sinistra,se questa coalizione è in fibrillazione,non crede?
«Francamente leggo l'intervento di Letta in un altro modo, e cioè come l'idea preventivamente alternativa rispetto alla tentazione di una Grande Coalizione. Letta dice: allarghiamo l'attuale maggioranza. E' l'opposto di dire "facciamoneun'altra", che è l'invito di Tremonti e che prevederebbeil taglio delle "ali" della coalizione. A me non piace né l'una né l'altra ricetta».

Secondo il suo ragionamento, qualcuno nell'Unione sta lavorando per una Grosse Koalition?
«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Certamente se ci fosse, sarebbe un'operazione contro Prodi,perchè va da sé che in questo scenario il capo non sarebbe più lui,muterebbero tutti gli equilibri,sarebbe la fine del centrosinistra. Sarebbe anche la fine dei Ds, per questo non credo che possano essere tentati».

Anche il capogruppo di Rifondazione, Russo Spena ammette che la situazione al senato per la coalizione di governo è difficile e faticosa. Lei dimentica che la maggioranzalà è davvero risicata?

«Posso dire? In miniera faticano di più e guadagnano di meno, quindi faticassero e non rompessero le scatole».

Bene o male se alcuni senatori della Cdl sostengono l'Unione?
«Se appoggiano autonomamente il geoverno senza per questo comporti un prezzo politico, ben venga. Ma non gli venga richiesto, se no cambia anche l'equilibrio politico della nostra coalizione che si spesterebbe ancora di più sul terreno moderato».

Non può neppure la coalizione essere in balia degli aut aut della sinistra radicale?
«Intanto radicale è un aggettivo che mi da l'orticaria: io mi richiamo alla tradizione di Amendola, non è colpa mia se tutti si sono spostati più a destra di me e io, che sono rimasto fermo, mi sono ritrovato all'estrema sinistra. Da me nessun aut aut: chiedo che ciascunacomponente del centrosinistra venga tenuta in considerazione con le proprie opinioni, e tutti insieme dobbiamo trovare una sintesi quando ci sono opinioni discordanti. Per il resto ho il senso delle proporzioni».

Sulla politica estera, a cominciare dall'Afghanistan, rischiano di esserci spesso discordie: come voterà alla fine il PdCI sulle missioni militari?
«Ho trovato eccellente il discorso di D'Alema alla camera. Resta il mio netto dissenso su un unico punto che è l'Afghanistan. Sull'atlantismo e il rapporto con gli Usa per come l'ha impostato il ministro degl iesteri sono daccordo, anzi temo di nuocerli in certi ambianti cosi' dicendo. Come voteremo lo motiverò in aula però la coalizione può stare tranquilla, non non vogliamo fare alcun danno al nostro governo».

                                                                di Giovanna Casadio
 



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Diliberto all'Unità su Afghanistan

Articoli / Editoriali Opinioni Interviste
Inviato da ufficiostampa 14 Lug 2006 - 10:16


Diliberto all'Unità: «Chiedevamo segnali di diversità: siamo sulla strada giusta»
 
di Oreste Pivetta
 
Roma 14 luglio 2006

«Siamo contro, non è una novità. Non abbiamo cambiato idea. Avremmo voluto sentire il governo, ma un accordo s’è raggiunto, accordo importante, per un mozione parlamentare, di indirizzo, nella quale si leggono segnali che chiedavamo: segnali di diversità».
Onorevole Diliberto, un po’ meno dunque contro la missione militare in Afghanistan? La maggioranza sarà un po’ più salda?
«Credo di aver dato prova da tempo ormai del nostro senso di responsabilità. Devo ricordare il ’98, quand’ero capogruppo di Rifondazione? Avremmo continuato a garantire l’unità del centrosinistra, mantenendo il nostro dissenso. Ma al nostro dissenso sono arrivate risposte. Ad esempio si dà conferma al carattere di pace della nostra missione, applicando per i nostri militari il codice penale militare di pace, lasciando stare il codice penale militare di guerra. Cambiando il regime giuridico della nostra presenza. S’impegna il nostro governo perchè si batta in tutte le sedi per il ritorno dell’Afghanistan alla piena sovranità. La novità, quindi, di una indicazione forte: nessuno dei nostri militari parteciperà alle azioni di Enduring Freedom, cioè alle operazioni americane. Siamo lì con l’Onu... Siamo sulla strada giusta».
Con l’Onu, ma non con Diliberto...
«Che rimanga agli atti».
Kabul comunque lo possiamo considerare un ostacolo superato dal centrosinistra?
«Siamo al punto da poter pensare che tutto vada bene. Aspettiamo ora di sentire il governo. Nel quadro peraltro di una nuova politica estera che giudico in modo positivo. Credo che D’Alema abbia detto cose giuste a proposito di Israele e della Palestina e della nostra equivicinanza, a proposito dell’Iran contro le sanzioni, a proposito di Libano e di Irak. Credo che sia stato giusto seguire una strada fortemente europeista. E credo che molta autorevolezza e autonomia di giudizio abbia mostrato il nostro governo anche di fronte allo scandalo di Guantanamo e all’inchiesta sulla morte del nostro Nicola Calipari. Non so se rendo un buon servizio a D’Alema con queste osservazioni. Ma è così».
Però, una domanda l’aggiungerei. L’Avvenire pubblicava ieri un’intervista a un bravo medico italiano Alberto Cairo, che sta in Afghanistan dal 1990. Sosteneva Cairo che l’Afghanistan da solo non sta in piedi, che il ritiro delle truppe provocherebbe uno sconquasso...
«Conosciamo un altro medico, Gino Strada. Sostiene che Emergency riesce a lavorare rispettata e indisturbata, tenendosi alla larga dai militari...».
«Questo lo dice anche Cairo: “È il lavoro che facciamo a proteggerci..”. Però aggiunge che venticinque anni di guerra hanno raso al suolo l’intera struttura della nazione...
«Ma i militari di tanti paesi hanno sconfitto i talebani? Hanno sconfitto i signori della guerra? Hanno sgominato le organizzazioni che trafficano con l’oppio? Se noi investissimo in scuole e ospedali i soldi che spendiamo nella missione militare, daremmo una mano all’Afghanistan, un segnale al mondo intero e a quello islamico in particolare e garantiremmo anche sicurezza all’Italia. C’è una realtà che nessuno indica: la maggior parte dei talebani sta in Pakistan, ma nessuno pensa di andare lì a combattere i talebani, per la semplice ragione che il Pakistan è alleato degli americani...».
La rappresentazione però è poco rassicurante, è l’anticamera dell’impotenza occidentale...
«Il problema è che le istituzioni internazionali non funzionano. Sono figlie della seconda guerra mondiale, dell’equilibrio imposto dai vincitori. Siamo a una altro punto della storia. L’Italia e l’Europa dovrebbero battersi per costruire un nuovo equilibrio, contro gli embarghi e contro le invasioni. La guerra, come scriveva von Clausevitz, era la prosecuzione della politica con la guerra. È diventata qualcosa che sostituisce la politica. Alla quale vogliamo tornare. E politica significa rispetto di un principio fondamentale e fondativo per la sinistra, l’autodeterminazione dei popoli. Qualcuno ha preteso di esportare un modello di democrazia. Il disastro è sotto gli occhi di tutti. Quando poi qualcun altro si è dato la sua democrazia, abbiamo trovato da ridire. In Palestina ha vinto democraticamente le elezioni Hamas. Però Hamas non piace. Allora s’è fatto il possibile per svuotare di senso la sua presenza democratica. Dopo aver contribuito alla liquidazione dell’Olp, non concedendo nulla, niente neppure sul piano della forma».
 

Accantonando Kabul, come giudica lo stato di salute della maggioranza?
«Il centrosinistra sta bene. La scarsezza dei numeri implica una maggior coesione. Considero il governo Prodi il punto più avanzato d’equilibrio. Quindi Prodi stia tranquillo: non ha nulla da temere dalla sinistra del centrosinistra. Piuttosto vedo grandi manovre al centro... L’Udc sta lavorando palesemente per un cambio di maggioranza».
Non la preoccupa il nuovo Partito democratico?
«Mi auguro semplicemente che non si faccia. La mia ambizione sarebbe quella di rimettere assieme tutti i cocci della sinistra. Mi rivolgo a tutti i Ds. Perchè non costruiamo noi un grande partito federativo della sinistra? Lo chiedo apertamente. In fondo solo quindici anni fa stavamo assieme».
 

 

 

Diliberto da Prodi

Diliberto: noi non sgomitiamo per posti e poltrone. Deciderà Prodi


Roma 21 aprile 2006


Devo dire che assisto francamente un po' perplesso a questo primo braccio di ferro all'interno della coalizione; io non partecipo, io voglio bene al centrosinistra. Il colloquio e' andato magnificamente, perche' al contrario di tutti gli altri non abbiamo chiesto niente. Non credo che sia un buon modo di iniziare quello di sgomitare per le poltrone. Vedo altri partiti molto piu' piccoli del mio che hanno preso molto meno voti alle elezioni e stanno gia' litigando su posti e poltrone: io credo che vada rivendicato con grande orgoglio la diversita' dei comunisti. Non partecipiamo.

 
 

Diliberto al Corriere: prima dell’estate tutti a casa. Distinguo tra chi attacca civili e militari


di Daria Gorodisky


Roma 28 aprile 2006

 «La mia posizione è nota: io non avrei mai inviato truppe in Iraq. Ma, visto che un governo scellerato le ha mandate, è evidente che ora vanno ritirate subito. Prima dell’estate devono essere tutti a casa». Sono questi i tempi che Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, vuole dettare al futuro governo. Tempi, anzi, che per quanto lo riguarda sono già scritti nel programma dell’Unione «sottoscritto da tutti i leader della coalizione». «In Iraq - aggiunge - c’è una guerra di occupazione, che non ha nulla a che fare con le armi di distruzione di massa o con la democrazia, e c’è una guerra civile in corso. Il governo italiano ha spedito dei soldati perché ha assecondato servilmente l’azione unilaterale di Bush. Ora che cosa ci restiamo a fare? Forse dobbiamo stare ad aspettare altri funerali di Stato?». Diliberto, il programma dell’Unione in realtà non parla proprio di ritiro immediato. È scritto «immediatamente proporremo al Parlamento italiano il rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari…».
«Sì, il tempo necessario a smontare i campi e tornare».
… e, prosegue il testo, «in consultazione con le autorità irachene».
«Questo vuol dire che lo comunichiamo alle autorità irachene: cioè, se anche ci dicono "restate", noi andiamo via lo stesso, è chiaro».
Va bene un rientro entro l’anno?
«No, prima. La fine dell’anno è la scadenza di cui hanno parlato anche gli Stati Uniti... No, noi non arriveremo neppure a discutere il rifinanziamento della missione, che dura fino al 30 giugno. Al primo Consiglio dei ministri dovremo finanziare il rientro. Questo è nel programma della coalizione: e, se si inizia a modificarlo, allora significa che si va verso l’ingovernabilità».
In questi anni dal vostro partito si è sentito spesso parlare di «resistenza irachena»: dopo i fatti di ieri di Nassiriya, conferma questa definizione?
«Io non ho mai parlato di resistenza irachena. Ma distinguo tra chi attacca civili inermi e chi attacca i militari; è una distinzione che il mondo riconosce da quattrocento anni. La lotta contro un esercito di occupazione è cosa diversa dall’uccisione di civili innocenti: a monte c’è il problema di una guerra».
Ieri diversi esponenti politici, trasversalmente, hanno chiesto di non speculare con polemiche politiche sulla morte dei militari italiani.
«Niente polemiche infatti, io rivolgo le condoglianze alle famiglie dei soldati. Però, per il mestiere che faccio, non mi posso esimere dal fare dichiarazioni politiche».
Dalla sua coalizione molti intervengono per dire che i fatti di ieri non devono condizionare l’agenda del futuro governo.
«Infatti, nessun condizionamento. Il programma è stato scritto molto prima di ieri».
Cossiga dice che bisogna ritirarsi rapidamente, anche perché ora c’è «una maggioranza con fortissime componenti pacifiste, antiamericane e filoresistenza palestinese - Hamas compresa -, irachena ed afghana…».
«Con tutto il rispetto, ricordo a Cossiga che la nostra amicizia con il popolo palestinese data diversi decenni; e che fu lui, nella veste di presidente del Senato, a ricevere Yasser Arafat ben prima che diventasse premio Nobel per la pace. La mia non è una posizione estremistica. Ritengo che si debba recuperare per l’Italia un ruolo di centralità e di equivicinanza con Israele e palestinesi».
A proposito di Hamas, proporrete il dialogo?
«Ha vinto elezioni democratiche. Non ne sono contento, tifo da sempre per Fatah, abbiamo legami antichi con i palestinesi laici; ma…»
Perché non sostenete le ragioni di un altro partito che nel ’92 vinse elezioni democratiche, il Fis algerino? Un colpo di Stato militare annullò quel risultato.
«Non ci piacciono, sgozzavano le persone».
Hamas è entrata nella lista delle organizzazioni terroristiche. Che cosa farete invece sul rifinanziamento delle altre missioni?
«Vedremo caso per caso, ne discuteremo nella coalizione. Potremmo anche modificare la natura di alcune missioni».
Prendiamo ad esempio l’Afghanistan, allora.
«Quella è una missione di pace sui generis , è servita a ratificare la prima delle attuali guerre americane. Io resto contrario, ma non sono così pazzo da mettere a rischio la coalizione su questo. Certo, non mi si venga a dire che in Afghanistan oggi c’è la democrazia: ci sono ancora i signori della guerra, le fazioni tribali, tutto come prima; solo che sono funzionali a un equilibrio utile agli Stati Uniti».
Il Papa ieri ha detto che «militari italiani hanno perso la vita insieme con un commilitone rumeno nel generoso adempimento di una missione di pace». Lei invece sostiene che si tratti di missione di guerra.
«Il Papa parla su un piano diverso da quello della politica. Io sono un semplice segretario di partito, non commento le sue parole».




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