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Diliberto:
ci avete sconfitto ma non domato
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Forte iniziativa
a Roma in preparazione della manifestazione
dell'11 ottobre contro il governo
«La
sinistra, ed in particolare i comunisti, deve
tornare ad essere la rappresentanza politica del
mondo del lavoro salariato»
Testo dell'appello
Tutte
le adesioni
Non usa mezzi
termini il segretario dei Comunisti italiani,
Oliviero Diliberto nel corso della partecipata
iniziativa del Pdci “Contro Berlusconi,
legittima difesa”, in vista della manifestazione
dell'11 ottobre a Roma. Insieme a lui sul palco
il segretario della federazione romana del Pdci
Fabio Nobile, il presidente dell'Anpi Roma-Lazio
Massimo Rendina, Adriano Pace, rappresentante
Cgil Alitalia e Francesca Pandolfi, insegnante
precaria iscritta ai Cobas. Alitalia, precari, l'attacco al contratto
nazionale di lavoro, passando dal processo di
riunificazione dei comunisti, di tutto questo
parla Diliberto: «I lavoratori non sono
un'astrazione, una statistica, ma persone in
carne ed ossa che si sono sentiti abbandonati e
quando i lavoratori si sentono abbandonati non è
mai colpa loro, ma è colpa dei partiti politici
e dei loro dirigenti». Diliberto fa capire che
non è più tempo di giustificazioni o attendismi.
E' ora di agire. «L'abbiamo pagata duramente, ora bisogna
ripartire dai bisogni, dalla materialità delle
condizioni di vita delle persone noi avremo un
grande spazio, quello che oggi viene occupato da
forze politiche che non hanno niente a che fare
con i lavoratori ma che vengono votate dai
lavoratori» e fa l'esempio della Lega Nord che
«non dà risposte ai problemi ma li sposta. Ai
lavoratori del nord che l'hanno votata, la Lega
non risolve il problema del salario perché
rimane basso o della pensione perché l'età non
cambia. Sposta il problema, gli crea un nemico,
un avversario per cui “dagli all'immigrato”. Gli
crea una falsa coscienza».
O nelle borgate di Roma, ricorda Diliberto, dove
il Pci aveva l'egemonia, «oggi il primo partito
è An e dove la disperazione non ha più uno
sbocco politico e diventa frustrazione che viene
sfogata nella tifoseria violenta, negli attacchi
fascisti, nei tatuaggi con la croce celtica,
tutto basato su disvalori e false prospettive.
Noi le abbiamo abbandonate le periferia, non c'è
più organizzazione del consenso, non c'è
risposta ai loro problemi». Il messaggio è
chiaro: «Dobbiamo ripartire da lì. Sarà lungo e
difficile ma noi lo faremo». Così il segretario del Pdci introduce due grandi
progetti del partito: la raccolta di firme per
due proposte di legge di iniziativa popolare. La
prima per il ripristino della scala mobile, cioè
del meccanismo di adeguamento automatico dei
salari e delle pensione all'effettivo costo
della vita. La seconda ha una grande valenza
simbolica, vietare per legge i finanziamenti
pubblici alla scuola privata. Oltre ad
annunciare l'intenzione di chiedere l'indizione
del referendum abrogativo della legge 30. Un
forte passaggio è stato dedicato
all'informazione, oggi più che mai schierata a
prescindere dalla parte di chi vince «con la
nuova legge sui finanziamenti pubblici
all'editoria ci vogliono colpire» spiega
Diliberto, «è un disegno preciso, come quello
sulla scuola». Viene tagliata l'istruzione, la
ricerca, la cultura, il sapere, hanno
l'obiettivo di rendere più ignoranti i nostri
concittadini «perché più sono ignoranti i
cittadini, più votano a destra perché non
avranno coscienza dei propri diritti», un'idea
precisa di società, quella di Berlusconi, dove
il cittadino non è più tale ma rimane solo un
consumatore dove i valori scompaiono per
lasciare posto ai disvalori: «Se non sei ricco e
non produci, arrangiati».
Oggi, continua Diliberto, un concetto che è nel
dna dei comunisti, e dovrebbe essere nel dna di
le forze le persone democratiche è che tutti gli
uomini e le donne sono uguali ed hanno uguali
diritti, «oggi è una bestemmia, ma è l'articolo
3 della Costituzione». Un disegno preciso, si
diceva, dove può accadere che l'Italia mandi i
Tornado in Afghanistan, entrando così in guerra,
senza che nessuno ne parli, senza un voto del
Parlamento, dove può accadere che l'esercito
pattugli le strade delle città... e che tutto
questo sembri normale, per la maggioranza e per
l'opposizione che non c'è, «c'è un annientamento
dei principi fondamentali della nostra
democrazia». Per tutti questi motivi Diliberto spiega che «è
indispensabile che diamo un messaggio. Noi ci
giochiamo l'osso del collo, noi Italia, l'11
ottobre, dobbiamo far riuscire alla grande la
manifestazione per dire che “ci siamo non ci
arrendiamo”». Non c'è spazio per la pigrizia, né per la
rassegnazione, chiude Diliberto, e avverte gli
illusi: «Ci avete sconfitto ma non ci avete
domato».
(26.9.08)
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DILIBERTO: ALITALIA. OK CGIL-AUTONOMI. PIANO
CONTRO LAVORATORI
Roma 18 settembre 2008
La nostra totale solidarieta' alla Cgil per
la serieta' ed il rigore con cui ha difeso e
difende la condizione dei lavoratori dell'Alitalia.
Aver raccolto attorno a se' i sindacati
autonomi, che hanno una seria
rappresentanza, soprattutto tra i piloti e
gli assistenti di volo e' una lezione di
democrazia. La Cgil non puo' accogliere
passivamente un piano privo di credibilita',
di dubbia illegalita', presentato dal
governo Berlusconi e da un gruppo
industriali incuranti del destino dei
lavoratori e del futuro industriale dell'Alitalia.
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DILIBERTO: RIFORMA EUROPEE. GRAVE
ATTENTATO A DEMOCRAZIA
Roma 17 settembre 2008
E' un grave attentato alla democrazia il
tentativo di estrometterci dal Parlamento
Europeo. Se per il Parlamento nazionale si
possono proporre sbarramenti adducendo
ragioni di governabilita', per il Parlamento
Europeo, luogo di rappresentanza politica,
e' un grave attentato alla democrazia
rappresentativa il fatto di voler imporre a
colpi di maggioranza una legge con uno
sbarramento alto, al solo scopo di eliminare
la sinistra.
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La nostra Summer
school è la lotta quotidiana dei lavoratori per
salari e diritti
Dopo 11 giorni di incontri, dibattiti, concerti
e tante iniziative, ieri sera si è chiusa la
Festa nazionale di Rinascita a Torvaianica
L'ultimo
incontro, come di rito, ha visto sul palco il
segretario del Pdci Oliviero Diliberto che,
ringraziando i compagni che hanno lavorato alla
festa, si è detto felice di vedere, dopo la
sconfitta di aprile, fra i militanti comunisti
tanta voglia di stare ancora in campo. Un modo
di esserci sicuramente diverso da quello del Pd
che proprio ieri ha chiuso la sua “Summer school”.
«Copiano gli americani anche nei nomi, non si
poteva chiamare scuola d'estate?», si chiede
Diliberto che sottolinea la sempre più marcata
americanizzazione che il Pd e il Pdl cercano di
imprimere, un'americanizzazione della politica,
del lessico e delle idee. «E proprio da qui,
dalla battaglia delle idee, bisogna ripartire, o
le idee dominanti saranno sempre più le idee
della classe dominante».
Se Berlusconi e Veltroni amano così tanto gli
Usa, Diliberto li invita provocatoriamente
(certo il leader del Pdci non è un grande
estimatore della politica capitalista ed
imperialista statunitense) a copiare qualcosa
oltreoceano, dove chi non paga le tasse va in
galera e i reati contro lo Stato e la Pubblica
amministrazione sono considerati i più gravi,
perché ledono la collettività. «Basti pensare
che l'Fbi ha fatto irruzione a Wall Street
arrestando decine di manager, ciò – sottolinea
Diliberto - in Italia non potrebbe mai
succedere, ormai si usano due pesi e due misure:
forti con i deboli, debolissimi con i forti,
sovvertendo i principi liberali di eguaglianza
di tutti i cittadini».
Il segretario comunista sottolinea la gravità
della situazione politica attuale, in cui il Pd
non fa opposizione e Berlusconi, con una
maggioranza schiacciante in Parlamento, può fare
ciò che vuole. «Basti pensare ai primi
provvedimenti assunti da questo Governo, dal
decreto sul precariato, che di fatto lo
accresce, ai tagli sulla scuola e ora la riforma
Gelmini. Si vuole colpire il sapere, la cultura,
che insegna il senso critico e dà la
consapevolezza dei propri diritti». Per questo,
e per molto altro ancora, è importante
riprendere a fare un'opposizione seria e
combattiva, «l'11 c'è l'occasione per scendere
in piazza con le nostre bandiere, per dire che
quella del Pd non è opposizione e per parlare
dei temi che ci stanno a cuore, dai salari, alla
scuola, ai diritti», sottolinea Diliberto,
invitando tutti a partecipare alla
manifestazione indetta contro il Governo e
Confindustria.
Manifestazione a cui parteciperà anche il Prc e
proprio a questo proposito Diliberto rilancia
l'invito all'unità con i compagni di
Rifondazione, «abbiamo l'ambizione di
ricostruire un partito grande e forte, solo così
non saremo subalterni al Pd e non saremo
marginali». Il primo obiettivo saranno le
elezioni europee, alle quali Diliberto si augura
che ci sia una sola falce e martello, una sola
lista comunista, e per fare questo «dobbiamo
recuperare la capacità di fare opposizione, di
stare sui territori, riaffermare la diversità
dei Comunisti». Quella diversità che
contraddistingue chi fa politica senza avere
nulla in cambio, chi lavora per settimane alle
iniziative e alle Feste del Pdci, chi si impegna
perché ci crede e perché ha degli ideali. Con
queste energie bisogna ripartire in una fase
così critica, in cui le destre sono al potere e
la sinistra non è in Parlamento, perché,
conclude Diliberto, «siamo stati sconfitti, ma
non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci».
(15.9.08) |
DILIBERTO: MILITARI
IN STRADA? SONO UNA FICTION
Roma 30 luglio 2008
L'esercito
in strada? Una
fiction, per stessa ammissione del
governo. Il ministro La Russa dice, testuale, 'che
l'esercito in strada serve a far aumentare la percezione
di sicurezza ai cittadini'. Ecco, non serve ad aumentare
la sicurezza, ma la percezione della sicurezza. La Russa
non vuole che i cittadini siano piu' sicuri, ma che
percepiscano di esserlo. Cosa importa se scippi, furti e
rapine continuano nello stesso numero e nelle stesse
forme, l'importante e' che il popolo percepisca di
essere piu' sicuro perche' e' arrivato l'esercito. Una
finzione insomma. Non ne abbiamo mai avuto dubbi, ma
questo governo, che non ha a cuore i problemi dei
cittadini, ma solo la propaganda, e' impareggiabile.
Verso il Congresso: ricostruire la
presenza comunista
di Oliviero Diliberto
Roma 16 luglio 2008
Prima di qualsiasi riflessione politica, voglio
rivolgere un apprezzamento al Partito, alle
compagne e ai compagni, per la tenuta e
l'equilibrio dimostrati dopo il colpo subito
alle elezioni politiche. Non era scontato. E
infatti abbiamo deciso di tenere un congresso
straordinario nella piena consapevolezza della
criticità della vicenda politica. Sono convinto
che abbiamo fatto la cosa giusta, perché nei
momenti difficili è bene che il partito rifletta
e individui collettivamente la strada da
percorrere.
Al nostro interno si è sviluppato un dibattito
ampio e serio e si confrontano posizioni anche
diverse. Per la prima volta, al documento
elaborato dalla commissione politica del
Comitato Centrale si oppone un altro documento,
sia pur di minoranza, che individua una diversa
strategia. Dai congressi provinciali è venuto al
primo un vantaggio molto ampio, ma nell'assise
nazionale avremo modo di approfondire
ulteriormente senza mai abbandonare la ricerca
della sintesi unitaria.
Oggi, per la prima volta nella storia
dell'Italia repubblicana, i comunisti non
siedono in Parlamento. Molti i fattori che hanno
concorso. Non voglio qui fare un'analisi
frettolosa quando c'è il documento congressuale
che propone un serio approfondimento. Ma voglio
qui ripetere, sia pur schematicamente, il
“cuore” della nostra proposta, nella convinzione
che oggi essa sia l'unica valida, l'unica che
può consentire al nostro partito di affrontare
con fermezza e moderato ottimismo una situazione
straordinariamente difficile e complicata,
contrariamente a ciò che accade in altre forze
politiche dove le differenze e le difficoltà
nell'individuare una strategia esplodono
acutamente.
Il “cuore” della nostra proposta politica sta
nel forte appello unitario al Partito della
Rifondazione comunista. Esso nasce dalla
consapevolezza della gravità, persino della
pericolosità, della situazione politica.
Berlusconi non ha smentito se stesso. In neanche
tre mesi, il suo governo si è caratterizzato per
l'indegnità delle politiche razziste e xenofobe.
Nella nostra assenza dal Parlamento e nella
mancanza di ogni opposizione da parte del Pd, il
governo ha rivelato il suo vero volto
scatenandosi nella caccia all'immigrato - e
quindi al più debole - con azioni indicibili
come le impronte ai bimbi rom e la ferocia dei
blitz ai campi nomadi. Sono state dette parole e
avanzate proposte che ricordano i primi passi
del nazismo e del fascismo e riportano agli anni
più bui della storia d'Italia. E mentre il Pd
taceva alla ricerca spasmodica del dialogo con
Berlusconi, la situazione economica precipitava
verso la recessione, con un ulteriore,
drammatico peggioramento delle condizioni della
nostra gente, dei lavoratori e dei pensionati,
costretti a vivere con retribuzioni da fame, in
ambienti di lavoro pericolosi, nella diminuzione
costante dei diritti. Una china pericolosa che
mette a serio rischio la democrazia,
l'universalità dei diritti. E ancora una volta,
come in ogni stato autoritario, per di più
inasprito dall'ossessione di Berlusconi per la
sua interminabile vicenda giudiziaria, è partito
l'attacco all'autonomia della magistratura e
alla libertà d'informazione.
Potrei continuare con un lungo elenco di
ingiustizie e sopraffazioni. Ma il compito
prioritario dei comunisti è individuare la
strada e le forze che possano modificare questa
drammatica e pericolosa situazione. Ed è qui che
nasce la nostra proposta di riunificazione a
Rifondazione comunista, sapendo tutti e due, noi
e loro, che le ragioni che nel passato ci hanno
portato alla scissione sono superate e che le
ragioni di oggi sono troppo serie perché i
comunisti non si riorganizzino.
Non c'è alcun settarismo, alcuna chiusura in
questa proposta. C'è solo la volontà di
rafforzare la presenza dei comunisti in un Paese
dove sembrano diventate assenti le ragioni e la
cultura e la capacità di lotta e la storia della
sinistra. La sinistra, tutta la sinistra, quella
organizzata nei partiti e quella che opera nella
società, nelle tante associazioni che
intervengono sul territorio, nei tanti e tante
che si sono allontanati dalla politica. E' con
questa sinistra, facendo tesoro della
fallimentare esperienza dell'Arcobaleno, che i
comunisti devono aprire interlocuzioni, fare
esperienze, intessere legami. La sinistra è un
vasto e variegato popolo, non sempre e non
interamente riconducibile a noi, ma in esso
vivono esperienze e azioni che fanno parte di
una storia comune. C'è un nesso inscindibile tra
comunisti e sinistra, che fa parte della nostra
cultura e della nostra storia. Noi vogliamo
ricostruire la sua presenza in Italia, senza
alcuna presunzione di autosufficienza, nel
rispetto delle tante anime e sensibilità che la
compongono. Ci aspetta un lavoro duro e
difficile. Le donne e gli uomini del Pdci ce la
faranno. Perché è da ciò che passa il riscatto
degli oppressi e il cambiamento dell'esistente.
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Diliberto
al Gazzettino di Venezia
Appello a Rifondazione: «Ricominciamo da
noi»
23 maggio 2008
Ripartire dall`unità di due partiti «che
dieci anni fa erano insieme»: Rifondazione
comunista e i Comunisti italiani. E la
proposta del segretario del Pdci, Oliviero
Diliberto, dopo la dura sconfitta elettorale
che ha dissolto la Sinistra Arcobaleno. Se
ne parlerà questa sera a Vicenza nei
Chiostri di Santa Corona, che ospiteranno la
manifestazione pubblica «Comuniste e
comunisti, cominciamo da noi» con Diliberto
e Gianluigi Pegolo, della direzione
nazionale del Prc, e l`adesione
dell`astrofisica Margherita Hack. Segretario
Diliberto, si va verso la riunificazione dei
comunisti? «L`esperimento della Sinistra
arcobaleno è fallito, bocciato dagli
elettori. Noi raccogliamo l`appello
formulato dopo le elezioni da intellettuali
e quadri operai che ci chiedevano proprio
questo: la riunificazione dei comunisti. Ciò
non esclude rapporti unitari anche con
altri. Il fatto è che non vedo molti "altri"
in circolazione». Nel Prc c`è chi preme per
riprendere il dialogo con il Pd... «Il
problema è che i comunisti, tutti i
comunisti, sono stati esclusi dal Parlamento
e che la responsabilità della debacle grava
in larga parte sul Pd e sul suo attuale
gruppo dirigente. Mi pare difficile poter
riprendere il discorso con questi
interlocutori. So bene che c`è una
dialettica all`interno del Pd e non sono
insensibile ai richiami di chi, nel Pd,
vorrebbe ricominciare a parlare con noi. Ma
non mi sembra il caso di presentarsi da
Veltroni con il cappello in mano». Non teme
un accordo tra Pdl e Pd per mettere uno
sbarramento al 5 per cento nella legge
elettorale per le europee? «Fino a due anni
fa non soltanto la sinistra radicale unita
ma anche i due partiti comunisti da soli,
con tre milioni di voti, avrebbero superato
agevolmente questa soglia. A maggior
ragione, ora, urge un processo di
riunificazione che potrebbe suscitare di
nuovo entusiasmo e passione tra chi è
rimasto deluso. In ogni caso, facciano
attenzione Pdl e Pd alle soglie di
sbarramento, ci pensino bene prima di
trasformare una sinistra democratica già
extraparlamentare in sinistra
extraistituzionale». Perché avete scelto
Vicenza, dove i comunisti a occhio e croce
non sono moltissimi? «È un luogo simbolico,
per l`allargamento della base americana. Ci
ricorda uno dei più gravi errori del governo
Prodi: non aver ripensato a quel sì, dopo la
grande manifestazione contro il raddoppio».
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«Riaffermare la
centralità del lavoro nelle istituzioni»
Fiat Mirafiori è senza dubbio una parte
importante, forse fondamentale, della campagna
elettorale della Sinistra l'Arcobaleno e del
Pdci.. E' un luogo simbolo della lotta della
classe operaia e del conflitto capitale-lavoro.
Oggi davanti alla Porta 2 dello stabilimento
Fiat Mirafiori i Comunisti italiani, con il
segretario Oliviero Diliberto, hanno incontrato
i lavoratori per riaffermare la centralità del
lavoro nella politica.Diliberto ha così spiegato
agli operai la sua scelta di rinunciare al posto
sicuro coma capolista alla circoscrizione di
Torino per permettere ad un operaio, Ciro
Argentino, di «riaffermare la centralità del
lavoro nelle istituzioni. Perché essere di
sinistra significa essere dalla parte di chi sta
male, essere di sinistra significa essere
diversi, non possono esistere i “ma anche”. Per
questo saremo in Parlamento e nel Paese per
darvi voce in nome di Berlinguer il cui
insegnamento sulla diversità comunista è un
nostro tratto distintivo», ha dichiarato.La
diversità comunista è anche questa, “mollare la
poltrona” per un operaio della Thyssen che non
può dimenticare i suoi 7 compagni morti nel rogo
criminale della linea 5: «Noi comunisti non
abbiamo mai abbandonato il terreno del
conflitto, non possiamo essere assoggettati al
capitale. Bisogna riaffermare con forza le
questioni del lavoro, della sicurezza, e le
politiche salariale che devono essere affrontate
all'interno delle scadenze dei contratti
nazionali», ha aggiunto Ciro Argentino.
«Noi comunisti all'interno della
Sinistra l'Arcobaleno ci poniamo come
alternativa» ad un sistema, quello inaugurato da
veltrusconi, che vorrebbe un bipartitismo che
non crea alternanza dato che Pd e Pdl dicono la
stessa cosa. «Per cui bisogna dare forza ai
comunisti e alla Sinistra l'Arcobaleno di cui
fanno parte», ha concluso Diliberto.
(4.4.08) |
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DILIBERTO:
SENZA NOI VELTRONI CONSEGNA PAESE A
BERLUSCONI
Roma 18 marzo 2008
Walter Veltroni ha la responsabilita'
storica di consegnare il Paese a Berlusconi.
Glielo dobbiamo ricordare ogni giorno: se ci
fosse ancora il centrosinistra saremmo li' a
combattere per il governo del Paese e invece
ha scelto di liberarsi di noi perche'
eravamo d'impaccio al suo modello
liberista. I sondaggi accreditano la
Sinistra Arcobaleno dell'8% esattamente lo
scarto che divide il Pd dal Pdl. Eravamo
pronti a rinegoziare un patto per sbarrare
la strada a Berlusconi ma non ci hanno
voluto preferendo imbarcare tutto e il
contrario di tutto, da Di Pietro che ha
sempre terremotato il centrosinistra ai
Radicali, fino agli imprenditori come
Calearo favorevoli allo sciopero fiscale e
che ringraziano San Mastella per aver fatto
cadere il nostro governo.
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A Roma Diliberto apre
la campagna elettorale dei Comunisti italiani
Il teatro
Vascello di Roma ha ospitato l'apertura
ufficiale del Pdci, con il segretario della
federazione di Roma Fabio Nobile e il segretario
nazionale del partito Oliviero Diliberto
Una campagna
elettorale che il leader del Pdci non esita a
definire zeppa di menzogne e che per questo
richiede parole semplici e sincere. L'intervento
di Diliberto è stato introdotto da Fabio Nobile,
che oltre a guidare «orgogliosamente» il partito
a Roma, è capogruppo uscente dei Comunisti
italiani al Campidoglio e candidato nella lista
Sinistra l'Arcobaleno.
Partendo dalla considerazione che il bipolarismo
oggi non esiste più e quindi neppure il
centrosinistra, nonostante il Pdci abbia sempre
sostenuto con lealtà il centrosinistra,
Diliberto denuncia la prima menzogna: Pd e Pdl,
con l'aiuto dei media, fingono che questo esista
ancora, mascherando così il bipartitismo a cui
puntano e su cui basano gli appelli al voto
utile.
Ma in una realtà in cui il Pd ha scelto
deliberatamente di rompere con la sinistra,
imbarcando chi ha sempre “picconato” il governo
Prodi come Di Pietro, filoamericani e
filoliberisti come i Radicali, personaggi come
la Binetti, che ha votato contro il governo di
centrosinistra pur facendone parte, e Calearo,
simbolo e rappresentante di una classe
imprenditoriale senza scrupoli, si capisce che
Veltroni ha scelto da che parte stare. «La lotta
di classe c'è – continua Diliberto - è un dato
della realtà, il punto è che la fanno i padroni
e non i lavoratori. Non esiste il ma anche, se
non si sceglie su questi temi vuol dire che si è
dalla parte degli imprenditori».
Un esempio di questo è Pietro Ichino, candidato
nel Pd, che «in nome della modernizzazione
chiede di cancellare l'articolo 18 dello Statuto
dei lavoratori. Ma se si toglie questa tutela il
lavoratore potrà essere licenziato a piacimento.
Questo non è moderno, è sempre stato così prima
di quella, che è stata una vera riforma».
Il quadro è preoccupante, dobbiamo esserne
consapevoli. Per questo, insiste Diliberto,
l'unico vero voto utile è quello dato alla
Sinistra l'Arcobaleno, quello che impedirà «il
patto scellerato, le larghe intese tra Veltroni
e Berlusconi».
La Sinistra-l'Arcobaleno, afferma il leader del
Pdci, nata perché la sinistra non venga
cancellata da questo Paese, dove ormai le
persone sono diventati numeri, una società
fondata sull'egoismo e che ha saltato tutti i
fondamenti della Costituzione italiana. Per
questo, insiste, la crisi della politica, che
travolge per prima la sinistra, deve essere
affrontata seriamente, con i fatti. Così spiega
la sua scelta di non candidarsi al Parlamento
per lasciare il suo seggio, sicuro, a Ciro
Argentino, operaio della Thyssen, sindacalista,
e dirigente del partito.
Diliberto ha voluto lanciare un messaggio ben
preciso: il mondo del lavoro è centrale per i
comunisti, si può fare politica anche fuori dal
Parlamento, non siamo tutti uguali, c'è ancora
chi fa politica in nome di ideali.
«Non si può essere comunisti a corrente
alternata» chiude Diliberto, rilanciando così la
fierezza per la diversità comunista,
sull'esempio sempre attuale di Enrico Berlinguer.
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DILIBERTO A REPUBBLICA: CAMBIARE PAESE ANCHE
FUORI DA ISTITUZIONI
Roma, 10
marzo 2008
di UMBERTO ROSSO
ROMA - «C`è chi giura vado in Africa e poi
eccolo là, candidato premier...».
Lei invece, segretario Diliberto?
«Rinuncio al mio posto in Parlamento per
lasciare spazio ad un operaio, Ciro Argentino.
Non è mica un dramma, la politica si fa anche
fuori dalle istituzioni. Ma la coerenza è la
mia, non quella diVeltroni».
Però il passo indietro è arrivato dopo le
critiche dei due sindacalisti Nerozzi e Passoni.
«Allora, a questo punto, rinuncino anche loro
alla candidatura nel Pd a favore di lavoratori.
Voglio proprio vedere. Ma il mio passo indietro
non c`entra nulla con il loro attacco».
Com`è andata allora?
«Che a Torino ci fosse in lista Argentino,
operaio vero, in produzione, uno che alla
Thvssen si fa otto ore e più, lo avevamo deciso
da tempo. Ma quando un paio di giorni fa mi
hanno portato la griglia dei nomi, mi sono
accorto che erafinito al sesto posto. Sarebbe
rimasto fuori dalla Camera».
Non ne sapeva nulla?
«Non ho preso parte al tavolo delle
candidature».
Al Pdci però era già toccata la casella di
capolista a Torino, proprio per lei.
«Appunto. Quindi, ho deciso di lasciare a Ciro
quel posto. Sto sugli scranni in Parlamento dal
`94, scendere giù non è una gran fatica. Un
esempio, piuttosto. Della diversità dei
comunisti: noi non siamo attaccati alle
poltrone».
Un esempio che qualche altro leader dovrebbe
seguire?
«Non lo chiedete a me».
Ma non avrebbe potuto candidarsi altrove?
«Certo. Tanti compagni del Pdci si erano offerti
di cedermi il posto in lista. Ringrazio per la
generosità, ma non sarei stato credibile. La
solita storia del segretario con il paracadute.
Basta. La mia scelta vuol essere una risposta
all`antipolitica, alla casta, dimostrare nei
fatti che i politici non sono tutti uguali».
Bertinotti è sembrato freddo sulla vicenda. E
c`è chi legge nel suo "beau geste" anche un modo
per smarcarsi dagli alleati.
«Macchè. All`inizio con i giornalisti Bertinotti
non ha commentato solo perché l`hanno colto di
sorpresa, non conosceva nemmeno il caso. Io ho
ricevuto una sua affettuosa telefonata. Così
come daparte degli altri leader della Sinistra
Arcobaleno».
Resta il fatto che anche per la Sinistra è
complicato mettere in lista un operaio.
Equilibri interni troppo delicati fra i quattro
soci?
«Questi, piuttosto, sono ifrutti avvelenati di
una pessima legge elettorale».
Cioè?
«Liste bloccate, nelle mani delle segreterie
politiche. Con eletti garantiti. Invece di dover
cercare sul terreno la conquista del consenso,
mettendo perciò in pista nomi reali, espressione
della società, del territorio. Almeno, mi sono
toltolo sfizio ditogliere il segretario, ovvero
me stesso, e inserire al suo posto una voce che
porterà in Parlamento gli interessi diretti dei
lavoratori».
La campagna elettorale di Diliberto, adesso?
«Tale e quale come prima, non cambia di una
virgola. Anche perché, sia ben chiaro, io resto
il segretario del Pdci. Lascio il Parlamento in
nome di un principio elementare di coerenza che
ha guidato tutta la mia vita».
DILIBERTO A LIBERAZIONE: VOGLIO LA SINISTRA
CONFEDERATA
Roma, 10 marzo 2008
di ANGELA MAURO
Venerdì la scelta di farsi da parte per far
posto in Parlamento a Ciro Argentino, operaio
della Thyssen Krupp di Torino. Ieri, le
congratulazioni degli alleati della Sinistra
Arcobaleno, ma anche le critiche. Pungenti, come
quella di Armando Cossutta, storico ex del Pdci,
in polemica con l`attuale dirigenza del partito
ormai da tempo. il gesto di Oliviero Diliberto è
"demagogico", per l`ex presidente dei Comunisti
italiani, e poi "non è pensabile che il
segretario di un partito non sieda in
Parlamento, è una cosa che non ha senso, un
atteggiamento che denota mancanza di rispetto
verso il ruolo di leader e verso le
istituzioni". Diliberto lascia correre così:
"Con Cossutta non polemizzo, non ne vale la
pena...". Quindi, punta dritto al Pd di Veltroni
e al suo attacco al candidato premier della
Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti: "Walter è
nervoso, perchè la scelta di candidare Calearo
alla fine gli sta facendo perdere consensi...",
sostiene Diliberto che però non è tenero sul
processo unitario a sinistra.
Cosa rispondi ad Armando Cossutta?
"Non polemizzo con Cossutta, né con la sua
famiglia: non ne vale la pena".
Parliamo allora del Pd Veltroni ci è andato
pesante con Bertinotti lo accusa di aver
scoperto solo orala lotta di classe, ora che è
sceso dallo scranno di Montecitorio. Un attacco
durissimo come non si è mai visto dall`inizio
della campagna elettorale.
"In primo luogo, quella di Veltroni è una caduta
di stile clamorosa. In secondo luogo, è falsa
perchè anche da presidente della Camera
Bertinotti ha continuato a dire e scrivere cose
molto esplicite sulla contraddizione tra
capitale e lavoro, Il punto è che Veltroni si
sta rendendo conto, con l`aiuto dei sondaggi,
che la scelta di candidare l`ex presidente di
Federmeccanica Calearo, sostenitore dello
sciopero fiscale, sta facendo precipitare il
Partito Democratico. Altro che rimonta! Walter è
dunque nervoso, da qui gli attacchi impietosi a
Bertinotti e alla Sinistra. E nervoso e non mi
dispiace affatto".
Hai avuto modo di palare con Ciro Argentino dopo
la scelta di eleggerlo a Torino? Idee per la
campagna elettorale?
"Io farò la campagna elettorale a Torino, come
nel resto d`Italia, come se fossi io il
capolista, con lo stesso impegno e anche di più
perché ho un argomento in più ed è la rinuncia
spontanea a un posto in Parlamento. Una scelta
che parla anche di rinnovamento della politica
in almeno due direzioni. La prima: per dire che
al posto di un segretario di partito in
Parlamento ci andrà un operaio di produzione
affinché i temi dei lavoro siano anche
fisicamente rappresentati nelle istituzioni. La
seconda direzione è per dire che non è vero che
i politici sono tutti uguali: c`è ancora chi fa
politica con la passione e senza alcun interesse
personale".
Accennavi ai temi del lavoro, centrali nella
campagna elettorale, come dimostra anche il
carteggio Veltnoni-Giordano sulle pagine di
Liberazione nei giorni scorsi Per Bertinotti va
ricostruita una coalizione di lavoratori e
lavoratrici perfare in modo che il lavoro torni
a essere elemento di identità collettiva. Una
sfida perla Sinistra, che come le altre forze
politiche pure accusa una distanza dal lavoro.
Ce la farete?
"I partiti politici devono tornare ad essere il
volano della rappresentanza degli interessi di
classe nelle istituzioni, ma anche nella
società. C`è un punto teorico spesso
dimenticato: per un comunista, ma anche
semplicemente per chi è veramente di sinistra,
le istituzioni sono uno dei luoghi del conflitto
e non viceversa. E` profondamente sbagliato
pensare che il conflitto si fa in fabbrica,
mentre nelle istituzioni si fa la mediazione.
Anche nelle istituzioni i partiti portano il
conflitto di classe. Quindi: il Pd porta gli
interessi della Confindustria, noi abbiamo
l`ambizione di portare gli interessi dei
lavoratori".
La Sinistra Arcobaleno: perchè come Pdci non
c`eravate alla presentazione della campagna
elettorale unitaria?
"C`era il coordinatore della segreteria,
Galante. Io avevo impegni fuori Roma, assente
giustificato".
Dunque, nessun rancore per la scomparsa di falce
e martello dal simbolo. Questo processo unitario
va avanti anche dopo le elezioni?
"Il processo unitario va avanti, ma dipende in
che forma. Io sono contrario all`idea del
partito unico. L`ho detto, lealmente. Mi
convince un processo unitario in forma
confederale e cioè con la permanenza dei partiti
e di un contenitore più grande nelle forme che
la politica determinerà. Ma la sinistra deve
essere unita tanto più in un momento di
difficoltà come questo, visto che l`obiettivo
del Pd è far scomparire la sinistra".
Alcune associazioni della sinistra, per esempio
Uniti a Sinistra di Folena, hanno già avviato un
tesseramento unitario del nuovo soggetto.
Puntano ad aprire circoli unitari anche nelle
fabbriche, vogliono un soggetto unico.
"Eviterei forzature di qualunque genere, la
fretta è cattiva consigliera. Va bene che
facciamo la campagna elettorale tutti insieme,
ma dopo non è Folena che detta la linea".
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La diversità
comunista |
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Diliberto,
nessun
paracadute, farò politica da fuori
(7.3.08) -
«I
comunisti sono diversi da tutti gli altri, per
questo il segretario del Pdci ha deciso di
lasciare il Parlamento, senza alcun paracadute,
per lasciare il posto di capolista a Torino a un
delegato operaio della Thyssen, Ciro Argentino»
Lo dice il segretario del Pdci, Oliviero
Diliberto, nel corso di una conferenza stampa
nella sede del partito, sottolineando che «non
sarò candidato da nessuna parte».
Diliberto ci tiene poi a segnalare che «la
politica si può fare anche fuori dalle
istituzioni, per questo continuerò a fare il
segretario del Pdci, ma ci sarà un operaio in
più in Parlamento».
L'esponente dei Comunisti italiani spiega che
avevano «deciso di eleggere un operaio, ma nel
corso delle trattative abbiamo visto che non
c'era un posto disponibile. E allora- ribadisce-
mi chiamo fuori e dò la garanzia della sua
elezione in una circoscrizione sicura. E' una
scelta che non mi pesa», ma «è anche una
risposta con i fatti alle polemiche sulla carta.
Non tutti i politici sono uguali, i comunisti
sono diversi dagli altri. E lo dimostriamo con i
fatti e non con le parole».
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Diliberto:
«Il Cdm
approvi i decreti sulla sicurezza sui posti di
lavoro»
3.3.08) - Cinque
operai sono morti a Molfetta, in pro vincia
di Bari, mentre lavoravano ad interventi di
manutenzione all'interno di un'autocisterna che
trasportava zolfo in polvere. L'incidente è avvenuto
intorno alle 16 nell'azienda Truck center, che si
occupa di parcheggi, attrezzature e impianti, nella
zona industriale di Molfetta. Le vittime,
intossicate dalle esalazioni di zolfo, a quanto si
apprende, sarebbero il titolare della ditta,
l'autista dell'autocisterna e tre operai, un sesto
operaio è stato trasportato all'ospedale di
Bisceglie.
Sono ora in corso sopralluoghi dei carabinieri del
Comando provinciale di Bari nell'azienda di
autolavaggio dove i cinque operai hanno perso la
vita e accertamenti per verificare l'idoneità
dell'azienda nello svolgimento di lavori a rischio.
Queste ennesime morti sul lavoro mostrano come il
problema della sicurezza sia una piaga nel nostro
Paese e necessiti di interventi concreti, subito,
come chiede il segretario dei Comunisti italiani,
Oliviero Diliberto: «Il tragico incidente di
Molfetta ci dice che questo è il vero problema e che
è sempre più urgente che Romano Prodi convochi entro
venerdì il Consiglio dei ministri per approvare i
decreti sulla sicurezza sui posti di lavoro. E
chiuda questa legislatura con una manovra a favore
dei lavoratori». |
DILIBERTO:
TESORETTO. SODDISFATTI MA SI
POTEVA FARE PRIMA
Roma 27 febbraio
2008
Annuncio con grande
soddisfazione che un ordine del
giorno dei Comunisti italiani e'
stato approvato al Senato per
dare, per distribuire l'extra
gettito ai ceti piu' deboli e
cioe' tagliare le tasse al
lavoro salariato, al lavoro
dipendente. Sembrava
impossibile, ma ci siamo
arrivati nel rush finale.
Mi rammarico per quello che si
poteva fare prima e che non e'
stato fatto.
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DILIBERTO:
LAVORO. PRODI CHIUDA FACENDO LEGGE SU
SICUREZZA
Ufficio Stampa
Roma 26 febbraio 2007
La legislatura si chiuda con un provvedimento a
favore dei lavoratori. Il Consiglio dei Ministri
si riunisca e vari il testo unico sulla
sicurezza nei luoghi di lavoro. La legge 123 e'
stata approvata lo scorso agosto 2007. Se non si
procedesse in tempi brevissimi ad attuare i
decreti legislativi, la legge delega 123
scadrebbe il 24 maggio e bisognerebbe a quel
punto ricominciare tutto l'iter dall'inizio.
Faccio, quindi, appello affinche' si giunga
all'approvazione dell'insieme della legge sulla
Sicurezza sul Lavoro, dando risposte e certezze
ai lavoratori esposti quotidianamente a rischio
infortuni. Prodi riunisca il Consiglio dei
Ministri e faccia un regalo ai lavoratori
varando i decreti legislativi necessari
all'entrata in vigore della legge.
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Diliberto:
«Il Pd dopo Di Pietro imbarca i
Radicali. Altro che caravanserraglio»
(22.2.08)
-
A poco
più di un mese dalle elezioni è ormai
chi aro
che il Pd non correrà da solo, come
aveva dichiarato inizialmente Walter
Veltroni, ma con una lista decisamente
composita e che tiene dentro soggetti
assai diversi
Così il
Partito democratico, dopo aver rifiutato
un accordo con la sinistra ha in
compenso tirato dentro Italia dei Valori
e Radicali. L'accordo fra il partito di
Veltroni e quello di Pannella si basa su
una totale accettazione del programma
del Pd (i famosi 12 punti) da parte dei
Radicali che in compenso avranno, così
sembra, nove eletti, Emma Bonino
ministro, il 10% dei finanziamenti
elettorali e posizioni apicali nelle
istituzioni e nel gruppo parlamentare.
Oliviero Diliberto, segretario dei
Comunisti italiani, intervistato dal Tg3
si chiede: «Veltroni non aveva escluso
la sinistra per non fare un
caravanserraglio? Dopo Di Pietro ora
imbarca i Radicali. Così ha dentro la
Binetti e la Bonino, il professor Ichino
che vuole cancellare l'articolo 18 come
Berlusconi. Altro che caravanserraglio».
Intanto proprio sul programma del Pd si
accende il dibattito, inevitabile visto
la totale equidistanza che Veltroni
professa su temi centrali ma che in
realtà vedono all'interno dei
democratici posizioni assai discordanti.
In altre parole sul fronte dei temi
“eticamente sensibili”, lo scontro fra
laici e cattolici è acceso. Del resto se
era difficile la convivenza fra la Bindi
e la Binetti chissà ora cosa potrà
accadere fra i teodem e i radicali.
Stessi problemi sul fronte dei temi
legati al mondo del lavoro in un partito
che candida operai e “padroni”. Sarà la
nuova ricetta di Veltroni per risolvere
la lotta di classe? O, più
probabilmente, una strategia “arraffa
voti”?
Insomma, dice Diliberto, «la
competizione si fa interessante e
l'unico vero voto utile sarà quello dato
alla Sinistra-l'Arcobaleno. Un voto che
impedirà il governo Veltroni-Berlusconi
dopo il 13 e 14 aprile». |

Abbiamo votato coerentemente contro dopo
aver votato per due anni a favore per
lealta' verso Prodi. Il Pd ha deciso di
spaccare l'Unione quindi ciascuno vota in
autonomia. Noi abbiamo votato risolutamente
contro.
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Diliberto
all'Unità: «La lotta di classe non è
finita il Pd ha scelto la via del
moderatismo»
di Simone Collini
Roma 16 febbraio 2008
«Il Partito democratico si è sbilanciato
ancora di più sul versante moderato»,
sostiene il segretario del Pdci Oliviero
Diliberto: «Ha scelto il centro».
Perché dice questo?
«Si allea con Di Pietro ed esclude la
sinistra».
Per via delle tensioni che avete creato
in questi venti mesi di governo, dice
Veltroni.
«Ma se Di Pietro ha litigato
ininterrottamente con tutti, ha
candidato De Gregrio, che è passato il
giorno dopo alla destra, si è occupato
di tutte le materie possibili e non
delle infrastrutture. Quella del Pd è
una scelta incomprensibile, se non come
operazione meramente elettorale».
Non lo sarebbe stato anche con voi? Per
dirne una, Veltroni sostiene che vanno
riconfermate le missioni militari
all`estero e voi chiedete il ritiro
dall`Afghanistan.
«Oggi che non c`è l`accordo ciascuno è
libero di esprimere la propria opinione.
Ma vorrei ricordare che per due anni noi
le missioni le abbiamo votate. Abbiamo
pagato un prezzo davvero alto, anche nel
rapporto con i nostri elettori, in nome
della lealtà al governo».
Come pensate di ricostruire il rapporto
di fiducia col vostro elettorato?
«Intanto, con questo messaggio di unità
che viene dall`accordo raggiunto dai
quattro partiti della sinistra. E' la
prima volta da decenni che invece di
dividerci ci uniamo. Dopodiché, quello
che farà o meno recuperare il rapporto
di fiducia non sarà la campagna
elettorale ma ciò che viene dopo».
Cioè?
«I nostri comportamenti, più che le
parole. Vedo che sia il Pd che Fi dicono
che la prossima legislatura sarà quella
costituente. Noi non dovremo prestarci a
nessuna manipolazione della
Costituzione, ed anzi dovremo fare su
questo un`opposizione di grandissimo
rigore».
Parla come se fosse sicuro che dal voto
di aprile nascerà un governo di larghe
intese.
«Infatti, è quello che penso».
Veltroni ha già smentito più volte.
«Faccio una scommessa con i lettori
dell`Unità: conservate questa intervista
e vediamo dopo le elezioni chi aveva
ragione».
Perché tanta sicurezza?
«Questa legge elettorale produrrà di
nuovo un Senato con una maggioranza
risicata. Chiunque vinca, i due poli più
grandi dovranno intendersi, o in un
governo insieme o in forme di
collaborazione molto stretta».
Ci saranno desistenze in alcune regioni?
«Impossibile, visto che il Pd ci ha
messo alla porta. A questo punto la
Sinistra deve correre da sola, ovunque,
fare una battaglia anche in modo aspro e
prendere il maggior numero di voti
possibile. Proprio per impedire lo
scenario peggiore
dopo».
Che ne pensa della proposta di Veltroni
di un compenso minimo di mille euro per
i precari?
«La proposta di dare più soldi ai
precari è sacrosanta, ma avrei preferito
che l`avesse fatta il Pd al governo. Noi
glielo abbiamo chiesto più volte. E poi
c`è un`altra questione, e cioè non può
esserci uno scambio del tipo: più soldi
in cambio del precariato a vita. La
condizione del precario in sé,
indipendentemente dagli emolumenti, è
inaccettabile perché è la privazione del
futuro. Io sono perché non ci sia il
precariato. È una cosa strategicamente
diversa».
Dopo il voto ci saranno alla Camera e al
Senato i gruppi unici
della Sinistra arcobaleno?
«Dipende da cosa ci dirà il voto, cioè
da cosa il nostro popolo ci dirà di
volere o non volere. Per quanto mi
riguarda sono determinatissimo a
proseguire nel processo unitario, nelle
forme che saranno possibili. Dopodiché,
vediamo se viene premiato o meno questo
esperimento».
Esperimento che prevede la scomparsa
della falce e martello.
«Avevo proposto di mantenere anche i
simboli tradizionali, ma sono stato
sconfitto. Lo considero un errore. Spero
di sbagliare, ma lo giudico un errore
anche dal punto di vista elettorale».
Comunque la falce e martello è destinata
a scomparire, se proseguirà il processo
unitario, non crede?
«Questa ipotesi è semplicemente
inesistente, perché la falce e martello
rimane il simbolo del mio partito, che
non ha nessuna intenzione di
sciogliersi».
Magari non oggi, ma un domani?
«Per l`attuarsi di un`ipotesi di questo
genere i Comunisti italiani dovrebbero
prima cambiare segretario».
Veltroni parla di un patto tra
lavoratori e imprenditori per la
crescita del Paese: che ne pensa?
«L`idea dell`annullamento della lotta di
classe in nome di un interesse comune,
presunto, di lavoratori e padroni non
sta
né in cielo né in terra, perché hanno
interessi contrapposti, non comuni».
La crescita economica non può essere un
interesse comune?
«Dal punto di vista delle tesi padronali
la crescita passa attraverso un
azzeramento dei diritti del lavoro».
Sosterrete Bertinotti premier: una
rivalutazione, dieci anni dopo la
scissione?
«E' il personaggio della sinistra oggi
più autorevole, tra i diversi leader che
ci sono in campo, io lo avevo candidato
a fare il capo di un processo di
unificazione della sinistra la bellezza
di tre anni fa. Oggi non vedo più le
ragioni di una divisione tra due diversi
partiti comunisti. Le motivazioni della
scissione erano innanzitutto nel
rapporto con il centrosinistra.
Che oggi non c`è più».
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Diliberto al Corriere:
“Sinistra democratica nasce ambigua,
Mussi scelga”
Monica
Guerzoni
dal
Corriere del 7 maggio 2007
“In un momento in cui
tutto si muove, chi sta fermo è
sfottuto”. Oliviero Diliberto ha
fretta. Per tenere a battesimo una
sinistra del 15 per cento rinsalda
l’asse con gli ex fratelli coltelli
di Rifondazione, suggerisce a Fabio
Mussi di guardarsi le spalle da
Gavino Angius che rende “ambigua” la
neonata Sinistra democratica e
lancia la sfida per l’egemonia: “Chi
ha più filo, tesserà”. E siccome è
convinto che i figli della sconfitta
dell’89 siano “rimasti sepolti sotto
le rovine”, è pronto a fare un passo
indietro sulla leadership. “Io non
mi candido ad essere il capo della
sinistra unita”.
Mussi l’ha convinta?
“Ecumenico. Angius
invece è stato molto chiaro”.
Guarda ai socialisti.
“Trovo abbastanza
singolare la sua scelta alla luce di
una storia politica che è molto più
simile alla mia che non a quella di
Boselli. Ricordo con affetto che
eravamo schierati insieme contro la
svolta della Bolognina”.
Le vostre strade
sembrano destinate a non riunirsi.
“Angius fa una scelta
che mostra plasticamente l’ambiguità
intrinseca a ciò che è successo
sabato al Palazzo dei congressi.
Nella Sinistra democratica vi sono
due opzioni distinte. Una molto
simile alla nostra, è quella
lanciata da Mussi e cioè
l’unificazione in forma federativa
di tutti coloro che non aderiscono
al Pd”
Tutti, Boselli
compreso?
“Senza specificare.
Mussi è stato molto bravo perché ha
volutamente lasciato tutte le
opzioni aperte”.
Sinistra senza
aggettivi, né comunista né
socialista?
“Io voglio continuare
a essere comunista, ma se Mussi non
ha usato aggettivi di tipo
identitario è perché avrebbero
creato divisioni. Immagino che
Angius voglia portare nella
costituente socialista la maggior
parte dell’ex Correntone”.
Angius dentro Sd da
cavallo di Troia?
“Nelle sue parole non
c’è inganno. Angius fa un'operazione
del 3 per cento, la mia vale il 15
per cento. E' lo spazio a sinistra
del Pd, solo un cieco non lo
capisce. Comprendo che Mussi non
voglia spaccare il suo gruppo ma
deve scegliere”.
Sembra voglia
aspettare fino alle Europee.
“'I cantieri che
rimangono aperti troppo a lungo si
trasformano in grandi buche dove si
finisce per cadere. Mussi dica in
fretta cosa vuole fare. Se nasce il
Pd stiamo fermi? Il rischio e' che
non se ne faccia niente”.
Giordano lancia un
“patto d’unità d’azione”. Lei ci
sta?
“Mi sembra che il Prc
avverta la mia stessa urgenza
politica. Dobbiamo partire anche da
questa ritrovata sintonia tra due
partiti che si richiamano al
comunismo”.
Nel Pantheon di Mussi
ci sono Gramsci e Berlinguer. Nel
suo?
“Tutti quelli che
rappresentano un pezzo di storia
comunista. Nel mio non c’è Gandhi e
in quello del Prc sì, ma sarebbe
folle se fosse un elemento di
divisione. Guardiamo avanti”.
Vale anche per
Cossutta?
“Se n’è andato lui,
però il percorso unitario riguarda
tutti. Ovvio che ciascuno conterà
per il consenso che si porta
dietro”.
Non teme egemonie?
“''La sfida per
l'egemonia non mi spaventa. Chi ha
più filo tesserà. Riguardo alla mia
persona non mi candido a fare il
capo della sinistra unita e mi
auguro che la leadership sia
l'ultimo dei nostri problemi”.
La corsa è già
scattata.
personale. Non dico
che io a 50 anni devo tirarmi
indietro, parlo di atti di
generosità in nome della sinistra.
Se si facesse la confederazione
sarebbe una cosa così importante che
chiunque ne fosse il capo mi
andrebbe bene. Si deciderà insieme e
comunque non sarei io”.
a loro.
“Non hanno deciso
niente, stanno furiosamente
litigando su tutto. Il capo
dell’alleanza non lo decide un
partito solo. Per la maggioranza ci
vuole il 51% e il Pd da solo non
basta”.
La “cosa rossa” avrà
falce e martello nel simbolo?
“Il se e il come lo
decideremo assieme. Prima dobbiamo
riprogettare i contenuti e questo lo
possono fare solo quelli che non
sono figli della sconfitta dell'89.
Cioè la generazione dopo la mia”.
Fuori tutti?
Diliberto, Mussi, Giordano?
“Noi abbiamo
categorie di pensiero datate, mentre
chi è nato l'anno del crollo del
Muro non è rimasto sepolto sotto le
sue rovine”.
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Diliberto a la Stampa:
"Decreto
Afghanistan, rischio Grande Centro"
Roma 26 marzo 2007
“Chiedo al governo italiano che intervenga
con decisione per la liberazione
dell'interprete di
Mastrogiacomo e del mediatore di Emercency
che ha fatto da tramite per la liberazione
di Daniele Mastrogiacomo: ha trattato su
esplicita richiesta del governo, adesso non
lo si deve abbandonare”. Alla vigilia del
difficile passaggio del decreto di
rifinanziamento della missione militare in
Afghanistan, il segretario dei Comunisti
italiani Oliviero Di liberto lancia un
appello. E un allarme: il governo è su un
crinale difficile. Se ci fossero voti
incrociati, sarebbe Prodi a rischiare.
Martedì c’è il voto sull’Afghanistan. Che
succede se gli ordini del giorno dell’Udc
che tendono a mettere in condizioni di
sicurezza i nostri militari vengono votati
anche da esponenti del centrosinistra?
“Questi giochino da parte dell’Udc sono
miserabili: chi può volere che i soldati
italiani non siano messi in condizione di
difendersi?”
Nessuna contrarietà anche se si trattasse di
armi ì, aerei, elicotteri?
“Tutto quello che chiedono i vertici della
Difesa: attrezzature, dalle scarpe alle
armi, per i compiti istituzionali cui sono
preposti gli italiani. E il nostro compito
e' organizzare la locale macchina della
giustizia”.
Ma siete voi a sostenere che in Afghanistan
c’è la guerra…
“E infatti io vorrei il ritiro delle truppe.
Ma per stare all’oggi, la Nato ha affidato
agli italiani il compito di riorganizzare il
sistema giudiziario. Quanto a una maggiore
sicurezza dei nostri militari, chi mette in
atto giochini parlamentari e' proprio chi
non e' interessato alla vita dei nostri
soldati”.
Ma il decreto passerà con i voti dell’Udc, e
l’ordine del giorno di quel partito avrà i
voti dell’Udeur, come ha già fatto sapere
Mastella. Lo prenderete come un cambio di
maggioranza?
“Ho visto che Prodi si dice tranquillo. Io
gli chiedo di prendere in mano la
situazione, di governare il Paese e anche la
sua maggioranza. Di essere in prima persona
il regista di quello che succederà martedì,
per evitare che gli agguati del Centro, che
già si manifestano, lo mettano in pericolo”.
Cioè che si sposti al centro l’asse della
maggioranza?
“No, per evitare che quei giochi servano a
cambiare la maggioranza. Perché se Mastella
pensa al Grande Centro, è evidente che
quell’operazione non prevede Prodi premier.
Casini l’ha detto: io mai con i comunisti.
Quindi si potrebbe sostituire un pezzo di
maggioranza con un pezzo dell’opposizione.
Chiedo a Prodi di non sottovalutare la
situazione”.
Cosa dovrebbe fare Prodi, secondo lei?
“Garantire che tutti votino in una sola
maniera. Così come a me chiede di continuare
a votare perché i nostri militari restino in
Afghanistan, cosa che come è noto a me non
piace per niente, così induca Mastella e
tutti i centristi a votare solo gli ordini
del giorno della maggioranza. Che non si
voti nulla che non sia stato concordato con
tutti gli alleati dell'Unione”.
E se il governo dovesse accogliere alcuni
ordini del giorno dell’opposizione?
“Io non invito il governo a farlo, ma se lo
facesse il problema del voto incrociato
sarebbe risolto. Ho visto spesso
l’opposizione accogliere ordini del giorno
della maggioranza, e viceversa. Senza che si
verificasse nessun cambiamento della
maggioranza, ma perché non c’erano stati
voto trasversali agli schieramenti,
naturalmente”.
La relazione di
Oliviero Diliberto
al Comitato Centrale
Roma 10 marzo
2007
Questo Comitato Centrale, come potete facilmente
intuire, è di grande rilievo. Non solo perché
indice il nostro congresso nazionale, ma anche
perché si colloca in una fase che presenta
caratteri potenzialmente nuovi rispetto a quella
che abbiamo alle spalle.
Dalla prima redazione del documento
congressuale, bozza che è stata approvata dalla
Direzione Nazionale del partito e che vi è stata
consegnata, sono accadute molte cose di rilievo
politico. La segreteria ha proceduto quindi a
qualche correzione, integrazione,
interpolazione, perché ha dovuto tenere conto
sia della crisi di governo che delle conseguenze
della crisi. Mi limiterò quindi,
nell'introduzione, ad alcune considerazioni di
carattere squisitamente politico e generale, per
ragionare insieme e capire come rispondere alle
sfide della nuova fase.
Il documento congressuale, come avevamo
stabilito, è asciutto e tutto politico. Ci
saranno poi delle schede di accompagnamento su
singoli punti, ma il documento è uno e, ove il
Comitato Centrale lo approvi, sarà questo.
Abbiamo alle spalle una crisi di governo che
fortunatamente si è risolta, anche se ha segnato
profondamente il Paese e la sinistra. Credo che
occorra svolgere una riflessione sulla crisi,
sia per come è avvenuta sia per come si è
risolta e per le prospettive che ha
involontariamente aperto.
La crisi si è aperta al Senato perché, come
sapete, è venuto meno da un lato il voto di due
irresponsabili sedicenti di sinistra (anche se
in realtà il loro voto non è stato determinante)
e per via della astensione o voto contrario di
tre senatori a vita che fino a quel momento
avevano sempre votato a favore del governo. Solo
uno di questi tre voti, quello di Cossiga, era
esplicitamente contrario alla politica estera
del governo. Cossiga lo ha detto chiaramente: il
suo era un voto di ispirazione “filo atlantica”,
mentre a suo dire il governo - e non del tutto a
torto – quell’ispirazione non ce l’ha a
sufficienza o, per lo meno, non quanto il
precedente governo.
Gli Usa hanno dimostrato in tutte le circostanze
- da ultima la lettera dei sei ambasciatori,
atto irrituale e gravissimo di ingerenza nella
politica interna di un Paese – di non amare
affatto il governo Prodi. Ma solo Cossiga ha
votato contro la politica estera. Invece
l’astensione di Andreotti (l'astensione al
Senato vale come un voto contrario) è stata
espressa, per sua stessa ammissione, in
relazione alla vicenda delle coppie di fatto,
come adesione alle posizioni del Vaticano. E
Pininfarina, il terzo voto contrario dei
senatori a vita, è, come noto, un autorevole
esponente di Confindustria.
In altre parole, la crisi è stata aperta dal
versante moderato dell'Unione, ed è stata aperta
per la contrarietà dei poteri forti - Usa,
Vaticano, Confindustria - che non vogliono più
questo governo. E tuttavia la reazione di massa,
orchestrata abilissimamente dai giornali che
appartengono, non a caso, proprio a quei poteri
forti, ha fatto apparire la caduta del governo
come una “responsabilità della sinistra
radicale”. Abbiano noi stessi misurato quanto
insidiosa sia stata questa offensiva
politico-mediatica e quanto abbia pesato
sull'atteggiamento della nostra gente,
dell'elettorato di sinistra: siamo stati
sommersi di pesanti critiche. Tra centinaia e
centinaia di e-mail, fax e telefonate, nove su
dieci esprimevano delusione, rabbia, amarezza.
Il giorno dopo la crisi abbiamo convocato la
Direzione del partito. Non sapevamo allora se
Prodi ce l'avrebbe fatta. In quell’occasione
abbiamo deciso di rinserrare le fila, tendendo
la barra ben dritta e ribadendo con forza che
era il momento dell’unità.
Quando si declinano due termini come “unità e
diversità”, ci sono momenti in cui prevale
l'uno e momenti in cui prevale l'altro, perché
non è mai secondaria la contingenza politica, le
condizioni date. Una linea politica non va
declinata in astratto, ma nel mondo reale. Oggi
è il momento dell'unità, perché abbiamo bisogno
di recuperare con la nostra gente.
Il paradosso è che non eravamo colpevoli.
Abbiamo lavorato per recuperare perché abbiamo
avvertito chiaramente che una seconda caduta di
Prodi, dopo quella provocata da Rifondazione nel
’98, non sarebbe stata perdonata e le forze
della sinistra l’avrebbero pagata pesantemente.
In quei due giorni di passione abbiamo
verificato sul campo che le medesime persone,
gli stessi che sino al giorno prima erano
ipercritici nei confronti del governo, a governo
caduto ci incolpavano di aprire la strada al
ritorno di Berlusconi. Si è insomma palesata
l’apparente contraddittorietà delle richieste
che vengono da nostro elettorato: da un lato la
richiesta dell’unità, dall’altro l’invito a dare
risposte forti alle molteplici aspettative del
dopo elezioni.
Le due sensazioni, le due richieste convivono
nel nostro popolo esattamente come noi
immaginavamo. Il panico che si è diffuso a
livello di massa è esattamente quello che ha
fatto dimenticare d'un colpo le critiche anche
aspre al governo Prodi. Critiche che, se il
governo durerà, torneranno a riemergere.
Ma proprio perché la crisi è apparentemente, nel
senso comune, nata per responsabilità della
sinistra, Prodi e la parte moderata della
coalizione hanno sapientemente messo a profitto
la situazione e oggi il governo, anche per
l’ingresso di Follini, ha acquisito caratteri
più moderati. E noi abbiamo margini di critica
ridotti.
Fortunatamente la crisi si è ricomposta. Se non
fosse avvenuto, era già pronta, dietro l'angolo,
la politica delle larghe intese, un pericolo
niente affatto tramontato, perché le forze che
abbiamo visto all’opera durante la crisi, quelle
che più hanno criticato la sinistra addossandole
tutte le colpe, continueranno a lavorare per
indebolire o far cadere Prodi. C’è comunque un
paradosso. Ed è che il migliore alleato di Prodi
oggi è sicuramente Berlusconi. Nella politica
delle larghe intese Berlusconi è finito, e lo
sa, ed è costretto ad essere, proprio lui, il
più rigido custode del bipolarismo.
Le forze moderate, sia nell’Unione che nella Cdl,
continuano a lavorare per costruire altri
scenari. All'indomani della risoluzione della
crisi di governo, il ministro dell'Interno,
Giuliano Amato, ha rilasciato un'intervista in
cui ha parlato esplicitamente di maggioranze
variabili. E le maggioranze variabili, com’è del
tutto evidente, sono l'anticamera della fine del
bipolarismo, rappresentano un allargamento al
centro: ancora una volta la politica delle
larghe intese.
La verità è che questo centrosinistra dà
fastidio e dà fastidio perché al suo interno ci
siamo noi, i comunisti. Persino più di quanto
noi stessi immaginiamo. Prendete Il Sole 24
Ore di ieri: c'è il chiaro tentativo di
Confindustria di ridurre la stabilizzazione dei
circa 400 mila precari delle pubbliche
amministrazioni che noi comunisti abbiamo
ottenuto nella Finanziaria. Che vuol dire? Vuol
dire che i comunisti dentro il governo - se sono
capaci - ottengono risultati, non sono
ininfluenti. E’ proprio per questo ci vogliono
cacciare.
E’ allora evidente che in questa fase è
richiesto a tutti noi un grandissimo equilibrio,
sapendo che siamo in un crinale difficile, più
difficile di quello in cui eravamo prima. E
tuttavia noi Comunisti italiani siamo usciti
dalla crisi bene, con grande visibilità, con
grande capacità di recuperare. Rispetto ai due
giorni della crisi di governo, abbiamo dato
prova di una grande tenuta del gruppo dirigente
che ha consentito di dare di noi una buona
immagine.
Dovremo continuare a gestire la fase politica in
questo modo. Con spirito unitario e con l’unità
del gruppo dirigente. Poi verificheremo insieme,
dopo il congresso, come declinare la diversità e
l'unità, anche se con maggiore equilibrio che in
passato.
La crisi di governo ha colpito noi e tutto il
centrosinistra. Ma chi ne ha subito di più le
conseguenze è Rifondazione, che si trova oggi
in una situazione assai difficile, tenuta
sotto schiaffo da una parte e dall'altra. E’
colpita sul versante moderato ma, soprattutto,
in quello di sinistra, nel rapporto con i
movimenti. A questo vanno aggiunte le forti
tensioni all’interno del gruppo dirigente che
riguardano essenzialmente la linea politica.
Perché quando i mutamenti sono eccessivi, quando
si passa da “centrosinistra e centrodestra per
me pari sono” a “centrosinistra ultima spiaggia
e Prodi capo della rivoluzione proletaria”...
beh, come dire, qualche prezzo lo si paga.
Durante la crisi Rifondazione ha tenuto un
profilo esageratamente arrendevole. Quando si è
profilata l'ipotesi dell'apertura all'Udc, noi
abbiamo dichiarato di non avere nulla contro
l’adesione all’Unione di singoli senatori,
mentre l’ingresso dell’Udc avrebbe cambiato il
profilo del governo. Rifondazione invece aveva
già pubblicamente dichiarato di essere pronta
all'allargamento della maggioranza.
Anche la gestione della vicenda Turigliatto non
è stata brillante. L’espulsione è stata tardiva
e controproducente ed ha provocato gli strali de
il manifesto mentre i giornali borghesi
parlavano di “processo staliniano”.
Nei giorni scorsi si è tenuta a Torino una
manifestazione che non era, come scritto sui
media, dei trotzkisti del Prc. Si è trattato
della manifestazione di un pezzo vero di
Rifondazione, capeggiato da un capo del vecchio
Pci, Gianni Alasia, da Cremaschi, un pezzo
importante di sindacato, e con la presenza di
tutte le minoranze interne. C’è la sensazione
che quel partito, senza più il suo timoniere,
abbia perso la bussola. Nel suo gruppo dirigente
si sono aperte lacerazioni profonde su quale
sbocco dare alla situazione politica a sinistra.
Nella riunione della precedente Direzione ho
chiesto ai compagni un mandato per “aprire” a
Rifondazione comunista. Ho quindi rilasciato due
interviste proprio su questo tema. Bertinotti ha
replicato in una lunga intervista su
Liberazione e per la prima volta, da quando
c’è stata la scissione, ha avviato un dialogo
senza steccati, eliminando innanzitutto dalla
scena politica la sua creatura, e cioè la
Sinistra europea, e poi parlando della necessità
- Bertinotti ha un linguaggio diverso dal mio,
ma interpretarlo è utile - che la sinistra
faccia “massa critica” perché altrimenti
verrebbe cancellata.
Bertinotti è consapevole che il disegno della
parte moderata della nostra coalizione - e
D’Alema lo ha esplicitato - è quello di
costruire un centrosinistra profondamente
diverso da quello attuale: un centrosinistra che
imbarchi l'Udc e pezzi consistenti di moderati e
metta la sinistra sostanzialmente ai margini,
anche ricorrendo ad una legge elettorale
forcaiola. Bertinotti lo ha capito. Noi lo
avevamo capito prima, ma non mi interessa la
disputa sulla primogenitura.
Quando parla di “massa critica”, Bertinotti
intende la possibilità di aprire un percorso non
di riunificazione, ma di unità a sinistra, nelle
forme che si determineranno. Un percorso nuovo.
Dentro Rifondazione non tutti la pensano così.
Il segretario Giordano ha rilasciato
dichiarazioni di netta chiusura. Comprensibile
dal suo punto di vista, anche se chi fa il
segretario di un partito dovrebbe sempre pensare
alle conseguenze collettive, non a quelle
individuali. E non a caso il leader della
sinistra dissina, Fabio Mussi - che ieri ha
dichiarato che non aderirà al Partito
Democratico - ha detto: “Io sto con la linea di
Bertinotti e non con quella di Giordano”.
Bertinotti e parte del gruppo dirigente del Prc
ha preso atto che la Sinistra Europea è
naufragata: si è trattato di nulla di più che di
un po’ di ceto politico che sul piano del
consenso non ha portato sostanzialmente nulla.
A nome della Direzione ho rilasciato su questo
tema ulteriori interviste e poi, in un impegnato
discorso alla Camera dei Deputati, ho
ufficialmente aperto una riflessione pubblica
tra noi e Rifondazione per tentare davvero di
andare avanti su questa linea. Badate, noi
dobbiamo insistere, perché per la prima volta
dopo tanti anni la nostra linea, la linea di
unità a sinistra, viene premiata.
Ho piena consapevolezza delle difficoltà che
abbiamo di fronte, del percorso accidentato che
ci attende. Ogni qual volta si tenta un percorso
unitario a sinistra, c'è sempre un ostacolo che
lo impedisce. Ma sino ad oggi l'ostacolo più
grande era rappresentato proprio Bertinotti.
Ricordate la Camera di consultazione permanente,
il Forum programmatico di Patta? Bertinotti
poneva sempre un alt affermando la sua
contrarietà ad “assemblaggi di ceti politici”.
In realtà era l'autosufficienza di Rifondazione.
Oggi Rifondazione teme l'effetto Molise a
livello nazionale, e cioè una perdita drammatica
di voti mentre noi continuiamo ad avanzare.
In questa situazione ci può essere in qualche
compagno la tentazione dell'autosufficienza:
“Rifondazione sta attraversando una crisi: bene,
cresciamo noi”. Io credo che la crisi di
Rifondazione, viceversa, debba spingerci con più
coraggio, con più determinazione, sulla linea
dell'unità a sinistra. Perché in un momento
politico come l’attuale, dobbiamo reagire al
tentativo di cancellare la sinistra. Da soli non
potremmo farcela. Tanto più se vi sarà una legge
elettorale con soglie di sbarramento. Il
tentativo dei partiti più grandi, tutti, è
quello di eliminare le forze minori, i
cosiddetti “cespugli”, ma soprattutto le forze
della sinistra, introducendo il modello tedesco
che ha una soglia di sbarramento del 5%. Non ci
arriviamo noi, ma oggi non ci arriva neanche
Rifondazione. E Rifondazione lo sa
perfettamente.
Non sappiamo le forme che prenderà questo
dialogo e questo tentativo di riunificazione. Io
ho una bussola che è ciò che abbiamo scritto nel
documento, la bussola dell'unità e della nostra
identità. Non ne vedo altre e sarei per non
mettere ulteriori paletti o criteri o
metodologie. Noi che siamo stati gli alfieri
dell'unità a sinistra. di fronte all’apertura di
Bertinotti non possiamo certamente tirarci
indietro. Per questo chiedo a tutti i compagni
di superare gli inevitabili fastidi, i vecchi
rancori, le storie pregresse e di guardare
avanti. La politica si fa con la testa, non con
la pancia. Viviamo uno di quei momenti in cui si
può determinare un grande cambiamento nella
storia politica italiana,. In questo Comitato
Centrale chiedo a tutti i compagni ed a tutte le
compagne di esprimersi con sincerità. Questo è
il Comitato Centrale che varerà il Congresso.
Quale occasione migliore per fare tra noi una
discussione limpida, serena, politicamente
attenta!
Ho proposto, a nome della Direzione e della
Segreteria, un percorso. E’ il percorso
dell'unità nel mantenimento della nostra
identità. E’ così che accettiamo il terreno
dello scontro unitario. Dico “scontro” perché
non sarà un dialogo semplice. Bertinotti ha già
messo in campo alcuni temi: ambientalismo,
femminismo, non violenza. Ha dimenticato il tema
più importante e centrale, quello del lavoro. Io
invece ritengo che l'unificazione della sinistra
possa avvenire solo se il terreno comune è
quello del lavoro, è la rappresentanza politica
del lavoro salariato, nelle forme che si vanno
esprimendo, quelle inedite e quelle antiche.
Non abbiate paura dell'unità. La nostra è
un'identità forte. Il cimento unitario preoccupa
chi ha un'identità debole, chi si confonde con
gli altri, chi entra in osmosi con gli altri. E’
la famosa contaminazione occhettiana.
Per la prima volta si può forse aprire la strada
della Confederazione della Sinistra e per la
prima volta, forse, le dure repliche della
storia non ricadranno su di noi, ma su coloro
che l'unità non l'hanno voluta sino adesso.
Bertinotti l'ha capito, altri ancora no.
Ultimamente, alla Camera, intervenendo sulla
fiducia al governo Prodi, ho terminato citando
un grande scrittore, perché forse il momento è
davvero arrivato. Voglio citarlo ancora, nella
sede solenne del Comitato Centrale che dà
l’avvio al Congresso nazionale dei Comunisti
Italiani: “se non ora, cari compagni e compagne,
se non ora, quando?”.
Diliberto all'Unità:
tentano
di annientare la sinistra
di Simone
Collini
Roma 5 marzo
2007
La crisi di governo è stata risolta, ma per
Oliviero Diliberto quanto avvenuto nasconde "un
rischio tutt'altro che scongiurato". Vale a dire
"il tentativo di annientare la sinistra dello
schieramento". E per evitare che questa
operazione riesca, dice il segretario dei
Comunisti Italiani, è necessario unire ciò che
oggi è diviso. "Sono almeno cinque anni che il
Pdci ha spostato la linea dell'unità a sinistra.
Oggi, dopo lo scampato periodo della crisi,
questa esigenza è avvertita anche da altre
forze".
Dice Bertinotti in un'intervista alla Stampa che
ci vuole una "massa critica".
E' un'intervista impegnativa. Nel mio
linguaggio, parlo di rapporti di forza, ma in
sostanza diciamo la stessa cosa.
L'altro giorno in Aula, vi siete stretti la
mano. Ora l'invito che rivolge il Presidente
della Camera è di ricominciare a discutere per
verificare se oltre alle differenze abbiamo
anche un destino comune".
Affermazione molto importante, che fa seguito
alle aperture dei giorni scorsi, mie e sue. Io
mi dichiaro pronto a discutere. Sono cinque anni
che sosteniamo la necessità di unire la
sinistra. Oggi, dopo lo scampato pericolo,
questa esigenza è avvertita anche da altri.
Lo scampato pericolo sarebbe la caduta del
Governo Prodi?
Questo è quello immediato. Ma c'è n'è uno più di
fondo, tutt'altro che scongiurato.
Che sarebbe?
Il tentativo di annientare la sinistra dello
schieramento, noi e Rifondazione comunista, per
sostituirci con forze di centro e ridisegnare
così un centrosinistra diverso. Che di sinistra
avrebbe comunque molto poco.
Tentativo in cui sono impegnate forze politiche
o extra-politiche?
Palesemente, extrapolitiche. Sono i poteri forti
che esplicitamente chiedono questo.
Confindustria per un verso, la gerarchia
vaticana per un altro, e abbiamo visto all'opera
contro il governo Prodi anche una forza molto
potente, la più potente di tutte,
l'amministrazione Bush. Ma anche nel mondo
politico, dentro il centrosinistra, avverto la
tentazione di marginalizzare la sinistra. Se
vogliamo evitare questo rischio, dobbiamo fare
massa critica, appunto, cioè far pesare nei
rapporti di forza quel 10-12% che tutti noi
sommati rappresentiamo. Se siamo divisi non
peserà o non peserà adeguatamente, se saremo
uniti peserà eccome.
Uniti in che modo? Si è detto tante volte a
cominciare proprio da Bertinotti e dal Prc, che
non ha senso fare a sinistra un'operazione
analoga a quella del Partito democratico.
Io intanto accolgo l'invito di Bertinotti a
metterci a discutere. I modi sono la conseguenza
dell'esigenza dell'unità, saranno determinati
dalla fantasia della politica. Io penso che ci
sia il modo di salvaguardare l'identità di
ciascuno e al contempo di unirci in una
soggettività, che noi chiamiamo confederazione
ma che si può chiamare in mille modi, che pesi
nel panorama politico.
Mussi va al congresso Ds per "fermare il treno
del Pd" e anche lui parla della necessità di
unire la sinistra.
Non mi è sfuggito. Ovviamente gli auguro di
vincere il congresso, perché fermerebbe la corsa
del Pd. Ma razionalmente credo che la
maggioranza sarà per varare il Pd. A quel punto
lo stesso Mussi è il benvenuto in questa
discussione che stiamo aprendo. Stiamo parlando
di un'occasione storica, sarebbe colpevole non
coglierla e non portarla fino in fondo. Anche
spendo che se qualcuno dice che c'è una sinistra
responsabile e una sinistra che non serve al
paese, noi dobbiamo dimostrare di essere utili
al paese, stimolando il governo a presentare
politiche di riforme coraggiose dentro un
imprescindibile quadro di centrosinistra.
Nei 12 punti voluti da Prodi e accettati dai
segretari ci sono Tav ed Afghanistan.
Rispetterete questi due punti?
Abbiamo assunto un impegno e siamo persone
serie. Dopodiché, alcuni di quei punti sono dei
titoli. Che so: riordino del sistema
previdenziale. Lì si dice aumento delle pensioni
minime e attenzione verso le pensioni dei
giovani precari. Sottoscrivo. Non si parla
d'altro.
La Tav non è un titolo, si dice che va fatta.
C'è un
tavolo, un osservatorio tecnico, costruito da
rappresentanti del Governo e delle comunità locali
che devono proporre soluzioni che tengano insieme
l'esigenza di fare la Torino-Lione e
contemporaneamente di non
impattare sulle realtà locali in maniera devastante.
A quel risultato ci atterremo.
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Diliberto al Manifesto:
«Rischio centrista, dobbiamo unirci»
di
Andrea Fabozzi
Roma 1 marzo 2007
Oliviero Diliberto,
segretario del partito dei comunisti
italiani, il governo è salvo per un pugno di
voti, ma per la sinistra della coalizione
comincia la quaresima.
La crisi ha
determinato un rafforzamento moderato del
governo, non c'è dubbio. Siamo andati sotto
non per un semplice incidente ma per
l'intervento convergente di tre forze
diverse, riassunte nelle biografie dei
senatori a vita Andreotti, Pininfarina e
Cossiga, e cioè Vaticano, Confindustria e
Stati uniti d'America. Nei dodici punti
Prodi ha inserito dei titoli che danno dei
segnali a queste forze, sia in maniera
esplicita che implicita omettendo di dire
alcune cose, caso eclatante quello dei Dico.
Tuttavia il discorso di Prodi di martedì mi
ha rincuorato. Perché anche sui temi
delicati, come le pensioni e la politica
estera, è stato molto bravo a dire alcune
cose che sono perfettamente in linea con il
programma della coalizione.
Ma sia Napolitano che Prodi hanno messo
all’origine della crisi la litigiosità
della maggioranza. Non è anche colpa della
competizione tra Rifondazione e il Pdci?
Secondo me
questa conflittualità-che c’è- non ha avuto
peso nella crisi. Ma è obbiettivamente un
problema. Anzi è il grande problema che da
anni abbiamo di fronte
tutti noi forze della sinistra.
Perché questa
volta dovreste riuscire a risolvere il
problema?
Direi che dal
mare può venire il bene. Da un trauma,
perché di questo si è trattato, stiamo
uscendo con un clima nuovo a sinistra. Può
sembrare banale ma è importante visti i
precedenti. C’è un clima di confronto e
dialogo che può servire a porre le basi per
un progetto di unità a sinistra al quale
tengo moltissimo da molti anni. Bertinotti
in un’intervista impegnata a Liberazione
per la prima volta ha aperto a un terreno
comune di lavoro politico. E d’altro canto
quella che Bertinotti chiama la massa
critica della sinistra oggi rappresenta
tranquillamente il 12% del paese. E’ può
rappresentare in futuro molto di più.
Il 12% in
base a quale calcolo?
Sono i voti
presi alle politiche: Rifondazione, noi e i
Verdi. Ma anche un pezzo dei Ds perché la
nascita ormai certa del partito democratico
porta a chiedersi se la sinistra in Italia
deve continuare ad esistere oppure no.
Diciamo che
speriamo di sì.
Allora
dobbiamo aprire un a fase nuova che non è
l’allargamento di un partito o di un altro,
ma la costruzione di una soggettività
diversa. Che in quanto tale può funzionare
da polo di attrazione anche per i compagni
dei Ds che non aderiranno al partito
democratico. So benissimo che a sinistra è
molto più difficile costruire che
distruggere. Ma oggi vedo per la prima volta
da parte di Rifondazione la disponibilità a
discutere di questo tema e ne sono felice.
Noi siamo pronti da anni. Se oggi vogliamo
bilanciare a sinistra l’asse del governo, e
ci sono le condizioni sulla base del
discorso di Prodi, dobbiamo essere non
frastagliati e più uniti.
Strategia di
difesa, dunque, non di attacco?
Parliamoci chiaro, c’è qualcuno che già
lavora ad un centrosinistra diverso da
quello odierno: il partito democratico,
qualche pezzo più piccolo tipo Udeur più Udc
di casini. Cioè un centrosinistra che in
realtà sarebbe un centro, escludendo la
sinistra. E come reagisce la sinistra a un
tentativo di marginalizzazione, quasi di
espulsione dal bipolarismo italiano? Deve
reagire unendosi e facendo pesare la sua
forza. Se qualcuno dice che questa sinistra
non serve al paese bisogna dimostrargli che
esiste e che è grande e conta. La nostra
ambizione è tornare a far parte di una
formazione politica grande, che quindi non
può essere esclusa.
In quella lunga intervista a Liberazione
Bertinotti non parla più di Sinistra europea
e anzi invita a non perdere tempo con la
progettazione di nuove architetture di
partiti. Il Pdci è disposto a rinunciare
alla sua proposta di confederazione?
La confederazione è una delle possibili
ipotesi di unità. La fantasia della
politica, tanto più in Italia, ci può
consentire di trovarne altre. Non sono
innamorato della confederazione, la trovo
solo l’ipotesi più realistica.
Per una nuova alleanza a sinistra si
porrebbe il problema del nome e persino del
simbolo. Diliberto è disposto a rinunciare a
quelli del suo partito?
Intanto mi risulta che sia Rifondazione che
il Pdci abbiano nel nome l’aggettivo
comunista e nel simbolo la falce e martello.
Sono realista e credo che ciascuno di noi
debba concorrere a questa soggettività
unitaria della sinistra con il proprio nome
e il proprio simbolo. Non dobbiamo perdere
nessun pezzo. La confederazione doveva
servire a questo, a evitare ulteriori
frammentazioni. Ma non ho problemi a cercare
una formula che sia nuova per tutti e che
consenta a ciascuno di essere se stesso in
un contenitore più ampio.
Un contenitore che rischia però di essere
l’ennesima architettura tra forze
parlamentari, tagliando fuori i movimenti e
tutto quello che sta fuori dai partiti.
Ma i partiti esistono e sono uno strumento
di partecipazione organizzata, non si
possono escludere. Chi solleva questa
obiezione in realtà non ha interesse a fare
un passo avanti. Certamente poi bisogna
includere anche i movimenti.
Facile a dirsi, ma quando un parlamentare
vota come chiedono i movimenti lo cacciate
dai vostri partiti.
Non è così, la grande maggioranza dei
movimenti ci ha chiesto l’opposto e cioè di
non fare al crisi. Sono solo segmenti dei
movimenti che chiedono ai parlamentari di
rispondere comunque alla propria coscienza
senza valutare l’effetto politico. Sono
davvero una netta minoranza. Da questo punto
di vista non ho titubanze.
Cioè fosse stato ancora in Rifondazione
avrebbe votato l’espulsione di Turigliatto?
Se stavo ancora in Rifondazione Turigliatto
non lo avrei proprio candidato, il problema
non me lo sarei posto.
Ma ha candidato Rossi.
Perché Rossi quando è stato candidato non
aveva una posizione diversa da quella del
partito. L’abbiamo scoperta dopo, diciamo
così.
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Diliberto al Messaggero:
su Kabul no a maggioranze
variabili
Roma 28 febbraio 2007
Oliviero Diliberto non arretra:
sulla politica estera, a partire
dall’Afghanistan, l’Unione «deve
essere autosufficiente». No a
maggioranze variabili, dunque.
Tranne che per i Dico, che sono al
contempo «materia etica, che
riguarda le coscienze». Quanto alle
riforme, niente Bicamerale «che è
anche iettatoria».
Segretario, per l’opposizione il
discorso di Prodi è stato un
compitino scialbo. Condivide?
«Ovviamente no. Il premier è stato
molto bravo perchè ha toccato punti
che parlano al cuore e alla testa
del nostro popolo. Penso al
precariato, a partire dalla
regolamentazione di quello della
pubblica amministrazione. Penso alle
pensioni, dove è stato ribadito il
principio della concertazione caro a
sindacati, sgrombrando il terreno da
alcune fibrillazioni».
E sulla politica estera, dove il
governo è caduto?
«Lì Prodi ha detto tre cose.
Palestina: due popoli e due Stati.
Iran: no alla forza ma tenere aperto
il canale diplomatico. Afghanistan:
conferenza di pace. Dal mio punto di
vista si conferma che, dati i
vigenti rapporti di forza, l’attuale
è il governo più avanzato possibile.
E lo dobbiamo blindare».
Già. Tuttavia ieri vicino Kabul
c’è stato un attentato ad una base
Usa e sono in molti a pensare che
siamo alla vigilia di una offensiva
talebana. Se fosse necessario
mandare nuove truppe, il Pdci voterà
contro?
«Siccome ogni giorno ha la sua pena,
prefigurare - come fanno alcuni
addirittura auspicandola, ed è una
cosa gravissima - la partecipazione
italiana ad un conflitto diretto mi
sembra mettere il carro davanti ai
buoi. Noi lì abbiamo compiti
precisi; se la situazione cambierà
la valuteremo».
Segretario, sulla politica estera
siete disposti ad accettare
maggioranze variabili?
«Sarebbero un errore politico. Sulla
politica estera e sul resto. Le
incursioni di pezzi del
centro-destra nel nostro
schieramento, lo indebolirebbero».
E se si verificassero
significherebbe una nuova crisi?
«Sono convinto che il trauma che il
centro-sinistra ha subito ci
indurrà, tutti - e lo dico a ragion
veduta perché non sono io sul banco
degli imputati - ad un grande senso
di responsabilità».
Condivide l’invito rivolto
da Prodi all’opposizione di dialogo
sulle riforme a partire da quella
elettorale?
«Che si debba cambiare la
legge elettorale è nelle cose. Sento
parlare di bicamerali, che però
Prodi non ha citato. A parte che mi
sembra una cosa vagamente
iettatoria, vorrei ricordare che i
lavori della Bicamerale presieduta
da D’Alema erano obiettivamente in
concorrenza con quelli del governo.
Vorrei evitare che si ripetesse. Il
che non significa un no
pregiudiziale: anzi, egoisticamente
potrei anche essere favorevole
perchè diventerebbe una garanzia per
la durata altri 4 anni della
legislatura. Io dico: troviamo le
forme per far lavorare bene il
governo innanzi tutto. Poi vediamo.
Penso che basterebbe il confronto
parlamentare senza ricercare
organismi ad hoc».
E sui Dico da Prodi nemmeno una
parola...
«Il governo ha fatto la sua parte.
In Parlamento dovremo cercare di
avere una maggioranza, chiedendo
anche ai laici della Cdl di unirsi a
chi vuole la legge».
C.Fu.
|
|
Diliberto
al
Corriere:
Rispettiamo
gli
impegni
con
Romano
Roma
26
febbraio
2007
di
Sergio
Rizzo
|
|
<
«Guai a
noi».
Con
queste
tre
parole
Oliviero
Diliberto
spiega
perché
ha
sottoscritto
i dodici
impegni
chiesti
da
Romano
Prodi. E
perché,
rivendicando
il
leader
dei
Comunisti
italiani
di
essere
«una
persona
seria»,
li
rispetterà.
Guai a
voi?
«Il
rischio
di fare
un
regalo
alla
destra è
troppo
elevato
perché
io lo
voglia
correre.
Dopo di
che
vedremo
come i
singoli
provvedimenti
verranno
varati».
Anche
lei
mette
già le
mani
avanti?
Allora
ha
ragione
chi
sospetta
che quei
punti
siano un
pannicello
caldo.
«Non
credo
proprio.
Il
trauma
della
crisi
dopo
soli
nove
mesi è
stato
utile,
perché
ha
indotto
ciascuno
di noi a
ragionare
sulla
conseguenza
di
un'eventuale
caduta
di
Prodi.
Posso
dirle
che con
gli
attuali
rapporti
di forza
un
governo
come
questo
me lo
tengo
stretto
non una,
ma 40
volte».
A costo
di
ingoiare
qualcosa
che le
piace?
non
«Abbiamo
già
ingoiato
una
finanziaria
pesantissima.
In una
coalizione
si fanno
sacrifici
pur di
tenerla
in
piedi.
Se
l'alternativa
è il
governo
di
larghe
intese,
o il
ritorno
prevedibile
di
Berlusconi,
con le
elezioni
anticipate,
beh...
Ma poi
quei
dodici
punti
indicano
categorie
generali
».
La
riforma
delle
pensioni
le pare
una
categoria
generale?
«Si dice
che
occorre
riordinare
la
previdenza,
con
priorità
rispetto
ai
giovani
e alle
pensioni
più
basse».
Ma non
si parla
di
abolire
lo
scalone.
E se le
rimettono
sotto il
naso
l'adeguamento
dei
coefficienti?
«Vedremo
se
accadrà».
Accadrà.
Tommaso
Padoa-Schioppa
ha
sempre
detto
che
vuole la
stabilità
finanziaria
del
sistema
previdenziale.
«Ma
siccome
l'ultima
parola
non ce
l'ha lui
ma
Prodi,
confido
nella
saggezza
del
premier.
Sono
convinto
che i
provvedimenti
più
delicati
verranno
analizzati
preventivamente.
Detto
questo
mi fido
della
mediazione
di
Prodi».
Senza
riserve?
Anche
sulla
Tav?
«Prodi
ha
dimostrato
anche in
questo
caso
grande
capacità
di
mediazione.
E poi
sulla
Tav il
mio non
è mai
stato un
no a
prescindere
».
Cosa si
aspetta?
«Un
osservatorio
tecnico
costituito
dal
ministero
delle
Infrastrutture
con i
rappresentanti
delle
comunità
locali
sta
lavorando
per
trovare
una
soluzione».
Quello
che si
decide
lì le
sta
bene?
«Sì».
Sulle
liberalizzazioni,
che alla
sinistra
non sono
mai
piaciute,
invece
non c'è
nessun
osservatorio.
Che si
fa?
«Abbiamo
sempre
votato a
favore.
Dipende
da che
cosa si
liberalizza:
certamente
non
l'acqua.
Ma se si
liberalizza
il
sistema
assicurativo,
può
contarci
che
voteremo
a
favore».
E i
costi
della
politica,
li
tagliamo?
«Certamente.
Aprire
una
grande
stagione
contro
ingiustizie
e
privilegi,
come gli
stipendi
scandalosi
dei
manager
pubblici,
sarebbe
un bel
segnale.
E per
quanto
riguarda
i
privilegi
dei
parlamentari
segnalo
che noi
abbiamo
le
coppie
di
fatto:
ebbene,
io
vorrei
trasformare
questo
privilegio
di pochi
in un
diritto
di
tutti»
Però i
Dico non
sono nel
dodecalogo.
«Mancano
tante
cose».
Come la
riforma
della
tivù,
che ha
fatto
arrabbiare
Berlusconi.
Non è
strano?
«Non
direi.
Coppie
di fatto
ed
emittenza
sono
disegni
di legge
già
approvati
dal
Consiglio
dei
ministri.
Priorità
acquisite
con un
impegno
parlamentare».
Non le
fa
effetto
dover
ringraziare
Marco
Follini?
A
differenza
dei
riformisti
la
sinistra
radicale
non
sembra
entusiasta
del
nuovo
acquisto.
«Non
sono un
ipocrita
e dico
che sono
stracontento
di aver
guadagnato
un
senatore.
Visto
che
Follini
ha
voluto
fare
polemica
nei miei
confronti,
gli
rispondo:
benvenuto,
Marco».
Pure a
Casini
direbbe
«benvenuto
Pier
Ferdinando»?
«No. Un
conto è
un
singolo
da anni
insofferente
verso
Berlusconi,
altro
conto è
un
partito
conservatore
che
snaturerebbe
la
coalizione.
Ma il
problema
non si
pone.
Casini
non
arriverà
mai».
Invece
il
cattolico
Follini
soccorre
Prodi in
crisi
per
colpa
della
sinistra
radicale.
«Il
paradosso
è un
altro. È
stata
attribuita
la
responsabilità
della
crisi
alla
sinistra
radicale,
mentre
invece
l'ha
provocata
il
versante
moderato».
Ancora
la
storia
del
complotto
fra
Chiesa,
Usa e
industriali?
«Non lo
dico io,
l'ha
scritto
Italia
Oggi.
Non un
complotto,
ma una
profonda
avversione
a questo
governo.
Condivido
in pieno
il
giudizio
del
quotidiano».
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Complotto o no, sarebbe
stato ordito da senatori a vita. Che
c'entrano con la tenuta della
coalizione?
«Il primo governo
Berlusconi nacque nel 1994 grazie ai
senatori a vita. O non valgono mai o
valgono sempre».
Non teme il mal di
pancia della base dopo la resa
incondizionata a Prodi?
«La nostra gente è intelligente e
responsabile. Regali a Berlusconi
non ne vuole fare».
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Diliberto
al Messaggero:
"Pdci
con Prodi"
di Claudia Terracina
Roma 23 febbraio 2007
I
comunisti italiani vogliono
«Prodi, fortissimamente Prodi».
E anche «D’Alema confermato agli
Esteri». Il Segretario,
Oliviero Diliberto,
annuncia che «si batterà come un
leone per questo» e assicura
«che sulla missione in
Afghanistan c’è già un patto di
ferro». E, a notte fonda, torna
a sorridere e a sperare «di
poter proseguire tutti insieme,
senza strane alleanze»,
soddisfatto, in particolare, per
l’impegno sulla scuola. Il
dramma vissuto al Senato sembra,
dunque, finalmente lontano,
anche se «resta l’amarezza per
il tradimento di Rossi».
Lo sa, segretario Diliberto, che
Rossi è stato aggredito in
treno?
«Ho saputo e depreco la
violenza, ovviamente, anche se
il comportamento di Rossi, che
ha tradito il mandato dei nostri
elettori, aiuta a comprendere
l’esasperazione dei nostri
compagni».
E’ ancora valida l’idea di una
manifestazione dell’Unione per
Prodi?
«Si, per riaffermare che solo
questa maggioranza con questo
premier è in grado di arginare i
tentativi di sbattere la
sinistra fuori dal governo per
varare operazioni moderate e
neocentriste».
Sente puzza di bruciato
onorevole Diliberto? E cosa deve
fare la sinistra per difendersi
e difendere il governo?
«Deve dare un segnale di unità
forte. Dobbiamo ristabilire un
canale di dialogo continuo e
cordiale tra Rifondazione e il
PdCI. La speranza poi è una
sinistra tutta unita. Del resto,
ritengo che una delle cause di
fibrillazione della maggioranza
sia stata proprio la
competizione a sinistra»
Secondo lei, tutta l’unione
vuole che Prodi continui a
guidare la maggioranza?
«Non escludo che qualcuno possa
coltivare tentazioni diverse, ma
ora sono più ottimista»
Si parla apertamente di nuovi
apporti alla maggioranza, voi
siete favorevoli?
«Ben
vengano singole personalità, ma
nell’ambito del programma
dell’Unione. Saremo capaci di
essere duttili, ma l’impianto
del progetto di governo non deve
cambiare. E’ il nostro popolo
che ce lo chiede e non possiamo
deluderlo. Non ha senso invece
l’ingresso dell’Udc perché
Casini sogna di scomporre questa
maggioranza e di comporne una
nuova con pezzi significativi
del centrodestra. Comunque,
anche lui esclude di poter
governare con noi. Il che rende
impossibile una collaborazione.
Del resto, sono mesi che la
Confindustria, l’amministrazione
Bush e le gerarchie vaticane
puntano a espellere la sinistra
dal governo»
Un progetto che rischia di
andare in porto, proprio grazie
a due sentori dell’estrema
sinistra…
«Per quanto ci riguarda, abbiamo
espulso Rossi già a ottobre 2006,
tanto che ha fondato un nuovo
partito, Officina comunista, di
cui si sentiva proprio la
mancanza… Spero abbia capito che
se Berlusconi torna al governo
la base di Vicenza sarà
quadruplicata e i nostri
militari resteranno in
Afghanistan in eterno. Un bel
risultato, davvero. Però il
governo non è caduto per quei
due scellerati, ma per il lucido
disegno di quei poteri che, alla
fine, hanno ottenuto la crisi»
Un disegno tratteggiato anche da
Andreotti?
«La sua è stata una lucida e
spietata operazione politica. Lo
stesso ha fatto Cossiga, che
però forse ha sofferto ad
affossare D’Alema, mentre
Andreotti certo no.»
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Diliberto:
io
sfilerò, gli altri liberi di
decidere
di Gianna
Fregonara
Roma 14 febbraio
2007
«Io ci sarò. Con il mio partito
ho fatto una scelta precisa: che
il segretario non partecipasse
in prima persona al governo
proprio per avere un'agibilità
politica maggiore».
E i sottosegretari del Pdci,
onorevole Diliberto, saranno al
corteo di Vicenza?
«I nostri sono tutti degli
indipendenti. Non verranno».
Condivide il richiamo di
Prodi, che il governo non sia in
piazza?
«Andarci è una scelta personale,
non mi impiccio».
Prodi ha anche detto che la
decisione sulla base è presa e
non cambierà niente?
«Se la manifestazione sarà
grande, sarà un fatto nuovo che
potrebbe anche portare a una
consultazione locale. Vedremo».
Che cosa cambia dopo gli
arresti dei terroristi?
«Nulla».
Radio Sherwood dice che gli
arresti possono criminalizzare
il movimento.
«Il movimento deve prendere le
distanze in modo inequivoco da
chiunque pratichi la violenza,
proprio per non fare il gioco di
chi vuole strumentalizzarlo. Non
siamo negli anni Settanta.
L'idea poi che la manifestazione
sia anche lontanamente connessa
con azioni criminali ed eversive
è degna di questa destra. Alla
manifestazione ci saranno anche
esponenti della Margherita, c'è
Pax Christi, ci sono i
comboniani, Alex Zanotelli. Sarà
una manifestazione di popolo».
O finirà come a Roma a
novembre con le bandiere
bruciate e gli slogan contro i
militari morti a Nassiriya?
«Sarà molto più grande della
manifestazione di Roma. Non
posso escludere che ci siano dei
cretini o dei delinquenti, ma ho
fiducia che la manifestazione
riuscirà ad isolarli. L'altra
volta ci fu un cortocircuito
mediatico assurdo: diecimila
persone sfilavano per chiedere
due popoli due Stati, e poi
c'erano tre provocatori».
È colpa dei giornali?
«Mi auguro che questo
cortocircuito sabato non ci sia.
Spero che il centrosinistra
risponda in modo compatto, e non
come è successo a novembre,
quando mi sono sentito isolato
dentro il ceto politico».
L'ambasciatore Spogli ha
consigliato ai cittadini
americani di non farsi vedere in
giro dalle parti del corteo.
«Mi sembra grottesco che siamo
visti come pericolosi. Sarà una
manifestazione pacifica, come
auspicato anche dal presidente
del Consiglio».
Perché la sinistra non riesce a
fare pulizia, e le Br si
ricostituiscono?
«Quando si tratta di azioni
criminali ci vuole l'isolamento
sul piano politico, oltre
all'intervento delle forze
dell'ordine. Più in generale
quelli del terrorismo sono
percorsi carsici».
Epifani ha detto che sono dei
folli.
«Se fossero terroristi,
sarebbero dei delinquenti».
Ha dei dubbi che lo siano?
«Ho letto sui giornali, non so
dare giudizio se sono terroristi
e non posso dire se uno è
colpevole finché non è
condannato in via definitiva.
Sono rispettoso
dell'indipendenza della
magistratura e i processi
sommari non mi sono mai
piaciuti. Pericoli eversivi li
abbiamo riscontrati anche sul
versante della mostruosa rete di
intercettazioni illegali di
Telecom. I falsi dossier nei
dintorni della commissione
Mitrokhin sono forme di
illegalità e di eversione che ci
dicono che l'Italia non è uscita
da una lunghissima stagione di
depistaggi e inquinamenti che ci
portiamo dietro da Portella
della ginestra».
Come andrà a finire il voto
sulla missione in Afghanistan?
«Siamo in attesa di vedere il
testo del decreto e della
mozione parlamentare. Cercheremo
di tenere insieme, come sempre,
la lealtà a questo governo
dentro la battaglia pacifista».
Se il governo non fosse
autosufficiente che cosa
succederebbe?
«Si deve preservare questa
maggioranza. Confido che il
decreto passerà con i voti del
centrosinistra».
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Diliberto
al Messaggero:
“Il governo balla? Colpa dei
Controriformisti”
di Nino Bertoloni Meli
Roma 9 gennaio 2007
«Riformisti?
Controriformisti,
piuttosto». Ce l’ha con
Fassino e Rutelli, Oliviero
Diliberto, leader del Pdci
che già scalda i muscoli in
vista di Caserta.
Onorevole Diliberto, a
Caserta sarà braccio di
ferro tra riformisti e
sinistra radicale?
«Io non vorrei, ma con
queste premesse non escludo
ci possa essere».
Quali premesse?
«C’è un equivoco
terminologico che rimanda a
questioni politiche.
Riformisti al mio Paese sono
quelli che ampliano i
diritti, che danno più spazi
di libertà e di opportunità,
non quelli che li
restringono».
A chi sta pensando?
«Il primo centrosinistra,
quello di Nenni con la Dc,
fece la scuola media
unificata e poi lo statuto
dei lavoratori, quelle sì
che erano riforme».
Oggi invece, di che si
tratta?
«Mah, vedo Fassino e Rutelli
avanzare solo proposte
restrittive: innalzamento
dell’età pensionabile,
conferma della legge Biagi,
tagli all’università. Ma
allora dovevano dirlo prima
agli elettori, non dopo aver
preso i voti. C’è
malcontento nelle fabbriche:
vogliono affrontarlo
aumentando l’età
pensionabile?».
L’obiezione è che nel
frattempo è cresciuta di
molto l’età media, e passare
da 57 a 60 anni per andare
in pensione non sarebbe poi
così grave.
«Suggerisco a qualcuno di
andare a vedere come si
lavora in generale, e alcuni
lavori in particolare. Tre
anni non è un numero, sono
persone in carne e ossa».
Ma allora a Caserta
dichiarerete guerra al
riformismo di Fassino e
Rutelli?
«Ma quale riformismo.
Controriformismo, piuttosto.
Sarebbe interessante,
invece, se da Caserta si
uscisse con un bel piano di
riforme vere tipo aumento
dei salari e delle pensioni
più basse, nonché forti
investimenti su scuola e
ricerca, innalzamento
dell’obbligo scolastico a 16
anni. C’è una questione
sociale che permane, grave,
da non sottovalutare. Il
risanamento è stato fatto,
le entrate fiscali sono in
forte aumento, ci sono ampi
margini per dare impulso a
politiche di protezione
sociale, non restrittive».
Così metterete Prodi fra due
fuochi.
«Non credo. Prodi ha detto
che non c’è urgenza sulla
riforma della previdenza, e
io sono d’accordo. Anche il
ministro Damiano, diessino,
mostra molta più cautela in
materia del suo segretario.
E lo capisco, tocca poi a
lui andare a discutere e
trattare con i lavoratori.
No, i problemi per il
governo non vengono dalla
cosiddetta sinistra
alternativa, ma dall’area
del Partito democratico».
Ds e Margherita han già
detto che non accetteranno
più veti.
«Non è nel mio costume porre
veti. Chiedo solo che venga
applicato il programma
sottoscritto da tutti, anche
da Fassino e Rutelli».
Ma si potrà pure
aggiornarlo, questo
programma, o è lesa maestà?
«Il fatto è che le proposte
che vengono avanzate sono
spesso l’opposto di quanto
pattuito tra tutti prima
delle elezioni».
Scontro sul riformismo,
braccio di ferro sul
programma, proposte
divergenti: ma così rischia
il governo.
«Chi mette a rischio il
governo sono loro, i
controriformisti. Forse
hanno in mente un altro
progetto politico. Io no, io
sostengo Prodi».
Fassino e Rutelli
perseguono un altro progetto
politico?
«Vedo in giro strani
movimenti. La Convenzione di
Amato, inevitabilmente,
avrebbe messo in difficoltà
il governo. Sento parlare di
intese più larghe, in
pratica il cambio
dell’attuale quadro
politico».
Il tutto favorito da una
nuova legge elettorale?
«Qui casca l’asino. Sono per
il Tatarellum senza
l’elezione diretta del
premier. E sono pronto a
discutere ma con
un’avvertenza: fare le nuove
regole del gioco con pezzi
dell’opposizione escludendo
pezzi della maggioranza,
significherebbe davvero
mettere a repentaglio la
nostra coalizione».
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Finanziaria:
l’intervento di
Oliviero Diliberto
alla Camera
Roma 21 dicembre
2006
Signor Presidente,
onorevoli colleghi, i
Comunisti Italiani
voteranno a favore della
fiducia sulla legge
finanziaria. Una
finanziaria che è
servita a risanare le
casse dello Stato, ma
che avrebbe potuto
essere gestita meglio e
che in alcune parti va,
a nostro avviso, anche
seriamente corretta nel
prosieguo dell'attività
del Governo. Il
malessere esiste e non
mi riferisco certo alle
proteste della
Confindustria, che
viceversa dovrebbe
ringraziare per la
quantità di risorse che
riceve. Mi riferisco
invece al malessere di
quanti, tra i ceti meno
protetti, si attendevano
ben altre misure a loro
vantaggio.
Dopo cinque anni di
governo delle destre,
nei quali sono stati
«stracciati» diritti e
protezioni sociali, sono
aumentati
vertiginosamente il
precariato e
l'insicurezza sociali,
sono state varate leggi
sulla giustizia,
sull'informazione, sugli
assetti degli interessi
economici, sempre a
favore dei più ricchi e
dei più potenti; bene,
dopo cinque anni di tale
natura, il nostro popolo
nutriva aspettative
molto alte. Penso ai
pensionati con i redditi
più bassi, ai lavoratori
salariati, ma penso
anche a categorie
particolari, quali gli
insegnanti, le donne e
gli uomini di cultura,
che si aspettavano ben
altro da questa
finanziaria. Vi è
insoddisfazione, forse
anche per una carenza di
informazione, vera e
univoca su quanto è
stato fatto, ma non solo
per problemi di
informazione. Penso alla
delusione di vasti
strati di opinione
pubblica, anche su temi
diversi da quelli della
legge finanziaria, penso
ai temi della laicità
dello Stato, o al tema,
annoso, della legge sul
conflitto di interessi,
che era stata posta al
centro del programma e
che ancora non vi è.
Esistono, dunque, sacche
di delusione e sarebbe
dannoso, oltre che
inutile, negarlo, perché
c'è, per fortuna, il
tempo per intervenire,
per riconquistare
consensi, per
convincere. Nella
finanziaria vi sono
misure che noi
giudichiamo davvero
importanti. La lotta
all'evasione fiscale
sembrava impossibile; la
lotta all'evasione
fiscale è cominciata
davvero: 33,8 miliardi
di euro in più sono
entrati nelle casse
dello Stato. Una prima
redistribuzione, timida,
ma una prima vera
redistribuzione di
reddito può iniziare a
partire dalle nuove
aliquote fiscali.
Inoltre, misure
importanti e che aprono
prospettive nuove sono
state inserite per la
regolarizzazione dei
lavoratori precari della
pubblica
amministrazione, dalla
scuola agli altri
comparti ministeriali e
per i precari degli enti
locali. Siamo
orgogliosi, lo dico
davvero con orgoglio,
che tali misure siano
frutto dell'opera
certamente di tutta la
maggioranza, ma
soprattutto dell'azione,
alla Camera ed al
Senato, del gruppo dei
Comunisti Italiani. Allo
stesso modo, sempre per
i precari, si
riconoscono i diritti
alla maternità ed
all'assistenza sanitaria
e, per la prima volta,
si interviene anche sul
precariato nei rapporti
di lavoro privato, vera
piaga sociale,
incentivando solo le
aziende che assumono con
contratti di lavoro a
tempo indeterminato,
cioè stabile e sicuro.
Molto c'è da fare;
certo, un primo passo,
serio è stato compiuto e
salutiamo con favore
l'assunzione di 400
nuovi ispettori del
lavoro, per provare a
mettere fine o, almeno,
a limitare la tragedia
degli infortuni sul
lavoro. Esistono
tuttavia - come dicevo -
anche ombre, non lievi,
che chiediamo al Governo
di dissipare, di
rimuovere.
Onorevoli colleghi, se
la maggioranza
parlamentare scopre
all'ultimo momento che
nella legge finanziaria
vi è una sanatoria per i
processi contabili, bene
- anzi, male - essa va
cancellata
immediatamente; se la
medesima maggioranza,
ossia noi, scopre,
sempre all'ultimo
momento, che sono stati
parificati gli istituti
universitari privati a
quelli pubblici - e
vorremo sapere chi ha
inserito, all'ultimo
momento, questa norma in
finanziaria, è un
autentica vergogna -,
chiedo, in quest'aula,
al ministro Mussi ed a
tutto il Governo di
cancellare tale norma,
che è in aperta
violazione del patto tra
noi, ma soprattutto in
aperta violazione della
Costituzione italiana.
Credo che, a proposito
di università, dovremmo
intervenire per
reintegrare a pieno, ed
a nostro giudizio anche
aumentare, proprio i
fondi dell'università
pubblica «tagliati».
Sento parlare di «fase
due», di rinnovato
slancio riformatore; non
sono affatto interessato
ad un dibattito
nominalistico, non so
nemmeno cosa voglia dire
«fase due», ciò che mi
preme è che, invece, il
Governo, che noi
lealmente e
convintamente sosteniamo
e sosterremo, si
caratterizzi, ora che la
finanziaria diventa
legge, ora che le
risorse ci sono - sono
entrati i soldi
dell'evasione fiscale -
da un lato, per
politiche nette a favore
dei ceti più deboli e,
dall'altro, per un
massiccio investimento
sulla cultura, che
rappresenta il futuro di
questo paese (lavoro e
scuola). Le risorse ci
sono ed allora noi
chiediamo interventi
coraggiosi sulle
condizioni di vita
materiali di donne e
uomini: salario,
pensioni, sanità
pubblica, servizi
sociali, trasporti,
politiche abitative, il
sostegno per la non
autosufficienza, gli
anziani, la scuola e
l'università, un
programma sociale,
insomma, perché il mondo
del lavoro si attende da
un Governo di
centrosinistra questo
genere di misure.
Sarà così che potremo
recuperare il consenso e
la fiducia del nostro
popolo. Il programma che
abbiamo sottoscritto
deve rimanere la bussola
per il nostro
orientamento. Sarebbe
incomprensibile - lo
dico ai signori del
Governo, del nostro
Governo - che come
risposta al disagio
sociale, che si è
manifestato e che,
ripeto, è recuperabile,
il Governo ritenesse di
aumentare l'età
pensionabile, perché il
disagio aumenterebbe,
invece di ridursi.
Signor Presidente del
Consiglio, signori del
Governo, noi vogliamo
che questo Governo e
questa maggioranza
tengano, e tengano per
cinque anni, senza
modificazioni di rotta
in direzione di versanti
moderati, quando non
apertamente
conservatori.
L'equilibrio, la sintesi
- lo voglio dire - anche
i necessari compromessi
li abbiamo trovati
quando abbiamo costruito
questa nostra coalizione
e quando abbiamo
sottoscritto tutti
quanti un programma
condiviso. Noi
confidiamo - ne siamo
sicuri - che il
Presidente Prodi
continui ad essere il
garante di quell'accordo,
che abbiamo sottoscritto
di fronte agli elettori,
non di altri accordi.
Noi sosterremo il
Governo Prodi con la
lealtà che da sempre ci
caratterizza, anche
eventualmente con i
rilievi critici, quando
li riterremo necessari,
ma sempre per il bene
del Governo. È una sfida
per ciascuno di noi e,
quindi, ciascuno di noi
deve fare la sua parte,
è il cimento dei
prossimi anni.
Vedete, cambiare il
paese si può, e anche
modernizzarlo. Sento da
più parti parlare della
necessità della
modernizzazione del
paese, ma in tutta la
storia occidentale
modernizzare significa
dare più diritti, più
protezione sociale, più
Stato sociale, più
cultura. Questo vuol
dire modernizzare! Se la
direzione di marcia sarà
questa, come io confido,
i Comunisti italiani
avranno il coraggio
riformatore; se la
direzione è quella, il
Governo può contare che
avrà i Comunisti
italiani sempre dalla
sua parte (Applausi
dei deputati del gruppo
Comunisti Italiani -
Congratulazioni).
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Diliberto
al Messaggero:
Fermerò l'assalto dei poteri
forti
di Nino Bertoloni
Meli
Roma 18 dicembre
2006
La “fase 2”? «Non ce n’è bisogno».
Una consultazione sull’età
pensionabile? «Spaccherebbe
lavoratori e centrosinistra». Nuove
maggioranze? «Sarebbe la fine di
Prodi». Sostituire Padoa-Schioppa?
«E con chi?». Oliviero Diliberto,
leader del Pdci, risponde senza giri
di parole e tatticismi, e si erge a
guardia rossa di Romano Prodi e
dell’attuale governo.
Onorevole Diliberto, dica la
verità: teme che l’anno nuovo porti
nuove maggioranze e tagli delle ali?
«Vedo in giro un certo lavorio,
Follini lo ha detto chiaramente,
vorrebbe un nuovo centrosinistra
senza la sinistra, una bizzarria
anche lessicale. C’è qualcuno che
vorrebbe una nuova maggioranza
completamente appiattita sui
moderati, sui poteri forti, dalla
Confindustria alla Cei».
Quindi è fatta, sinistre fuori da
palazzo Chigi?
«Sarebbe la fine di Prodi, in
realtà».
E perché? Magari lo stesso
premier ci sta lavorando, ci pensa,
gradirebbe.
«Non lo credo né vedo a palazzo
Chigi movimenti in questa direzione.
Prodi vuole il bipolarismo e lo
garantisce».
Il ds Chiti propone all’Udc di
staccarsi dal centrodestra e di
allearsi stabilmente con il
centrosinistra.
«Voglio essere chiaro: questo
centrosinistra è oggi l’equilibrio
più avanzato possibile stante questi
rapporti di forza. E io questo
equilibrio intendo difenderlo a ogni
costo».
Il Pdci di Diliberto guardia
rossa di Prodi?
«Stando dentro questo governo posso
condizionarlo, posso strappare
provvedimenti importanti,
stabilizzare 300 mila precari,
insomma posso contare. Se arrivasse
l’Udc ci sarebbe la
marginalizzazione delle sinistre, la
fine di una possibile stagione di
riforme».
Ma la maggioranza è risicata,
servono ”apporti”.
«La maggioranza è risicata, certo,
ma proprio per questo è più
compatta».
Un po’ arduo da spiegare.
«Nient’affatto. Se ci fossero
aggiunte e apporti tipo Udc,
ciascuno sarebbe libero di votare
come gli pare. Si creerebbe una
situazione ingovernabile, con un
esecutivo sempre sull’orlo del
collasso».
Non sarebbe più semplice togliere
Padoa-Schioppa?
«Sono sempre stato refrattario ai
ministri tecnici, ma vorrei capire:
con chi lo si sostituirebbe? Se con
un ultra liberista, allora mi tengo
l’attuale. Comunque, in giro non ne
ho sentito parlare».
Eppure i fischi a Mirafiori per
la finanziaria non hanno risparmiato
neanche il Pdci.
«Le aspettative dopo la vittoria su
Berlusconi erano tante, ci si
attendeva una politica più incisiva
su salari, pensioni, redistribuzione
dei redditi, precari».
E
invece?
«Nei primi otto mesi di
governo abbiamo avuto un po’ di
liberalizzazioni di Bersani,
l’indulto con noi contrari ma che ha
prodotto sconcerto nel nostro
popolo. E infine una finanziaria
dove per tre mesi si sono susseguiti
annunci assurdi e clamorosi, tipo
riforma delle pensioni, ticket al
pronto soccorso, aliquote fiscali
punitive anche per i redditi bassi.
Alla fine non è passato nulla, ma
siamo stati sulla graticola. Avanzo
una proposta: destiniamo buona parte
dei miliardi di maggiori entrate
fiscali a scuola, università e
ricerca».
Una “fase due”?
«Non ne vedo la necessità. Agli
operai e agli insegnanti già
incavolati andiamo a dire che
alziamo l’età pensionabile? Sfido
chiunque a trovare nel programma
l’innalzamento dell’età
pensionabile. Se Fassino o altri
voleva farlo, doveva dirlo prima».
Una consultazione?
«Dividerebbe, e noi dobbiamo unire
lavoratori e Paese».
Diliberto
all'Unità:
Se si apre ai centristi, la coalizione
svanisce
Roma 7
dicembre 2006
di
Ella Baffoni
Prodi
dice: macché fase due. Se siamo uniti
basta il programma dell’Unione.
«Una fase
due implicherebbe un cambio del
Programma. L’abbiamo sottoscritto solo
pochi mesi fa, su quella base gli
elettori ci hanno votato. E’ il frutto
di un compromesso tra opinioni diverse,
ma un buon punto d’approdo, il più
avanzato possibile con questi rapporti
di forza. Dobbiamo attuarlo. Un esempio:
nel Programma non c’è l’aumento dell’età
pensionabile, viceversa ci sono sulla
previdenza molte cose, a cominciare
dalla separazione tra assistenza e
previdenza. Se si voleva aumentare l’età
pensionabile bisognava dirlo prima.»
Nell’Unione i nodi non mancano,
soprattutto nelle questioni etiche. Si è
visto con il decreto Turco sugli
spinelli come nella vicenda sui Pacs.
«Sui temi
eticamente sensibili c’è un ritardo
molto forte. Ho la netta impressione che
anche i cattolici osservanti abbiano
opinioni più avanzate dei loro
rappresentanti parlamentari. Il
riconoscimento delle unioni di fatto e
diritti dei conviventi – assistenza
sanitaria, contratto d’affitto in caso
di decesso, pensione di reversibilità –
sono cose di elementare buonsenso, oltre
che di giustizia sociale. Sia pur
timidamente nel Programma queste cose ci
sono. Prodi dia un segnale, l’Unione
dovrebbe essere più decisa. Il
riconoscimento delle coppie di fatto non
l’ha fatto solo Zapatero in Spagna, ma
anche i governi di destra in Francia e
Germania; in Europa 17 paesi su 25. La
bizzarria di non volerle riconoscere è
tutta italiana.»
A Prodi è
stata proposta l’istituzione di una
commissione etica, un gruppo di esperti
in temi etici e sociali. Potrebbe
contribuire a sciogliere i nodi?
«Non
credo che una questione del genere
dovrebbe essere gestita dagli esperti:
parliamo di diritti, sono questioni che
hanno grande valenza politica. Utile
invece la commissione di indagine
parlamentare su tossicodipendenze e
leggi, proposta dal nostro Luigi
Cancrini, che potrebbe superare le
diatribe interne tra ministri e pezzi di
maggioranza. E accompagnare l’iter
legislativo, urgente per cancellare
l’infamia della legge Fini-Giovanardi.
Così da sapere quanti sono in carcere
per quella legge, quanti poi vengano
recuperati… nessuno, temo.»
C’è forte
incertezza nel quadro politico, in
questi giorni, dopo lo strappo di
Casini. E c’è chi guarda al centro con
qualche speranza di allargamento…
«La
destra è in crisi, il suo sistema di
alleanze non tiene. Ma non va
sottovalutata la forza della destra e di
Berlusconi, in particolare. Alle
elezioni abbiamo vinto davvero per poco;
anche per questo dovremmo fare una
politica che parli anche ai ceti
popolari che votano a destra, e non sono
pochi. Se riuscissimo a dare una
risposta sul precariato, giovanile e
non, faremmo una cosa giusta e
un’operazione politica, parlando a pezzi
di società in condizione di grande
disagio. Un primo parziale segnale, in
Finanziaria, è la stabilizzazione dei
precari negli enti locali. Però la
nostra maggioranza è già
sufficientemente sbilanciata a destra,
senza aggiungere anche Casini e l’Udc.
Non credo che faremmo un buon servizio
all’Unione allargandola sul versante
centrista. Si scompaginerebbe il
centrosinistra.»
Ma in
Senato c’è una difficoltà vera. Per via
del senatore De Gregorio, ma anche per
il vostro divorzio dal senatore Fernando
Rossi…
«Finora
in Senato ce l’abbiamo fatta, anche se
sembrava impossibile. Il paradosso è che
questa maggioranza, perché è molto
fragile, è anche molto forte. I voti di
scarto sono pochi, ma l’alleanza è
compatta. Un conto è tentare di
recuperare alcuni casi singoli, un conto
è l’annessione di un partito che
cambierebbe la natura della maggioranza.
Sarebbe un segnale terribile. Oggi
votiamo, a volte, proprio in virtù del
vincolo di maggioranza. Entrasse l’Udc
ciascuno si sentirebbe libero di votare
secondo le proprie convinzioni. Una
maggioranza a geografia variabile, la
fine del bipolarismo.»
Il senatore Rossi è
recuperabile?
«Me lo
auguro. Oggi è rappresentante del
Partito dei consumatori, e fa capire che
potrebbe non partecipare al voto. Il
ministro Chiti potrebbe fare una
chiacchierata esaustiva anche con Nando
Rossi. Non credo si prenderà la
responsabilità di far cadere il governo
Prodi, mandando al governo Berlusconi;
nella sua città lo inseguirebbero con i
forconi.»
Oggi il
ministro Chiti ha discusso con il Pdci
della nuova legge elettorale, che dovrà
«rafforzare la democrazia
dell’alternanza e il bipolarismo». Ma
non eravate per il proporzionale?
«Sono un
proporzionalista convintissimo, ciascuno
deve avere i rappresentanti che ha
guadagnato con i voti, come avviene nei
comuni. Garantire il bipolarismo vuol
dire non favorire il ritorno del centro.
Se vi fosse un forte partito di centro,
è evidente che dal governo la sinistra
verrebbe esclusa.»
Rifondazione ha lanciato la Sinistra
europea, nella speranza di raccogliere
eventuali diaspore provocate dall’avvio
del Partito democratico. E voi?
«Sostengo
che si debba riunificare la sinistra da
almeno cinque anni, ben prima
dell’affacciarsi del Pd. Ds, Prc, noi, i
verdi e i tanti che non hanno partito.
Quando sento parlare Fassino e D’Alema
penso che, più che con Gerardo Bianco,
abbiano molto in comune con noi: stesse
radici, stessa storia, stessa formazione
politica… Rifondazione cerca di
allargarsi, noi abbiamo un progetto più
ambizioso: una sinistra unita eviterebbe
che nel centrosinistra prevalgano sempre
più i moderati. Quel che è accaduto al
ministro Livia Turco insegna.»
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Diliberto:
a La Stampa
"Vado avanti e
tornerò in piazza"
di Carlo Bertini
da La Stampa del 20 novembre 2006
«Nessun autodafè», né pentimenti
postumi, «nessuno mi può negare il
diritto di manifestare», anche perché al
governo non può che giovare che qualcuno
tenga aperto un canale di dialogo con i
no global. Oliviero Diliberto non ci sta
a finire sul banco degli imputati per
aver preso parte a quel corteo dove «15
provocatori» hanno rovinato tutto,
facendo sì che «invece dei morti in
Palestina, sui giornali e in tv si
parlasse solo di quegli slogan». Anzi,
il segretario del Pdci respinge gli
attacchi al mittente, perché se si fosse
evitato «di spaccare il movimento» si
sarebbe riusciti a «isolare fisicamente
gli imbecilli, respingendoli ai margini,
anche se non sto invocando i servizi
d’ordine violenti degli anni ‘70». Da
questa diatriba in scena da settimane
sui «ministri di lotta e di governo»,
lui, Diliberto, ne può restare fuori a
pieno titolo: «Io ho scelto di non
entrare nel governo, non ho partecipato
alla bagarre sulle poltrone, anche per
eliminare il nodo della partecipazione a
manifestazioni. E credo di avere dato
dimostrazioni di lealtà a Prodi più di
chiunque altro. Lezioni di unità non me
le può dare nessuno. Prodi può stare
tranquillo, da parte mia non avrà noie.
Sono altri a dargliele e non da
sinistra. Vedo nubi all’orizzonte ogni
giorno. C’è un lavorio dei poteri forti
che non amano questo governo e non amano
Prodi».
Intanto il premier le chiede di
smetterla di giocare con la piazza...
«Questa dichiarazione di Prodi va
interpretata. Se dice che bisogna
isolare i teppisti sono d’accordo.
Viceversa, sbaglia, perché noi non
possiamo lasciare la piazza alla destra
o agli estremisti. Non ritengo di
danneggiare l’immagine del governo.
Penso di aiutarlo mantenendo i rapporti
con la piazza. Perché il governo rischia
di perdere consenso in aree che sono
sue, come il mondo della cultura e delle
università».
Si dice che abbia avuto
telefonate burrascose con il premier e
con il ministro degli Esteri. E’ vero o
no?
«Non c’è stata nessuna telefonata né
ieri, né oggi. Prodi e D’Alema sono
persone serie e non farebbero telefonate
minatorie. L’unica cosa che credo vada
fatta è fare in modo che anche il Forum
per la Palestina prenda le distanze da
quei quindici che hanno compiuto gesti
delinquenziali. Non devo essere solo io
a denunciare queste cose, ma deve essere
tutta l’associazione a isolare quei
teppisti che bruciano fantocci. Anche io
sono sdegnato e sono pure molto
arrabbiato perché la manifestazione è
stata grande e sui giornali si è parlato
solo di quei 15 che oggettivamente sono
nemici della Palestina».
Ma era prevedibile che vi
fossero slogan di questo genere in quel
corteo. Aveva messo in conto di finire
sotto i riflettori?
«Io non mi sento sul banco degli
imputati, perché se a Roma ci fossero
stati tutti gli altri partiti della
sinistra, quei 15 sarebbero scomparsi
dentro un’unica grande manifestazione.
Ma non è pensabile che uno si privi del
diritto di manifestare per una causa
giusta».
A volerla guardare da un’altra
angolazione, ieri lei ha segnato un
punto nella gara con Bertinotti su chi
ha più appeal nella prateria dei
movimenti e dei no global.
«Non faccio gare con Bertinotti, io
manifesto per la Palestina da 25 anni.
Ridurre questa nostra presenza ad una
competizione con Bertinotti è una cosa
miserabile. Sulla Palestina ho le carte
in regola, me ne occupo da prima di
tutti gli altri».
Lei ha definito
la politica estera di D’Alema la
migliore degli ultimi anni. E il
ministro degli Esteri ha lamentato ieri
il fatto che bisognerebbe prendere le
distanze da manifestazioni in cui si
urlano slogan che offendono il nostro
paese e paesi amici. Come gli risponde?
«E’ davvero una miopia di
prospettiva. Io prendo le distanze da
quei teppisti, non dalle manifestazioni.
Bisogna isolarli, impedire loro di
partecipare e continuare però a
manifestare. La linea di D’Alema è
quella giusta. Quando il governo chiede
l’invio dei caschi blu dell’Onu nei
territori occupati da Israele è un
cambiamento enorme di politica estera in
cui mi ritrovo. E la manifestazione che
chiede due popoli-due stati è in linea
con le Nazioni Unite, non con Diliberto.
L’episodio è gravissimo e non deve
ripetersi, ma mi farebbe piacere che
anche i nostri alleati non confondessero
le cose».
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Diliberto
a Repubblica:
"Mai più insieme a quei
provocatori. Ma in piazza ci
sono andato e ci andrò"
di Antonello Caporale
Roma 20 novembre 2006
L'uomo ama parlar chiaro. E
amici e avversari - condividendo
per una volta lo spirito al
quale informa sempre i suoi atti
- hanno deciso di ripagarlo con
la stessa moneta. Oliviero
Diliberto non ha mai avuto così
tante attenzioni dal Parlamento
italiano, mai così unito. Decine
di dispacci di agenzia, tutti a
dargli addosso di santa ragione.
D'Alema ha toccato l'eccellenza
quando ha detto: "Io mi occupo
del processo di pace tra
israeliani e palestinesi. Non
tra i Comunisti italiani e
Rifondazione". Onorevole Diliberto, accade a
chi si avvicina troppo al fuoco.
Le fiamme forse hanno un po'
bruciacchiato la sua immagine.
"Non fanno per me questi
calcoli, non valuto la
convenienza, l'immagine di cui
parla lei". L'immagine, puah!
"In piazza ci sono andato e ci
andrò sempre per le cause
giuste". Le probabilità che quel
corteo finisse com'è finito
erano alte. "Lo sapevo anch'io".
Almeno questo calcolo se
l'era fatto. "Mi ero detto: ci sono cinquanta
probabilità su cento che esploda
l'imbecillità di quattro
disperati". Se l'era detto. Con la piazza
forse ci ha giocato, dice Prodi.
"Imbecilli".
Non è più sufficiente
chiamarli imbecilli, aggiunge
Prodi. "Delinquenti, sono dei
delinquenti". Lei dietro di loro.
"Io me ne sono andato, il mio
partito ha abbandonato il corteo
appena questi signori, che vanno
in piazza incappucciati, hanno
iniziato la messinscena del
sangue e del fuoco".
Se in uno stadio un tifoso
lancia un sasso in campo, la
società ospitante porta la
responsabilità oggettiva.
"Nel diritto penale non esiste
la responsabilità oggettiva".
In politica sì. "Fossero stati militanti del mio
partito li avrei piegati dalle
botte. "Corcati" si dice a
Roma". E costoro chi sono invece?
"Non lo so. Dissennati
anzitutto. Per metà incoscienti,
non si rendono conto che
provocano un grave danno alla
causa che, in teoria, vorrebbero
sostenere. Per l'altra metà
credo che questo loro
atteggiamento sia così
dichiaratamente sporco e
provocatorio da farmi venire in
mente altri brutti pensieri".
Brutti pensieri. In che
senso? "Mah. La storia d'Italia è piena
di apparati deviati che si
servono della piazza, si
intrufolano nella piazza... ".
Apparati deviati? "Un gioco a cui noi siamo
purtroppo abituati".
Il Sismi che brucia il
manichino italiano? L'agente
segreto che urla "dieci, cento,
mille Nassirya?". "Non mi faccia dire queste
cose, non le ho dette".
Però le pensa. "Non le penso. Affermo solo che
la natura provocatoria di quei
gesti è talmente flagrante e la
storia d'Italia talmente fitta
di deviazioni e sabotaggi che
sono autorizzato a chiedermi:
chi sono costoro, da dove
vengono e, soprattutto, c'è
dietro qualcuno?". Diliberto dietrologo. Una
prova mai vista prima. "Senta, il corteo era
superpacifico e questi
incappucciati non più di dieci.
Hanno raccolto le telecamere
intorno a sé, i taccuini. E così
è esploso il caso". E' comunque un po' allarmante
vedere dei corpi, seppure di
pezza, prima impiccati e poi
bruciati. "Certo che lo è. Ma quanto
opportunismo nella condanna e
quanta ipocrisia nei miei
colleghi!". Lei parla chiaro. Ieri forse
ha sbagliato. Perché non
ammetterlo? "No, questo no. Io chiederò al
Forum della Palestina che ha
organizzato il corteo non
soltanto di condannare ma anche
di cambiare le regole. D'ora in
avanti io scenderò in piazza se
la piazza sarà messa al sicuro
da queste trappole mediatiche".
D'ora in avanti
Diliberto non marcerà dietro a
gente che grida "D'Alema boia".
"Erano gli antimperialisti, mi
pare. E D'Alema sta facendo
benissimo per il Medio Oriente.
Detto da me può solo provocargli
dei danni qui in Italia. Quindi
mi fermo qui". Non vada più a fare i cortei
con chi non conosce. Frequenti
gente affidabile. "Bisogna ritornare a un bel
servizio d'ordine. Che prima
sterilizzi, cinga e si premuri
di mandarli, come si faceva una
volta, in coda al corteo,
tenendoli a una distanza di
sicurezza in modo che sia
evidente la separazione dei due
mondi. E poi convinca, persuada
alla calma, alla tranquillità".
Li convinca con le buone,
naturalmente. "Con le buone, naturalmente".
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Finanziaria:
la fiducia alla Camera. La dichiarazione di
voto di
Oliviero Diliberto
Roma 19 novembre 2006
Signor Presidente, colleghi, i Comunisti
Italiani voteranno a favore della legge
finanziaria e questa occasione è utile per
svolgere alcune considerazioni politiche
all'interno della nostra maggioranza e rispetto
al rapporto con l'opposizione. La legge
finanziaria che stiamo approvando presenta luci
ed ombre: indubitabili pregi ma anche, a nostro
parere, evidenti difetti. Siamo di fronte ad una
strategia di rapporto con il paese che
onestamente e lealmente si stenta a comprendere.
Il risanamento era ed è giusto farlo, ma
spiegare semplicemente le macerie prodotte dal
Governo precedente non può bastare. Chiedo quale
sia la missione, l'idea di fondo, il messaggio
che il Governo vuole dare al paese con questa
legge finanziaria, la prima del Governo di
centrosinistra, tanto più dopo una così
difficile vittoria elettorale. Credo che avrebbe
dovuto avere connotati certi, chiari, diretti:
avremmo dovuto offrire un messaggio di
redistribuzione di risorse e di opportunità,
dopo cinque anni a senso unico a favore di
ricchi e di potenti.
Bisogna risanare, certo, ma risanare significa
anche dare speranze. Noi voteremo questa legge
finanziaria, ma l'avremmo voluta diversa.
Comprendiamo le difficoltà e sappiamo che
nessuno ha la bacchetta magica e quindi occorre
evitare ogni forma di sciocca propaganda o di
facile demagogia. Tuttavia, tra annunci
allarmanti, poi spesso rientrati, e misure via
via modificate in modo incerto e non di rado
contraddittorio, alla fine manca un connotato
chiaro in questa legge finanziaria. Da parte
nostra, avremmo voluto una finanziaria molto più
orientata verso i ceti deboli, la grande
maggioranza del nostro paese - pensionati,
lavoro salariato al minor reddito -, e più
orientata in maniera chiara, netta, inequivoca
su scuola, università, ricerca scientifica,
cultura.
Sia chiaro, sono molte le misure positive di
questa legge finanziaria e voglio sottolinearne
alcune. Innanzitutto, il sud, finalmente non
dimenticato, con un massiccio investimento di
risorse, ed una lotta vera all'evasione fiscale,
piaga storica del nostro paese, sciacallaggio
verso chi le tasse le paga tutte fino all'ultimo
euro. Finalmente, troviamo misure vere
sull'evasione e sull'elusione fiscale.
Apprezziamo anche le misure contro la precarietà
nel lavoro, piaga sociale vera del terzo
millennio, privazione di certezze, come sanno
tutti coloro che hanno in famiglia un giovane
precario, privazione di futuro, di una vita
normale. Uno su due dei nuovi assunti è precario
e chi è precario è privato di ogni certezza
della propria vita. Bene, nella legge
finanziaria vi sono misure, in larga parte
ottenute - lo dico con pacatezza ma con orgoglio
- grazie al lavoro di questo gruppo
parlamentare, dei Comunisti Italiani, che
consentiranno di stabilizzare e regolarizzare
centinaia di migliaia di precari della pubblica
amministrazione rendendoli stabili, garantiti,
non ricattabili dalla precarietà.
Tuttavia, vi sono anche ombre: i ticket sulla
sanità, che non condividiamo; pochissime risorse
sul sociale; misure sulla scuola che non
innalzano, come invece previsto nel programma
dell'Unione, l'obbligo scolastico a 16 anni;
tagli francamente inaccettabile all'università,
cioè al futuro di questo paese.
La battaglia si sposta al Senato: continueremo
così, leali ed unitari come sempre siamo stati,
ma senza abbassare lo spirito critico e la
battaglia sui contenuti.
Come sapete, noi Comunisti Italiani non abbiano
chiesto posti, non abbiamo partecipato alla
corsa alle poltrone di nessun tipo, ma chiediamo
rispetto del programma, questo sì: ad esempio -
lo diciamo per tempo - sul tema delicatissimo
delle pensioni. Abbiamo svolto, con parziale ma
significativo successo, la battaglia a favore
dei giovani, contro la precarietà, e la
condurremo con altrettanta chiarezza sulle
pensioni. Nel programma dell'Unione di
centrosinistra non vi è nulla sull'innalzamento
dell'età pensionabile, anzi, c'è la promessa
dell'azzeramento dello scalone di Maroni. Allora
- lo dico con la necessaria fermezza - se dentro
la nostra maggioranza di centrosinistra qualcuno
voleva innalzare l'età pensionabile doveva dirlo
agli elettori prima delle elezioni - è un fatto
di elementare democrazia - non dopo. Noi ci
atterremo a questo criterio.
In conclusione, si parla di conti (stiamo
esaminando la legge finanziaria), di numeri, di
cifre, ma dietro ad ognuno di quei conti, di
quei numeri, di quelle cifre ci sono persone in
carne ed ossa con i loro problemi, le loro
emozioni, le aspirazioni, i bisogni, le
speranze. Ad esse dobbiamo rispondere, signori
del Governo, perché chi ha scelto noi contro la
destra voleva e vuole un'Italia più pulita, più
equilibrata, un'Italia più giusta.
Noi, Presidente Prodi, la sosteniamo e la
sosterremo, ma invitiamo chi vuole bene a questo
Governo a guardarsi da quanti, nascondendosi
dietro i conti, spesso in assoluta malafede
(penso ai molti poteri forti che stanno
lavorando contro il Governo), colpiscono le
persone. La politica non è soltanto tecnica o
buona amministrazione e la legge finanziaria non
è questione meramente economica. Viceversa, la
legge finanziaria è un provvedimento
squisitamente politico, tanto più quando è il
biglietto da visita di un Governo: è la prima
legge finanziaria di centrosinistra. Si tratta
di un provvedimento politico. La politica è
anche - e per noi soprattutto - fatta di
passioni e di ideali, parole spesso dimenticate
nelle aule della politica. La nostra diversità,
cari colleghi della maggioranza, si giudicherà
su queste cose, sul sistema dei valori, sulla
capacità di rispondere a chi, dopo cinque anni
di Governo Berlusconi, si attendeva elementi di
discontinuità rispetto al passato.
Cercheremo di interpretare questa diversità che
ci viene chiesta da chi ha dato consenso alla
nostra maggioranza, nei prossimi mesi, non già
per il bene di una singola forza politica, cari
colleghi, ma per il bene di tutta la nostra
coalizione e per il bene del Governo
(Applausi
dei deputati del gruppo Comunisti Italiani -
Congratulazioni)
Diliberto:
Palestina.
Pdci
a Roma e Milano. Fermare il
massacro
Roma 17 novembre
2006
La grave situazione
venutasi a creare in
Palestina e in tutto il
Mediterraneo impone il
massimo sforzo per una
mobilitazione di tutte le
forze che hanno a cura la
pace e il diritto dei
palestinesi alla
autodeterminazione. Il
movimento pacifista chiede
all’Unione e al governo
Prodi un impegno diretto,
di concerto con l’Unione
europea, per fermare il
massacro in Palestina, per
ristabilire un clima di pace
e di rispetto del diritto
internazionale e dei diritti
umani in tutto il
Medioriente, a partire dalla
nascita di uno stato libero,
democratico e indipendente
di Palestina, come del
rispetto del popolo
libanese. Solo questa è la
strada per garantire pace e
sicurezza ad Israele: due
popoli e due Stati.
Riteniamo che di fronte a
questa situazione sia
auspicabile la massima
unità dei movimenti e delle
forze politiche che lavorano
per la pace e per i diritti
del popolo palestinese. A
tal fine abbiamo aderito sia
alla mobilitazione di Roma
che chiede azioni concrete
di pressione internazionale
per riportare Israele sulla
via del dialogo e della
trattativa di pace, che alla
manifestazione di Milano che
ci impegna per un’azione
comune di pacificazione per
tutto il Medioriente. Lo
facciamo nella convinzione
che questo sia il momento
della necessaria unità e
collaborazione per
raggiungere gli obiettivi
comuni più che per
sottolineare le legittime
differenze di opinione nel
movimento e nella politica.
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Diliberto:
Gaza. Basta stragi, serve forza
Onu
Roma 8 novembre 2006
E' ora di dire basta con le
stragi in Palestina. Quanto
avvenuto nella striscia di Gaza
e' di una gravità enorme e non
puó passare ancora una volta
sotto silenzio. Condanniamo con
la massima fermezza quanto
compiuto dall'esercito
israeliano. Serve al piu' presto
una iniziativa internazionale
per l'invio di una forza di
interposizione dell'ONU fra
israeliani e palestinesi, in
particolare a Gaza, per mettere
fine a questa spirale di
violenza.
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Diliberto
a Repubblica:
Sono contro il
linguaggio ipocrita e non sopporto i tecnocrati
Antonello Caporale
Roma 26 ottobre 2006
Oliviero, figlio della luce.
Non me ne parli.
Due pagine su Rinascita per il
compleanno.
Pure a me è venuta un po' di pelle
d'oca.
Succede a pochi ricevere tanto inchiostro.
Massimo Gramellini sulla Stampa mi ha
sbertucciato.
E ha fatto bene.
Ha fatto bene sì Un po' imbarazzanti
tutte quelle parole, quelle lodi.
Oliviero Diliberto, detto Diliberia.
Hanno sbagliato anche il giorno del
mio compleanno. Era la settimana scorsa, sono nato
il 13 ottobre.
Lei è stato in Corea del Nord?
Tre giorni.
Ovunque ci sia odore di comunismo,
c'è lei.
Mi piace viaggiare, per il resto sa
come la penso.
Compagno Diliberia.
Il nomignolo me l'affibbiarono
simpaticamente i trotzkisti di Rifondazione.
Amico di Briatore.
Non ho capito.
Le battute le vengono sempre così o
se le prepara prima?
Tutte all'impronta.
Portare il tritolo nello zaino e
farsi esplodere al Billionaire è un'immagine
insuperabile.
Quelli di forza Italia pensavano che
io fossi così matto da immolarmi per Briatore. Che
fessi, che ridicoli...Era una battuta.
Una battuta, e tanti commenti.
Nel giorno che Repubblica l'ha
riferita sono giunte 260 iscrizioni on line al Pdci.
Di ciò ringrazio sentitamente.
Però ha dovuto usare l'esplosivo per
farli iscrivere.
Si fa quel che si può.
È vero: le dice e non le manda a
dire.
Sono contro il linguaggio ipocrita.
La gente non ne può più di quei falsi pudori. Sono
di parte, sono tranciante e questo modo di essere e
di rappresentarmi mi porta fortuna politica.
Un linguaggio da libertino della
parola. Poi non se la prenda.
Non me la prendo, infatti.
Se si dirà: parla Diliberto, boom!
Ho il dono dell'autoironia e non sono
permaloso.
Mah, in verità si dice che lei guidi
il partito con il pugno chiuso sul tavolo.
Sono esigente. Io lavoro, gli altri
devono impegnarsi sempre, dare il massimo.
Un gentile dittatore.
Questa è una cazzata.
A proposito: il povero Marco Rizzo
non ne può più delle sue rampogne.
Per il fatto che dichiara spesso?
Assolutamente. Io non amo la televisione, e quando
lui va a coprire i buchetti che ci lascia il Tg1 fa
un lavoro meritorio.
E abbiamo sistemato anche Rizzo.
Sono contento per lui. Io invece non
amo molto la televisione.
Ma quando ci va fa di tutto per
restarci a lungo.
Ricorda quando dissi che Berlusconi
aveva stretto le mani sporche di sangue andando da
Bush?
Successe un parapiglia.
A parte che le stesse parole le aveva
dette il Papa.
Il Papa
Ma fu onestamente pietoso
l'atteggiamento ipocrita dei miei alleati quando fui
invitato a Matrix, pensavano a chissà quali
allagamenti avrebbe subito l'Unione dopo le mie
parole in tv. Immaginavano il comunista con la bava
alla bocca, il trinariciuto, non so cosa. Io non
sarei dovuto andare, capisce?
Invece con Berlusconi fece un
figurone.
Perché ho rappresentato un'altra
Italia, con un altro linguaggio e un'altra dignità.
Se permette. E dei trecentomila voti in più che il
Pdci ha guadagnato alle scorse elezioni qualcuno è
frutto anche di quel fortunato confronto televisivo.
Lei parla sempre come mangia?
Negli ultimi anni ho sviluppato ancor
più lo stile politicamente più scorretto.
E allora facciamo una prova.
E proviamo
Mi dica un nome di un ministro che
proprio non sopporta.
Non sopporto i tecnocrati.
Non sopporta Padoa Schioppa
Padoa Schioppa magari sarà anche una
persona brava e gentile. Però la mia convinzione e'
che il ministro dell'Economia dovrebbe rispondere
del suo operato agli elettori. Ripeto: nulla di
personale ma i tecnocrati non li sopporto. E' la
verità.
Bello. E forte.
E grazie
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Diliberto:
"Noi
comunisti blinderemo Romano. Poteri
economici e centristi sognano la crisi"
di Claudia Terracina
Roma 22 ottobre 2006
«Non vedo complotti
contro Prodi, ma una complessa manovra
politica sì. Ad ordirla sono i poteri
economici e i centristi che sognano di
scompaginare il bipolarismo». E’ questa
l’analisi del marxista Oliviero Diliberto,
segretario dei Comunisti italiani, dopo
l’attacco di Montezemolo al governo
dell’Unione. E al presidente di
Confindustria che parla di «manovra
classista», il leader del Pdci replica così:
«Non ho nessuna intenzione di allinearmi ai
suoi ordini, Prodi può contare su di noi».
Il che significa, onorevole Diliberto, che
potreste venire a più miti consigli sulla
Finanziaria.
«No, più moderati di così, si muore. Sono
classista? Bene, visto che di solito mi si
accusa di massimalismo. Noi ci atteniamo al
programma dell’Unione. Questa non è una
manovra comunista, ma, pur con tutti i
difetti, un giusto equilibrio tra diverse
esigenze».
Tuttavia, rischia di essere uno scoglio
molto rischioso per Prodi e anche per l’ala
sinistra della maggioranza.
«Assolutamente no. Prodi da noi non ha nulla
da temere. Siamo con lui e lo difenderemo
fino all’ultimo dagli attacchi di quei
potentati economici che l’hanno appoggiato
in campagna elettorale, convinti che avrebbe
fatto il ”lavoro sporco”, varando una
Finanziaria da far pagare tutta ai
lavoratori e la controriforma delle
pensioni».
Invece così non è. Per questo è partito
l’attacco concentrico? A cosa porterà? A un
governo tecnico?
« Qualcuno punta a quello, o a una soluzione
istituzionale, sperando di emarginare la
sinistra e magari scomporre i due poli. Già
ci sono alcune avvisaglie. Per esempio, si
parla di cambiare la legge elettorale».
Crede all’ipotesi di un governo Dini?
«Sono sovrastrutture, illazioni, per me che
sono marxista, conta la struttura e la
struttura è il blocco di potere economico
che tenta la spallata».
E intanto Mastella già fa sapere di
ritenersi libero da vincoli se ci fosse una
crisi e non si dovesse votare..
«Guardi, non sarà Mastella a creare problemi
a Prodi. Così come non gliene daremo noi.
Non siamo stati inutilmente cinque anni
all’opposizione. E non so se lo stesso può
dirsi di tanti convinti prodiani».
Quindi, il Pdci difenderà l’impianto della
Finanziaria?
« Sì, ma il governo deve correggere alcuni
errori».
Quali? Ha ragione D’Alema a dire che la
comunicazione sulla manovra è stata pessima
e che si è assistito a una contrattazione da
suk?
«Ha perfettamente ragione. Si è discusso di
tutto, anche di cose che in Finanziaria poi
non sono andate. Una follia masochista.
Inoltre, deve essere chiaro che noi siamo un
governo di centrosinistra. Facciamoci
riconoscere, una buona volta, diamo un
segnale in questo senso».
In che modo?
«Per quel che ci riguarda, chiarisco subito
che il Pdci non voterà tagli alla scuola e
all’università. Così come pretendiamo che si
stabilizzino con l’assunzione i 250 mila
precari del pubblico impiego. Una misura a
costo zero, visto che vengono già pagati».
C’è già il ministro Mussi che dice di non
essere disposto ad assumersi la
responsabilità dei tagli..
«Ma siamo pazzi? Io posso parlare perchè ho
scelto di stare fuori dall’esecutivo, ma lui
sta al governo e perciò la responsabilità
deve assumersela».
Concretamente, Diliberto, cosa rischia
Prodi?
«Temo imboscate in Parlamento, ma chi sogna
inciuci deve stare attento perchè il popolo
del centrosinistra vuole il bipolarismo e
Prodi premier. Se dovesse cadere, ci
inseguirebbe tutti con i forconi ».
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Diliberto,
Briatore e il Billionaire
di A. V.
Roma 24 ottobre 2006
La risposta ironica ad una
domanda ironica durante la
trasmissione di Daria
Bignardi ha suscitato
indignazione e
preoccupazione da parte di
esponenti di forza Italia
che hanno prontamente
presentato una
interrogazione per sapere il
vero pensiero di Diliberto
sul Billionaire. La stessa
solerte preoccupazione non è
stata manifestata qualche
giorno fa quando il padrone
del Billionaire, Flavio
Biriatore, su Rai Tre
(servizio pubblico per il
quale paghiamo il canone) in
una serissima trasmissione
in cui si parlava di
politica ed economia ha
argomentato ed esposto con
dovizia di particolari e
tanto di prove, che in
Italia è giusto evadere le
tasse,
"E' illegale avere le tasse
al 45-50%!".
Ha fatto poi il suo esempio
personale:
"Se vivessi in Italia invece
che in Gran Bretagna
piuttosto che fallire e
licenziare cercherei di
pagare meno tasse". Poi si
spiega ancora meglio, anzi
ci spiega lo spirito dei
"nostri" imprenditori: "Se
fossi in Italia venderei
tutto e me ne andrei fuori".
Certo perché dopo la
cosiddetta tassa sul lusso
anche la Sardegna è
diventata troppo cara per
Briatore ed i suoi amici,
costretti addirittura in
piena estate a fare una cena
di autofinanziamento per
consentire ai loro yacht di
attraccare sulle coste
sarde. A parte dove andrebbe
Briatore, la cosa grave è
che costui dall'alto della
sua notorietà invita ad
evadere le tasse, cioè a
violare le leggi, cioè a
delinquere. Ma Forza Italia
si preoccupa del Billionaire....
Di seguito riportiamo
l'articolo di Antonello
Caporale apparso su
Repubblica
del 24 ottobre 2006
"Se ami la Jaguar perdi il
diritto di essere di
sinistra. Lo statuì tempo fa
Oliviero Diliberto, che è
ottimo comunista, persona
spiritosa ma decisamente
crudele nel riferire ciò che
è bene e ciò che è invece
male. Diliberto è contro il
politicamente corretto,
contro l'enfasi patriottica.
Presentandosi e riassumendo
in una parola com'è fatta la
sua testa, ha detto: "Sono
teorico del j'accuse". E
perciò il suo animo
impetuoso e certamente
severo si è adombrato per
una domanda di Daria
Bignardi a La7. "Scelga un
posto dove trascorrere una
bella serata. Un luogo tra
questi due però: la villa
della Certosa del Cavaliere
o il Billionaire di Briatore".
Per Diliberto, che ha avuto
in garage una Fiat Palio,
l'alternativa è parsa troppo
satanica. Ha fatto così col
capo e poi si è fatto
esplodere: "Al Billionaire
ma imbottito di tritolo!".
Il rito kamikaze gli dev'essere
parso l'unica via di uscita
onorevole e consapevolmente
antagonista, l'ultima difesa
allo sfregio di entrare nel
capanno lussuoso di Flavio,
l'uomo-dollaro. A parte,
nessuno se lo è chiesto, di
capire come diavolo ci
sarebbe potuto arrivare - se
non da imbucato - nel
vippissimo fortino sardo.
Diliberto infatti teorizza
(e dichiara anche di
praticare) l'insuperabilità
di una vita da quattromila
euro al mese, "perché il
resto lo do al partito. E
dico che non è affatto poco,
con quella cifra si vive
bene, si arriva alla fine
senza scosse, si ha anche la
possibilità di fare spese
voluttuarie".
L'intera mattina è passata
tranquilla, nessuno si è
accorto di niente, o
comunque chi ha visto e
udito, conoscendo Diliberto,
ha compreso e perdonato.
Verso le due, appena dopo
l'ora del ristorante, hanno
raccontato l'episodio a un
deputato di Forza Italia,
Giorgio Jannone. Jannone,
subito scosso, ha diramato
una lunga e preoccupata nota
nella quale si ritiene che
la battuta, ancorché
illustrata col sorriso,
fosse proprio vicina nel
configurare un gravissimo
reato penale: "Questa è
apologia del terrorismo! Non
è ammissibile che Diliberto
possa esprimersi in questi
toni. Neanche se scherza".
E' partita una richiesta di
chiarimento, una delle tante
che i deputati si scambiano
durante la giornata e sempre
attraverso testi scritti.
Infatti costoro pur abitando
sotto lo stesso tetto di
Montecitorio, e avendo
agevolmente la possibilità
di chiarirsi, producono note
ufficiali che convergono
spesso in interrogazioni e
interpellanze. Così ieri:
alla carta di Jannone, altre
carte. Una dell'onorevole
Piero Testoni e una del
deputato Salvatore Cicu:
"Deve scusarsi per quello
che ha detto".
C'è stata attesa e qualche
preoccupazione per Briatore,
nel senso che si è ritenuto
che anch'egli potesse
valutare di dover prendere
la parola, specialmente
adesso che è preso dalla
curiosità di capire e
calcare la scena politica.
No, Briatore non ha
commentato. E Diliberto non
ha aderito alla richiesta di
scuse ne gli è parso utile
ridefinire il grado di
provocazione e l'ampiezza
dello scherzo delle sue
parole".
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Diliberto
al Corriere: "Prodi capo del
Partito democratico? Ostacolo
per il governo"
Daria Gorodisky
Roma 12 ottobre 2006
Oliviero Diliberto, sembra che i
suoi alleati Ds e Margherita
marcino proprio verso il Partito
democratico.
Mi sembra una decisione ormai
definitiva...
Sembra quasi di cogliere una
certa soddisfazione in lei che
guida i Comunisti italiani.
Lo considero un evento enorme
per la sinistra italiana, ma
ovviamente "enorme" non in senso
positivo. È la fine della
lunghissima trasformazione che
ha portato il più grande partito
comunista occidentale, il Pci,
prima a non essere più
comunista; e quindici anni più
tardi a fuoriuscire dai confini
della sinistra. Il partito
democratico perde
simbolicamente, e non a caso,
proprio la S che stava per
"sinistra". È un paradosso...
Quale?
Il Pds era nato con l'obiettivo
di costruire in Italia il
partito del socialismo europeo;
e invece, alla fine di tutta la
vicenda, l'Italia rischia di
essere l'unico Paese europeo a
non avere un partito socialista
o laburista. Questo futuro
connubio tra ex comunisti ed ex
democristiani avviene in forma
subalterna dei primi ai secondi.
Alcune voci della maggioranza e
molte altre dell'opposizione
ritengono che Prodi abbia molta
freta di arrivare al Partito
democratico perché, se il
governo non durasse a lungo,
sarebbe il suo paracadute,
insoma l'assicurazione sul suo
futuro di politico.
Io spero che il governo duri
cinque anni... E' vero, Prodi ha
tutto l'interesse a firmare un
suo partito: ma questa è la sua
teoria di sempre. Con Parisi e
gli altri suoi più stretti
collaboratori ha da tempo
sostenuto l'idea di un partito
contenitore non più di sinistra,
bensì genericamente democratico,
con una forte tendenza al
verticismo: niente struttura, ma
solo investitura del leader.
Però mi auguro che il Pd non
diventi un ostacolo per
l'esecutivo.
Quale rischio vede, esattamente?
In quanto leader della
coalizione, Prodi è il capo di
tutti, anche il mio. Tuttavia,
quanto più sarà inglobato in un
suo partito, tanto più avrà
difficoltà a governare il tutto
il tutto. La sua identificazione
in una specifica formazione
rappresenta un ostacolo, non un
vantaggio. Finora proprio la sua
peculiarità politica e culturale
riusciva a tenerci insieme. Ma
quando sarà capo di un partito,
come farà?
Lei esprime critiche più che
timori: vede all'orizzonte un
"ostacolo" alla tenuta di
governo. Ovviamente ne avrà
parlato con Prodi.
No. Lui prosegue sulla stessa
strada che ha scelto da molti
anni.
Ma lei non protesta, non alza il
telefono gridando "attenzione",
"pericolo"?
Mando il messaggio con questa
intervista.
Forse il Partito democratico
farebbe gioco anche a lei? Ds in
frantumi e la sinistra che fugge
verso di voi, verso
Rifondazione...
Io penso prima di tutto al
Paese, non faccio calcoli
egoistici, che pure potrei fare.
E al Paese non giova uno
spostamento dei Ds verso l'area
moderata. Detto questo, quando
la Quercia andrà a congresso e
quando prevarrà l'idea di
sciogliere i Ds, allora tornerà
di grande attualità la nostra
proposta politica di federare
tutti coloro che stanno a
sinistra.
Appunto, potreste finalmente
avere la bandiera della grande
S, per stare a quanto diceva
prima, magari con future liste
elettorali e quanto ne consegue.
Prima rivolgevo il mio invito a
tutti i Ds, adesso rafforzo
l'appello alla componente
socialista e laburista che non
aderirà al Partito democratico.
Potremmo andare verso la
costruzione di una sinistra più
larga e più unita.
Probabilmente chi non aderirà al
Pd andrà a formare gruppi
parlamentari alternativi, in
proprio.
Allora facciamo un raccordo
permanente di tutti i gruppi di
sinistra.
Avete già preso contatti? Notate
interesse?
Nessun contatto, per ora. Ma
credo che abbiano anche loro
interesse a un processo
federativo, anche con
Rifondazione: per pesare di più,
sia nel centrosinistra che nel
governo.
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Diliberto
al Messaggero:
il
Professore cambi metodo o
rischia sulla manovra
di
MARIO AJELLO
Roma
22 settembre 2006
Onorevole Diliberto, Prodi esce
a pezzi dalla vicenda Telecom?
«Purtroppo, ne esce male un’idea
molto saggia che è quella
contenuta nel piano Rovati».
Lei è il solito comunista!
Vuole lo Stato Padrone...
«Ma allora, è un comunista anche
Chirac! E ci sono i bolscevichi
anche in Germania. In quei
Paesi, i settori strategici
dell’economia sono rimasti sotto
il controllo pubblico».
Qui invece c’è l’idolatria
del mercato?
«Non ho niente in contrario a
privatizzare il settore
alimentare. Ma privatizzare
energia, telecomunicazioni e
trasporti significa privare lo
Stato del controllo sul proprio
futuro». Nessun errore da
parte di Prodi?
«Errori formali, errori di
metodo e di gestione della
vicenda». Ma con la
Finanziaria arriverà il
riscatto?
«Spero che in quel caso non ci
sia un misto di dilettantismo e
di presunzione. Tipico dei
tecnici che ricoprono ruoli
politici».
Ce l’ha con Padoa-Schioppa?
«Fino a quando non vedrò dei
numeri, ce l’avrò con coloro che
mi impediscono di vederli».
Prodi compreso?
« Ora è tornato dalla Cina. Ci
convochi subito».
In un vertice dei segretari
dell’Unione?
«Serve una riunione politica. E
un accordo preventivo, prima che
la Finanziaria giunga alle
Camere».
Perchè sennò si ripete il
tonfo del ’98?
«Non per mano nostra. Che, come
si sa, siamo i più leali di
tutti».
E allora?
«Io chiedo a Prodi di farci
vedere la Finanziaria. E glielo
chiedo perchè lo voglio aiutare.
Bisogna raggiungere un accordo
prima di andare in Parlamento,
altrimenti lo spettro è quello
di una libanizzazione delle
aule. Con la destra che avrà
ampi margini per scorrazzare e
fare incursioni».
Non vi fidate di Prodi e di
Tps?
«Non possiamo permettere che
vengano inserite nella
Finanziaria cose diverse da
quelle promesse in campagna
elettorale».
Le pensioni non si toccano?
«Nel programma, c’è scritto
che l’eventuale aumento dell’età
pensionabile non provocherebbe
alcun beneficio alle casse dello
Stato. Questo abbiamo
sottoscritto tutti insieme e non
si capisce perchè quei
ragionamenti e quegli accordi
non debbano valere più».
Prodi e Tps procedono in
maniera autistica?
«Faccio solo un altro
esempio, delicatissimo.
Padoa-Schioppa - l’ho letto sui
giornali - vorrebbe diminuire il
numero degli insegnanti. Ciò è
l’esatto contrario di quanto
abbiamo promesso in campagna
elettorale: più risorse per la
scuola». Dunque prevede un
Libano parlamentare?
«Se vogliamo evitarlo, facciamo
chiarezza su tutto: prima.
Oppure, il rischio sarà
terribile specie in Senato dove
serve una maggioranza
blindatissima».
Teme che non ci sarà?
«Non c’è la consapevolezza che
la Finanziaria è di tutti noi.
In una riunione, Padoa-Schioppa
ha detto: ”Il documento l’ho
redatto io e ne ho io la
responsabilità”».
Non è così?
«Ma neanche per sogno! Davanti
agli elettori ci siamo andati
noi e non lui. E dobbiamo
tornarci».
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Voglia
di Sinistra
di
Oliviero Diliberto
Le feste dei partiti servono
solitamente per presentarli
all’esterno, all’opinione
pubblica, alle altre forze
politiche, ma oltre a questo
le feste servono anche a
fare il punto sullo stato
della propria
organizzazione, per
verificarne la tenuta, per
verificare la capacità dei
gruppi dirigenti di “stare
in campo”. Credo che si
possa dire, senza alcun
trionfalismo, che lo stato
del nostro partito è buono,
saldo e convincente.
Veniamo da una stagione
molto complicata che ha
avuto il suo epicentro nelle
elezioni politiche dove il
centrosinistra ha vinto,
seppure con margini molto
ridotti, ed abbiamo un
governo di cui facciamo
parte a pieno titolo con la
presenza d’indipendenti da
noi indicati per qualità e
competenze.
Lo spartiacque delle
politiche 2006 è per noi un
traguardo importante,
abbiamo dimostrato che il
partito c’è e ci sarà,
abbiamo superato
brillantemente la soglia di
sbarramento, nonostante
molti al di fuori dal nostro
partito, ed anche qualcuno
dentro al nostro partito,
non ci credevano. Alcuni
uccelli del malaugurio sono
usciti per ragioni molto
poco nobili prima delle
elezioni, costoro dicevano
esplicitamente che non ce
l’avremmo fatta, e invece
abbiamo superato la soglia
di sbarramento ed abbiamo
aumentato i voti di 300mila
unità, raggiungendo il
traguardo per noi davvero
storico dei 900mila voti,
un successo di tutti noi,
nessuno escluso. Mi sento di
poter dire che tale
successo è anche frutto di
un’applicazione della linea
politica che ci siamo dati
al congresso: unità,
autonomia, competizione; una
linea che è stata messa in
atto in modo dinamico, non
statico, non conservatore.
Si apre una stagione nuova
per il consolidamento e
l’allargamento del partito.
Abbiamo l’occasione per
discuterne al prossimo
congresso che si terrà
all’inizio del prossimo
anno, ma il cui iter sarà
stabilito nel prossimo
comitato centrale. La linea
del partito è di assoluta
fedeltà al centrosinistra e
contemporaneamente di
assoluta fedeltà ai nostri
contenuti, ai nostri valori,
ai nostri ideali: la pace,
la costituzione, il lavoro,
la scuola pubblica, lo stato
sociale.
La competizione è aperta,
con la destra ma anche con
il centrosinistra. Senza
voler fare polemiche
sciocche, e che non
appartengono al nostro
stile, bisogna dire che
Rifondazione è diventata più
realista del re. Ha perso
quasi completamene di vista
i contenuti ed si è
schierata in una difesa
acritica dell’azione
dell’esecutivo “a
prescindere”.
Noi riteniamo che debba
esser tenuta insieme la
lealtà verso il
centrosinistra con la
richiesta del rispetto del
programma di governo. Non
chiediamo che il governo
applichi il programma dei
comunisti, ma chiediamo che
segua il suo programma,
quello su cui ha ricevuto
il consenso degli italiani
ed ha vinto le elezioni
politiche. Mi rendo conto
che il programma è un
compromesso, ma noi lo
giudichiamo un buon
compromesso.
Devo segnalare a tutti i
compagni che, in particolare
sulla politica estera, si
stanno registrando i primi
forti segnali di
discontinuità rispetto al
governo Berlusconi. Il
ministro D’Alema ha
ristabilito la tradizionale
politica italiana di
equivicinanza fra arabi e
israeliani. Abbiamo
ritrovato un ruolo
importante sulla scena
mondiale, non siamo più i
servi sciocchi del
presidente Bush ma abbiamo
una politica estera
autonoma, e la missione di
pace in Libano è frutto di
questio nuovo atteggiamento
del governo. Ora si tratta
di spostare le truppe
italiane che stanno in
Afghanistan, la cui presenza
non ha alcun senso in un
paese occupato dagli
americani, e portarle in
Libano.
Sulle situazione economica è
prematuro avanzare delle
proposte. Chiediamo con
forza al governo che ci
fornisca in tempo le misure,
le quantità e, ove vi siano,
i tagli previsti nella
legge finanziaria in modo da
poterne discutere
preventivamente insieme;
tenendo presente
che,comunque,non ci devono
essere tagli alla spesa
sociale. La discussione
sullo spalmare o meno in due
anni la manovra non mi
appassiona, secondo me
sarebbe meglio congelare per
cinque anni il rientro del
debito, come chiedono da
tempo autorevoli economisti
di sinistra. Il punto vero,
comunque, è capire come
riuscire a fare una politica
di riforma sociale attuando
allo stesso tempo una
politica di risanamento dei
conti pubblici, capire come
si intendono utilizzare le
risorse disponibili. Questo
lo si vedrà nel merito della
finanziaria, ma nel
frattempo segnaliamo come un
fatto positivo la ripresa
della lotta contro
l’evasione e l’elusione
fiscale che sta dando i
primi risultati da cui si
potrebbero trarre i fondi
per il rilancio della spesa
sociale
Infine credo che il
congresso, oltre ai temi
della politica generale,
deve anche ragionare con
sincerità su come siamo noi
adesso. Troppe volte nel
passato, anche recente, si
sono registrate lacerazioni
nel gruppo dirigente
determinate solo ed
esclusivamente da bassi
interessi di Tizio o di
Caio: candidature, elezioni,
ruoli. Tutto ciò non è più
tollerabile in un partito
che si chiama ancora
comunista e che s’ispira
alla grande tradizione del
PCI di Togliatti e di Enrico
Berlinguer. E’ tempo di
iniziare dentro il partito
una campagna di
moralizzazione che riporti
le pur legittime ambizioni
individuali sempre
nell’ambito degli obiettivi
e dei progetti collettivi.
Se dei compagni decidono di
abbandonare perché non hanno
avuto la candidatura, allora
è un bene che lascino il
partito.
Da questo punto di vista,
proprio nel momento in cui
noi facciamo la festa de La
Rinascita, devo un
ringraziamento a nome di
tutto il gruppo dirigente a
quelle compagne e compagni
che non chiedono mai niente
e che sono la grande
maggioranza, quelli che
fanno un lavoro oscuro, che
servono ai tavoli, stanno
nelle cucine, che fanno la
vigilanza, quelli che senza
nemmeno un applauso lavorano
perché ci credono, perchè
hanno degli ideali in un
paese dove questa parola -
“gli ideali” - non è più
usata. E invece gli ideali
devono essere per il nostro
partito la bussola, la
cartina di tornasole del
nostro agire politico. Sarà
tema del congresso, ma nel
frattempo abbracciamo tutti
voi per quello che state
facendo per la realizzazione
e lo svolgimento della festa
nazionale.
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Diliberto a Repubblica:
“Dobbiamo
rispondere ai nostri elettori non alla Bce”
Roma 8 settembre 2006-09-08
di Lavinia Rivara
La posizione di Fassino? “È irricevibile” perché
contraddice il Programma dell’Unione. E i Ds
“non dovrebbero dare più retta ai tecnocrati
europei che ai lavoratori”. Oliviero Diliberto,
segretario del Pdci, avverte anche Prodi: “ Così
il governo rischia il suicidio”.
Onorevole Diliberto, non le sembra che la sua
reazione somigli più a quella dell’opposizione
che a quella di un alleato di governo?
“ Ma non lo dico che quelle proposte sono
irricevibili, lo dice il programma dell’Unione
sulla base del quale siamo stati eletti. Sulle
pensioni ci sono scritte tre cose: va abolito lo
scalone; bisogna scorporare la previdenza
dall’assistenza; l’aumento dell’età pensionabile
non avrebbe alcun effetto sulla finanza
pubblica. Se si voleva proporre altro bisognava
dirlo prima agli elettori”.
Anche la Bce però incalza i paese europei, e in
particolare l’Italia, ad accelerare sul
risanamento e ad agire sulle pensioni…
“Ma noi dobbiamo rispondere alla Bce o ai nostri
elettori? Io spero che il governo non voglia
andare al suicidio, e parlo così perchè ho a
cuore il suo destino. Noi, per salvare un
esecutivo di centrosinistra, abbiamo fatto
addirittura una scissione.”
Ma per Fassino una manovra debole indebolirebbe
anche in governo. E sostiene che senza il rigore
è impossibile far decollare lo sviluppo…
“quello della manovra forte è solo uno slogan,
non vuol dire niente. Così come la discussione
sull’entità della manovra è astratta. Il punto è
chi colpisci. Quanto alle risorse, nel Dpef si
era previsto un aumento delle entrate del 6%, ed
invece è stato del 12,3%, cioè 48 miliardi di
euro in più. Quindi i soldi da distribuire ci
sono, non c’è bisogno di chiederli ai pensionati
o agli insegnanti”.
Ma se le cose stanno come dice lei perché allora
l’ala riformista dell’Unione insiste sulla linea
del rigore?
“Non escludo che nel centrosinistra ci siano
forze politiche che ascoltano più i tecnocrati
europei che i lavoratori. Spero che i Ds, che
sono una forza di sinistra, non si uniscano a
questi”.
Eppure dalla stessa Cisl è venuta una cauta
apertura sull’aumento dell’età pensionabile. Il
suo partito appare più ostile del sindacato.
“Guardi, se ci fosse un’ipotesi di aumentare
l’età pensionabile bisognerebbe innanzitutto
aprire una discussione con i sindacati e i
lavoratori, distinguendo tra chi fa un lavoro
manuale, o comunque usurante, e chi ne fa uno di
concetto. Infine dovrebbe trattarsi comunque di
una libera scelta. E senza disincentivi”.
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Diliberto,
leader di PdCI: il governo stia
tranquillo, non lo danneggeremo
"No a
maggioranze variabili tradiremmo i
nostri elettori"
ROMA - «Un deterrente contro di noi
l'ipotesi di Enrico Letta di allargare
la maggioranza? Macché, il
sottosegretario di Prodi ha giocato
politicamente d'anticipo per evitareche
qualcuno nell'Unione sia tentato da
Grandi coalizioni». Oliviero Diliberto,
il leader del PdCI che in queste
settimane ha dato filo da torcere al
governo sull'Afghanistan, rinvia la
palla al centro. E assicura che
nell'immediato sulle missioni all'estero
«il governo non ha nulla da temere».
Allargare le file del centrosinistra
sì o no, onorevole Diliberto?
«Prodi ha una maggioranza che è quella
votata dagli elettori: è stata una
maggioranza risicata, ma c'è. Il nostro
compito è tenere in piedi questa
maggioranza perchè altrimenti tradiremmo
il mandato degli elettori. Una cosa che
il governo non può reggeresono le
maggioranza variabili, cioè su un punto
piglia i voti dell' Udc, sull'altro
quelli del PdCI.
Però colpa vostra,della sinistra,se
questa coalizione è in fibrillazione,non
crede?
«Francamente leggo l'intervento di Letta
in un altro modo, e cioè come l'idea
preventivamente alternativa rispetto
alla tentazione di una Grande
Coalizione. Letta dice: allarghiamo
l'attuale maggioranza. E' l'opposto di
dire "facciamoneun'altra", che è
l'invito di Tremonti e che
prevederebbeil taglio delle "ali" della
coalizione. A me non piace né l'una né
l'altra ricetta».
Secondo il suo ragionamento, qualcuno
nell'Unione sta lavorando per una Grosse
Koalition?
«Mi avvalgo della facoltà di non
rispondere. Certamente se ci fosse,
sarebbe un'operazione contro
Prodi,perchè va da sé che in questo
scenario il capo non sarebbe più
lui,muterebbero tutti gli
equilibri,sarebbe la fine del
centrosinistra. Sarebbe anche la fine
dei Ds, per questo non credo che possano
essere tentati».
Anche il capogruppo di Rifondazione,
Russo Spena ammette che la situazione al
senato per la coalizione di governo è
difficile e faticosa. Lei dimentica che
la maggioranzalà è davvero risicata?
«Posso dire? In miniera faticano di più
e guadagnano di meno, quindi faticassero
e non rompessero le scatole».
Bene o male se alcuni senatori della
Cdl sostengono l'Unione?
«Se appoggiano autonomamente il geoverno
senza per questo comporti un prezzo
politico, ben venga. Ma non gli venga
richiesto, se no cambia anche
l'equilibrio politico della nostra
coalizione che si spesterebbe ancora di
più sul terreno moderato».
Non può neppure la coalizione essere
in balia degli aut aut della sinistra
radicale?
«Intanto radicale è un aggettivo che mi
da l'orticaria: io mi richiamo alla
tradizione di Amendola, non è colpa mia
se tutti si sono spostati più a destra
di me e io, che sono rimasto fermo, mi
sono ritrovato all'estrema sinistra. Da
me nessun aut aut: chiedo che
ciascunacomponente del centrosinistra
venga tenuta in considerazione con le
proprie opinioni, e tutti insieme
dobbiamo trovare una sintesi quando ci
sono opinioni discordanti. Per il resto
ho il senso delle proporzioni».
Sulla politica estera, a cominciare
dall'Afghanistan, rischiano di esserci
spesso discordie: come voterà alla fine
il PdCI sulle missioni militari?
«Ho trovato eccellente il discorso di D'Alema
alla camera. Resta il mio netto dissenso
su un unico punto che è l'Afghanistan.
Sull'atlantismo e il rapporto con gli
Usa per come l'ha impostato il ministro
degl iesteri sono daccordo, anzi temo di
nuocerli in certi ambianti cosi'
dicendo. Come voteremo lo motiverò in
aula però la coalizione può stare
tranquilla, non non vogliamo fare alcun
danno al nostro governo».
di Giovanna
Casadio
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Diliberto
all'Unità su Afghanistan
Articoli /
Editoriali Opinioni Interviste
Inviato da ufficiostampa 14 Lug 2006 - 10:16
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Diliberto all'Unità: «Chiedevamo
segnali di diversità: siamo sulla strada
giusta»
di Oreste Pivetta
Roma 14 luglio 2006
«Siamo contro, non è una novità. Non
abbiamo cambiato idea. Avremmo voluto
sentire il governo, ma un accordo s’è
raggiunto, accordo importante, per un
mozione parlamentare, di indirizzo,
nella quale si leggono segnali che
chiedavamo: segnali di diversità».
Onorevole Diliberto, un po’ meno dunque
contro la missione militare in
Afghanistan? La maggioranza sarà un po’
più salda?
«Credo di aver dato prova da tempo ormai
del nostro senso di responsabilità. Devo
ricordare il ’98, quand’ero capogruppo
di Rifondazione? Avremmo continuato a
garantire l’unità del centrosinistra,
mantenendo il nostro dissenso. Ma al
nostro dissenso sono arrivate risposte.
Ad esempio si dà conferma al carattere
di pace della nostra missione,
applicando per i nostri militari il
codice penale militare di pace,
lasciando stare il codice penale
militare di guerra. Cambiando il regime
giuridico della nostra presenza.
S’impegna il nostro governo perchè si
batta in tutte le sedi per il ritorno
dell’Afghanistan alla piena sovranità.
La novità, quindi, di una indicazione
forte: nessuno dei nostri militari
parteciperà alle azioni di Enduring
Freedom, cioè alle operazioni americane.
Siamo lì con l’Onu... Siamo sulla strada
giusta».
Con l’Onu, ma non con Diliberto...
«Che rimanga agli atti».
Kabul comunque lo possiamo considerare
un ostacolo superato dal centrosinistra?
«Siamo al punto da poter pensare che
tutto vada bene. Aspettiamo ora di
sentire il governo. Nel quadro peraltro
di una nuova politica estera che giudico
in modo positivo. Credo che D’Alema
abbia detto cose giuste a proposito di
Israele e della Palestina e della nostra
equivicinanza, a proposito dell’Iran
contro le sanzioni, a proposito di
Libano e di Irak. Credo che sia stato
giusto seguire una strada fortemente
europeista. E credo che molta
autorevolezza e autonomia di giudizio
abbia mostrato il nostro governo anche
di fronte allo scandalo di Guantanamo e
all’inchiesta sulla morte del nostro
Nicola Calipari. Non so se rendo un buon
servizio a D’Alema con queste
osservazioni. Ma è così».
Però, una domanda l’aggiungerei.
L’Avvenire pubblicava ieri un’intervista
a un bravo medico italiano Alberto
Cairo, che sta in Afghanistan dal 1990.
Sosteneva Cairo che l’Afghanistan da
solo non sta in piedi, che il ritiro
delle truppe provocherebbe uno
sconquasso...
«Conosciamo un altro medico, Gino
Strada. Sostiene che Emergency riesce a
lavorare rispettata e indisturbata,
tenendosi alla larga dai militari...».
«Questo lo dice anche Cairo: “È il
lavoro che facciamo a proteggerci..”.
Però aggiunge che venticinque anni di
guerra hanno raso al suolo l’intera
struttura della nazione...
«Ma i militari di tanti paesi hanno
sconfitto i talebani? Hanno sconfitto i
signori della guerra? Hanno sgominato le
organizzazioni che trafficano con
l’oppio? Se noi investissimo in scuole e
ospedali i soldi che spendiamo nella
missione militare, daremmo una mano
all’Afghanistan, un segnale al mondo
intero e a quello islamico in
particolare e garantiremmo anche
sicurezza all’Italia. C’è una realtà che
nessuno indica: la maggior parte dei
talebani sta in Pakistan, ma nessuno
pensa di andare lì a combattere i
talebani, per la semplice ragione che il
Pakistan è alleato degli americani...».
La rappresentazione però è poco
rassicurante, è l’anticamera
dell’impotenza occidentale...
«Il problema è che le istituzioni
internazionali non funzionano. Sono
figlie della seconda guerra mondiale,
dell’equilibrio imposto dai vincitori.
Siamo a una altro punto della storia.
L’Italia e l’Europa dovrebbero battersi
per costruire un nuovo equilibrio,
contro gli embarghi e contro le
invasioni. La guerra, come scriveva von
Clausevitz, era la prosecuzione della
politica con la guerra. È diventata
qualcosa che sostituisce la politica.
Alla quale vogliamo tornare. E politica
significa rispetto di un principio
fondamentale e fondativo per la
sinistra, l’autodeterminazione dei
popoli. Qualcuno ha preteso di esportare
un modello di democrazia. Il disastro è
sotto gli occhi di tutti. Quando poi
qualcun altro si è dato la sua
democrazia, abbiamo trovato da ridire.
In Palestina ha vinto democraticamente
le elezioni Hamas. Però Hamas non piace.
Allora s’è fatto il possibile per
svuotare di senso la sua presenza
democratica. Dopo aver contribuito alla
liquidazione dell’Olp, non concedendo
nulla, niente neppure sul piano della
forma».
Accantonando Kabul, come giudica lo stato di
salute della maggioranza?
«Il centrosinistra sta bene. La scarsezza
dei numeri implica una maggior coesione.
Considero il governo Prodi il punto più
avanzato d’equilibrio. Quindi Prodi stia
tranquillo: non ha nulla da temere dalla
sinistra del centrosinistra. Piuttosto vedo
grandi manovre al centro... L’Udc sta
lavorando palesemente per un cambio di
maggioranza».
Non la preoccupa il nuovo Partito
democratico?
«Mi auguro semplicemente che non si faccia.
La mia ambizione sarebbe quella di rimettere
assieme tutti i cocci della sinistra. Mi
rivolgo a tutti i Ds. Perchè non costruiamo
noi un grande partito federativo della
sinistra? Lo chiedo apertamente. In fondo
solo quindici anni fa stavamo assieme».
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Diliberto da
Prodi
Diliberto: noi non sgomitiamo
per posti e poltrone. Deciderà Prodi
Roma 21 aprile 2006
Devo dire che assisto francamente un po' perplesso a
questo primo braccio di ferro all'interno della
coalizione; io non partecipo, io voglio bene al
centrosinistra. Il colloquio e' andato
magnificamente, perche' al contrario di tutti gli
altri non abbiamo chiesto niente. Non credo che sia
un buon modo di iniziare quello di sgomitare per le
poltrone. Vedo altri partiti molto piu' piccoli del
mio che hanno preso molto meno voti alle elezioni e
stanno gia' litigando su posti e poltrone: io credo
che vada rivendicato con grande orgoglio la
diversita' dei comunisti. Non partecipiamo.
Diliberto
al Corriere: prima dell’estate tutti a casa. Distinguo
tra chi attacca civili e militari
di Daria Gorodisky
Roma 28 aprile 2006
«La
mia posizione è nota: io non avrei mai inviato truppe in
Iraq. Ma, visto che un governo scellerato le ha mandate,
è evidente che ora vanno ritirate subito. Prima
dell’estate devono essere tutti a casa». Sono questi i
tempi che Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti
italiani, vuole dettare al futuro governo. Tempi, anzi,
che per quanto lo riguarda sono già scritti nel
programma dell’Unione «sottoscritto da tutti i leader
della coalizione». «In Iraq - aggiunge - c’è una guerra
di occupazione, che non ha nulla a che fare con le armi
di distruzione di massa o con la democrazia, e c’è una
guerra civile in corso. Il governo italiano ha spedito
dei soldati perché ha assecondato servilmente l’azione
unilaterale di Bush. Ora che cosa ci restiamo a fare?
Forse dobbiamo stare ad aspettare altri funerali di
Stato?». Diliberto, il programma dell’Unione in
realtà non parla proprio di ritiro immediato. È scritto
«immediatamente proporremo al Parlamento italiano il
rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente
necessari…».
«Sì, il tempo necessario a smontare i campi e
tornare».
… e, prosegue il testo, «in consultazione con le
autorità irachene».
«Questo vuol dire che lo comunichiamo alle
autorità irachene: cioè, se anche ci dicono "restate",
noi andiamo via lo stesso, è chiaro».
Va bene un rientro entro l’anno?
«No, prima. La fine dell’anno è la scadenza di cui hanno
parlato anche gli Stati Uniti... No, noi non arriveremo
neppure a discutere il rifinanziamento della missione,
che dura fino al 30 giugno. Al primo Consiglio dei
ministri dovremo finanziare il rientro. Questo è nel
programma della coalizione: e, se si inizia a
modificarlo, allora significa che si va verso
l’ingovernabilità».
In questi anni dal vostro partito si è sentito
spesso parlare di «resistenza irachena»: dopo i fatti di
ieri di Nassiriya, conferma questa definizione?
«Io non ho mai parlato di resistenza irachena.
Ma distinguo tra chi attacca civili inermi e chi attacca
i militari; è una distinzione che il mondo riconosce da
quattrocento anni. La lotta contro un esercito di
occupazione è cosa diversa dall’uccisione di civili
innocenti: a monte c’è il problema di una guerra».
Ieri diversi esponenti politici,
trasversalmente, hanno chiesto di non speculare con
polemiche politiche sulla morte dei militari italiani.
«Niente polemiche infatti, io rivolgo le
condoglianze alle famiglie dei soldati. Però, per il
mestiere che faccio, non mi posso esimere dal fare
dichiarazioni politiche».
Dalla sua coalizione molti intervengono per dire
che i fatti di ieri non devono condizionare l’agenda del
futuro governo.
«Infatti, nessun condizionamento. Il programma
è stato scritto molto prima di ieri».
Cossiga dice che bisogna ritirarsi rapidamente,
anche perché ora c’è «una maggioranza con fortissime
componenti pacifiste, antiamericane e filoresistenza
palestinese - Hamas compresa -, irachena ed afghana…».
«Con tutto il rispetto, ricordo a Cossiga che
la nostra amicizia con il popolo palestinese data
diversi decenni; e che fu lui, nella veste di presidente
del Senato, a ricevere Yasser Arafat ben prima che
diventasse premio Nobel per la pace. La mia non è una
posizione estremistica. Ritengo che si debba recuperare
per l’Italia un ruolo di centralità e di equivicinanza
con Israele e palestinesi».
A proposito di Hamas, proporrete il dialogo?
«Ha vinto elezioni democratiche. Non ne sono
contento, tifo da sempre per Fatah, abbiamo legami
antichi con i palestinesi laici; ma…»
Perché non sostenete le ragioni di un altro
partito che nel ’92 vinse elezioni democratiche, il Fis
algerino? Un colpo di Stato militare annullò quel
risultato.
«Non ci piacciono, sgozzavano le persone».
Hamas è entrata nella lista delle organizzazioni
terroristiche. Che cosa farete invece sul
rifinanziamento delle altre missioni?
«Vedremo caso per caso, ne discuteremo nella
coalizione. Potremmo anche modificare la natura di
alcune missioni».
Prendiamo ad esempio l’Afghanistan, allora.
«Quella è una missione di pace sui generis , è
servita a ratificare la prima delle attuali guerre
americane. Io resto contrario, ma non sono così pazzo da
mettere a rischio la coalizione su questo. Certo, non mi
si venga a dire che in Afghanistan oggi c’è la
democrazia: ci sono ancora i signori della guerra, le
fazioni tribali, tutto come prima; solo che sono
funzionali a un equilibrio utile agli Stati Uniti».
Il Papa ieri ha detto che «militari italiani
hanno perso la vita insieme con un commilitone rumeno
nel generoso adempimento di una missione di pace». Lei
invece sostiene che si tratti di missione di guerra.
«Il Papa parla su un piano diverso da quello
della politica. Io sono un semplice segretario di
partito, non commento le sue parole».
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