La dismissione: questa
una delle cause di
quanto successo alla
ThyssenKrupp di Torino,
la dismissione è quello
che si è presentato
davanti agli occhi dei
membri della Commissione
d’inchiesta sugli
incidenti sul lavoro del
Senato che martedì della
scorsa settimana si sono
recati sul luogo della
tragedia per una serie
di audizioni. Ad
attendere i senatori
Tofani, Zuccherini,
Turigliatto e Tibaldi,
seppur tra qualche
diffidenza c’erano
tutti, ad eccezione
della ThyssenKrupp, che
ha pensato bene di non
presentarsi ad una
audizione, ma si sa i
padroni sono sempre
padroni e si comportano
come tali.
Secondo Dino Tibaldi,
vicepresidente della
Commissione, è stato
inaccettabile e
vergognoso il gesto
compiuto dall’Azienda,
«in questi casi non
possiamo che ricercare
la verità sull'accaduto
tentando di prevenire
eventi simili, e tutti
dovrebbero collaborare a
ciò. Forse le
responsabilità
dell'impresa sono troppe
al punto che ha
preferito disertare
l’audizione, ammettendo
di fatto le proprie
colpe». Con la
Commissione si sono
invece incontrati il
Procuratore generale
Maddalena, il Direttore
generale della Asl, il
Comandante dei Vigili
del fuoco, le
organizzazioni sindacali
e i Rls (Rappresentanti
dei lavoratori per la
sicurezza).
La Procura ha
evidenziato, tra le
cause dell’incidente, la
poca incisività dei
controlli causata dalla
circostanza che gli
ispettori Asl in alcuni
casi sono
contemporaneamente
consulenti delle
aziende, con evidente
conflitto di interessi
tra controllato e
controllore e chiaro
danno per la sicurezza
dei lavoratori. Tale
ipotesi combacia
perfettamente con le
denuncie dei lavoratori
che hanno parlato di
controlli che avvenivano
con il preavviso di due
giorni e conseguente
ordine di mettere tutto
a posto e non eseguire
le lavorazioni più
rischiose.
Il senatore Tibaldi ha
definito strano
l’atteggiamento tenuto
dalla Asl il giorno
dell’audizione: «Ci
aspettavamo il capo
degli ispettori che
venisse ad informarci
sullo stato delle
indagini, invece si è
presentato il Direttore
generale che si è
trincerato dietro il
fatto di aver già
consegnato al magistrato
la documentazione
relativa ai rapporti tra
Asl e ThyssenKrupp,
rifiutandosi di dare
altre informazioni
nonostante i nostri
solleciti». I
Rappresentanti dei
lavoratori per la
sicurezza, invece, hanno
raccontato che da oltre
un anno le loro denuncie
su quanto non andava in
termini di sicurezza
sono rimaste inascoltate
e nessuno ha provveduto
a rimuovere le criticità
da loro segnalate.
Questa situazione si è
poi ulteriormente
aggravata quando
l’azienda ha
formalizzato la chiusura
dello stabilimento e
l’esubero totale del
personale. «Questo -
spiega Tibaldi - ha
fatto sì che tutti gli
operai ad alta
professionalità siano
andati alla ricerca di
collocazioni
alternative, e questo è
avvenuto soprattutto per
i manutentori». Lo
scorso marzo gli
ispettori Asl avevano
riscontrato ben 35
violazioni in materia di
sicurezza, violazioni
sulle quali l’azienda
non è mai intervenuta.
«Ma il fatto grave -
racconta ancora Tibaldi
- è che a marzo gli
ispettori non si sono
confrontati con i Rls né
hanno mai consegnato
loro il verbale prodotto
in quella circostanza».
Il lavoro della
Commissione non è stato
facile, sia per la
tragicità dei fatti, sia
per una atteggiamento di
iniziale diffidenza
anche da parte dei
sindacato e dei
delegati. «Questo è
successo perché
l’azienda, la
Confindustria ed anche
importanti istituzioni,
a partire dal sindaco di
Torino, avevano fatto
dichiarazioni volte a
dare la colpa
dell’accaduto al mancato
intervento dei
sindacati. Una posizione
assurda - insiste
Tibaldi - che rende
comprensibile
l’atteggiamento dei
delegati. Ma l’episodio
più grave è stato che
martedì per oltre un’ora
ci è stato impedito di
entrare nella fabbrica,
e la situazione si è
sbloccata solo dopo una
vivace telefonata tra il
presidente Tofani ed il
dott. Castelli». Una
volta entrati i membri
della Commissione hanno
potuto visitare il luogo
dell’incidente ed il
racconto di Dino Tibaldi
dà i brividi e fa rabbia
al tempo stesso: «La
prima cosa che ci ha
colpito è che i
lavoratori operavano su
un impianto molto
vecchio ed in una
condizione di palpabile
smantellamento
dell’azienda. Poi a
differenza di come si
poteva desumere dai
racconti di cronaca, il
tratto interessato
dall’incendio era molto
circoscritto (10-15m) e
al momento della
deflagrazione gli operai
erano in uno spazio
ristrettissimo e tutti
al lavoro per tentare di
domare il fuoco, tentare
visto lo stato degli
estintori e del resto.
Paradossalmente se al
momento dell’incidente
si fossero rifiutati di
intervenire ora
sarebbero ancora vivi.
Ma c’è dell’altro, e qui
la sorte è stata
benevola, il non
funzionamento del
telefono d’emergenza ha
salvato la vita
all’operaio che è stato
costretto ad
allontanarsi in
bicicletta per dare
l’allarme». Insomma in
una grande azienda, con
sedi in tutto il mondo e
con fatturati da
capogiro, la vita degli
operai è affidata al
caso, alla buona o alla
cattiva sorte e la
sicurezza, invece di
essere una priorità, una
precondizione del lavoro
stesso, diventa un
terreno su cui trattare,
su cui risparmiare e sul
quale ricattare i
lavoratori.
La vera soluzione: il
proporzionale
Diego Novelli
L’immagine che
ogni giorno ci offre la politica italiana,
attraverso i giornali e soprattutto la televisione,
mi ricorda quando bambino fui sfollato durante la
guerra in casa di lontani parenti che vivevano in un
paesino in provincia di Alessandria. Essendo nato e
cresciuto in una grande città come Torino non avevo
mai visto prima di allora una gallina viva. Nel
centro dell’aia della cascina c’era una grande
recinzione con dentro i più svariati pennuti:
galline, galli, capponi, colombi, anatre, oche,
tacchini. Nel mio immaginario infantile è rimasto
impresso il frastuono di quel pollaio, con tanti
animali che si rincorrevano, si beccavano,
starnazzavano. Quello spettacolo mi intimidiva tanto
che mi trattenevo dall’avvicinarmi alla rete
metallica di protezione. Classica paura
dell’infanzia.
Identico stato d’animo (questa volta della terza
età) provo di fronte al frastuono della politica
attuale quando (un po’ masochisticamente) guardo i
vari “Ballarò”, “Porta a porta”, “Matrix”, “Otto e
mezzo”, nonché i telegiornali.
Su ogni questione è difficile assistere ad un
ragionato confronto. Ha ragione Furio Colombo quando
racconta ciò che accade ogni giorno al Senato, «con
la violenza degli insulti e il tripudio da stadio»,
diventati una pratica quotidiana da parte degli
esponenti della Casa delle libertà «sostenuti dalla
stampa di regime».
Ma se la destra offre questo orripilante spettacolo,
non è che il comportamento del centro-sinistra sia
sempre entusiasmante. Si prenda ad esempio la
questione della legge elettorale. Tutti sostengono
che va cambiata a partire dal suo ideatore (Calderoli)
che l’ha definita, con molta eleganza, come è solito
fare, una «porcata». Il capo dello Stato ha
autorevolmente sollecitato una riforma al riguardo
definendola una «esigenza obiettiva». Il ministro
Chiti è stato incaricato di avviare consultazioni
con tutti i gruppi parlamentari. Nel frattempo,
però, anche Prodi pare ci voglia mettere
direttamente il naso.
Sistema tedesco, sistema francese, sbarramento al
5%, proporzionale, maggioritario, doppio turno,
elezione diretta del premier, sono alcuni dei temi
al centro del nuovo frastuono della politica
italiana. Si aggiunga la minaccia di un referendum
abrogativo di alcune parti della legge vigente,
lanciato dal solito Mario Segni con adesioni
trasversali, che arricchirebbe la porcata.
Lo scorso anno la stragrande maggioranza degli
italiani, votando contro la Costituzione di
Lorenzago, riconfermò la validità e l’attualità
della Carta fondamentale della nostra Repubblica. In
quella campagna referendaria tutti, sottolineo
tutti, da Fini a D’Alema, si sgolarono per sostenere
la riduzione del numero dei parlamentari, per
rendere più funzionali i lavori dei legislatori, per
contenere la polverizzazione della rappresentanza,
per abbassare i costi della politica. Nel frastuono
di questi giorni più nessuno parla di questo
argomento. La casta non si tocca.
Per la legge elettorale la confusione è sovrana. E
dire che la soluzione più semplice e lineare
sarebbe: sistema proporzionale, con raggruppamento
delle liste coalizzate (per garantire il tanto
esaltato bipolarismo), con premio di governabilità
alla coalizione vincente (55-60% dei seggi),
distribuendo in modo proporzionale il premio e non
in termini truffaldini come vorrebbero i
referendari, premiando soltanto le prime due liste
più forti. Con l’elenco dei candidati da depositare
presso l’ufficio elettorale, (con diritto degli
elettori di poter scegliere) dovrebbe essere anche
indicato il nome del candidato alla presidenza del
Consiglio, accompagnato dai nominativi degli
eventuali ministri che dovrebbero coadiuvarlo. Forse
è una proposta troppo semplice, limpida, per il
frastuono che ci circonda.
Il dovere della politica
La precarietà è
forse la vera emergenza sociale del nostro tempo. I suoi
effetti sono devastanti già nell’immediato, ma nel tempo
avranno conseguenze anche più gravi. I lavoratori
precari, tantissimi e presenti in tutti i settori, non
solo hanno l’incertezza del posto di lavoro ma vivono
nell’incertezza di costruirsi un futuro. Non è retorica.
Vi faccio un esempio: per stipulare un mutuo per
l’acquisto della prima casa la busta paga di un
lavoratore a tempo determinato o di un co.co.pro. vale
in banca come la carta straccia. Allora serve almeno la
garanzia di un genitore, ma anche questa non è una
condizione alla portata di tutti, e così ha inizio una
piccola via crucis per fare delle cose normali. Poi ci
sono le pensioni: la politica (le forze di sinistra)
giustamente si occupa di evitare ulteriori innalzamenti
dell’età pensionabile e garantire che le pensioni
attuali siano adeguate al reale costo della vita; ma la
politica deve avere anche la lungimiranza di occuparsi
oggi di chi andrà in pensione tra 25 o 30 anni ed avrà
alla spalle anni di lavoro precario, raggiungendo
pensioni da 200 o 300 euro, cioè da fame. Insomma il
precariato non ti rende precario solo nel lavoro ma
anche nella vita.
La politica ha il dovere di rimuovere questa condizione.
La Legge 30, introdotta dal governo Berlusconi, ha reso
il lavoro precario la normalità, e quello a tempo
indeterminato un’eccezione, prevedendo ben 47 tipologie
di lavoro e sancendo in maniera definitiva la
distinzione tra lavoro subordinato e parasubordinato.
Cose serie – grazie ai Comunisti italiani – si stanno
facendo. Un primo tassello importante è stato messo con
la legge Finanziaria, che ha recepito un nostro
emendamento per l’istituzione di un fondo per la
stabilizzazione dei precari delle pubbliche
amministrazioni. Tutti i precari, da quelli assunti a
tempo determinato agli Lsu, ai co.co.co., co.co.pro,
ecc. E di tutti i comparti delle pubbliche
amministrazioni.
Noi siamo arrivati fin qui. Poi, dopo il decreto del
governo, previsto per la fine di aprile, la parola
passerà a un tavolo di confronto tra ministeri
interessati, Enti locali e sindacati che decideranno i
criteri delle assunzioni.
Bisognerà vigilare con grande attenzione. Ci saranno
tentativi per ridimensionare la portata
dell’emendamento. Torneranno inevitabilmente logiche
clientelari e spartitorie. Alle compagne e ai compagni
del partito nei territori spetta un ruolo di prima
grandezza. Bisognerà allacciare legami con i precari,
con i sindacati, con le istituzioni perché i criteri di
assunzione siano corretti e trasparenti. E perché tutti
siano assunti. Non date retta a chi dice che
l’emendamento fissa un “numero tot” di precari da
assumere. Non è vero. Si tratta di bugie. E se
riuscirete a sventare le bugie e le manovre, avrete
fatto un ottimo lavoro. Da comunisti. Manuela
Palermi
Momenti difficili
Un momento difficile, quello che il panorama politico
sta affrontando in queste settimane. Sembrano infatti
essere venute al pettine le molteplici tensioni che
covavano sotto la cenere fin dai giorni della nascita di
questo governo, ma soprattutto sembra che alcuni poteri
forti abbiano deciso di sferrare il colpo mortale
all’esperienza di Prodi. I segnali si erano visti già
nei giorni della Finanziaria, quando Confindustria una
volta incassato una buona dose di sgravi fiscali e
agevolazioni non aveva lesinato critiche all’esecutivo.
Proprio in quegli stessi giorni poi, il progetto di
“grande centro” era riemerso con forza proponendosi come
uno sbocco politico appena dietro l’angolo.
Ma l’inversione di tendenza non doveva arrivare dai
Palazzi italiani, bensì da ben più lontano: Oltreoceano.
Le scelte economiche e politiche del governo Prodi, a
volte positive altre contraddittorie, altre ancora
insufficienti e deludenti – dai continui attacchi alle
pensioni ad una legge sulle unioni civili annacquata
dalle pressioni della Chiesa, dalle liberalizzazioni
agli indulti – hanno scontentato sicuramente parte di
quell’elettorato che con il voto dello scorso aprile
aveva mandato a casa Berlusconi, ma a dare maggiormente
fastidio sono state le scelte in politica estera. La
vera novità di questa fase politica. Il ritrovato
protagonismo del nostro Paese e una seppur minima
volontà di indipendenza dalla Casa Bianca rappresenta
oggi un elemento intollerabile per chi ha una visione
assolutistica del potere internazionale. Un cattivo
esempio, quindi, da reprimere in ogni modo affinché non
possa costituire un modello per altri. E così arrivano
richieste arroganti e pressioni intollerabili e non
sempre lecite: da Vicenza all’Afghanistan, appunto, con
la ciliegina della ricomparsa del fenomeno terroristico.
Scenari vecchi, già visti in altre stagioni.
Su questi temi il governo Prodi si gioca oggi il proprio
futuro. Con scelte coraggiose ha la possibilità,
ribadendo le linee di quel programma che la scorsa
primavera ha portato alla vittoria la coalizione, di far
fare all’Italia un passo in avanti sotto il profilo
della credibilità internazionale e culturale. Ma dietro
l’angolo ci sono anche scenari pericolosi fatti di crisi
al buio, cambio di maggioranze, rimpasti vari. In molti
lavorano in questa ultima direzione, magari auspicando
l’uscita dalla maggioranza dei Comunisti italiani. Una
malagurata ipotesi che rappresenterebbe la resa proprio
a quelle pressioni che oggi arrivano dagli Stati Uniti.
Per queste ragioni ribadiamo con forza il nostro “no”
alla base di Dal Molin a Vicenza, chiediamo il ritiro
dei nostri soldati dall’Afghanistan, e nello stesso
tempo incitiamo Prodi ad andare avanti con coerenza e
coraggio. Maurizio Musolino
Un 2007 impegnativo
5 gennaio 2007
Quello che si apre è per l’Italia un anno,
l’ennesimo, difficile. I recentissimi aumenti, a
partire da quelli delle ferrovie, e una finanziaria
ancora insufficiente sul piano della redistribuzione
dei redditi consegnano infatti al 2007 del tutto
intatto il problema salariale, ovvero di come
arrivare alla fine del mese. Le ultime settimane del
2006 hanno registrato un importante passo in avanti
nella lotta alla precarietà del lavoro: l’impegno
del governo di regolarizzare a tempo indeterminato
le migliaia di lavoratori pubblici rappresenta una
svolta rispetto agli ultimi due decenni, ma la
conquista è tutta da consolidare. Le resistenze
saranno fortissime, perché dare al lavoro sicurezza
e stabilità è la premessa per ridare ai lavoratori
quella dignità che, sola, può portare a conquistare
diritti e salario dignitosi. E’ chiaro che
Confindustria farà sentire tutta la sua forza. Per
questo la coalizione di governo dovrà dare segnali
precisi, chiari e inequivocabili, tali da
ricostruire nel Paese quella fiducia che i sondaggi
degli ultimi mesi danno per logorata. Il contrario
di attacchi al welfare e alle pensioni paventati da
qualcuno. La difesa del lavoro e dei diritti non può
che essere al centro del programma di un governo di
centrosinistra.
Ma l’anno che si apre sarà caratterizzato anche da
una probabile – ennesima, anche questa - rivoluzione
del quadro politico. Sia nello schieramento di
centrosinistra che in quello di centrodestra i
fermenti sono molti. Da una parte a catalizzare
l’attenzione delle prossime settimane sarà il
percorso verso la nascita del Partito Democratico,
voluto e temuto dai Ds e dalla Margherita;
dall’altra c’è la crisi di leadership di Berlusconi
e il progetto di grande centro che oggi vede
protagonisti Mastella e Casini su tutti. A sinistra
la nascita di una forza moderata, come il Pd,
lascerebbe nella storia italiana un grande vuoto.
Dopo i decenni del grande Partito comunista italiano
e gli anni in cui una forza vagamente
socialdemocratica (il Pds prima, i Ds dopo) ha
cercato di mettere radici, l’Italia vedrebbe venir
meno la presenza di un forte partito di ispirazione
socialista e comunista.
Una sciagura, soprattutto per la difesa di quei
diritti del mondo del lavoro e del welfare cui sopra
abbiamo brevemente accennato.
Per queste ragioni quanto accade all’interno dei Ds
non può, e non deve, lasciarci estranei. Il
travaglio del Partito di Fassino e D’Alema obbliga
la sinistra a scelte coraggiose, ad una assunzione
di responsabilità. Impone a tutti i partiti che oggi
compongono il variegato universo di questo
schieramento, a volte frammentato, spesso litigioso,
uno sforzo per dare risposte all’esigenza di unità
manifestata in questi anni ripetutamente dai tanti
cittadini, orfani di quello che il Pci ha
rappresentato. Milioni di uomini e di donne che non
hanno scelto di schierarsi né con questo né con
quello decidendo semplicemente di allontanarsi dalla
politica. Il 2007 può e deve rappresentare per
questa gente una inversione storica di tendenza. Può
e deve essere l’anno che vede la sinistra del nostro
Paese lasciarsi alle spalle sterili personalismi,
spesso carichi di rancore, per avviare un processo
reale di unità.
Detto questo, non bisogna chiudere gli occhi davanti
alle difficoltà. Questi decenni hanno segnato le
vite politiche di molti di noi e rimettere insieme
questi cocci non sarà né facile né semplice. Da qui
l’estrema attualità della proposta dei Comunisti
italiani, la Confederazione, che dovrà essere
rilanciata con forza al congresso che si terrà nella
prossima primavera. Una Confederazione come atto di
estrema generosità politica, strumento per gettarci
alle spalle egoismi e rendite di posizione. Una
Confederazione che sappia preservare le
caratteristiche di tutti, che sappia rispettare
tutti, ma nello stesso tempo segnare la volontà di
ricomposizione, di unità, appunto. Una
Confederazione che sia cosa ben diversa dal
tentativo di “inglobare” dentro Rifondazione,
attraverso il partito della Sinistra Europea, pezzi
di apparato politico a volte autoreferenziali altre
disorientati e confusi.
Una grande scommessa, questa, che risponde anche
all’appello del capo dello Stato di riscoperta del
valore della politica. Un valore che va recuperato
ricreando quelle condizioni di militanza e di
impegno, ben diverse da chi prospetta semplici
alchimie elettorali che hanno dimostrato, in questi
anni che ci siamo lasciati alle spalle, di essere
fra le principali cause di quel distacco denunciato
da Giorgio Napolitano. Maurizio Musolino
La
RINASCITA
della sinistra
“Fase due”, il grande rischio
Qual è l’ingrediente necessario del grande centro? Quali
le condizioni, l’impasto giusto per rinverdire il
biancofiore? L’ingrediente principe, si dirà, sono i
democristiani, d’altronde la pizza senza la farina non
si fa. Vero, verissimo, ma poi serve altro, serve far
lievitare la pasta e, per finire, occorre un buon forno.
«La Casa delle libertà non ha più senso» dice Casini.
«Facciamo liste unitarie tra Udc e Udeur in vista delle
europee», subito coglie la palla al balzo il solito
Mastella. Non è un bel vedere. Non lo è certamente per
quei milioni di italiani che hanno scelto l’Unione
sperando in una discontinuità che, in verità, fatica non
poco a uscir fuori.
Il grande centro - inteso come nuovo partito o
schieramento - non si farà, almeno nel medio periodo; lo
sanno bene tanto Mastella che lo propone (ma intanto
precisa che la sua è una «indicazione prospettica»)
quanto un Casini frastornato dai due milioni di italiani
(italiani non coglioni) portati in piazza da “Silvio”.
La Cdl sarà anche morta, però si muove. E Casini dovrà
giocare borderline per non essere risucchiato dal morto
o, al contrario, per non fare la parte del voltagabbana.
La corte all’Udc sarà serrata. Non per portarlo, armi e
bagagli dalle parti del centrosinistra, ma per ottenere
il suo sostegno su alcune, centrali questioni. Le stesse
che interessano, guarda caso, Luca Cordero di
Montezemolo, a partire dall’attacco alle pensioni. Il
grande centro non si farà perché c’è già, in mezzo a
noi, dentro questo sbrindellato bipolarismo italiano. Il
grande centro rischia di chiamarsi fase due del governo.
C’è un modo per bloccare i molteplici fornai moderati.
Attuare il programma con cui ci si è presentati davanti
al paese. Giampiero Cazzato
La notte
della repubblica: L'altalena elettorale del 10
aprile
Una notte da brivido
quella del 10 aprile 2006 in Italia. L’interminabile
notte dello spoglio, i sondaggi che davano l’Unione
avanti rispetto al centrodestra, i dati che
inizialmente confermavano le previsioni,
l’esultanza, poi quel dire e contraddire snervante,
la delusione, i numeri che non affluivano più, il
black-out totale, l’altalena, avanti l’Unione, no
avanti la Casa delle libertà, Prodi che rinvia di
ora in ora la festa in piazza che c’è, non c’è,
forse si fa, meglio andare tutti a casa, no
restiamo.
Una notte da brivido, a Catania più che mai, perché
lì quel film già si era visto un anno prima, in
occasione delle amministrative, quando dalla
federazione del nostro partito partivano i fax per
segnalare alla prefettura irregolarità all’interno
dei seggi, quando con ostinazione si decideva di
presentare un ricorso, per segnalare che cose strane
erano avvenute anche nella fase della presentazione
delle liste, alcune delle quali ammesse nonostante
la mancanza di documentazione corretta.
Ora a Catania è in corso il riconteggio delle schede
delle amministrative, ma proprio da questa città
siciliana sarebbe partita la ben più grave offensiva
alla democrazia italiana, oggetto adesso di
un’interrogazione urgente presentata al presidente
del Consiglio e al ministro dell’Interno da Orazio
Licandro e Oliviero Diliberto.
La mattina dell’11 aprile il Viminale comunica che
in tutta Italia ci sono oltre 43.000 schede
contestate e di queste poco meno della metà proprio
a Catania. Una follia, un dato statisticamente
impossibile.
La normalità è di qualche centinaio di schede e a
sgranare gli occhi di fronte a quel dato abnorme e
impossibile è un professore universitario in
pensione di Pavia, Pasquale Scaramozzino, che
immediatamente avverte la sua collega Venera
Tomaselli, docente di Statistica sociale nella
facoltà di Scienze politiche dell’università di
Catania. «Due studiosi – dice Licandro – a cui la
democrazia italiana deve tanto». Già, perché la
professoressa, ricevuta la segnalazione del collega
(morto qualche mese dopo in un incidente) si reca
subito in prefettura, quello stesso giorno, a
chiedere che venga trasmesso il dato corretto.
Ma il problema era altrove: la prefettura infatti
aveva riferito soltanto di 33 schede contestate (in
tutta Italia sarebbero risultate poi circa duemila)
comunicandolo immediatamente al ministero
dell’Interno che però aspetta tre giorni per fare
sapere agli italiani che s’era sbagliato. Tre giorni
durante i quali Silvio Berlusconi urla e strepita,
starnazza, parla di brogli, mette in discussione la
vittoria dell’Unione, dice che il risultato “deve”
cambiare, non si dimette, prepara un decreto per
allungare i tempi della verifica.
«Non so se siano state menti sopraffine o mani
abilissime a fare tutto questo – spiega Licandro -
ma il disegno preciso era quello del golpe
elettorale. Se il Viminale avesse ritardato ancora
qualche giorno a correggere l’errore, il danno
politico sarebbe stato proprio questo: un Paese nel
caos. Ciampi non avrebbe potuto conferire a Romano
Prodi l’incarico di formare il nuovo governo,
saremmo caduti in una condizione da paese
sudamericano, ci sarebbero stati disordini».
Licandro aveva drizzato le antenne negli stessi
giorni seguenti alle elezioni: «Avevamo sentito
voci, mormorii, su un dato catanese anomalo, ma non
sapevamo cosa cercare. Abbiamo fatto sapere che
eravamo interessati a capirne di più, poi abbiamo
incontrato la professoressa Tomaselli». Ora Licandro
vuole sapere chi è stato e perché: «Posto che la
prefettura ha fornito e ribadito sempre i dati
corretti – chiarisce – e preso atto che l’ex
ministro dell’Interno Pisanu, per rintuzzare le
accuse di Deaglio sulle schede bianche, ha
dichiarato che è noto che il ministero non fa
conteggi, dobbiamo capire quale mano ha potuto
produrre un errore senza precedenti nella storia
repubblicana». E ripete: «Chi e dove».
Già, dove? Perché dati strananente esorbitanti erano
arrivati anche da Enna (che fa capo allo stesso
ufficio elettorale della Corte d’Appello di
Catania), Como, Udine e Pisa.
Intanto Licandro aggiunge un elemento che ci
riguarda: «Noi siamo stati aggrediti mediaticamente
e politicamente. Una strana congiuntura: proprio nel
momento in cui perfezionavamo la ricostruzione della
vicenda, proditoriamente il partito - e soprattutto
il nostro segretario Di liberto - sono stati fatti
oggetto di una virulenta aggressione politica e
mediatica, volgare e inaccettabile, come nel caso
del presunto scoop di Libero». Per Licandro «forse
non è una coincidenza» e quest’interrogazione serve
anche a questo: «Noi intendiamo offrire
un’attestazione di attaccamento e di lealtà alla
maggioranza, a questo governo e al presidente del
Consiglio, ma soprattutto al Paese e alle
istituzioni democratiche venute fuori dalla
Costituzione repubblicana e antifascista del ‘48». Patrizia Maltese
Dicembre 2006
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