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ThyssenKrupp: nella fabbrica della tragedia

di Alessandra Valentini

da La Rinascita del 20 dicembre 2007

La dismissione: questa una delle cause di quanto successo alla ThyssenKrupp di Torino, la dismissione è quello che si è presentato davanti agli occhi dei membri della Commissione d’inchiesta sugli incidenti sul lavoro del Senato che martedì della scorsa settimana si sono recati sul luogo della tragedia per una serie di audizioni. Ad attendere i senatori Tofani, Zuccherini, Turigliatto e Tibaldi, seppur tra qualche diffidenza c’erano tutti, ad eccezione della ThyssenKrupp, che ha pensato bene di non presentarsi ad una audizione, ma si sa i padroni sono sempre padroni e si comportano come tali. Secondo Dino Tibaldi, vicepresidente della Commissione, è stato inaccettabile e vergognoso il gesto compiuto dall’Azienda, «in questi casi non possiamo che ricercare la verità sull'accaduto tentando di prevenire eventi simili, e tutti dovrebbero collaborare a ciò. Forse le responsabilità dell'impresa sono troppe al punto che ha preferito disertare l’audizione, ammettendo di fatto le proprie colpe». Con la Commissione si sono invece incontrati il Procuratore generale Maddalena, il Direttore generale della Asl, il Comandante dei Vigili del fuoco, le organizzazioni sindacali e i Rls (Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza). La Procura ha evidenziato, tra le cause dell’incidente, la poca incisività dei controlli causata dalla circostanza che gli ispettori Asl in alcuni casi sono contemporaneamente consulenti delle aziende, con evidente conflitto di interessi tra controllato e controllore e chiaro danno per la sicurezza dei lavoratori. Tale ipotesi combacia perfettamente con le denuncie dei lavoratori che hanno parlato di controlli che avvenivano con il preavviso di due giorni e conseguente ordine di mettere tutto a posto e non eseguire le lavorazioni più rischiose. Il senatore Tibaldi ha definito strano l’atteggiamento tenuto dalla Asl il giorno dell’audizione: «Ci aspettavamo il capo degli ispettori che venisse ad informarci sullo stato delle indagini, invece si è presentato il Direttore generale che si è trincerato dietro il fatto di aver già consegnato al magistrato la documentazione relativa ai rapporti tra Asl e ThyssenKrupp, rifiutandosi di dare altre informazioni nonostante i nostri solleciti». I Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, invece, hanno raccontato che da oltre un anno le loro denuncie su quanto non andava in termini di sicurezza sono rimaste inascoltate e nessuno ha provveduto a rimuovere le criticità da loro segnalate. Questa situazione si è poi ulteriormente aggravata quando l’azienda ha formalizzato la chiusura dello stabilimento e l’esubero totale del personale. «Questo - spiega Tibaldi - ha fatto sì che tutti gli operai ad alta professionalità siano andati alla ricerca di collocazioni alternative, e questo è avvenuto soprattutto per i manutentori». Lo scorso marzo gli ispettori Asl avevano riscontrato ben 35 violazioni in materia di sicurezza, violazioni sulle quali l’azienda non è mai intervenuta. «Ma il fatto grave - racconta ancora Tibaldi - è che a marzo gli ispettori non si sono confrontati con i Rls né hanno mai consegnato loro il verbale prodotto in quella circostanza». Il lavoro della Commissione non è stato facile, sia per la tragicità dei fatti, sia per una atteggiamento di iniziale diffidenza anche da parte dei sindacato e dei delegati. «Questo è successo perché l’azienda, la Confindustria ed anche importanti istituzioni, a partire dal sindaco di Torino, avevano fatto dichiarazioni volte a dare la colpa dell’accaduto al mancato intervento dei sindacati. Una posizione assurda - insiste Tibaldi - che rende comprensibile l’atteggiamento dei delegati. Ma l’episodio più grave è stato che martedì per oltre un’ora ci è stato impedito di entrare nella fabbrica, e la situazione si è sbloccata solo dopo una vivace telefonata tra il presidente Tofani ed il dott. Castelli». Una volta entrati i membri della Commissione hanno potuto visitare il luogo dell’incidente ed il racconto di Dino Tibaldi dà i brividi e fa rabbia al tempo stesso: «La prima cosa che ci ha colpito è che i lavoratori operavano su un impianto molto vecchio ed in una condizione di palpabile smantellamento dell’azienda. Poi a differenza di come si poteva desumere dai racconti di cronaca, il tratto interessato dall’incendio era molto circoscritto (10-15m) e al momento della deflagrazione gli operai erano in uno spazio ristrettissimo e tutti al lavoro per tentare di domare il fuoco, tentare visto lo stato degli estintori e del resto. Paradossalmente se al momento dell’incidente si fossero rifiutati di intervenire ora sarebbero ancora vivi. Ma c’è dell’altro, e qui la sorte è stata benevola, il non funzionamento del telefono d’emergenza ha salvato la vita all’operaio che è stato costretto ad allontanarsi in bicicletta per dare l’allarme». Insomma in una grande azienda, con sedi in tutto il mondo e con fatturati da capogiro, la vita degli operai è affidata al caso, alla buona o alla cattiva sorte e la sicurezza, invece di essere una priorità, una precondizione del lavoro stesso, diventa un terreno su cui trattare, su cui risparmiare e sul quale ricattare i lavoratori.


 

 

La vera soluzione: il proporzionale

Diego Novelli
L’immagine che ogni giorno ci offre la politica italiana, attraverso i giornali e soprattutto la televisione, mi ricorda quando bambino fui sfollato durante la guerra in casa di lontani parenti che vivevano in un paesino in provincia di Alessandria. Essendo nato e cresciuto in una grande città come Torino non avevo mai visto prima di allora una gallina viva. Nel centro dell’aia della cascina c’era una grande recinzione con dentro i più svariati pennuti: galline, galli, capponi, colombi, anatre, oche, tacchini. Nel mio immaginario infantile è rimasto impresso il frastuono di quel pollaio, con tanti animali che si rincorrevano, si beccavano, starnazzavano. Quello spettacolo mi intimidiva tanto che mi trattenevo dall’avvicinarmi alla rete metallica di protezione. Classica paura dell’infanzia.
Identico stato d’animo (questa volta della terza età) provo di fronte al frastuono della politica attuale quando (un po’ masochisticamente) guardo i vari “Ballarò”, “Porta a porta”, “Matrix”, “Otto e mezzo”, nonché i telegiornali.
Su ogni questione è difficile assistere ad un ragionato confronto. Ha ragione Furio Colombo quando racconta ciò che accade ogni giorno al Senato, «con la violenza degli insulti e il tripudio da stadio», diventati una pratica quotidiana da parte degli esponenti della Casa delle libertà «sostenuti dalla stampa di regime».
Ma se la destra offre questo orripilante spettacolo, non è che il comportamento del centro-sinistra sia sempre entusiasmante. Si prenda ad esempio la questione della legge elettorale. Tutti sostengono che va cambiata a partire dal suo ideatore (Calderoli) che l’ha definita, con molta eleganza, come è solito fare, una «porcata». Il capo dello Stato ha autorevolmente sollecitato una riforma al riguardo definendola una «esigenza obiettiva». Il ministro Chiti è stato incaricato di avviare consultazioni con tutti i gruppi parlamentari. Nel frattempo, però, anche Prodi pare ci voglia mettere direttamente il naso.
Sistema tedesco, sistema francese, sbarramento al 5%, proporzionale, maggioritario, doppio turno, elezione diretta del premier, sono alcuni dei temi al centro del nuovo frastuono della politica italiana. Si aggiunga la minaccia di un referendum abrogativo di alcune parti della legge vigente, lanciato dal solito Mario Segni con adesioni trasversali, che arricchirebbe la porcata.
Lo scorso anno la stragrande maggioranza degli italiani, votando contro la Costituzione di Lorenzago, riconfermò la validità e l’attualità della Carta fondamentale della nostra Repubblica. In quella campagna referendaria tutti, sottolineo tutti, da Fini a D’Alema, si sgolarono per sostenere la riduzione del numero dei parlamentari, per rendere più funzionali i lavori dei legislatori, per contenere la polverizzazione della rappresentanza, per abbassare i costi della politica. Nel frastuono di questi giorni più nessuno parla di questo argomento. La casta non si tocca.
Per la legge elettorale la confusione è sovrana. E dire che la soluzione più semplice e lineare sarebbe: sistema proporzionale, con raggruppamento delle liste coalizzate (per garantire il tanto esaltato bipolarismo), con premio di governabilità alla coalizione vincente (55-60% dei seggi), distribuendo in modo proporzionale il premio e non in termini truffaldini come vorrebbero i referendari, premiando soltanto le prime due liste più forti. Con l’elenco dei candidati da depositare presso l’ufficio elettorale, (con diritto degli elettori di poter scegliere) dovrebbe essere anche indicato il nome del candidato alla presidenza del Consiglio, accompagnato dai nominativi degli eventuali ministri che dovrebbero coadiuvarlo. Forse è una proposta troppo semplice, limpida, per il frastuono che ci circonda.
 

 

Il dovere della politica


La precarietà è forse la vera emergenza sociale del nostro tempo. I suoi effetti sono devastanti già nell’immediato, ma nel tempo avranno conseguenze anche più gravi. I lavoratori precari, tantissimi e presenti in tutti i settori, non solo hanno l’incertezza del posto di lavoro ma vivono nell’incertezza di costruirsi un futuro. Non è retorica. Vi faccio un esempio: per stipulare un mutuo per l’acquisto della prima casa la busta paga di un lavoratore a tempo determinato o di un co.co.pro. vale in banca come la carta straccia. Allora serve almeno la garanzia di un genitore, ma anche questa non è una condizione alla portata di tutti, e così ha inizio una piccola via crucis per fare delle cose normali. Poi ci sono le pensioni: la politica (le forze di sinistra) giustamente si occupa di evitare ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile e garantire che le pensioni attuali siano adeguate al reale costo della vita; ma la politica deve avere anche la lungimiranza di occuparsi oggi di chi andrà in pensione tra 25 o 30 anni ed avrà alla spalle anni di lavoro precario, raggiungendo pensioni da 200 o 300 euro, cioè da fame. Insomma il precariato non ti rende precario solo nel lavoro ma anche nella vita.
La politica ha il dovere di rimuovere questa condizione. La Legge 30, introdotta dal governo Berlusconi, ha reso il lavoro precario la normalità, e quello a tempo indeterminato un’eccezione, prevedendo ben 47 tipologie di lavoro e sancendo in maniera definitiva la distinzione tra lavoro subordinato e parasubordinato. Cose serie – grazie ai Comunisti italiani – si stanno facendo. Un primo tassello importante è stato messo con la legge Finanziaria, che ha recepito un nostro emendamento per l’istituzione di un fondo per la stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni. Tutti i precari, da quelli assunti a tempo determinato agli Lsu, ai co.co.co., co.co.pro, ecc. E di tutti i comparti delle pubbliche amministrazioni.
Noi siamo arrivati fin qui. Poi, dopo il decreto del governo, previsto per la fine di aprile, la parola passerà a un tavolo di confronto tra ministeri interessati, Enti locali e sindacati che decideranno i criteri delle assunzioni.
Bisognerà vigilare con grande attenzione. Ci saranno tentativi per ridimensionare la portata dell’emendamento. Torneranno inevitabilmente logiche clientelari e spartitorie. Alle compagne e ai compagni del partito nei territori spetta un ruolo di prima grandezza. Bisognerà allacciare legami con i precari, con i sindacati, con le istituzioni perché i criteri di assunzione siano corretti e trasparenti. E perché tutti siano assunti. Non date retta a chi dice che l’emendamento fissa un “numero tot” di precari da assumere. Non è vero. Si tratta di bugie. E se riuscirete a sventare le bugie e le manovre, avrete fatto un ottimo lavoro. Da comunisti.
Manuela Palermi

 

Momenti difficili


Un momento difficile, quello che il panorama politico sta affrontando in queste settimane. Sembrano infatti essere venute al pettine le molteplici tensioni che covavano sotto la cenere fin dai giorni della nascita di questo governo, ma soprattutto sembra che alcuni poteri forti abbiano deciso di sferrare il colpo mortale all’esperienza di Prodi. I segnali si erano visti già nei giorni della Finanziaria, quando Confindustria una volta incassato una buona dose di sgravi fiscali e agevolazioni non aveva lesinato critiche all’esecutivo. Proprio in quegli stessi giorni poi, il progetto di “grande centro” era riemerso con forza proponendosi come uno sbocco politico appena dietro l’angolo.
Ma l’inversione di tendenza non doveva arrivare dai Palazzi italiani, bensì da ben più lontano: Oltreoceano. Le scelte economiche e politiche del governo Prodi, a volte positive altre contraddittorie, altre ancora insufficienti e deludenti – dai continui attacchi alle pensioni ad una legge sulle unioni civili annacquata dalle pressioni della Chiesa, dalle liberalizzazioni agli indulti – hanno scontentato sicuramente parte di quell’elettorato che con il voto dello scorso aprile aveva mandato a casa Berlusconi, ma a dare maggiormente fastidio sono state le scelte in politica estera. La vera novità di questa fase politica. Il ritrovato protagonismo del nostro Paese e una seppur minima volontà di indipendenza dalla Casa Bianca rappresenta oggi un elemento intollerabile per chi ha una visione assolutistica del potere internazionale. Un cattivo esempio, quindi, da reprimere in ogni modo affinché non possa costituire un modello per altri. E così arrivano richieste arroganti e pressioni intollerabili e non sempre lecite: da Vicenza all’Afghanistan, appunto, con la ciliegina della ricomparsa del fenomeno terroristico. Scenari vecchi, già visti in altre stagioni.
Su questi temi il governo Prodi si gioca oggi il proprio futuro. Con scelte coraggiose ha la possibilità, ribadendo le linee di quel programma che la scorsa primavera ha portato alla vittoria la coalizione, di far fare all’Italia un passo in avanti sotto il profilo della credibilità internazionale e culturale. Ma dietro l’angolo ci sono anche scenari pericolosi fatti di crisi al buio, cambio di maggioranze, rimpasti vari. In molti lavorano in questa ultima direzione, magari auspicando l’uscita dalla maggioranza dei Comunisti italiani. Una malagurata ipotesi che rappresenterebbe la resa proprio a quelle pressioni che oggi arrivano dagli Stati Uniti. Per queste ragioni ribadiamo con forza il nostro “no” alla base di Dal Molin a Vicenza, chiediamo il ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan, e nello stesso tempo incitiamo Prodi ad andare avanti con coerenza e coraggio.
Maurizio Musolino

 

Un 2007 impegnativo

5 gennaio 2007
Quello che si apre è per l’Italia un anno, l’ennesimo, difficile. I recentissimi aumenti, a partire da quelli delle ferrovie, e una finanziaria ancora insufficiente sul piano della redistribuzione dei redditi consegnano infatti al 2007 del tutto intatto il problema salariale, ovvero di come arrivare alla fine del mese. Le ultime settimane del 2006 hanno registrato un importante passo in avanti nella lotta alla precarietà del lavoro: l’impegno del governo di regolarizzare a tempo indeterminato le migliaia di lavoratori pubblici rappresenta una svolta rispetto agli ultimi due decenni, ma la conquista è tutta da consolidare. Le resistenze saranno fortissime, perché dare al lavoro sicurezza e stabilità è la premessa per ridare ai lavoratori quella dignità che, sola, può portare a conquistare diritti e salario dignitosi. E’ chiaro che Confindustria farà sentire tutta la sua forza. Per questo la coalizione di governo dovrà dare segnali precisi, chiari e inequivocabili, tali da ricostruire nel Paese quella fiducia che i sondaggi degli ultimi mesi danno per logorata. Il contrario di attacchi al welfare e alle pensioni paventati da qualcuno. La difesa del lavoro e dei diritti non può che essere al centro del programma di un governo di centrosinistra.
Ma l’anno che si apre sarà caratterizzato anche da una probabile – ennesima, anche questa - rivoluzione del quadro politico. Sia nello schieramento di centrosinistra che in quello di centrodestra i fermenti sono molti. Da una parte a catalizzare l’attenzione delle prossime settimane sarà il percorso verso la nascita del Partito Democratico, voluto e temuto dai Ds e dalla Margherita; dall’altra c’è la crisi di leadership di Berlusconi e il progetto di grande centro che oggi vede protagonisti Mastella e Casini su tutti. A sinistra la nascita di una forza moderata, come il Pd, lascerebbe nella storia italiana un grande vuoto. Dopo i decenni del grande Partito comunista italiano e gli anni in cui una forza vagamente socialdemocratica (il Pds prima, i Ds dopo) ha cercato di mettere radici, l’Italia vedrebbe venir meno la presenza di un forte partito di ispirazione socialista e comunista.
Una sciagura, soprattutto per la difesa di quei diritti del mondo del lavoro e del welfare cui sopra abbiamo brevemente accennato.
Per queste ragioni quanto accade all’interno dei Ds non può, e non deve, lasciarci estranei. Il travaglio del Partito di Fassino e D’Alema obbliga la sinistra a scelte coraggiose, ad una assunzione di responsabilità. Impone a tutti i partiti che oggi compongono il variegato universo di questo schieramento, a volte frammentato, spesso litigioso, uno sforzo per dare risposte all’esigenza di unità manifestata in questi anni ripetutamente dai tanti cittadini, orfani di quello che il Pci ha rappresentato. Milioni di uomini e di donne che non hanno scelto di schierarsi né con questo né con quello decidendo semplicemente di allontanarsi dalla politica. Il 2007 può e deve rappresentare per questa gente una inversione storica di tendenza. Può e deve essere l’anno che vede la sinistra del nostro Paese lasciarsi alle spalle sterili personalismi, spesso carichi di rancore, per avviare un processo reale di unità.
Detto questo, non bisogna chiudere gli occhi davanti alle difficoltà. Questi decenni hanno segnato le vite politiche di molti di noi e rimettere insieme questi cocci non sarà né facile né semplice. Da qui l’estrema attualità della proposta dei Comunisti italiani, la Confederazione, che dovrà essere rilanciata con forza al congresso che si terrà nella prossima primavera. Una Confederazione come atto di estrema generosità politica, strumento per gettarci alle spalle egoismi e rendite di posizione. Una Confederazione che sappia preservare le caratteristiche di tutti, che sappia rispettare tutti, ma nello stesso tempo segnare la volontà di ricomposizione, di unità, appunto. Una Confederazione che sia cosa ben diversa dal tentativo di “inglobare” dentro Rifondazione, attraverso il partito della Sinistra Europea, pezzi di apparato politico a volte autoreferenziali altre disorientati e confusi.
Una grande scommessa, questa, che risponde anche all’appello del capo dello Stato di riscoperta del valore della politica. Un valore che va recuperato ricreando quelle condizioni di militanza e di impegno, ben diverse da chi prospetta semplici alchimie elettorali che hanno dimostrato, in questi anni che ci siamo lasciati alle spalle, di essere fra le principali cause di quel distacco denunciato da Giorgio Napolitano.
Maurizio Musolino

 

La RINASCITA della sinistra

“Fase due”, il grande rischio


Qual è l’ingrediente necessario del grande centro? Quali le condizioni, l’impasto giusto per rinverdire il biancofiore? L’ingrediente principe, si dirà, sono i democristiani, d’altronde la pizza senza la farina non si fa. Vero, verissimo, ma poi serve altro, serve far lievitare la pasta e, per finire, occorre un buon forno. «La Casa delle libertà non ha più senso» dice Casini. «Facciamo liste unitarie tra Udc e Udeur in vista delle europee», subito coglie la palla al balzo il solito Mastella. Non è un bel vedere. Non lo è certamente per quei milioni di italiani che hanno scelto l’Unione sperando in una discontinuità che, in verità, fatica non poco a uscir fuori.
Il grande centro - inteso come nuovo partito o schieramento - non si farà, almeno nel medio periodo; lo sanno bene tanto Mastella che lo propone (ma intanto precisa che la sua è una «indicazione prospettica») quanto un Casini frastornato dai due milioni di italiani (italiani non coglioni) portati in piazza da “Silvio”. La Cdl sarà anche morta, però si muove. E Casini dovrà giocare borderline per non essere risucchiato dal morto o, al contrario, per non fare la parte del voltagabbana. La corte all’Udc sarà serrata. Non per portarlo, armi e bagagli dalle parti del centrosinistra, ma per ottenere il suo sostegno su alcune, centrali questioni. Le stesse che interessano, guarda caso, Luca Cordero di Montezemolo, a partire dall’attacco alle pensioni. Il grande centro non si farà perché c’è già, in mezzo a noi, dentro questo sbrindellato bipolarismo italiano. Il grande centro rischia di chiamarsi fase due del governo. C’è un modo per bloccare i molteplici fornai moderati. Attuare il programma con cui ci si è presentati davanti al paese.
Giampiero Cazzato

 

La notte della repubblica: L'altalena elettorale del 10 aprile



Una notte da brivido quella del 10 aprile 2006 in Italia. L’interminabile notte dello spoglio, i sondaggi che davano l’Unione avanti rispetto al centrodestra, i dati che inizialmente confermavano le previsioni, l’esultanza, poi quel dire e contraddire snervante, la delusione, i numeri che non affluivano più, il black-out totale, l’altalena, avanti l’Unione, no avanti la Casa delle libertà, Prodi che rinvia di ora in ora la festa in piazza che c’è, non c’è, forse si fa, meglio andare tutti a casa, no restiamo.
Una notte da brivido, a Catania più che mai, perché lì quel film già si era visto un anno prima, in occasione delle amministrative, quando dalla federazione del nostro partito partivano i fax per segnalare alla prefettura irregolarità all’interno dei seggi, quando con ostinazione si decideva di presentare un ricorso, per segnalare che cose strane erano avvenute anche nella fase della presentazione delle liste, alcune delle quali ammesse nonostante la mancanza di documentazione corretta.
Ora a Catania è in corso il riconteggio delle schede delle amministrative, ma proprio da questa città siciliana sarebbe partita la ben più grave offensiva alla democrazia italiana, oggetto adesso di un’interrogazione urgente presentata al presidente del Consiglio e al ministro dell’Interno da Orazio Licandro e Oliviero Diliberto.
La mattina dell’11 aprile il Viminale comunica che in tutta Italia ci sono oltre 43.000 schede contestate e di queste poco meno della metà proprio a Catania. Una follia, un dato statisticamente impossibile.
La normalità è di qualche centinaio di schede e a sgranare gli occhi di fronte a quel dato abnorme e impossibile è un professore universitario in pensione di Pavia, Pasquale Scaramozzino, che immediatamente avverte la sua collega Venera Tomaselli, docente di Statistica sociale nella facoltà di Scienze politiche dell’università di Catania. «Due studiosi – dice Licandro – a cui la democrazia italiana deve tanto». Già, perché la professoressa, ricevuta la segnalazione del collega (morto qualche mese dopo in un incidente) si reca subito in prefettura, quello stesso giorno, a chiedere che venga trasmesso il dato corretto.
Ma il problema era altrove: la prefettura infatti aveva riferito soltanto di 33 schede contestate (in tutta Italia sarebbero risultate poi circa duemila) comunicandolo immediatamente al ministero dell’Interno che però aspetta tre giorni per fare sapere agli italiani che s’era sbagliato. Tre giorni durante i quali Silvio Berlusconi urla e strepita, starnazza, parla di brogli, mette in discussione la vittoria dell’Unione, dice che il risultato “deve” cambiare, non si dimette, prepara un decreto per allungare i tempi della verifica.
«Non so se siano state menti sopraffine o mani abilissime a fare tutto questo – spiega Licandro - ma il disegno preciso era quello del golpe elettorale. Se il Viminale avesse ritardato ancora qualche giorno a correggere l’errore, il danno politico sarebbe stato proprio questo: un Paese nel caos. Ciampi non avrebbe potuto conferire a Romano Prodi l’incarico di formare il nuovo governo, saremmo caduti in una condizione da paese sudamericano, ci sarebbero stati disordini».
Licandro aveva drizzato le antenne negli stessi giorni seguenti alle elezioni: «Avevamo sentito voci, mormorii, su un dato catanese anomalo, ma non sapevamo cosa cercare. Abbiamo fatto sapere che eravamo interessati a capirne di più, poi abbiamo incontrato la professoressa Tomaselli». Ora Licandro vuole sapere chi è stato e perché: «Posto che la prefettura ha fornito e ribadito sempre i dati corretti – chiarisce – e preso atto che l’ex ministro dell’Interno Pisanu, per rintuzzare le accuse di Deaglio sulle schede bianche, ha dichiarato che è noto che il ministero non fa conteggi, dobbiamo capire quale mano ha potuto produrre un errore senza precedenti nella storia repubblicana». E ripete: «Chi e dove».
Già, dove? Perché dati strananente esorbitanti erano arrivati anche da Enna (che fa capo allo stesso ufficio elettorale della Corte d’Appello di Catania), Como, Udine e Pisa.
Intanto Licandro aggiunge un elemento che ci riguarda: «Noi siamo stati aggrediti mediaticamente e politicamente. Una strana congiuntura: proprio nel momento in cui perfezionavamo la ricostruzione della vicenda, proditoriamente il partito - e soprattutto il nostro segretario Di liberto - sono stati fatti oggetto di una virulenta aggressione politica e mediatica, volgare e inaccettabile, come nel caso del presunto scoop di Libero». Per Licandro «forse non è una coincidenza» e quest’interrogazione serve anche a questo: «Noi intendiamo offrire un’attestazione di attaccamento e di lealtà alla maggioranza, a questo governo e al presidente del Consiglio, ma soprattutto al Paese e alle istituzioni democratiche venute fuori dalla Costituzione repubblicana e antifascista del ‘48».
Patrizia Maltese

 

 

Dicembre 2006

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