-Ci
voleva l'OCSE
per scoprire che in Italia i salari sono tra i più bassi
-Ci
mancava Veltroni
dire ai padroni del nord-est "ORA SIAMO LIBERI"
L'ambasciatore
Usa, «Pd e Pdl sono sovrapponibili». E ora larghe
intese
Inusuale
intervento pubblico del diplomatico Usa a Roma alla
vigilia del voto
L'America vorrebbe un governo di «larghe intese». Lo
dice apertamente l'ambasciatore americano a Roma,
Ronald Spogli
Del resto, continua l'ambasciatore, «le ricette dei
due schieramenti si sovrappongono». Che Pd e Pdl non
siano alternativi l'uno all'altro è sempre stato
evidente, soprattutto in questa campagna elettorale,
durante la quale troppo spesso si è assistito a
simpatici siparietti su chi aveva copiato per primo
il programma dell'avversario.
Le parole di Ronald Spogli non sono quindi altro che
un'ulteriore conferma delle spinte sempre meno
occulte dei grandi poteri che influenzano il Paese.
Le entrate a gamba tesa di Confindustria e Vaticano
si sprecano, ma nonostante l'ombra statunitense
abbia sempre oscurato la politica italiana, è la
prima volta che Washington rompe il tradizionale
riserbo alla vigilia del voto.
«Ci vuole un terreno comune per fare cambiamenti che
non sono facili» sostiene l'ambasciatore
statunitense, in Italia dal 2005 ed in procinto di
lasciare il suo posto, alla fine del 2008. Nel corso
di un'analisi sul malessere italiano Spogli non
risparmia il Paese, anche a fronte dei dati Ocse
negativi sulla produttività e del reddito pro-capite
italiano. Ma non ha mancato anche di parlare della
frustrazione degli Usa, dovuta ad un'Italia
«migliore alleata del dopoguerra» e che oggi è
definita «difficile», «opaca», «inospitale agli
investimenti stranieri», dove, guarda caso – forse
questa la colpa più grave – il coinvolgimento della
politica soffoca l'economia.
Gli Stati Uniti danno una stretta ulteriore intorno
all'Italia, considerata forse un po' “sfuggente” in
questo ultimo periodo, e con Berlusconi e Veltroni
insieme sanno di poter rinsaldare la propria
egemonia e le proprie servitù sul Paese.
Veltroni,
«la destra mi
può votare».
Lo sapevamo
!
Appello accorato al popolo di destra
Veltroni che si pone come
alternativa al Popolo della libertà?
A leggere i programmi dei due
partiti maggiori in corsa per le
elezioni non si direbbe
Anzi,
è lecito avere più di qualche
fondato dubbio.
Se poi si considerano anche le
scelte di campo rispetto
all'elettorato di riferimento anche
i dubbi diventano certezze. Il
leader del Partito democratico,
infatti, constatando che «ai comizi
di Fini c'è pochissima gente» lancia
un appello «alle persone perbene del
centrodestra» che vogliono «uscire
dal lungo inverno».
Il blocco sociale di riferimento del
Partito democratico non esiste. Per
Veltroni evidentemente è un qualcosa
di oscuro, indistinto e confuso, è
un «ma anche» che esclude anziché
includere.
Non è formato dalla classe
lavoratrice, che non può essere
rappresentata da Calearo, Ichino o
Colaninno. Non può essere nessuno
che chieda rispetto della laicità
dello stato e del proprio
orientamento sessuale, delle proprie
scelte di vita più personali perché
dovrebbe vedersela con Paola Binetti.
Non possono essere uomini e donne
che chiedono di vivere in un'Italia
votata alla pace, con un esercito al
servizio dell'articolo 11 della
Costituzione, perché si
scontrerebbero col generale Del
Vecchio.
Ma potrebbe essere formato, questo
blocco sociale di riferimento, da
una parte di elettorato oggi
disinteressato alla politica ma che
se guarda, lo fa verso destra.
Quindi bravo Veltroni, continui a
rivolgersi all'elettorato che Fini
non riesce a portare in piazza.
(8.4.08)
Veltroni
bipartitista per perdere
Il 13 e 14 aprile la
sinistra unita affronta una prova
elettorale decisiva dal cui esito
dipenderanno le prospettive della
interminabile transizione italiana.
Ovvero, se la sinistra riuscirà o no
a respingere l’attacco che la
vorrebbe permanentemente marginale.
Non già semplicemente
all’opposizione ma politicamente e
socialmente irrilevante. La partita
si gioca su due terreni elettorali -
le politiche generali e le
amministrative e regionali - ma, a
ben vedere, su due linee politiche
delle alleanze: una la pretesa
“vocazione maggioritaria” dell’asso
pigliatutto, l’altra, l’alleanza
politica e programmatica dello
schieramento democratico di
centro-sinistra nelle Regioni, nelle
Province e nei Comuni, a partire da
Roma. Nel contesto amministrativo
non è passata “l’idea” - immorale ed
egoistica - di Veltroni che
preferisce la sconfitta elettorale
o, peggio, il successivo “inciucio”
con la destra, piuttosto che un
nuovo accordo con la sinistra unita.
Perché sia la sconfitta che il
possibile successivo accordo con la
destra non fanno ostacolo al
bipartitismo politico e
all’interclassismo sociale, mentre
sarebbero precluse con la sinistra.
Un tempo si diceva “uniti si
vince”. Oggi, nella trasfigurazione
veltroniana, la parola d’ordine
dalle parti del Partito democratico
è diventata “divisi si perde
meglio”. Infatti il reale obiettivo
dell’ex sindaco di Roma non è la
vittoria sulla destra ma la
sconfitta della sinistra. Questa
linea va contestata sul suo terreno
per riaprire un processo di unità
sociale e politica delle forze di
sinistra e democratiche. Ma anche
dalla tornata amministrativa, dove,
viceversa, sono ben radicate e forti
le ragioni dello schieramento
unitario tra le forze di sinistra e
democratiche, può e deve affermarsi,
con successi e vittorie per i
governi locali, il progetto di una
sinistra unita e di governo.
Noi, Comunisti italiani, che
volevamo l’unità per il governo del
Paese e che pratichiamo l’unità
nelle istituzioni locali, a
differenza del Partito democratico,
non viviamo contraddizioni e
doppiezze. Infatti “la Sinistra
l’Arcobaleno” è presente nella
prossima tornata elettorale nel 95
per cento dei Comuni sopra i
quindicimila abitanti, nella
totalità delle Province, nelle
grandi realtà come Roma, oppure in
regioni come la Sicilia e il Friuli
Venezia Giulia. Si tratta di un
risultato assai positivo, frutto di
un esemplare processo unitario
costruito nelle realtà territoriali
che ha visto la partecipazione di
cittadini e associazioni oltre che,
s’intende, del ruolo decisivo dei
partiti della sinistra. Questa è la
premessa, ora al lavoro per il
successo della sinistra e del nostro
partito. Paolo
Guerrini
Diliberto,
«la situazione di salari e
pensioni è ormai insostenibile»
Una fase di turbolenza
finanziaria, così il Fondo
monetario internazionale
definisce la crisi che sta
investendo i mercati mondiali,
«una crisi globale
spiega il direttore generale del
Fondo Dominique Strauss-Khan -
per fronteggiare la quale
occorre l'intervento pubblico».
In altre parole il libero
mercato, la concorrenza, le
privatizzazioni, l'intero
sistema finanziario, figlio del
modello capitalista, si trova
ora in gravi difficoltà e la
conseguenza sarà una frenata del
3,7% della crescita economica
mondiale. Da qui l'allarme
lanciato dall'Fmi e l'invito ad
un intervento da parte degli
Stati, del soggetto pubblico,
per aiutare il mercato
“privato”, «ritengo che la
necessità di un intervento
pubblico si sia fatta più
evidente», ribadisce ai Governi
Strauss-Khan.
Ma se il Fondo monetario
internazionale chiede
l'intervento pubblico per
salvaguardare mercati ed
investitori, un euguale impegno
dello Stato è necessario per
difendere il potere di acquisto
dei lavoratori e delle famiglie
italiane. E' quello che chiede
il segretario del Pdci, Oliviero
Diliberto, commentando proprio
le stime dell'Fmi che tagliano
drasticamente le prospettive di
crescita economica italiane per
il 2008, con un incremento del
Pil che non supererà lo 0,3%.
«Di fronte alla recessione
chiediamo protezione immediata
di salari e pensioni» ha detto
Oliviero Diliberto, ribadendo la
necessità di un meccanismo
automatico che adegui
annualmente i salari e le
pensioni alla crescita
dell'inflazione e all'aumento
del costo della vita, in altre
parole una nuova scala mobile.
Per il leader comunista lo Stato
deve muoversi a tutela dei
lavoratori dipendenti e
pensionati che non riescono ad
arrivare alla fine del mese e
sono gli unici finora ad aver
pagato le conseguenze della
recessione, «certo non sono
stati imprenditori e dirigenti,
basta vedere le tabelle dei loro
compensi».
(8.4.08)
DILIBERTO:
SE LE BUGIE FOSSERO REATI,
ERGASTOLO A FRANCHESCHINI
Roma 7 aprile
2008
Ma come, prima ci cacciano e
non vogliono fare l'accordo
con noi e adesso ci dicono
che se perdono e vince
Berlusconi è colpa nostra?
Franceschini ha una bella
faccia tosta a dire che noi
siamo come Nader. Se la
bugia fosse un reato, oggi a
Franceschini dovrebbero dare
l'ergastolo.
Franceschini dimentica che
sono stati Veltroni e il Pd
a decidere di presentarsi
alle elezioni senza di noi.
Attenzione, non da soli, ma
senza la sinistra. Perchè
hanno fatto accordi con
tutti, imbarcando la
qualunque, da Di Pietro ai
Radicali, da Calearo al
generale Del Vecchio. Lo
hanno fatto perchè vogliono
cancellare la sinistra.
Licandro:
Il Pd è già esploso,
Binetti più reazionaria
di Del Vecchio
Roma 3
aprile 2008
Le scuse di Del Vecchio
sulle aberranti
dichiarazioni sugli
omosessuali, sui
bordelli e sul nonnismo
sono una toppa peggiore
del buco perché lui
ammette di pensare
queste cose ma di averle
dette per ingenuità
politica. E’ molto più
coerente nella sua ferma
logica reazionaria la
senatrice Binetti che
aveva già votato contro
la fiducia al governo
Prodi. Queste posizioni
sono imbarazzanti, per
l’opinione pubblica, ma
anche per il povero
Veltroni che impegnerà
l’ultima settimana di
campagna elettorale in
smentite: il pd è già
esploso. Veltroni ha una
responsabilità enorme
con questi candidati
politicamente
impresentabili per una
forza che si definisce
moderna e riformista e
che si candida alla
guida del paese. Il
programma con
l’imprinting di
Confindustria e
candidati di questo tipo
collocano il Pd su un
versante neocentrista
che guarda a destra. E’
dunque finita
l’illusione e gli
elettori di
centrosinistra si stanno
amaramente svegliando
prima del risultato del
14 aprile. L’unica
svolta può aversi
soltanto con un successo
di Sinistra Arcobaleno
che obblighi il Pd a
modificare radicalmente
la propria strategia.
Palermi:Fieri che Veltroni
non voglia alleanza con
sinistra
Veltroni non vuole
ritornare alle vecchie
alleanze con la
Sinistra? Siamo fieri
perche' non vorremmo mai
essere 'compagni di
merende' di Del Vecchio,
Ichino, Calearo,
Colaninno e i vari
teodem. Quelle del Pd
sono politiche
conservatrici,
reazionarie e contro gli
interessi dei lavoratori
. Veltroni ha gia'
pronto l'inciucio con
Berlusconi, infatti non
fa che rassicurarlo su
possibili accordi post
elezioni. Continua a
tirare in ballo la bugia
del voto utile, pur di
prendere le distanze
dalla Sinistra
l'Arcobaleno che in
questa legislatura si e'
battuta in Parlamento
per le vere riforme,
dalle unioni civili
all'abolizione della
legge 30, puntualmente
bocciate dal Pd. In
effetti, in questa
campagna elettorale il
Pd ha mostrato il suo
vero volto, distante dai
lavoratori e da chi e'
veramente di sinistra.
Veltroni boccia
l'Unione,
è
una grande liberazione
Pd
e Pdl simili
anche negli attacchi al Governo
Prodi
«Aver scelto di andare alle elezioni
da soli, senza la vecchia coalizione
del centrosinistra è una grande
liberazione»,
lo ha detto Walter Veltroni durante
un comizio elettorale a Pavia. Il
leader del Pd ha difeso, a modo suo
l'operato di Romano Prodi ma ha
“anche”, espressione ormai
veltroniana, criticato l'Unione e il
passato Governo di centrosinistra:
«non voglio più vedere ministri in
piazza contro il Governo che
rappresentano, basta programmi di
280 pagine e vertici di
maggioranza». Veltroni ha poi
ribadito che la scelta del Pd di
presentarsi da solo (dimentica forse
Idv e Radiali che erano anche nella
passata coalizione) rappresenta il
vero cambiamento della politica
italiana e la decisione di chiudere
una stagione politica che «è durata
15 anni e che non poteva andare più
avanti».
Le dichiarazioni di Veltroni e il
suo giudizio sulla coalizione di
centrosinistra guidata da Prodi e
promossa dallo stesso prima con
l'esperienza dell'Ulivo e poi
dell'Unione, sono per Manuela
Palermi, capogruppo Verdi-Pdci al
Senato, esternazioni gravissime «ma
che fanno chiarezza su chi abbia
causato la fine del governo Prodi.
Veltroni si è liberato di tutto, ora
è libero dalla sinistra e
liberissimo di portarsi al centro,
anzi quasi al centrodestra, della
scena politica italiana. Oggi
Veltroni ha dimostrato che non solo
il programma lo accomuna al leader
del Pdl ma anche l'odio nei
confronti dell'Unione, rappresentata
da Romano Prodi. Tra Pd e Pdl non
c'è la gara al voto utile ma al voto
simile».(19.3.08)
DILIBERTO: ELEZIONI.
BERLUSCONI FA IL PAIO CON
CALEARO
Berlusconi parla ancora una
volta di tasse per
ricordare, non e' una cosa
nuova, che non devono essere
pagate. Il leader di Forza
Italia fa il paio con il
candidato del Partito
Democratico Calearo gia'
noto per essere stato in
passato l'organizzatore in
Veneto dello sciopero
fiscale. Come vedete i loro
progetti sono proprio
uguali. Hanno ragione ad
accusarsi l'un l'altro di
essersi copiato il programma
di governo.
Veltroni
dice «no» al voto disgiunto tra Pd e
Sinistra l’Arcobaleno nelle regioni
considerate in bilico per l’assegnazione del
premio di maggioranza al Senato. «Non so di
cosa si tratti, nessuno me ne ha parlato
I comunisti sono diversi da tutti gli altri,
per questo motivo ho deciso di lasciare il
Parlamento ed al mio posto ci sara' come
capolista Ciro Argentino, operaio della
Thyssen. La politica si puo' fare bene anche
fuori dalle istituzioni. Non mi candido in
Parlamento ma continuero' a fare il
segretario del partito. Avevamo deciso di
eleggere un operaio e nella trattativa pero'
non c'era posto, io mi chiamo fuori e cosi'
sara' garantita l'elezione ad un operaio. E'
una scelta che non mi pesa assolutamente ed
e' una risposta alla politica della casta.
Più
tempo passa,
più la scelta
di Oliviero Diliberto di candidare un
operaio si dimostra una scelta d'eccezione
ed eccezionale; una scelta di classe, una
scelta contro la casta, una scelta di
svolta!Grande
Oliviero.
Valenti Denis
segretario federazione Forlì
DILIBERTO:
SENZA NOI VELTRONI CONSEGNA
IL PAESE A BERLUSCONI
Roma 18 marzo
2008
Walter Veltroni ha la
responsabilita' storica di
consegnare il Paese a
Berlusconi. Glielo dobbiamo
ricordare ogni giorno: se ci
fosse ancora il
centrosinistra saremmo li' a
combattere per il governo
del Paese e invece ha scelto
di liberarsi di noi perche'
eravamo d'impaccio al suo
modello liberista. I
sondaggi accreditano la
Sinistra Arcobaleno dell'8%
esattamente lo scarto che
divide il Pd dal Pdl. Eravamo
pronti a rinegoziare un
patto per sbarrare la strada
a Berlusconi ma non ci hanno
voluto preferendo imbarcare
tutto e il contrario di
tutto, da Di Pietro che ha
sempre terremotato il
centrosinistra ai Radicali,
fino agli imprenditori come
Calearo favorevoli allo
sciopero fiscale e che
ringraziano San Mastella per
aver fatto cadere il nostro
governo.
Sgobio:
Il Pd
nega l’accordo con la
Sinistra e ora ricatta
Roma
7 aprile 2008
Dalle parti del Pd regna la
disperazione e il
nervosismo. Resisi conto che
le probabilità che
Berlusconi ritornerà al
governo sono altissime, ora
mettono le mani avanti e
preventivamente scaricano la
colpa sulla sinistra. E'
un'ignobile campagna
denigratoria fondata su un
inganno plateale agli
elettori: questa non è una
competizione bipartitica. E'
stato il Pd a rifiutare
sdegnosamente un accordo con
la Sinistra per battere le
destre, inaugurando la
stagione dei listoni
elettorali pigliatutto dove
c'è tutto e il contrario di
tutto. Questa strategia
mostra tutto il suo
fallimento, alimentando
scontento già nelle file del
Pd. Il voto a La
Sinistra-L'Arcobaleno è un
voto essenziale per battere
le destre e per fare
un'opposizione inflessibile
ad ogni ipotesi di inciucio
tra Pd e Pdl alle spalle dei
lavoratori, dei giovani e
dei pensionati. Se vogliono
cancellarci, hanno sbagliato
di grosso, e il 13 e il 14
aprile la risposta a questo
scellerato disegno sarà
eloquente.
Il Senatur spara ancora, a salve
«Imbracceremo i fucili contro la
canaglia romana»
«Se
necessario, per fermare i romani
che hanno stampato queste schede
elettorali che sono una vera
porcata, e non permettono di
votare in semplicità e
chiarezza, potremmo anche
imbracciare i fucili»
Parola del Senatur, al secolo
Umberto Bossi, che da Verbania,
sul Lago Maggiore, chiude il
suo intervento con uno dei suoi
cavalli di battaglia, ovvero con
una delle minacce da lui più
usate.
A spingere il leader della Lega
Nord a questo ennesimo coupe de
theatre è bastata la nuova
polemica, scoppiata ad una
settimana dal voto, quella sulla
leggibilità delle schede
elettorali: «Il ministro degli
Interni - ha aggiunto Bossi - ha
fatto stampare delle schede in
cui di fatto non si può votare.
I veneti, i piemontesi, i
lombardi non permetteranno
questo imbroglio»
Umberto Bossi sembra soffrire di
una forma quasi maniacale di
attaccamento alle espressioni
eversive, oltre che alle armi.
Già nel giugno 1992 ottenne la
gloria delle cronache con il suo
celebre «Se Roma dice no alle
riforme sarà sparatoria
generale. Stiamo oliando i
kalashnikov» per poi doppiare
l'esperienza, nel novembre dello
stesso anno, con «Un golpe
romano? Il loro generaletto
glielo spazziamo via con qualche
camion di armi dalla Croazia».
«A chi vuole coinvolgerci nelle
tangenti ricordo che le
pallottole costano trecento
lire. La sua vita vale tanto»
risale al settembre 1993 mentre
nell'agosto del 1994 raccontò:
«Nel 1986 ho bloccato
un'insurrezione bergamasca: 300
mila uomini erano pronti a
combattere Roma». Nel 1986? I
conti non tornano ma non
importa, perché all'inizio del
'96 fu la volta dei miti
cinematografici, con «Ci siamo
rotti le palle. E allora faccio
come Braveheart mi tolgo la
giacca e tiro fuori lo spadone»
e nel luglio del 1997 sostiene
che «Il referendum contro la
caccia? Per fortuna è fallito
Meglio avere 2 milioni di
doppiette padane».
Una vera ossessione, la sua che
arriva fino ad oggi con le
schede elettorali, anche se già
nel 2007 aveva profetizzato:
«C'è sempre una prima volta per
tirar fuori il fucile».
Queste sono solo alcune delle
affermazioni pubbliche di un
politico italiano, già deputato
e senatore della Repubblica,
ministro, europarlamentare e
fondatore e leader del movimento
politico Lega Nord, partito di
maggioranza con i governi
Berlusconi, nel passato e
probabilmente nell'imminente
futuro, che ha sempre espresso
uomini di governo in posizioni
di primo piano: ministri del
Lavoro, dell'Interno, della
Giustizia, delle Riforme
costituzionali, sempre
rigorosamente della Repubblica
italiana.
(7.4.08)
Diliberto a Mirafiori
«Riaffermare la centralità
del lavoro nelle
istituzioni»
Fiat Mirafiori è senza
dubbio una parte importante,
forse fondamentale, della
campagna elettorale della
Sinistra l'Arcobaleno e del
Pdci.. E' un luogo simbolo
della lotta della classe
operaia e del conflitto
capitale-lavoro. Oggi
davanti alla Porta 2 dello
stabilimento Fiat Mirafiori
i Comunisti italiani, con il
segretario Oliviero
Diliberto, hanno incontrato
i lavoratori per riaffermare
la centralità del lavoro
nella politica.Diliberto ha
così spiegato agli operai la
sua scelta di rinunciare al
posto sicuro coma capolista
alla circoscrizione di
Torino per permettere ad un
operaio, Ciro Argentino, di
«riaffermare la centralità
del lavoro nelle
istituzioni. Perché essere
di sinistra significa essere
dalla parte di chi sta male,
essere di sinistra significa
essere diversi, non possono
esistere i “ma anche”. Per
questo saremo in Parlamento
e nel Paese per darvi voce
in nome di Berlinguer il cui
insegnamento sulla diversità
comunista è un nostro tratto
distintivo», ha dichiarato.La
diversità comunista è anche
questa, “mollare la
poltrona” per un operaio
della Thyssen che non può
dimenticare i suoi 7
compagni morti nel rogo
criminale della linea 5:
«Noi comunisti non abbiamo
mai abbandonato il terreno
del conflitto, non possiamo
essere assoggettati al
capitale. Bisogna
riaffermare con forza le
questioni del lavoro, della
sicurezza, e le politiche
salariale che devono essere
affrontate all'interno delle
scadenze dei contratti
nazionali», ha aggiunto Ciro
Argentino.
«Noi
comunisti all'interno della
Sinistra l'Arcobaleno ci
poniamo come alternativa» ad
un sistema, quello
inaugurato da veltrusconi,
che vorrebbe un bipartitismo
che non crea alternanza dato
che Pd e Pdl dicono la
stessa cosa. «Per cui
bisogna dare forza ai
comunisti e alla Sinistra
l'Arcobaleno di cui fanno
parte», ha concluso
Diliberto.
(4.4.08)
Le prime spine per Veltroni
Insorgono,
si fa per dire, i radicali sui 9 eletti garantiti
(6.3.08) - «Ma
tra Pd e radicali non era stato siglato un patto di
omogeneità programmatica? Veltroni ha sempre detto
di voler fare accordi solo con chi ci stava sul
programma. La domanda sorge spontanea dal momento
che nell'accordo tra Pd e Radicali, invece, si sente
parlare di soldi, di posti in lista e di candidature
sicure. E' questa la “bella politica” del il Pd?»
afferma sarcastico Pino Sgobio,
capogruppo del Pdci alla Camera ed esponente della
Sinistra-Arcobaleno.
Ma la polemica dei radicali sulle liste continua e
con Marco Pannella, pur ribadendo che l'accordo tra
i due partiti non è in discussione, inaugura uno
sciopero della fame
e della sete «per la lealtà dei patti. Non abbiamo
alcuna intenzione di ritirarci dalle liste è un
favore che non faremo ma daremo battaglia per
difendere l'onesta e la povertà contro l'arroganza
dei padroni».
Parole non gradite da Veltroni che ha lanciato agli
“alleati” un ultimatum, «un accordo non è un tram
con i posti prenotati, le liste sono chiuse. Questa
vicenda deve essere chiusa “ad horas”».
E oggi a quanto pare, sempre in nome dell'omogeneità
programmatica che contraddistingue un Pd che va
dalla Binetti a Pannella passando per metalmeccanici
e capi di Federmeccanica, otto esponenti radicali su
nove hanno firmato, davanti al notaio,
l'accettazione della candidatura. Secondo quanto
viene riferito la sola Emma Bonino non avrebbe
ancora espletato il passaggio burocratico che
ufficializza la propria candidatura.
Grande coalizione?
Berlusconi e Veltroni
già ci pensano
(5.3.08) -
«Se la maggioranza al
Senato non sarà ampia, io non farò come Prodi» ha
dichiarato Silvio Berlusconi riaprendo così il
balletto delle larghe intese con il Pd di Veltroni
Il Cavaliere, sicuro di vincere, ha dichiarato che
se non avrà i numeri a Palazzo Madama non formerà il
governo ma sarà pronto ad avviare col Pd un percorso
comune «per risolvere i problemi veri dell'Italia»,
dalla legge elettorale alle liberalizzazioni. Tutto
ciò presupporrebbe un governo tecnico composto da
una squadra di ministri «superqualificati ed
imparziali», guidato, “ovviamente”, da Mario Draghi,
che per Berlusconi sarebbe l'uomo giusto per questo
compito.
Sembrerebbe fantascienza, gli italiani ancora non
sono andati alle urne, la campagna elettorale è in
pieno svolgimento e c'è chi parla già di governi
tecnici. Ma forse l'ipotesi non è poi così assurda
se con una sospetta coincidenza di tempi anche
Walter Veltroni ripropone la possibilità di un
«pareggio» fra Pd e Pdl. E allora che fare? Il
leader democratico non si spinge a parlare di grande
coalizione, ma leggendo fra le righe è chiaro che lì
vuole arrivare. Se dalle elezioni non uscirà una
maggioranza netta (e già si sa che con questa legge
elettorale e con questi schieramenti al Senato
difficilmente chi vincerà avrà molto vantaggio)
«bisognerà fare le riforme – afferma Veltroni - e
poi ritornare al voto». Riforme da varare, è chiaro,
in accordo con il Pdl, una larga intesa per un
periodo limitato ma non troppo breve, si parla
infatti di un paio di anni.
Il balletto delle intese
Castagnetti
auspica un'opposizione che non si oppone
(25.2.08)
-
«Il Paese non sopporterebbe che l'opposizione
faccia l'opposizione fino in fondo. Lo disse
Aldo Moro, oggi è ancora cosi. Oggi, in
aggiunta, serve che opposizione e maggioranza
lavorino insieme Serve che le riforme le si
faccia insieme. Serve una vera legislatura di
pacificazione che combatta le emergenze sempre
più drammatiche. Penso all'energia, ad esempio.
Tutto ciò senza pensare ad inciuci ma per il
bene del Paese che ha bisogno di una vera
tregua».
Queste parole le ha pronunciate Pierluigi
Castagnetti, numero due del Partito democratico,
esponente dell'area cattolica dell'ormai
multiforme formazione di Veltroni.
Sull'altro fronte di questa guerra non
guerreggiata, per usare una metafora bellica,
venerdì sera nel salotto di Enrico Mentana il
Cavaliere apre clamorosamente al governo delle
larghe intese con il Pd, in caso di pareggio
sostanziale il 14 aprile, salvo poi smentire,
come è nel suo stile, le parole pronunciate
davanti a milioni di telespettatori.
Intanto Veltroni nega, a parole, di avere in
mente le larghe intese con Berlusconi, ma non
convince il gioco col Cavaliere su chi ha
scritto per primo il proprio programma, del
resto non hanno ancora deciso chi ha copiato a
chi.
E per non confondere troppo gli italiani
continuano, Walter e Silvio, e i loro colonnelli
e luogotenenti, ad invocare il voto utile per
battere l'altro, tanto poi sarà lo stesso.
«La verità è che il Pd - commenta il capogruppo
del Prc al Senato Giovanni Russo Spena - si
attrezza a collaborare con la destra di
Berlusconi, Fini e la Lega ma non vuole
spaventare l'elettorato di sinistra. Chiede voti
utili a battere Berlusconi, che è un'impresa
certamente al di fuori della realtà, per
utilizzarli in un'alleanza con Berlusconi. Il
che dimostra che l'unico voto veramente utile è
alla Sinistra Arcobaleno».
«Una campagna elettorale all’insegna di uno
strano bon ton è quella inaugurata da Veltroni
ma si rischia veramente di perdere di vista le
realtà delle cose ed anche il senso della
decenza» afferma la senatrice del Pdci Maria
Pellegatta.
«Quando Veltroni si è precipitato per andare a
stringere la mano ad una senatrice di Forza
Italia sotto al relativo gazebo, mi chiedo
almeno se si sia accertato che non fosse quella
senatrice di Forza Italia che in una seduta,
mentre parlava il senatore D’Ambrosio, gridò
“assassino, assassino”. Altro che campagna
elettorale civile – conclude l'esponente dei
Comunisti italiani - con Veltroni e le sue
singolari strette di mano siamo alla messa in
scena della perdita dei più elementari valori
del centrosinistra».
stritolamento
Dal nord al sud, il trio delle meraviglie
Milano tra affari e politica
Sinistra unico argine a questa deriva
(22.2.08)
- Ci sembra
del tutto ovvio che il “giovane” Matteo
Colaninno sia capolista a Milano prima di Walter
Veltroni. La logica conclusione della deriva
confindustriale che ha imboccato il Pd
Veltroni, da bravo
comunicatore, vende l’operazione come
un’apertura ai giovani di belle speranze, che
per giunta incarnano la nuova linea del Pd, che
sta con gli operai, ma anche coi padroni.
Le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma
rinfrescare la memoria su Colaninno Roberto
serve a capire di cosa stiamo parlando.
Roberto Colaninno, con Gnutti e Consorte, diede
l’assalto al cielo: quello dei vertici del
capitalismo italiano, si intende. Nel 1999
Telecom è privatizzata dal governo di
centrosinistra. Colaninno, capo di Olivetti,
lancia la più grande scalata mai tentata in
Italia con un’opa a Telecom, azienda che vale 60
miliardi di euro. È una scalata a debito:
Colaninno, Gnutti e Consorte non hanno i soldi
necessari, ma hanno gli agganci giusti, così le
banche concedono mega prestiti milionari.
Mettono su una bella serie di scatole cinesi e
conquistano il 51% di Telecom.
Hopa (controllata da Gnutti, con dentro Monte
dei Paschi di Siena, Unipol e Fininvest, nel
miglior spirito bipartisan) possiede Bell
(oscura società con sede nel paradiso fiscale
del Lussemburgo). Bell controlla Olivetti, che
possiede Tecnost, che controlla Telecom.
Quando parte la scalata D’Alema benedice i
“capitani coraggiosi” e rinuncia a esercitare la
golden share (una sorta di potere di veto del
Governo). Fazio, governatore della Banca
d’Italia, si adopera per il buon fine
dell’operazione. Prende vita quella che Guido
Rossi definirà «la merchant bank di Palazzo
Chigi». Nel giro di due anni Telecom/Olivetti
affoga nei debiti e non si trovano finanziatori.
Nel 2001 arriva la Pirelli di Tronchetti Provera
(acerrimo nemico di Prodi, ma ora c’è Berlusconi
al governo), che pone come condizione la testa
di Colaninno: richiesta accolta, ovviamente a
peso d’oro. Alle società dei capitani coraggiosi
l’acquisto di Telecom da parte di Tronchetti
frutta 1,5 miliardi di plusvalenze. Un bel
guadagno per soli tre anni di lavoro (e sappiamo
quanto sono tassate le rendite finanziarie: la
metà di quanto è tassato il lavoro dipendente).
Colaninno, tra tutto, acquisirà un “tesoretto”
di oltre 200 milioni di euro. Su queste
plusvalenze il fisco ci mette il naso: Bell è
una società esterovestita in Lussemburgo per
transazioni estero su estero finalizzate ad
evadere il fisco italiano, questa è l’accusa e
la richiesta è un mega risarcimento di oltre 600
milioni di euro. Alla fine la Bell staccherà al
fisco italiano un assegno da “soli” 156 milioni
di euro.
Alla fine della fiera succede che i capitani
coraggiosi di Colaninno escono dall’affare
Telecom con le tasche gonfie, ma lasciano a
bocca asciutta i piccoli azionisti di Olivetti e
di Telecom.
La più grande privatizzazione italiana darà
questi frutti: nel ’99 Telecom aveva circa 1
miliardo di debiti con i risparmiatori e 9
miliardi di debiti con le banche. Nel 2007 i
debiti erano saliti a 34 miliardi con i
risparmiatori e a 12 miliardi con le banche (e
Tronchetti Proverà aveva lasciato la presidenza
del Cda di Telecom nel settembre 2006).
In questa vicenda c’è l’avvio della nuova
stagione del capitalismo italiano, dei furbetti
del quartierino, di Fazio, Consorte e Fiorani
fino alle spy story della security Telecom di
Tavaroli. Sappiamo che fine hanno fatto. Ma
l’inizio è là, nella madre di tutte le scalate,
dove troviamo già molti dei protagonisti degli
anni successivi. Anni di conflitti d’interesse e
di legami tra politica e affari, in modo
assolutamente bipartisan. Anni in cui i nuovi
corsari (non pirati, ma corsari, perché hanno la
copertura della politica, così come il corsaro
Drake aveva il placet della corona inglese)
fanno affari d’oro sulla pelle dei piccoli
azionisti e depredando le società (e le banche)
di cui vanno all’arrembaggio.
Tutto ciò per spiegare chi rappresenta Matteo
Colaninno: il volto pulito di quella razza
padana che ha terremotato il capitalismo
italiano negli ultimi anni. Oramai il Pd, rotti
gli indugi, si candida a rappresentare gli
interessi confindustriali, ma è bene ricordare
sempre di che razza è certo capitalismo
italiano: predatorio.
A Milano si giocherà un bello scontro politico
sui futuri legami tra affari e politica. Una
volta le lobby economiche giocavano da fuori,
ora il Pd le porta direttamente in Parlamento.
La sinistra è l’unico argine a questa deriva.
Francesco Francescaglia
Segretario federazione metropolitana Pdci Milano
DILIBERTO: PD-PDL PER'VOTO UTILE',VOGLIONO
INCIUCIORoma 19 febbraio 2008,Le dichiarazioni di Fini che chiedono il
voto utile per Pdl e Pd sono la
dimostrazione che Veltroni e Berlusconi
stanno lavorando all'inciucio e al
governissimo per dopo il voto. Una ragione
di piu' per votare Sinistra Arcobaleno e
Bertinotti candidato premier.
Veltroni
in tour
Sgobio:
«La Sinistra-l'Arcobaleno è
un'opposizione alla destra e
un'alternativa al Pd»
(18.2.08) -
È partita
domenica dall'Abruzzo la campagna
elettorale, o meglio il tour sul bus
verde, di Walter Veltroni che lancia lo
slogan (d'ispirazione Usa) “Si può fare”
e annuncia la rimonta sul Pdl
Veltroni
cita i sondaggi secondo cui i
democratici in una settimana avrebbero
recuperato due punti e ora la distanza
che divide il Pd dal Pdl è solo di 6
punti, a vantaggio della formazione di
Silvio Berlusconi.
Il leader del Pd lancia poi i 12 punti
del programma presentato il giorno prima
alla Costituente del partito, più una
serie di parole “calde”, a dire il vero,
che una vera dichiarazione d'intenti e
interventi concreti. Quindi si va, ad
esempio, dalla riduzione delle tasse al
problema della casa, dal controllo della
spesa all'innovazione del mezzogiorno.
Parte poi anche l'annuncio di alcuni
candidati e non passa inosservata
l'assenza di Antonio Bassolino che non
risulterà nelle liste del Pd e non sta
partecipando alla campagna elettorale.
Ovvio che per i democratici la presenza
fra i candidati del presidente della
Campania in questa fase potrebbe essere
motivo quantomeno di imbarazzo, non
abbastanza però perché lo stesso si
dimetta, evidentemente.
Fra i candidati del Pd invece Walter
Veltroni annuncia fra gli altri
l'imprenditore Roberto Colaninno e
l'operaio della ThyssenKrupp, Antonio
Boccuzzi.
«Candidano un imprenditore ed un
operaio? Uno è di troppo» ha commentato
Fausto Bertinotti, candidato de la
Sinistra-l'Arcobaleno, che in polemica
con le candidature dei democratici cerca
però di non accendere i toni dello
scontro che è prima di tutto con il Pdl:
«Facciamo opposizione radicale alla
destra, ma siamo in competizione con il
Pd».
Per Pino Sgobio,
capogruppo del Pdci alla Camera dopo
l'equidistanza sancita da Veltroni tra
mondo del lavoro e mondo padronale, di
cui queste candidature sono esempio,
«ora c'è bisogno più che mai di una
sinistra che faccia dei lavoratori,
della lotta alla precarietà, della pace
e della laicità il punto fermo della sua
azione».
Per l'esponente dei Comunisti italiani
il panorama si va sempre più chiarendo:
«Il Pd si conferma partito
moderatissimo, di centro, con vista a
destra. A sinistra c'è la
Sinistra-l'Arcobaleno, che è la vera
novità. Il voto che gli elettori daranno
a la Sinistra-l'Arcobaleno rappresenterà
un voto doppiamente utile per garantire
un'opposizione forte e determinata alla
destra e offrire un'alternativa al Pd,
sia sul piano dei contenuti che su
quello culturale».
Se la formazione che vede insieme Pdci,
Prc, Verdi e Sd si presenta come
un'alternativa forte a sinistra,
dall'altra parte si configura la
possibilità di un centro moderato.
Infatti Pier Ferdinando Casini in questi
giorni ha sancito definitivamente la
rottura con Silvio Berlusconi e ha
aperto la campagna elettorale dell'Udc
che lo vedrà correre come candidato
premier. Da Casini arriva anche un
appello verso tutte le forze di centro
moderate, un messaggio diretto in primis
a Pezzotta e Mastella, per «lavorare
insieme – dice il leader dell'Udc - ad
una maggioranza relativa».
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