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-Ci voleva l'OCSE per scoprire che in Italia i salari sono tra i più bassi

-Ci mancava Veltroni dire ai padroni  del nord-est "ORA SIAMO LIBERI"

 

L'ambasciatore Usa, «Pd e Pdl sono sovrapponibili». E ora larghe intese  

Inusuale intervento pubblico del diplomatico Usa a Roma alla vigilia del voto
 

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L'America vorrebbe un governo di «larghe intese». Lo dice apertamente l'ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli 

Del resto, continua l'ambasciatore, «le ricette dei due schieramenti si sovrappongono». Che Pd e Pdl non siano alternativi l'uno all'altro è sempre stato evidente, soprattutto in questa campagna elettorale, durante la quale troppo spesso si è assistito a simpatici siparietti su chi aveva copiato per primo il programma dell'avversario.
Le parole di Ronald Spogli non sono quindi altro che un'ulteriore conferma delle spinte sempre meno occulte dei grandi poteri che influenzano il Paese. Le entrate a gamba tesa di Confindustria e Vaticano si sprecano, ma nonostante l'ombra statunitense abbia sempre oscurato la politica italiana, è la prima volta che Washington rompe il tradizionale riserbo alla vigilia del voto.

«Ci vuole un terreno comune per fare cambiamenti che non sono facili» sostiene l'ambasciatore statunitense, in Italia dal 2005 ed in procinto di lasciare il suo posto, alla fine del 2008. Nel corso di un'analisi sul malessere italiano Spogli non risparmia il Paese, anche a fronte dei dati Ocse negativi sulla produttività e del reddito pro-capite italiano. Ma non ha mancato anche di parlare della frustrazione degli Usa, dovuta ad un'Italia «migliore alleata del dopoguerra» e che oggi è definita «difficile», «opaca», «inospitale agli investimenti stranieri», dove, guarda caso – forse questa la colpa più grave – il coinvolgimento della politica soffoca l'economia.
Gli Stati Uniti danno una stretta ulteriore intorno all'Italia, considerata forse un po' “sfuggente” in questo ultimo periodo, e con Berlusconi e Veltroni insieme sanno di poter rinsaldare la propria egemonia e le proprie servitù sul Paese.

 

 

Veltroni, «la destra mi può votare». Lo sapevamo !  

Appello accorato al popolo di destra

Image Veltroni che si pone come alternativa al Popolo della libertà? A leggere i programmi dei due partiti maggiori in corsa per le elezioni non si direbbe 

Anzi, è lecito avere più di qualche fondato dubbio.
Se poi si considerano anche le scelte di campo rispetto all'elettorato di riferimento anche i dubbi diventano certezze. Il leader del Partito democratico, infatti, constatando che «ai comizi di Fini c'è pochissima gente» lancia un appello «alle persone perbene del centrodestra» che vogliono «uscire dal lungo inverno».
Il blocco sociale di riferimento del Partito democratico non esiste. Per Veltroni evidentemente è un qualcosa di oscuro, indistinto e confuso, è un «ma anche» che esclude anziché includere.

Non è formato dalla classe lavoratrice, che non può essere rappresentata da Calearo, Ichino o Colaninno. Non può essere nessuno che chieda rispetto della laicità dello stato e del proprio orientamento sessuale, delle proprie scelte di vita più personali perché dovrebbe vedersela con Paola Binetti. Non possono essere uomini e donne che chiedono di vivere in un'Italia votata alla pace, con un esercito al servizio dell'articolo 11 della Costituzione, perché si scontrerebbero col generale Del Vecchio.

Ma potrebbe essere formato, questo blocco sociale di riferimento, da una parte di elettorato oggi disinteressato alla politica ma che se guarda, lo fa verso destra. Quindi bravo Veltroni, continui a rivolgersi all'elettorato che Fini non riesce a portare in piazza.

 (8.4.08)

 

 

Veltroni

bipartitista per perdere

Stampa  

Il 13 e 14 aprile la sinistra unita affronta una prova elettorale decisiva dal cui esito dipenderanno le prospettive della interminabile transizione italiana. Ovvero, se la sinistra riuscirà o no a respingere l’attacco che la vorrebbe permanentemente marginale. Non già semplicemente all’opposizione ma politicamente e socialmente irrilevante. La partita si gioca su due terreni elettorali - le politiche generali e le amministrative e regionali - ma, a ben vedere, su due linee politiche delle alleanze: una la pretesa “vocazione maggioritaria” dell’asso pigliatutto, l’altra, l’alleanza politica e programmatica dello schieramento democratico di centro-sinistra nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni, a partire da Roma. Nel contesto amministrativo non è passata “l’idea” - immorale ed egoistica - di Veltroni che preferisce la sconfitta elettorale o, peggio, il successivo “inciucio” con la destra, piuttosto che un nuovo accordo con la sinistra unita. Perché sia la sconfitta che il possibile successivo accordo con la destra non fanno ostacolo al bipartitismo politico e all’interclassismo sociale, mentre sarebbero precluse con la sinistra.
 Un tempo si diceva “uniti si vince”. Oggi, nella trasfigurazione veltroniana, la parola d’ordine dalle parti del Partito democratico è diventata “divisi si perde meglio”. Infatti il reale obiettivo dell’ex sindaco di Roma non è la vittoria sulla destra ma la sconfitta della sinistra. Questa linea va contestata sul suo terreno per riaprire un processo di unità sociale e politica delle forze di sinistra e democratiche. Ma anche dalla tornata amministrativa, dove, viceversa, sono ben radicate e forti le ragioni dello schieramento unitario tra le forze di sinistra e democratiche, può e deve affermarsi, con successi e vittorie per i governi locali, il progetto di una sinistra unita e di governo.
Noi, Comunisti italiani, che volevamo l’unità per il governo del Paese e che pratichiamo l’unità nelle istituzioni locali, a differenza del Partito democratico, non viviamo contraddizioni e doppiezze. Infatti “la Sinistra l’Arcobaleno” è presente nella prossima tornata elettorale nel 95 per cento dei Comuni sopra i quindicimila abitanti, nella totalità delle Province, nelle grandi realtà come Roma, oppure in regioni come la Sicilia e il Friuli Venezia Giulia. Si tratta di un risultato assai positivo, frutto di un esemplare processo unitario costruito nelle realtà territoriali che ha visto la partecipazione di cittadini e associazioni oltre che, s’intende, del ruolo decisivo dei partiti della sinistra. Questa è la premessa, ora al lavoro per il successo della sinistra e del nostro partito.
Paolo Guerrini

 

Diliberto, «la situazione di salari e pensioni è ormai insostenibile»

Una fase di turbolenza finanziaria, così il Fondo monetario internazionale definisce la crisi che sta investendo i mercati mondiali, «una crisi globale 

spiega il direttore generale del Fondo Dominique Strauss-Khan - per fronteggiare la quale occorre l'intervento pubblico».

In altre parole il libero mercato, la concorrenza, le privatizzazioni, l'intero sistema finanziario, figlio del modello capitalista, si trova ora in gravi difficoltà e la conseguenza sarà una frenata del 3,7% della crescita economica mondiale. Da qui l'allarme lanciato dall'Fmi e l'invito ad un intervento da parte degli Stati, del soggetto pubblico, per aiutare il mercato “privato”, «ritengo che la necessità di un intervento pubblico si sia fatta più evidente», ribadisce ai Governi Strauss-Khan.

Ma se il Fondo monetario internazionale chiede l'intervento pubblico per salvaguardare mercati ed investitori, un euguale impegno dello Stato è necessario per difendere il potere di acquisto dei lavoratori e delle famiglie italiane. E' quello che chiede il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, commentando proprio le stime dell'Fmi che tagliano drasticamente le prospettive di crescita economica italiane per il 2008, con un incremento del Pil che non supererà lo 0,3%.

«Di fronte alla recessione chiediamo protezione immediata di salari e pensioni» ha detto Oliviero Diliberto, ribadendo la necessità di un meccanismo automatico che adegui annualmente i salari e le pensioni alla crescita dell'inflazione e all'aumento del costo della vita, in altre parole una nuova scala mobile.
Per il leader comunista lo Stato deve muoversi a tutela dei lavoratori dipendenti e pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese e sono gli unici finora ad aver pagato le conseguenze della recessione, «certo non sono stati imprenditori e dirigenti, basta vedere le tabelle dei loro compensi».

(8.4.08) 

 

 

DILIBERTO: SE LE BUGIE FOSSERO REATI, ERGASTOLO A FRANCHESCHINI  

Roma 7 aprile 2008

Ma come, prima ci cacciano e non vogliono fare l'accordo con noi e adesso ci dicono che se perdono e vince Berlusconi è colpa nostra? Franceschini ha una bella faccia tosta a dire che noi siamo come Nader. Se la bugia fosse un reato, oggi a Franceschini dovrebbero dare l'ergastolo.
Franceschini dimentica che sono stati Veltroni e il Pd a decidere di presentarsi alle elezioni senza di noi. Attenzione, non da soli, ma senza la sinistra. Perchè hanno fatto accordi con tutti, imbarcando la qualunque, da Di Pietro ai Radicali, da Calearo al generale Del Vecchio. Lo hanno fatto perchè vogliono cancellare la sinistra.

 

   

 

Licandro: Il Pd è già esploso, Binetti più reazionaria di Del Vecchio

Roma 3 aprile 2008

Le scuse di Del Vecchio sulle aberranti dichiarazioni sugli omosessuali, sui bordelli e sul nonnismo sono una toppa peggiore del buco perché lui ammette di pensare queste cose ma di averle dette per ingenuità politica. E’ molto più coerente nella sua ferma logica reazionaria la senatrice Binetti che aveva già votato contro la fiducia al governo Prodi. Queste posizioni sono imbarazzanti, per l’opinione pubblica, ma anche per il povero Veltroni che impegnerà l’ultima settimana di campagna elettorale in smentite: il pd è già esploso. Veltroni ha una responsabilità enorme con questi candidati politicamente impresentabili per una forza che si definisce moderna e riformista e che si candida alla guida del paese. Il programma con l’imprinting di Confindustria e candidati di questo tipo collocano il Pd su un versante neocentrista che guarda a destra. E’ dunque finita l’illusione e gli elettori di centrosinistra si stanno amaramente svegliando prima del risultato del 14 aprile. L’unica svolta può aversi soltanto con un successo di Sinistra Arcobaleno che obblighi il Pd a modificare radicalmente la propria strategia.

 

Palermi: Fieri che Veltroni non voglia alleanza con sinistra  

Veltroni non vuole ritornare alle vecchie alleanze con la Sinistra? Siamo fieri perche' non vorremmo mai essere 'compagni di merende' di Del Vecchio, Ichino, Calearo, Colaninno e i vari teodem. Quelle del Pd sono politiche conservatrici, reazionarie e contro gli interessi dei lavoratori . Veltroni ha gia' pronto l'inciucio con Berlusconi, infatti non fa che rassicurarlo su possibili accordi post elezioni. Continua a tirare in ballo la bugia del voto utile, pur di prendere le distanze dalla Sinistra l'Arcobaleno che in questa legislatura si e' battuta in Parlamento per le vere riforme, dalle unioni civili all'abolizione della legge 30, puntualmente bocciate dal Pd. In effetti, in questa campagna elettorale il Pd ha mostrato il suo vero volto, distante dai lavoratori e da chi e' veramente di sinistra.

Veltroni boccia l'Unione,

 è una grande liberazione

 

Pd e Pdl simili anche negli attacchi al Governo Prodi

Image «Aver scelto di andare alle elezioni da soli, senza la vecchia coalizione del centrosinistra è una grande liberazione», lo ha detto Walter Veltroni durante un comizio elettorale a Pavia. Il leader del Pd ha difeso, a modo suo l'operato di Romano Prodi ma ha “anche”, espressione ormai veltroniana, criticato l'Unione e il passato Governo di centrosinistra: «non voglio più vedere ministri in piazza contro il Governo che rappresentano, basta programmi di 280 pagine e vertici di maggioranza». Veltroni ha poi ribadito che la scelta del Pd di presentarsi da solo (dimentica forse Idv e Radiali che erano anche nella passata coalizione) rappresenta il vero cambiamento della politica italiana e la decisione di chiudere una stagione politica che «è durata 15 anni e che non poteva andare più avanti».
Le dichiarazioni di Veltroni e il suo giudizio sulla coalizione di centrosinistra guidata da Prodi e promossa dallo stesso prima con l'esperienza dell'Ulivo e poi dell'Unione, sono per Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci al Senato, esternazioni gravissime  «ma che fanno chiarezza su chi abbia causato la fine del governo Prodi. Veltroni si è liberato di tutto, ora è libero dalla sinistra e liberissimo di portarsi al centro, anzi quasi al centrodestra, della scena politica italiana. Oggi Veltroni ha dimostrato che non solo il programma lo accomuna al leader del Pdl ma anche l'odio nei confronti dell'Unione, rappresentata da Romano Prodi. Tra Pd e Pdl non c'è la gara al voto utile ma al voto simile».(19.3.08) 

 

DILIBERTO: ELEZIONI. BERLUSCONI FA IL PAIO CON CALEARO  

Berlusconi parla ancora una volta di tasse per ricordare, non e' una cosa nuova, che non devono essere pagate. Il leader di Forza Italia fa il paio con il candidato del Partito Democratico Calearo gia' noto per essere stato in passato l'organizzatore in Veneto dello sciopero fiscale. Come vedete i loro progetti sono proprio uguali. Hanno ragione ad accusarsi l'un l'altro di essersi copiato il programma di governo. 

                           ImageVeltroni dice «no» al voto disgiunto tra Pd e Sinistra l’Arcobaleno nelle regioni considerate in bilico per l’assegnazione del premio di maggioranza al Senato. «Non so di cosa si tratti, nessuno me ne ha parlato

 

 

I comunisti sono diversi da tutti gli altri, per questo motivo ho deciso di lasciare il Parlamento ed al mio posto ci sara' come capolista Ciro Argentino, operaio della Thyssen. La politica si puo' fare bene anche fuori dalle istituzioni. Non mi candido in Parlamento ma continuero' a fare il segretario del partito. Avevamo deciso di eleggere un operaio e nella trattativa pero' non c'era posto, io mi chiamo fuori e cosi' sara' garantita l'elezione ad un operaio. E' una scelta che non mi pesa assolutamente ed e' una risposta alla politica della casta.

 

Più tempo passa,

più la scelta di Oliviero Diliberto di candidare un operaio si dimostra una scelta d'eccezione ed eccezionale; una scelta di classe, una scelta contro la casta, una scelta di svolta!Grande Oliviero. Valenti Denis segretario federazione Forlì

DILIBERTO: SENZA NOI VELTRONI CONSEGNA IL PAESE A BERLUSCONI

Roma 18 marzo 2008

Walter Veltroni ha la responsabilita' storica di consegnare il Paese a Berlusconi. Glielo dobbiamo ricordare ogni giorno: se ci fosse ancora il
centrosinistra saremmo li' a combattere per il governo del Paese e invece ha scelto di liberarsi di noi perche' eravamo d'impaccio al suo modello liberista. I sondaggi accreditano la Sinistra Arcobaleno dell'8% esattamente lo scarto che divide il Pd dal Pdl. Eravamo pronti a rinegoziare un patto per sbarrare la strada a Berlusconi ma non ci hanno voluto preferendo imbarcare tutto e il contrario di tutto, da Di Pietro che ha sempre terremotato il centrosinistra ai Radicali, fino agli imprenditori come Calearo favorevoli allo sciopero fiscale e che ringraziano San Mastella per aver fatto cadere il nostro governo.

Sgobio: Il Pd nega l’accordo con la Sinistra e ora ricatta

 Roma 7 aprile 2008

Dalle parti del Pd regna la disperazione e il nervosismo. Resisi conto che le probabilità che Berlusconi ritornerà al governo sono altissime, ora mettono le mani avanti e preventivamente scaricano la colpa sulla sinistra. E' un'ignobile campagna denigratoria fondata su un inganno plateale agli elettori: questa non è una competizione bipartitica. E' stato il Pd a rifiutare sdegnosamente un accordo con la Sinistra per battere le destre, inaugurando la stagione dei listoni elettorali pigliatutto dove c'è tutto e il contrario di tutto. Questa strategia mostra tutto il suo fallimento, alimentando scontento già nelle file del Pd. Il voto a La Sinistra-L'Arcobaleno è un voto essenziale per battere le destre e per fare un'opposizione inflessibile ad ogni ipotesi di inciucio tra Pd e Pdl alle spalle dei lavoratori, dei giovani e dei pensionati. Se vogliono cancellarci, hanno sbagliato di grosso, e il 13 e il 14 aprile la risposta a questo scellerato disegno sarà eloquente.

Il Senatur spara ancora, a salve

 

«Imbracceremo i fucili contro la canaglia romana»

Image «Se necessario, per fermare i romani che hanno stampato queste schede elettorali che sono una vera porcata, e non permettono di votare in semplicità e chiarezza, potremmo anche imbracciare i fucili»

Parola del Senatur, al secolo Umberto Bossi, che da Verbania, sul Lago Maggiore,  chiude il suo intervento con uno dei suoi cavalli di battaglia, ovvero con una delle minacce da lui più usate.
A spingere il leader della Lega Nord a questo ennesimo coupe de theatre è bastata la nuova polemica, scoppiata ad una settimana dal voto, quella sulla leggibilità delle schede elettorali: «Il ministro degli Interni - ha aggiunto Bossi - ha fatto stampare delle schede in cui di fatto non si può votare. I veneti, i piemontesi, i lombardi non permetteranno questo imbroglio»

Umberto Bossi sembra soffrire di una forma quasi maniacale di attaccamento alle espressioni eversive, oltre che alle armi. Già nel giugno 1992 ottenne la gloria delle cronache con il suo celebre «Se Roma dice no alle riforme sarà sparatoria generale. Stiamo oliando i kalashnikov» per poi doppiare l'esperienza, nel novembre dello stesso anno, con «Un golpe romano? Il loro generaletto glielo spazziamo via con qualche camion di armi dalla Croazia».
«A chi vuole coinvolgerci nelle tangenti ricordo che le pallottole costano trecento lire. La sua vita vale tanto» risale al settembre 1993 mentre nell'agosto del 1994 raccontò: «Nel 1986 ho bloccato un'insurrezione bergamasca: 300 mila uomini erano pronti a combattere Roma». Nel 1986? I conti non tornano ma non importa, perché all'inizio del '96 fu la volta dei miti cinematografici, con «Ci siamo rotti le palle. E allora faccio come Braveheart mi tolgo la giacca e tiro fuori lo spadone» e nel luglio del 1997 sostiene che «Il referendum contro la caccia? Per fortuna è fallito Meglio avere 2 milioni di doppiette padane».
Una vera ossessione, la sua che arriva fino ad oggi con le schede elettorali, anche se già nel 2007 aveva profetizzato: «C'è sempre una prima volta per tirar fuori il fucile».

Queste sono solo alcune delle affermazioni pubbliche di un politico italiano, già deputato e senatore della Repubblica, ministro, europarlamentare e fondatore e leader del movimento politico Lega Nord, partito di maggioranza con i governi Berlusconi, nel passato e probabilmente nell'imminente futuro, che ha sempre espresso uomini di governo in posizioni di primo piano: ministri del Lavoro, dell'Interno, della Giustizia, delle Riforme costituzionali, sempre rigorosamente della Repubblica italiana.

(7.4.08)

 

Diliberto a Mirafiori

 

 

 

«Riaffermare la centralità del lavoro nelle istituzioni»

Image Fiat Mirafiori è senza dubbio una parte importante, forse fondamentale, della campagna elettorale della Sinistra l'Arcobaleno e del Pdci.. E' un luogo simbolo della lotta della classe operaia e del conflitto capitale-lavoro. Oggi davanti alla Porta 2 dello stabilimento Fiat Mirafiori i Comunisti italiani, con il segretario Oliviero Diliberto, hanno incontrato i lavoratori per riaffermare la centralità del lavoro nella politica.Diliberto ha così spiegato agli operai la sua scelta di rinunciare al posto sicuro coma capolista alla circoscrizione di Torino per permettere ad un operaio, Ciro Argentino, di «riaffermare la centralità del lavoro nelle istituzioni. Perché essere di sinistra significa essere dalla parte di chi sta male, essere di sinistra significa essere diversi, non possono esistere i “ma anche”. Per questo saremo in Parlamento e nel Paese per darvi voce in nome di Berlinguer il cui insegnamento sulla diversità comunista è un nostro tratto distintivo», ha dichiarato.La diversità comunista è anche questa, “mollare la poltrona” per un operaio della Thyssen che non può dimenticare i suoi 7 compagni morti nel rogo criminale della linea 5: «Noi comunisti non abbiamo mai abbandonato il terreno del conflitto, non possiamo essere assoggettati al capitale. Bisogna riaffermare con forza le questioni del lavoro, della sicurezza, e le politiche salariale che devono essere affrontate all'interno delle scadenze dei contratti nazionali», ha aggiunto Ciro Argentino.
«Noi comunisti all'interno della Sinistra l'Arcobaleno ci poniamo come alternativa» ad un sistema, quello inaugurato da veltrusconi, che vorrebbe un bipartitismo che non crea alternanza dato che Pd e Pdl dicono la stessa cosa. «Per cui bisogna dare forza ai comunisti e alla Sinistra l'Arcobaleno di cui fanno parte», ha concluso Diliberto.

(4.4.08) 

 

Le prime spine per Veltroni

 

Insorgono, si fa per dire, i radicali sui 9 eletti garantiti

(6.3.08) - «Ma tra Pd e radicali non era stato siglato un patto di omogeneità programmatica? Veltroni ha sempre detto di voler fare accordi solo con chi ci stava sul programma. La domanda sorge spontanea dal momento che nell'accordo tra Pd e Radicali, invece, si sente parlare di soldi, di posti in lista e di candidature sicure. E' questa la “bella politica” del il Pd?» afferma sarcastico Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera ed esponente della Sinistra-Arcobaleno.
Ma la polemica dei radicali sulle liste continua e con Marco Pannella, pur ribadendo che l'accordo tra i due partiti non è in discussione, inaugura uno sciopero della fam
pannella_furiosoe e della sete «per la lealtà dei patti. Non abbiamo alcuna intenzione di ritirarci dalle liste è un favore che non faremo ma daremo battaglia per difendere l'onesta e la povertà contro l'arroganza dei padroni».
Parole non gradite da Veltroni che ha lanciato agli “alleati” un ultimatum, «un accordo non è un tram con i posti prenotati, le liste sono chiuse. Questa vicenda deve essere chiusa “ad horas”».
E oggi a quanto pare, sempre in nome dell'omogeneità programmatica che contraddistingue un Pd che va dalla Binetti a Pannella passando per metalmeccanici e capi di Federmeccanica, otto esponenti radicali su nove hanno firmato, davanti al notaio, l'accettazione della candidatura. Secondo quanto viene riferito la sola Emma Bonino non avrebbe ancora espletato il passaggio burocratico che ufficializza la propria candidatura.

 

 

 

Grande coalizione?

 

q-walter_silvionew
Berlusconi e Veltroni già ci pensano

(5.3.08) - «Se la maggioranza al Senato non sarà ampia, io non farò come Prodi» ha dichiarato Silvio Berlusconi riaprendo così il balletto delle larghe intese con il Pd di Veltroni
Il Cavaliere, sicuro di vincere, ha dichiarato che se non avrà i numeri a Palazzo Madama non formerà il governo ma sarà pronto ad avviare col Pd un percorso comune «per risolvere i problemi veri dell'Italia», dalla legge elettorale alle liberalizzazioni. Tutto ciò presupporrebbe un governo tecnico composto da una squadra di ministri «superqualificati ed imparziali», guidato, “ovviamente”, da Mario Draghi, che per Berlusconi sarebbe l'uomo giusto per questo compito.
Sembrerebbe fantascienza, gli italiani ancora non sono andati alle urne, la campagna elettorale è in pieno svolgimento e c'è chi parla già di governi tecnici. Ma forse l'ipotesi non è poi così assurda se con una sospetta coincidenza di tempi anche Walter Veltroni ripropone la possibilità di un «pareggio» fra Pd e Pdl. E allora che fare? Il leader democratico non si spinge a parlare di grande coalizione, ma leggendo fra le righe è chiaro che lì vuole arrivare. Se dalle elezioni non uscirà una maggioranza netta (e già si sa che con questa legge elettorale e con questi schieramenti al Senato difficilmente chi vincerà avrà molto vantaggio) «bisognerà fare le riforme – afferma Veltroni - e poi ritornare al voto». Riforme da varare, è chiaro, in accordo con il Pdl, una larga intesa per un periodo limitato ma non troppo breve, si parla infatti di un paio di anni.

 

 

Il balletto delle intese

 
q-walter_silvioCastagnetti auspica un'opposizione che non si oppone

(25.2.08) - «Il Paese non sopporterebbe che l'opposizione faccia l'opposizione fino in fondo. Lo disse Aldo Moro, oggi è ancora cosi. Oggi, in aggiunta, serve che opposizione e maggioranza lavorino insieme Serve che le riforme le si faccia insieme. Serve una vera legislatura di pacificazione che combatta le emergenze sempre più drammatiche. Penso all'energia, ad esempio. Tutto ciò senza pensare ad inciuci ma per il bene del Paese che ha bisogno di una vera tregua».
Queste parole le ha pronunciate Pierluigi Castagnetti, numero due del Partito democratico, esponente dell'area cattolica dell'ormai multiforme formazione di Veltroni.
Sull'altro fronte di questa guerra non guerreggiata, per usare una metafora bellica, venerdì sera nel salotto di Enrico Mentana il Cavaliere apre clamorosamente al governo delle larghe intese con il Pd, in caso di pareggio sostanziale il 14 aprile, salvo poi smentire, come è nel suo stile, le parole pronunciate davanti a milioni di telespettatori.
Intanto Veltroni nega, a parole, di avere in mente le larghe intese con Berlusconi, ma non convince il gioco col Cavaliere su chi ha scritto per primo il proprio programma, del resto non hanno ancora deciso chi ha copiato a chi.
E per non confondere troppo gli italiani continuano, Walter e Silvio, e i loro colonnelli e luogotenenti, ad invocare il voto utile per battere l'altro, tanto poi sarà lo stesso.
«La verità è che il Pd - commenta il capogruppo del Prc al Senato Giovanni Russo Spena - si attrezza a collaborare con la destra di Berlusconi, Fini e la Lega ma non vuole spaventare l'elettorato di sinistra. Chiede voti utili a battere Berlusconi, che è un'impresa certamente al di fuori della realtà, per utilizzarli in un'alleanza con Berlusconi. Il che dimostra che l'unico voto veramente utile è alla Sinistra Arcobaleno».
«Una campagna elettorale all’insegna di uno strano bon ton è quella inaugurata da Veltroni ma si rischia veramente di perdere di vista le realtà delle cose ed anche il senso della decenza» afferma la senatrice del Pdci Maria Pellegatta.
«Quando Veltroni si è precipitato per andare a stringere la mano ad una senatrice di Forza Italia sotto al relativo gazebo, mi chiedo almeno se si sia accertato che non fosse quella senatrice di Forza Italia che in una seduta, mentre parlava il senatore D’Ambrosio, gridò “assassino, assassino”. Altro che campagna elettorale civile – conclude l'esponente dei Comunisti italiani - con Veltroni e le sue singolari strette di mano siamo alla messa in scena della perdita dei più elementari valori del centrosinistra».
 

stritolamento

 

Dal nord al sud, il trio delle meraviglie

Milano tra affari e politica

 

Sinistra unico argine a questa deriva

(22.2.08q-duomo_milano) - Ci sembra del tutto ovvio che il “giovane” Matteo Colaninno sia capolista a Milano prima di Walter Veltroni. La logica conclusione della deriva confindustriale che ha imboccato il Pd Veltroni, da bravo comunicatore, vende l’operazione come un’apertura ai giovani di belle speranze, che per giunta incarnano la nuova linea del Pd, che sta con gli operai, ma anche coi padroni.
Le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma rinfrescare la memoria su Colaninno Roberto serve a capire di cosa stiamo parlando.
Roberto Colaninno, con Gnutti e Consorte, diede l’assalto al cielo: quello dei vertici del capitalismo italiano, si intende. Nel 1999 Telecom è privatizzata dal governo di centrosinistra. Colaninno, capo di Olivetti, lancia la più grande scalata mai tentata in Italia con un’opa a Telecom, azienda che vale 60 miliardi di euro. È una scalata a debito: Colaninno, Gnutti e Consorte non hanno i soldi necessari, ma hanno gli agganci giusti, così le banche concedono mega prestiti milionari. Mettono su una bella serie di scatole cinesi e conquistano il 51% di Telecom.
Hopa (controllata da Gnutti, con dentro Monte dei Paschi di Siena, Unipol e Fininvest, nel miglior spirito bipartisan) possiede Bell (oscura società con sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo). Bell controlla Olivetti, che possiede Tecnost, che controlla Telecom.
Quando parte la scalata D’Alema benedice i “capitani coraggiosi” e rinuncia a esercitare la golden share (una sorta di potere di veto del Governo). Fazio, governatore della Banca d’Italia, si adopera per il buon fine dell’operazione. Prende vita quella che Guido Rossi definirà «la merchant bank di Palazzo Chigi». Nel giro di due anni Telecom/Olivetti affoga nei debiti e non si trovano finanziatori. Nel 2001 arriva la Pirelli di Tronchetti Provera (acerrimo nemico di Prodi, ma ora c’è Berlusconi al governo), che pone come condizione la testa di Colaninno: richiesta accolta, ovviamente a peso d’oro. Alle società dei capitani coraggiosi l’acquisto di Telecom da parte di Tronchetti frutta 1,5 miliardi di plusvalenze. Un bel guadagno per soli tre anni di lavoro (e sappiamo quanto sono tassate le rendite finanziarie: la metà di quanto è tassato il lavoro dipendente). Colaninno, tra tutto, acquisirà un “tesoretto” di oltre 200 milioni di euro. Su queste plusvalenze il fisco ci mette il naso: Bell è una società esterovestita in Lussemburgo per transazioni estero su estero finalizzate ad evadere il fisco italiano, questa è l’accusa e la richiesta è un mega risarcimento di oltre 600 milioni di euro. Alla fine la Bell staccherà al fisco italiano un assegno da “soli” 156 milioni di euro.

Alla fine della fiera succede che i capitani coraggiosi di Colaninno escono dall’affare Telecom con le tasche gonfie, ma lasciano a bocca asciutta i piccoli azionisti di Olivetti e di Telecom.
La più grande privatizzazione italiana darà questi frutti: nel ’99 Telecom aveva circa 1 miliardo di debiti con i risparmiatori e 9 miliardi di debiti con le banche. Nel 2007 i debiti erano saliti a 34 miliardi con i risparmiatori e a 12 miliardi con le banche (e Tronchetti Proverà aveva lasciato la presidenza del Cda di Telecom nel settembre 2006).
In questa vicenda c’è l’avvio della nuova stagione del capitalismo italiano, dei furbetti del quartierino, di Fazio, Consorte e Fiorani fino alle spy story della security Telecom di Tavaroli. Sappiamo che fine hanno fatto. Ma l’inizio è là, nella madre di tutte le scalate, dove troviamo già molti dei protagonisti degli anni successivi. Anni di conflitti d’interesse e di legami tra politica e affari, in modo assolutamente bipartisan. Anni in cui i nuovi corsari (non pirati, ma corsari, perché hanno la copertura della politica, così come il corsaro Drake aveva il placet della corona inglese) fanno affari d’oro sulla pelle dei piccoli azionisti e depredando le società (e le banche) di cui vanno all’arrembaggio.

Tutto ciò per spiegare chi rappresenta Matteo Colaninno: il volto pulito di quella razza padana che ha terremotato il capitalismo italiano negli ultimi anni. Oramai il Pd, rotti gli indugi, si candida a rappresentare gli interessi confindustriali, ma è bene ricordare sempre di che razza è certo capitalismo italiano: predatorio.
A Milano si giocherà un bello scontro politico sui futuri legami tra affari e politica. Una volta le lobby economiche giocavano da fuori, ora il Pd le porta direttamente in Parlamento. La sinistra è l’unico argine a questa deriva.

Francesco Francescaglia
Segretario federazione metropolitana Pdci Milano

 

 

DILIBERTO: PD-PDL PER'VOTO UTILE',VOGLIONO INCIUCIO Roma 19 febbraio 2008, Le dichiarazioni di Fini che chiedono il voto utile per Pdl e Pd sono la dimostrazione che Veltroni e Berlusconi stanno lavorando all'inciucio e al governissimo per dopo il voto. Una ragione di piu' per votare Sinistra Arcobaleno e Bertinotti candidato premier.

 

Veltroni in tour

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Sgobio: «La Sinistra-l'Arcobaleno è un'opposizione alla destra e un'alternativa al Pd»
 

(18.2.08) - È partita domenica dall'Abruzzo la campagna elettorale, o meglio il tour sul bus verde, di Walter Veltroni che lancia lo slogan (d'ispirazione Usa) “Si può fare” e annuncia la rimonta sul Pdl
 

Veltroni cita i sondaggi secondo cui i democratici in una settimana avrebbero recuperato due punti e ora la distanza che divide il Pd dal Pdl è solo di 6 punti, a vantaggio della formazione di Silvio Berlusconi.
Il leader del Pd lancia poi i 12 punti del programma presentato il giorno prima alla Costituente del partito, più una serie di parole “calde”, a dire il vero, che una vera dichiarazione d'intenti e interventi concreti. Quindi si va, ad esempio, dalla riduzione delle tasse al problema della casa, dal controllo della spesa all'innovazione del mezzogiorno.

Parte poi anche l'annuncio di alcuni candidati e non passa inosservata l'assenza di Antonio Bassolino che non risulterà nelle liste del Pd e non sta partecipando alla campagna elettorale. Ovvio che per i democratici la presenza fra i candidati del presidente della Campania in questa fase potrebbe essere motivo quantomeno di imbarazzo, non abbastanza però perché lo stesso si dimetta, evidentemente.
Fra i candidati del Pd invece Walter Veltroni annuncia fra gli altri l'imprenditore Roberto Colaninno e l'operaio della ThyssenKrupp, Antonio Boccuzzi.

«Candidano un imprenditore ed un operaio? Uno è di troppo» ha commentato Fausto Bertinotti, candidato de la Sinistra-l'Arcobaleno, che in polemica con le candidature dei democratici cerca però di non accendere i toni dello scontro che è prima di tutto con il Pdl: «Facciamo opposizione radicale alla destra, ma siamo in competizione con il Pd».

Per Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera dopo l'equidistanza sancita da Veltroni tra mondo del lavoro e mondo padronale, di cui queste candidature sono esempio, «ora c'è bisogno più che mai di una sinistra che faccia dei lavoratori, della lotta alla precarietà, della pace e della laicità il punto fermo della sua azione».
Per l'esponente dei Comunisti italiani il panorama si va sempre più chiarendo: «Il Pd si conferma partito moderatissimo, di centro, con vista a destra. A sinistra c'è la Sinistra-l'Arcobaleno, che è la vera novità. Il voto che gli elettori daranno a la Sinistra-l'Arcobaleno rappresenterà un voto doppiamente utile per garantire un'opposizione forte e determinata alla destra e offrire un'alternativa al Pd, sia sul piano dei contenuti che su quello culturale».

Se la formazione che vede insieme Pdci, Prc, Verdi e Sd si presenta come un'alternativa forte a sinistra, dall'altra parte si configura la possibilità di un centro moderato.
Infatti Pier Ferdinando Casini in questi giorni ha sancito definitivamente la rottura con Silvio Berlusconi e ha aperto la campagna elettorale dell'Udc che lo vedrà correre come candidato premier. Da Casini arriva anche un appello verso tutte le forze di centro moderate, un messaggio diretto in primis a Pezzotta e Mastella, per «lavorare insieme – dice il leader dell'Udc - ad una maggioranza relativa».


 

 

    
                                                            
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   









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