(da La Rinascita
della Sinistra n. 43
in edicola venerdì
24 novembre 2006)
La
scelta dei Comunisti
italiani di recarsi
con il responsabile
Esteri, Jacopo
Venier, in Libano
per partecipare ad
un convegno di
solidarietà con “le
resistenze” non è
stato solo un atto
di solidarietà con
quanti lottano per
liberare la loro
terra dalle
occupazioni -
militari, economiche
e culturali - , ma
anche un gesto che
conferma un alto
senso dello Stato.
Infatti ribadire di
fronte a tutti gli
interlocutori
libanesi il
carattere di
discontinuità della
nostra politica
estera, la volontà
di dialogare con
tutti i soggetti in
campo, e soprattutto
il desiderio di
contrastare ogni
tentazione di
ingerenza nella
politica interna del
Paese non può che
aiutare il lavoro
del contingente
italiano che nella
difficile realtà del
Paese dei cedri è
impegnato a
rafforzare quella
fragile tregua alla
quale si era giunti
a metà agosto.
Arriviamo a
Beirut all'imbrunire
del 15 novembre. Ci
si presenta davanti
un aeroporto
insolitamente
deserto. Gli aerei
che arrivano sono
pochissimi. E' il
primo segnale di una
tensione che pervade
l'intera nazione. La
sera stessa
incontriamo Kassem
Al Aina,
coordinatore delle
Ong palestinesi in
Libano, che ci
conferma il momento
difficile del Paese.
Secondo Kassem i
rischi di una
degenerazione sono
reali come reale è
il carattere
“antico” dello
scontro politico.
Dietro entrambi i
due schieramenti vi
sono potenze
straniere: «se da
una parte ci sono
Siria e Iran,
dall'altra
sicuramente ci sono
Francia e Stati
Uniti». Una battuta
di Kassem disegna
poi
meravigliosamente il
mondo politico del
Libano di questi
giorni: un
“mercato”,
all'interno del
quale gli
schieramenti si
trasformano ogni
ora. Lo scetticismo
di Kassem è
condiviso anche dal
direttore del
quotidiano in lingua
araba As Safir,
Talal Salman,
che durante la
visita che gli
facciamo nel suo
ufficio al sesto
piano del palazzo
del giornale ci
manifesta tutta la
preoccupazione sul
futuro libanese.
Talal Salman teme
una caduta verso
situazioni che alla
minima scintilla
possano far
riesplodere quei
conflitti interni
che poco più di un
decennio fa avevano
sconvolto con una
guerra civile
l'intero Paese. Per
questo il direttore
di As Safir fa
appello allo spirito
nazionale del Libano
invocando un
coinvolgimento di
quelle forze
politiche ed
economiche che fino
ad oggi sono rimaste
fuori dallo scontro
in atto. Dello
stesso avviso è
anche sua figlia,
anche lei
giornalista, che ci
manifesta il senso
di scoramento
presente fra i suoi
concittadini, dovuto
all'elenco di morti
quotidiani che
arrivano dall'Iraq,
alla progressiva
distruzione di Gaza
e della Cisgiordania
e al silenzio
internazionale che
da queste parti
risulta ancora più
assordante. Da parte
di tutti c'è un
riconoscimento per
la nuova politica
estera italiana, ma
anche la richiesta
di non piegarci alle
pressioni
franco-statunitensi
che vorrebbero
coinvolgere Unifil 2
nella dialettica
interna del Libano.
Nel
pomeriggio di
giovedì inizia il
convegno sulle
“resistenze”. Si
vede subito che il
tentativo di mettere
insieme forze laiche
e progressiste e
forze di ispirazione
religiosa ha avuto
successo. La platea
si presenta
variegata unendo
rappresentanti di
diversi partiti
comunisti europei e
di altri continenti
(sono tra gli altri
presenti i comunisti
brasiliani e
indiani) con
militanti di
Hezbollah e di forze
religiose della
regione. Un cocktail
non facile, dove
emergono anche
vistose
contraddizioni e
dove a volte,
paradossalmente
dagli ospiti
internazionali, il
carattere
propagandistico
sovrasta quello dei
ragionamenti.
L'inaugurazione del
convegno registra
interventi di
rappresentanti di
movimenti e forze
politiche dei cinque
continenti e viene
concluso dai
discorsi delle due
principali forze
organizzatrici: il
partito comunista
libanese e Hezbollah.
Il segretario del
Pcl sottolinea il
carattere di lotta
nazionale che ha
avuto la guerra di
agosto e il
significato che quel
mese di resistenza
può avere per tutto
il mondo. Dello
stesso avviso Naim
Kassem, numero due
di Hezbollah, che
dopo aver reso
omaggio a quanti in
quei giorni sono
morti per difendere
il Libano ha voluto
rafforzare il
concetto di
resistenza nazionale
alla quale hanno
contribuito forze
diverse, resistenza
che è riuscita a
mettere in moto un
treno che, auspica
l'esponente
Hezbollah, ci
porterà alla fine di
tutte le
occupazioni. Nei
giorni successivi il
convegno si dividerà
in panel dove
saranno messi in
discussione diversi
temi sempre legati
alla resistenza
mondiale alla
visione unipolare.
Fra i più
interessanti quello
sui media, dove si
sono confrontati in
un fitto dibattito
giornalisti arabi e
giornalisti
occidentali.
Durante la
permanenza il Libano
abbiamo avuto modo
anche di sondare i
giudizi sui primi
mesi di lavoro del
contingente
italiano. I nostri
amici libanesi ci
hanno confermato un
giudizio
sostanzialmente
positivo, specie per
la partecipazione
attiva dei nostri
soldati, insieme al
contingente cinese,
nell'opera di
bonifica dalle bombe
a grappolo. E'
particolarmente
apprezzato il
rapporto che si è
riuscito ad
instaurare con i
villaggi del sud e
la scelta di
interpretare alla
lettera la
risoluzione delle
Nazioni Unite senza
quei tentativi di
stravolgimento che
vorrebbero i
francesi e gli
statunitensi. Del
resto oggi in Libano
nessuno fa mistero
che tutte le fazioni
politiche in campo
sono in possesso di
armi, più o meno
recenti, e che
quindi chiedere la
smilitarizzazione
delle sole milizie
Hezbollah è
puramente
strumentale. Il
motto è: non
chiedere, non
mostrare. Una
filosofia che sembra
trovare l'accordo di
tutti.
D'altronde
sarà lo stesso vice
presidente
dell'Ufficio
politico di
Hezbollah, Komati
Mohmoud, a
sottolineare a
Jacopo Venier
l'apprezzamento per
la politica italiana
che in queste
settimane «si è
distinta nel Libano
rispetto a quella
dei “parà e dei
marines”». Secondo
Komati oggi nel
Libano «ci sono
forze che cercano di
concertare il
proprio lavoro con
quello di chi lavora
(il gruppo del 14
marzo) per rendere
il Paese succube
degli americani e
per cambiare il
carattere dell'Unifil
2. Una trappola
dalla quale -
ammonisce
l'esponente
Hezbollah - l'Italia
ne resti fuori». Una
discussione franca,
quella fra Venier e
Komati che è servita
a ribadire le
intenzioni del
nostro governo e
l'impegno dei
Comunisti italiani a
tenere aperto un
dialogo con tutti i
protagonisti dello
scacchiere libanese.
Libano.
Una
violazione tira l'altra
di
Christian Elia
[1]
10 novembre 2006
Intervista alla prof.ssa Venturini sulle
continue violazioni della ris. 1701.
"La catastrofe è
stata evitata grazie alla responsabilità delle
nostre truppe", ha commentato ieri Michele
Alliot-Marie, ministro della Difesa francese,
durante un intervento all'Assemblea nazionale.
Rapporti tesi.
Alliot-Marie si riferiva a quello che è accaduto
il 31 ottobre scorso, quando i caccia israeliani
hanno rischiato di colpire i caschi blu francesi
presenti nel sud del Libano. Questo è solo
l’ultimo episodio di una serie di polemiche nate
attorno al rispetto degli accordi sul cessate il
fuoco in Libano, dopo la fine delle ostilità di
questa estate. Prima dei francesi, con
l’esercito israeliano avevano avuto problemi i
tedeschi che, il 26 ottobre scorso, avevano
denunciato un atto ostile dell’aviazione
israeliana contro un’unità navale del
contingente di Berlino. E prima ancora il
generale francese Alain Pellegrini, capo della
missione Unifil, il contingente Onu in Libano,
che ha minacciato di aprire il fuoco contro i
caccia israeliani se continuano a sorvolare il
Libano in violazione della tregua.
Tregua che è
regolamentata, per entrambe le parti, dalla
risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Ma quanta
reale efficacia ha questo documento e, di
conseguenza, quanta reale efficacia ha la
missione Unifil sul terreno?
Lo abbiamo
chiesto
alla professoressa Gabriella Venturini, docente
di Diritto Internazionale presso la Facoltà di
Scienze Politiche dell’Università Statale di
Milano.
Ritiene
plausibile la minaccia ventilata dal generale
Pellegrini, secondo la quale se Israele
continuerà a violare la tregua effettuando
sorvoli sul Libano, i soldati dell’Unifil
potrebbero aprire il fuoco sui caccia con la
Stella di David?
Dubito che un
provvedimento di questo tipo possa essere preso.
La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite, da un lato, concede un
mandato ampio alla missione Unifil,
autorizzandola nelle sue aree di competenza a
fare tutto quello che è necessario per attuare
il suo mandato, proteggendo la popolazione
civile e proteggendo i militari che fanno parte
del contingente internazionale. Dall’altro lato,
però, il mandato dell’Unifil è legato al governo
libanese del premier Fouad Sinora e alle
decisioni che prende quest’ultimo. Quindi Unifil
finisce per avere uno spazio di manovra ridotto
a causa del necessario coordinanento delle sue
decisioni con quelle dell’esecutivo di Beirut.
La tregua, almeno
stando alle denunce reciproche, viene violata da
ambo le parti. Uno degli impegni che prende la
1701 è impedire il contrabbando di armi a favore
del movimento di Hezbollah e invece Israele
denuncia un rifornimento continuo, del quale
usufruisce la milizia sciita, dalla Siria e non
solo. Quindi alla fine le violazioni d’Israele
legittimerebbero il riarmo di Hezbollah, e il
riarmo di Hezbollah legittimerebbe le violazioni
d’Israele. Un cane che si morde la coda. Come se
ne esce?
Le indicazioni
della 1701 sono, in alcuni punti,
contraddittorie. Il problema è il controllo
dello Stato e del territorio, perché Hezbollah
conta anche dei ministri nell’esecutivo di
Beirut e si finisce che, per disarmare la
milizia sciita o per impedirne il riarmo,
bisogna passare per l’autorizzazione che
l’esecutivo stesso dovrebbe dare. Inoltre il
contrabbando avviene al confine con la Siria,
quindi in una zona che non rientra nel mandato
Unifil. Il punto è se sia stata la decisione più
giusta quella di utilizzare la stessa Unifil
come strumento. Questa missione esiste da anni,
più o meno con lo stesso mandato, ma la
situazione è profondamente deteriorata rispetto
al tempo della creazione di Unifil. Resta il
problema che, Nato a parte, non c’erano altre
soluzioni plausibili, anche se questa ha già
dimostrato negli anni di non essere
particolarmente efficace.
Le violazioni
della risoluzione 1701 portano a pensare anche a
tutta una serie di decisioni delle Nazioni Unite
che, in particolare in Medio Oriente, si sono
rivelate prive di efficacia. Basti pensare,
restando al Libano, alla risoluzione 1559 del
2004 che prevedeva il ritiro delle truppe
siriane e il disarmo di Hezbollah, e fu
applicata solo in parte. E molte altre. Come
tecnico del Diritto Internazionale, crede che lo
strumento stesso delle Nazioni Unite sia ancora
il più giusto per risolvere i problemi della
comunità internazionale?
La Carta delle
Nazioni Unite, così come è stata pensata dai
suoi padri fondatori, risulta abbastanza
irrealistica. Nei fatti, in particolare quando
si è trattato di utilizzo della forza, l’Onu è
sempre stata amputata nella sue decisioni. Ma
questo non poteva saperlo chi l’ha redatta in un
momento storico particolare. Ritengo però che in
molte occasioni sia stata efficace, anche se mi
pare difficile possa esserlo adesso. Il problema
di fondo è che non si può chiedere alle Nazioni
Unite di fare quello che gli stati non vogliono
fare o di riparare quello che i singoli governi
commettono. Le soluzioni dei problemi, come la
situazione in Medio Oriente, passano
necessariamente dalla volontà politica dei
singoli stati di risolverli.
Quindi il
problema non è l’Onu, ma i suoi componenti, cioè
i singoli stati. Molti di questi, soprattutto
negli ultimi anni, hanno fatto presente la
necessità di cambiare il sistema del Palazzo di
Vetro. A che punto sono le trattative politiche
per una riforma delle Nazioni Unite? Ritiene che
l’ipotesi di una riforma sia la soluzione
all’impotenza pratica dell’Onu?
Le proposte di
riforma, da tempo, sono sempre le stesse. In
particolare l’ampiamento e la democratizzazione
del Consiglio di Sicurezza. Ma nessuno dei
cinque stati accetterà l’abolizione del potere
di veto. L’unica possibilità è quella di
migliorare gli strumenti che sono già previsti
dalla carta. Per esempio rafforzare il capitolo
VII, quello che prevede l’utilizzo della forza.
O ancora, visto che ha il potere di farlo, avere
un Segretario Generale con un grande carisma,
perché potrebbe fare molto.
A questo
proposito, ora che il suo mandato sta
terminando, che bilancio si può trarre della
gestione di Kofi Annan?
Credo che
manchino ancora gli strumenti storici per dare
un giudizio completo sull’operato di Annan. Solo
più avanti, avendo a disposizione una serie di
documenti, si potrà giudicare il suo operato.
C’è da dire che si è trovato a gestire un
periodo molto delicato e che, all’inizio, ha
goduto dell’appoggio degli Stati Uniti che
successivamente è venuto meno. Credo che abbia
fatto del suo meglio, e quindi il giudizio non è
negativo, tenendo conto che si è trovato al
centro di uno scandalo finanziario che lo ha
indebolito. Ma ci vorrebbe qualcosa in più in
futuro, anche se non si vedono all’orizzonte
figure trascendentali, neanche in Europa, dove
non mi pare che in molti si stiano dando da fare
per risolvere i contrasti internazionali.
Fosforo bianco: arma
convenzionale?
di Alessandra
Valentini
Roma 23 ottobre 2006
Gli Stati Uniti le hanno usate
in Vietnam ma poi anche in Iraq,
a Falluja, però lo hanno ammesso
solo davanti alle testimonianze
video di quei bombardamenti e
dei loro effetti; ora il governo
di Israele dichiara di averle
utilizzate in Libano contro gli
hezbollah. Sono le bombe al
fosforo, bruciano dall'interno i
tessuti umani e gli organi che
contengono ossigeno oppure
provocano avvelenamento. Un
medico del pronto soccorso
dell'ospedale di Baalbek,
qualche tempo fa, aveva
testimoniato di aver visto
cadaveri la cui ferite
mostravano i tipici segni del
fosforo bianco. Ora Israele con
l'arroganza dei potenti ammette
che "l'esercito dispone di
munizioni al fosforo" e nella
guerra in Libano le ha usate in
attacchi contro obiettivi
militari.
L'annuncio, come riportato dal
quotidiano Haaeretz, è stato
fatto da ministro Edry. Il
ministro ha fatto anche notare
che il diritto internazionale
non proibisce l'uso di fosforo.
Si discute infatti se queste
armi, in base alla loro
definizione, rientrino o no in
quelle vietate dal Terzo
Protocollo di Ginevra, argomento
non particolarmente sentito da
Israele che comunque non lo ha
sottoscritto. Quanto alla
convenzionalità di quelle armi
sarebbe sufficiente vedere lo
stato delle vittime colpite.
Tuttavia sino ad ora Israele
aveva sostenuto che questo tipo
di bombe fossero state usate
solo per individuare obiettivi,
una sorta di illuminazione in
tempo di guerra!
Ma la verità è che a dettare le
sue regole è sempre e solo la
guerra ed in essa la ragione del
più forte, una vergogna continua
che si ripete.
Libano : 100.000 bombe inesplose nel racconto di un
soldato israeliano
di Flaviano Masella e Maurizio Torrealta tratto dal
sito www.rainews24.it [1]
Roma 6 ottobre 2006
Per la prima volta un militare israeliano accetta di
parlare in televisione della guerra in Libano e
lancia un allarme: “Il mio battaglione ha
sparato circa 1800 missili, ogni missile contiene
all'interno 650 bombe, si tratta di circa 1,2
milioni di bombe cluster”. La percentuale
di ordigni inesplosi nelle bombe a grappolo, si
aggira intorno al 10 percento, dunque in Libano del
Sud si trovano circa 100 mila bombe inesplose.
Questa puntata dell’ Inchiesta di Rainews24 è stata
realizzata da Flaviano Masella e Maurizio Torrealta.
Il soldato israeliano racconta: “In un’occasione
avremmo dovuto utilizzare contemporaneamente tutti i
missili a disposizione del nostro battaglione.
…Doveva avvenire alle 4.45 del mattino. In seguito
quest’ordine fu più o meno cancellato. Sparammo solo
alcuni colpi, e avvenne molto molto più tardi. Pochi
giorni dopo siamo stati informati che questa
missione avrebbe dovuto colpire alcuni villaggi
all’ora in cui si prevede che la gente esca dalle
moschee. E questo perché avrebbe provocato grande
terrore e paura tra la gente, e non sarebbero più
usciti per andare a sparare i katiusha..”
“Ogni volta che sparavamo onestamente io pensavo
“per favore no”. Speravo che succedesse qualcosa per
cui non avrebbe funzionato, che il missile non si
sganciasse, che fosse cancellata la missione. Molte
delle missioni che ci sono state assegnate sono
state cancellate. Ma abbiamo sparato abbastanza. Per
parte mia, ho provato, se potevo un po’ ritardare
qualcosa, in modo da provocare la cancellazione
della missione. Ho provato a fare cose così, ma con
molto tatto, solo verificando una volta di più la
sicurezza per le cariche o… qualcosa per ritardare.
È molto difficile non pensare alla gente in città
molto vicine a te, perché in realtà eravamo dove’è
la retroguardia e si vedono i civili che soffrono
per i katiusha … un katiusha che ti cade vicino fa
molta paura. Ed è difficile pensare che quello che
fai sia così sbagliato. Però quest’arma è talmente,
talmente… dire di massa non è abbastanza….Una specie
di giorno del giudizio, sì. Perché tu semplicemente
riempi un intero blocco di territorio, lo riempi
completamente con queste piccole bombe, ma non così
piccole in realtà e questo provoca grandi danni,
enormi. ….. è un’ arma contro obbiettivi di massa,
dove c’è molta gente, molte macchine.
Nonostante l’allarme, confermato anche dalle Nazioni
Unite, Israele non ha ancora consegnato le mappe
precise, dei luoghi bombardati con le bombe a
grappolo, in cui si troverebbero le bombe inesplose.
Sono state fornite delle mappe giudicate dalle
Nazioni Unite insufficienti per l’ identificazione
di questo tipo di ordigni. “Nel mio caso - continua
il militare - ciò che ho fatto era il mio dovere, ed
è fatto, non si può tornare indietro. Ma queste
bombe sono ancora là. E qualcuno deve prendersene la
responsabilità. Credo che dovrebbe essere il mio
paese, Israele deve prendere la responsabilità di
questa questione, affrontare ciò che ha fatto, dare
le mappe o qualunque cosa possa aiutare. Non capisco
perché questo debba essere oggetto di disputa.
Queste persone sono là, i Libanesi non sono nostri
nemici adesso. Forse alcuni di loro erano nostri
nemici un mese fa, ..ma adesso questa gente non è
nostra nemica, non siamo in stato di guerra contro
di loro, ma sono legati a centinaia di migliaia di
bombe che abbiamo lasciato là. Non vedo alcuna
ragione plausibile per cui non dovremmo occuparci di
questo, consegnando le mappe consegnando i dati,
mandando soldi. Ci sono molte cose che si possono
fare. …Io amo il mio paese e penso che stia
commettendo un grave errore, è come se vedessi
qualcuno che sta facendo qualcosa di terribilmente
stupido e non lo potessi fermare. Credo che questo
paese adesso stia facendo cose che ci esploderanno
in faccia. Perché non ci fermiamo prima che diventi
un problema ancora più grande? I rifugiati devono
tornare alle loro case adesso e tutto è distrutto.
Ok, è a causa nostra, e noi possiamo dire che è a
causa loro. Ma comunque questi sono gli effetti con
cui ci dobbiamo confrontare".
Racconto
da Beirut:
"La guerra la vedi
subito"
di Maurizio Musolino
Pubblicato sulla Rinascita del 22
setembre 2006
Fin
dal primo impatto, scendendo dall’aereo, si
avverte che qualcosa in Libano è cambiato. Il
moderno aeroporto di Beirut è semideserto,
l’atmosfera quasi irreale. La guerra la vedi
subito: sulla strada che conduce a Beirut, ponti
distrutti ed enormi manifesti riproducono le
immagini del conflitto. Su tutti lo slogan “la
vittoria divina”. E’ il segno che il principale
degli obiettivi proclamati da Olmert è lontano
dall’essere anche solo parzialmente raggiunto:
gli Hezbollah continuano ad essere una forza
fondamentale del Paese, del quale controllano
intere regioni. Se ne ha la conferma andando a
sud, nei territori teatro per ben 33 giorni dei
micidiali bombardamenti israeliani. Sulla strada
che da Beirut collega a Sidone non è restato in
piedi neanche un ponte, tutti abbattuti con
millimetrica precisione. Abbattuti anche i
cavalcavia e i sottopassaggi. Non migliora la
situazione quando, oltrepassata Sidone, prima di
arrivare a Tiro, si devia verso est in direzione
di Nabhatiya. Da qui si va diretti verso il
confine israeliano. La meta è il carcere di
Khiam, una struttura tristemente nota per essere
stata dal 1982 al 2001, durante i venti anni di
occupazione israeliana del sud del Libano, luogo
di torture atroci. Dopo il ritiro di Barak il
carcere era diventato un monumento, un luogo
dedicato alla memoria. La guerra lo ha ridotto
ad un cumulo di macerie. Girando fra le rovine
si coglie il preciso intento dell’esercito di
Israele di eliminare proprio questa “memoria”.
Khiam ci riserva anche la sorpresa di un partito
Hezbollah ancora padrone del territorio. Il capo
militare e responsabile del partito di Dio,
Nabil Qawuq, non ha problemi ad incontrare la
nutrita delegazione italiana, in Libano per
l’anniversario di Sabra e Chatila. Un incontro
lungo, durante il quale l’esponente di Hezbollah
non sottolinea come Israele abbia fallito in
tutti i suoi intenti: «All’inizio ci volevano
eliminare, noi siamo oggi anche più forti; poi
volevano disarmare,i e invece conserviamo le
nostre armi; infine volevano respingerci oltre
il fiume Lithani, ma noi siamo sempre presenti a
ridosso del confine con Israele». La sua stessa
presenza a Khiam è chiaramente una sfida. Come
il sapore di sfida assume il viaggio che viene
fatto fare alla delegazione italiana lungo il
confine con la Galilea, fino a Bent Jbeil,
cittadina martire e simbolo della resistenza
libanese. L’esercito di Israele ha tentato per
tutti i 33 giorni di combattimenti di
conquistare questa collina, senza mai riuscirci.
Anche qui, all’ingresso di un paese fantasma,
dove le case rase al suolo lasciano il posto ad
una nuvola di polvere dall’odore acre della
morte, la presenza di Hezbollah è ben
percepibile, ad iniziare da una bancarella con
le più disparate immagini del leader del
movimento e le marce di guerra che inneggiano al
partito religioso. Poco prima di giungere a Bent
Jbeil, agli ingressi di altri villaggi
semidistrutti si vedono, discrete, le presenze
di caschi blu indiani e africani. Un
atteggiamento diverso da quello che assumono
alle porte di Tiro due mezzi del battaglione S.
Marco che avanzano lungo una distesa di bananeti
con i soldati in tenuta da guerra, mitra e
occhiali scuri. Probabilmente le precedenti
missioni in Iraq e in Afghanistan hanno
condizionato più del dovuto i militari italiani.
Tutte le forze politiche libanesi plaudono
all’arrivo del contingente Unifil, salvo
ricordare che i caschi blu hanno il compito di
fare da cuscinetto e non di disarmare qualcuno.
Si teme che le diplomazie possano trasformare
quella che in Libano è percepita come una
vittoria della resistenza sull’invincibile
vicino israeliano. Pressoché assente l’esercito
libanese, impegnato in distratti posti di blocco
dislocati nelle strade principali. Ai lati delle
strade, bandiere gialle e manifesti raffiguranti
Nasrallah mostrano chi controlla veramente il
territorio. Del resto molti di questi villaggi,
a quasi un mese dalla fine della guerra, non
hanno ancora visto lo Stato centrale. Le uniche
ruspe che rimuovono i detriti sono di Hezbollah
e da Hezbollah sono arrivati i primi aiuti in
denaro. E’ straordinaria e visibile la voglia di
ricominciare a vivere. Un brulicare di ruspe che
rimuovono i calcinacci, mentre i lavori sono
coordinati da associazioni legate, neanche a
dirlo, al partito di Dio. Qualcuno cerca anche
di riparare quello che resta della sua casa, ma
non sempre questo è possibile a causa della
presenza di oltre 900mila bombe a grappolo,
lanciate per lo più nelle ultime 48 ore di
conflitto a testimoniare la volontà di Israele
di operare un vero e proprio esodo degli
abitanti della regione. Solo così, a poche ore
dalla tregua, i vertici dell’esercito di Israele
hanno pensato di poter sradicare i militanti del
movimento religioso dai loro confini, ma
sembrano non aver fatto i conti con la
determinazione della resistenza libanese.
Cluster bomb o "bombe intelligenti"
di
Alessandra Valentini
Roma 6 settembre 2006
Gino Strada in un suo libro le ha chiamate
“pappagalli verdi”: la loro forma è un
cilindretto di dieci centimetri con ai lati due
alette, il colore è verde; verde come il colore
delle divise dei militari, verde come quei
pappagalli rapaci che per i contadini afgani
simboleggiano violenza e carestia. Agli occhi
dei bambini i “pappagalli verdi” sono, sembrano
giocattoli, invece sono mine micidiali lanciate
a terra dagli elicotteri come volantini, come
coriandoli di morte. A volte si mimetizzano con
i sacchetti che contengono le razioni alimentari
che arrivano come aiuti umanitari. Non esplodono
subito, bisogna toccarle, portarle a case,
esibirle come un piccolo trofeo divertente,
nello scenario di disperazione della guerra: a
quel punto esplodono. I “pappagalli verdi”
uccidono persone, ma soprattutto bambini. In
Afghanistan, in Iraq o in altri Paesi colpiti
dalla guerra le mine antiuomo (messe in realtà
al bando) si “trasformano” e si palesano
sottoforma di cluster bomb, bombe intelligenti,
bombe a grappolo. Gli effetti sono identici ai
“pappagalli verdi”: esplosioni casuali, morte,
mutilazioni gravi e permanenti. Le cluster bomb
(che non sono fuorilegge) hanno la forma di
palline da tennis, il colore è giallo, sono
lanciate da aerei o da razzi e contenute in una
sorta di caricatori che portano 202 pezzi,
ognuna di loro può uccidere per un raggio di 150
metri. Cluster bomb significa letteralmente
bomba a grappolo, in realtà è formata da due
parti: un contenitore e un certo numero di
sub-munizioni, chiamate comunemente bombette.
Nella guerra del Vietnam ne furono lanciate
oltre 350 milioni. In Afghanistan gli Usa hanno
lanciato ben 70.700 palle da tennis gialle, solo
il 7% rimane inesploso: bel record, una bella
prestazione da guerra. In Libano le ha lanciate
Israele: secondo le stime delle Nazioni Unite
sono circa 400 le aree seminate dagli
israeliani con le terribili cluster bom, che
attualmente anche i nostri militari sono
impegnati a disinnescare. Si tratta di una
operazione lunga e difficile, anche per
individuare le aree ed evitare che vengano
frequentate, come accade nei campi di cocomeri
di Maarake. Le bombe a grappolo hanno anche
un’altra utilissima caratteristica, sono le più
economiche presenti sul mercato: ogni bomba
costa meno di sessanta dollari. In Iraq vengono
utilizzate, forse indispensabili per portare la
democrazia. Secondo l'associazione Human Right
Watch, in Iraq, l'esercito americano e quello
inglese hanno usato un numero incalcolabile di
munizioni cluster. Queste sono le bombe di cui
ha parlato Giuliana Sgrena nel suo video durante
il suo rapimento. Ha detto di raccontare cosa
fanno, e noi vogliamo ripeterlo oggi: uccidono
persone innocenti, uccidono i bambini, oppure i
più fortunati perdono un braccio, una gamba, la
vista. Uccidono, e lo fanno come l’orco delle
favole, uccidono “mascherate” da giocattoli. Ma
questa lugubre ed orribile maschera dice
un’altra crudele verità: i bambini di quei paesi
martoriati della guerra, i bambini dei paesi in
cui ad un dittatore sanguinario subentra una
sanguinaria occupazione, non hanno diritto ad un
futuro, non hanno diritto nemmeno all’illusione
consolatoria del gioco. Le cluster bomb sono in
dotazione negli arsenali italiani, ma l’Italia è
anche uno dei 57 paesi produttori di cluster.
Tra i maggiori produttori gli Stati Uniti, la
Cina, la Russia e l’Inghilterra. Sì, i
produttori ed i venditori sono abitanti del
civile occidente, lo stesso occidente che
esporta bombe e democrazia. Voglio sottolinearlo
ancora con le parole di Gino Strada, che
racconta pensieri e conversazioni mentre si
trovava in Afghanistan. “Così abbiamo immaginato
– sapendo che era tutto maledettamente vero – un
ingegnere efficiente e creativo, seduto alla
scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma
della PFM-1. E poi un chimico, a decidere i
dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, e
infine un generale compiaciuto del progetto, e
un politico che lo approva, e operai in
un’officina che ne producono a migliaia, ogni
giorno. Non sono fantasmi, purtroppo, sono
esseri umani: hanno una faccia come la nostra,
una famiglia come l’abbiamo noi, dei figli”.