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SANITA' |  SCUOLA | XX° secolo STATO SOCIALE LAVORO PACE E GUERRA SINDACATO

 

Iraq.

La guerra civile nel Paese degli undici eserciti

 

 13 novembre 2006

E' di eri, domenica 12 novembre, l'ennesimo bilancio di una giornata da dimenticare per gli iracheni. I morti che si riescono a contare sono 159, fra attentati ed uccisioni varie. A Baghdad la mattinata è iniziata con un duplice attentato suicida contro un centro di reclutamento della polizia irachena che ha causato la morte di 35 persone e il ferimento di altre 56. I due kamikaze si sono fatti esplodere simultaneamente alla 10 del mattino, ora locale. Poi due bombe indirizzate contro uomini della polizia irachena hanno ucciso 6 passanti e ne hanno feriti altri 6. L'esplosione di un'autobomba nel centro della capitale ha causato la morte di un poliziotto e di un civile e 6 feriti. Altre due autobombe sono esplose sempre a Baghdad, una in un quartiere sciita (1 morto e 5 feriti), un'altra in un quartiere sunnita (2 morti e 13 feriti). Infine, sempre nella capitale, la polizia ha ritrovato i cadaveri di 25 persone, crivellati di colpi, bendati e ammanettati. A Baqouba, 60 chilometri a nord-est di Baghdad, sono stati rinvenuti 50 corpi senza vita, abbandonati dietro i locali dell'azienda elettrica provinciale.
In questo scenario il premier Nouri al-Maliki ha espresso la sua volontà di effettuare un rimpasto totale del gabinetto e ha rimproverato i parlamentari di dare la priorità a rivendicazioni settarie piuttosto che alla stabilità dell'Iraq. Intanto dal 2003 sono 150 mila i morti registrati in Iraq, con una aumento continuo delle violenze e l'esplodere, al fianco della guerra, una vera e propria guerra civile che solo i comandi militari stranieri si ostinano a non vedere.  Baghdad è divisa tra sciiti e sanniti, i primi rappresentano la maggioranza nel paese e possono contare su un "esercito" di 200 mila uomini; i secondi contano 12 mila uomini armati. La polizia e l'esercito iracheno non controllano il territorio, riuscendo a malapena a scortare ministri e uomini d'affari. Così l'Iraq diventa il paese degli undici eserciti: uno per ogni forza presente sul territorio, sia essa forza straniera, partito politico o religioso e componenti etniche.


 

 

Diliberto al Corriere:

prima dell’estate tutti a casa. Distinguo tra chi attacca civili e militari


di Daria Gorodisky

 
Roma 28 aprile 2006

 «La mia posizione è nota: io non avrei mai inviato truppe in Iraq. Ma, visto che un governo scellerato le ha mandate, è evidente che ora vanno ritirate subito. Prima dell’estate devono essere tutti a casa». Sono questi i tempi che Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, vuole dettare al futuro governo. Tempi, anzi, che per quanto lo riguarda sono già scritti nel programma dell’Unione «sottoscritto da tutti i leader della coalizione». «In Iraq - aggiunge - c’è una guerra di occupazione, che non ha nulla a che fare con le armi di distruzione di massa o con la democrazia, e c’è una guerra civile in corso. Il governo italiano ha spedito dei soldati perché ha assecondato servilmente l’azione unilaterale di Bush. Ora che cosa ci restiamo a fare? Forse dobbiamo stare ad aspettare altri funerali di Stato?». Diliberto, il programma dell’Unione in realtà non parla proprio di ritiro immediato. È scritto «immediatamente proporremo al Parlamento italiano il rientro dei nostri soldati nei tempi tecnicamente necessari…».
«Sì, il tempo necessario a smontare i campi e tornare».
… e, prosegue il testo, «in consultazione con le autorità irachene».
«Questo vuol dire che lo comunichiamo alle autorità irachene: cioè, se anche ci dicono "restate", noi andiamo via lo stesso, è chiaro».
Va bene un rientro entro l’anno?
«No, prima. La fine dell’anno è la scadenza di cui hanno parlato anche gli Stati Uniti... No, noi non arriveremo neppure a discutere il rifinanziamento della missione, che dura fino al 30 giugno. Al primo Consiglio dei ministri dovremo finanziare il rientro. Questo è nel programma della coalizione: e, se si inizia a modificarlo, allora significa che si va verso l’ingovernabilità».
In questi anni dal vostro partito si è sentito spesso parlare di «resistenza irachena»: dopo i fatti di ieri di Nassiriya, conferma questa definizione?
«Io non ho mai parlato di resistenza irachena. Ma distinguo tra chi attacca civili inermi e chi attacca i militari; è una distinzione che il mondo riconosce da quattrocento anni. La lotta contro un esercito di occupazione è cosa diversa dall’uccisione di civili innocenti: a monte c’è il problema di una guerra».
Ieri diversi esponenti politici, trasversalmente, hanno chiesto di non speculare con polemiche politiche sulla morte dei militari italiani.
«Niente polemiche infatti, io rivolgo le condoglianze alle famiglie dei soldati. Però, per il mestiere che faccio, non mi posso esimere dal fare dichiarazioni politiche».
Dalla sua coalizione molti intervengono per dire che i fatti di ieri non devono condizionare l’agenda del futuro governo.
«Infatti, nessun condizionamento. Il programma è stato scritto molto prima di ieri».
Cossiga dice che bisogna ritirarsi rapidamente, anche perché ora c’è «una maggioranza con fortissime componenti pacifiste, antiamericane e filoresistenza palestinese - Hamas compresa -, irachena ed afghana…».
«Con tutto il rispetto, ricordo a Cossiga che la nostra amicizia con il popolo palestinese data diversi decenni; e che fu lui, nella veste di presidente del Senato, a ricevere Yasser Arafat ben prima che diventasse premio Nobel per la pace. La mia non è una posizione estremistica. Ritengo che si debba recuperare per l’Italia un ruolo di centralità e di equivicinanza con Israele e palestinesi».
A proposito di Hamas, proporrete il dialogo?
«Ha vinto elezioni democratiche. Non ne sono contento, tifo da sempre per Fatah, abbiamo legami antichi con i palestinesi laici; ma…»
Perché non sostenete le ragioni di un altro partito che nel ’92 vinse elezioni democratiche, il Fis algerino? Un colpo di Stato militare annullò quel risultato.
«Non ci piacciono, sgozzavano le persone».
Hamas è entrata nella lista delle organizzazioni terroristiche. Che cosa farete invece sul rifinanziamento delle altre missioni?
«Vedremo caso per caso, ne discuteremo nella coalizione. Potremmo anche modificare la natura di alcune missioni».
Prendiamo ad esempio l’Afghanistan, allora.
«Quella è una missione di pace sui generis , è servita a ratificare la prima delle attuali guerre americane. Io resto contrario, ma non sono così pazzo da mettere a rischio la coalizione su questo. Certo, non mi si venga a dire che in Afghanistan oggi c’è la democrazia: ci sono ancora i signori della guerra, le fazioni tribali, tutto come prima; solo che sono funzionali a un equilibrio utile agli Stati Uniti».
Il Papa ieri ha detto che «i mi litari italiani hanno perso la vita insieme con un commilitone rumeno nel generoso adempimento di una missione di pace». Lei invece sostiene che si tratti di missione di guerra.
«Il Papa parla su un piano diverso da quello della politica. Io sono un semplice segretario di partito, non commento le sue parole».


 

 

 

 

 

 

 

 

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