E' di eri, domenica 12
novembre, l'ennesimo bilancio di una
giornata da dimenticare per gli iracheni. I
morti che si riescono a contare sono 159,
fra attentati ed uccisioni varie. A Baghdad
la mattinata è iniziata con un duplice
attentato suicida contro un centro di
reclutamento della polizia irachena che ha
causato la morte di 35 persone e il
ferimento di altre 56. I due kamikaze si
sono fatti esplodere simultaneamente alla 10
del mattino, ora locale. Poi due bombe
indirizzate contro uomini della polizia
irachena hanno ucciso 6 passanti e ne hanno
feriti altri 6. L'esplosione di un'autobomba
nel centro della capitale ha causato la
morte di un poliziotto e di un civile e 6
feriti. Altre due autobombe sono esplose
sempre a Baghdad, una in un quartiere sciita
(1 morto e 5 feriti), un'altra in un
quartiere sunnita (2 morti e 13 feriti).
Infine, sempre nella capitale, la polizia ha
ritrovato i cadaveri di 25 persone,
crivellati di colpi, bendati e ammanettati.
A Baqouba, 60 chilometri a
nord-est di Baghdad, sono stati rinvenuti 50
corpi senza vita, abbandonati dietro i
locali dell'azienda elettrica provinciale.
In questo scenario il premier Nouri
al-Maliki ha espresso la sua volontà di
effettuare un rimpasto totale del gabinetto
e ha rimproverato i parlamentari di dare la
priorità a rivendicazioni settarie piuttosto
che alla stabilità dell'Iraq. Intanto dal
2003 sono 150 mila i morti registrati in
Iraq, con una aumento continuo delle
violenze e l'esplodere, al fianco della
guerra, una vera e propria guerra civile che
solo i comandi militari stranieri si
ostinano a non vedere. Baghdad è divisa tra
sciiti e sanniti, i primi rappresentano la
maggioranza nel paese e possono contare su
un "esercito" di 200 mila uomini; i secondi
contano 12 mila uomini armati. La polizia e
l'esercito iracheno non controllano il
territorio, riuscendo a malapena a scortare
ministri e uomini d'affari. Così l'Iraq
diventa il paese degli undici eserciti: uno
per ogni forza presente sul territorio, sia
essa forza straniera, partito politico o
religioso e componenti etniche.
Diliberto
al Corriere:
prima dell’estate
tutti a casa. Distinguo tra chi attacca
civili e militari
di Daria Gorodisky
Roma 28 aprile 2006
«La
mia posizione è nota: io non avrei mai
inviato truppe in Iraq. Ma, visto che un
governo scellerato le ha mandate, è evidente
che ora vanno ritirate subito. Prima
dell’estate devono essere tutti a casa».
Sono questi i tempi che Oliviero Diliberto,
segretario dei Comunisti italiani, vuole
dettare al futuro governo. Tempi, anzi, che
per quanto lo riguarda sono già scritti nel
programma dell’Unione «sottoscritto da tutti
i leader della coalizione». «In Iraq -
aggiunge - c’è una guerra di occupazione,
che non ha nulla a che fare con le armi di
distruzione di massa o con la democrazia, e
c’è una guerra civile in corso. Il governo
italiano ha spedito dei soldati perché ha
assecondato servilmente l’azione unilaterale
di Bush. Ora che cosa ci restiamo a fare?
Forse dobbiamo stare ad aspettare altri
funerali di Stato?». Diliberto, il
programma dell’Unione in realtà non parla
proprio di ritiro immediato. È scritto
«immediatamente proporremo al Parlamento
italiano il rientro dei nostri soldati nei
tempi tecnicamente necessari…». «Sì, il tempo necessario a smontare
i campi e tornare». … e, prosegue il testo, «in
consultazione con le autorità irachene». «Questo vuol dire che lo
comunichiamo alle autorità irachene: cioè,
se anche ci dicono "restate", noi andiamo
via lo stesso, è chiaro». Va bene un rientro entro l’anno?
«No, prima. La fine dell’anno è la scadenza
di cui hanno parlato anche gli Stati
Uniti... No, noi non arriveremo neppure a
discutere il rifinanziamento della missione,
che dura fino al 30 giugno. Al primo
Consiglio dei ministri dovremo finanziare il
rientro. Questo è nel programma della
coalizione: e, se si inizia a modificarlo,
allora significa che si va verso
l’ingovernabilità». In questi anni dal vostro partito si
è sentito spesso parlare di «resistenza
irachena»: dopo i fatti di ieri di Nassiriya,
conferma questa definizione? «Io non ho mai parlato di
resistenza irachena. Ma distinguo tra chi
attacca civili inermi e chi attacca i
militari; è una distinzione che il mondo
riconosce da quattrocento anni. La lotta
contro un esercito di occupazione è cosa
diversa dall’uccisione di civili innocenti:
a monte c’è il problema di una guerra». Ieri diversi esponenti politici,
trasversalmente, hanno chiesto di non
speculare con polemiche politiche sulla
morte dei militari italiani. «Niente polemiche infatti, io
rivolgo le condoglianze alle famiglie dei
soldati. Però, per il mestiere che faccio,
non mi posso esimere dal fare dichiarazioni
politiche». Dalla sua coalizione molti
intervengono per dire che i fatti di ieri
non devono condizionare l’agenda del futuro
governo. «Infatti, nessun condizionamento.
Il programma è stato scritto molto prima di
ieri». Cossiga dice che bisogna ritirarsi
rapidamente, anche perché ora c’è «una
maggioranza con fortissime componenti
pacifiste, antiamericane e filoresistenza
palestinese - Hamas compresa -, irachena ed
afghana…». «Con tutto il rispetto, ricordo a
Cossiga che la nostra amicizia con il popolo
palestinese data diversi decenni; e che fu
lui, nella veste di presidente del Senato, a
ricevere Yasser Arafat ben prima che
diventasse premio Nobel per la pace. La mia
non è una posizione estremistica. Ritengo
che si debba recuperare per l’Italia un
ruolo di centralità e di equivicinanza con
Israele e palestinesi».
A proposito di Hamas, proporrete il
dialogo? «Ha vinto elezioni democratiche.
Non ne sono contento, tifo da sempre per
Fatah, abbiamo legami antichi con i
palestinesi laici; ma…» Perché non sostenete le ragioni di
un altro partito che nel ’92 vinse elezioni
democratiche, il Fis algerino? Un colpo di
Stato militare annullò quel risultato. «Non ci piacciono, sgozzavano le
persone». Hamas è entrata nella lista delle
organizzazioni terroristiche. Che cosa
farete invece sul rifinanziamento delle
altre missioni? «Vedremo caso per caso, ne
discuteremo nella coalizione. Potremmo anche
modificare la natura di alcune missioni».
Prendiamo ad esempio l’Afghanistan,
allora. «Quella è una missione di pace sui
generis , è servita a ratificare la prima
delle attuali guerre americane. Io resto
contrario, ma non sono così pazzo da mettere
a rischio la coalizione su questo. Certo,
non mi si venga a dire che in Afghanistan
oggi c’è la democrazia: ci sono ancora i
signori della guerra, le fazioni tribali,
tutto come prima; solo che sono funzionali a
un equilibrio utile agli Stati Uniti». Il Papa ieri ha detto che «i mi
litari italiani hanno perso la vita insieme
con un commilitone rumeno nel generoso
adempimento di una missione di pace». Lei
invece sostiene che si tratti di missione di
guerra. «Il Papa parla su un piano diverso
da quello della politica. Io sono un
semplice segretario di partito, non commento
le sue parole».