Io ho marciato a
Roma per la Palestina il giorno 19 novembre. Fossi
stato a Milano avrei marciato a Milano: per la
Palestina naturalmente. Io non so quanti eravamo, a
Roma, non li ho contati. So che c'era un sacco di
gente come me, che manifestava pacificamente. So
anche che ci sono dei provocatori e degl'imbecilli,
che lavorano per fare in modo che l'indomani altri
imbecilli scrivano stupidaggini sulle prima pagine
dei giornali, attribuendo ai manifestanti (molti) le
provocazioni di pochi la cui provenienza è incerta
(per alcuni) e la stupidità è invece certa (per
altri). Ricordiamo tutti la storia delle dieci
lattine di coca cola contro Fassino, che oscurarono
una manifestazione di decine di migliaia di
pacifisti dell'epoca. Così funziona l'informazione
cialtrona. Io non ho marciato con i teppisti, come
scrive delirando Miriam Mafai sulla prima pagina di
Repubblica.
Ho marciato per la Palestina. Perchè io sono per due
stati e due popoli, ma non sto "dalla parte
d'Israele" - come ha detto Massimo D'Alema - mentre
bombarda i palestinesi chiusi nella prigione di Gaza
e nei territori occupati da Israele. Io ho marciato
dalla parte dei più deboli, che hanno votato e si
sono scelti legittimamente un governo e che, per
questo, sono stati sottoposti al blocco. Io ho
marciato perchè Israele restituisca 500 milioni di
dollari dei palestinesi ai palestinesi. Io ho
marciato contro la sperimentazione di nuove armi
contro i civili palestinesi. Ho marciato perchè il
muro di Israele, che ruba altra terra ai
palestinesi, venga fermato e abbattuto. Ho marciato
contro un' Europa ipocrita e pilatesca che non sa
distinguere l'aggressore dall'aggredito.
Ho marciato e marcerò ancora, anche sapendo che i
provocatori ci saranno di nuovo e ancora di nuovo.
Ma non mi lascerò intimidire dai provocatori che,
dalle pagine dei giornali del regime, vorrebbero che
me ne stessi a casa, o manifestassi per dare ragione
a loro.
Sgobio:
M.O. Siamo per
la pace, contro di noi polemiche
strumentali
Ufficio Stampa
Roma 20 novembre
2006
'Aldila' delle polemiche
molte volte pretestuose e
alcune volte strumentali
piovute addosso al Pdci, e
aldila' delle posizioni
ipocrite che da alcuni
ambienti di sinistra si sono
levati contro i Comunisti
italiani, colpevoli, secondo
loro, di aver partecipato ad
un corteo 'ambiguo' e 'pericoloso',
ribadiamo che il Pdci e'
sempre stato e sempre sara'
a fianco della pace in Medio
Oriente, a difesa del
diritto del popolo
palestinese ad avere uno
Stato e si muovera' sempre
sulla linea che caratterizza
la nostra azione politica:
'due popoli e due Stati'.
Non sara' di certo un
manipolo di provocatori a
tenere sotto scacco la linea
della coerenza e della
richiesta di pace in quel
martoriato fazzoletto di
terra.
I manichini bruciati, gli
slogan e gli insulti
insensati e vergognosi da
quali i Comunisti italiani
hanno preso sin da subito le
distanze nella maniera piu'
ferma e decisa, pronunciati
da un manipolo di
provocatori fanno malissimo
alla causa palestinese.
Palermi:
M.O. La "grosse koalition"
contro il Pdci: grottesco
Ufficio Stampa
Roma 20 novembre 2006
Uno schieramento vastissimo, una sorta di
"grosse koalition", che attraversa tutti i
partiti, da F.I. a Prc, si sta accanendo
contro il Pdci e il suo segretario per la
partecipazione alla manifestazione di Roma.
Ci stanno arrivando lezioni persino da
fatine buone ed ex affiliati alla P2. Se non
fosse grottesco sarebbe divertente. Alla
manifestazione di Roma sono successi episodi
brutti, gravi e sbagliati, da cui il
segretario del mio partito ha immediatamente
preso le distanze. Ma quelli che ci fanno
lezioni di "deontologia politica" dovrebbero
preoccuparsi un po' di più delle masse di
giovani che assistono quotidianamente
all'orrore della guerra e all'ipocrisia con
cui la politica accetta la "guerra
preventiva" come strumento di risoluzione
dei conflitti. Il mondo occidentale appare
inerte, quando non complice, delle stragi
"per errore" di bambini e donne palestinesi,
della disparità enorme di forze tra
palestinesi ed israeliani. La manifestazione
di Roma è stata ridotta dalla nostrana
"grosse koalition" ad una adunata di
provocatori. I provocatori c'erano, ma
saranno stati una decina. Gli altri erano
gente pacifica che, come noi, manifestava
contro le ingiustizie del mondo. Al
contrario di altre forze della sinistra, non
lasceremo mai sola quella gente.
Diliberto:
Palestina.
Pdci a Roma e Milano. Fermare il massacro
Roma 14 novembre 2006
La grave situazione venutasi a
creare in Palestina e in tutto il
Mediterraneo impone il massimo sforzo per
una mobilitazione di tutte le forze che
hanno a cura la pace e il diritto dei
palestinesi alla autodeterminazione. Il
movimento pacifista chiede all’Unione e al
governo Prodi un impegno diretto, di
concerto con l’Unione europea, per fermare
il massacro in Palestina, per ristabilire un
clima di pace e di rispetto del diritto
internazionale e dei diritti umani in tutto
il Medioriente, a partire dalla nascita di
uno stato libero, democratico e
indipendente di Palestina, come del rispetto
del popolo libanese. Solo questa è la strada
per garantire pace e sicurezza ad Israele:
due popoli e due Stati. Riteniamo che di
fronte a questa situazione sia auspicabile
la massima unità dei movimenti e delle forze
politiche che lavorano per la pace e per i
diritti del popolo palestinese. A tal fine
abbiamo aderito sia alla mobilitazione di
Roma che chiede azioni concrete di pressione
internazionale per riportare Israele sulla
via del dialogo e della trattativa di pace,
che alla manifestazione di Milano che ci
impegna per un’azione comune di
pacificazione per tutto il Medioriente. Lo
facciamo nella convinzione che questo sia il
momento della necessaria unità e
collaborazione per raggiungere gli obiettivi
comuni più che per sottolineare le legittime
differenze di opinione nel movimento e nella
politica.
Palestina.
Nuvole d'autunno
di Gabriella Grillo
7 novembre 2006
"Nuvole d'autunno". Un nome dal
suono persino dolce. Una scelta quasi spiazzante
se si pensa che si tratta del nome con cui il
Governo israeliano ha presentato quella che ha
definito "la più grande operazione nella
Striscia di Gaza dopo il disimpegno dell'estate
2005". Un'operazione conclusasi oggi - lo ha
annunciato questa mattina un portavoce
dell'esercito - dopo sei giorni di intense e
ripetute incursioni delle forze armate ebraiche
nella Striscia. L'obiettivo era ancora una volta
quello di fermare il lancio dei razzi
artigianali Qassam diretti dalle milizie
palestinesi di Hamas verso le cittadine
israeliane più vicine. Paradossalmente, la più
colpita è stata proprio Sredot, la città del
ministro della difesa Amir Peretz. La
conclusione dell'offensiva - come riportano le
principali agenzie - non sembra aver posto fine
agli incidenti: è di questa mattina, infatti, la
notizia di 5 morti nel nord della Striscia di
Gaza - tra cui una donna e almeno due miliziani
- nelle ore seguite al ritiro israeliano dalla
citta' di Beit Hanun. Due militanti della Jihad
islamica sono stati uccisi nella regione
costiera di Sudaniya mentre si avvicinavano ai
soldati israeliani a sud di Beit Hanun. A est
del campo profughi di Jabaliya, sempre nel nord
della Striscia, una donna e un altro civile
palestinesi sono stati uccisi da un colpo
d'artiglieria che ha colpito la casa del
deputato di Hamas Jemila Shanti, in cui si
trovavano. Poco distante un terzo Palestinese e'
rimasto ucciso in uno scontro a fuoco. Cresce
ancora dunque il totale delle vittime
dell'offensiva israeliana: ad oggi più di 50.
Non sembra però che queste vittime siano servite
a fermare i razzi Qassam e tanto meno a placare
gli animi degli Israeliani, sempre più infuriati
nei confronti di un governo che non sembra in
grado di difenderli. Un governo - come
confermano i sondaggi delle ultime settimane -
la cui sopravvivenza è appesa ad un filo,
intrappolato in un'impasse da cui è difficile
uscire. Il tutto senza contare l'imbarazzo di
un'inchiesta che ha messo sotto accusa il
presidente, Moshe Katsav, per abusi sessuali nei
confronti delle ex segretarie. Sul piano
politico, il primo ministro Olmert ha scelto uno
"spostamento" verso destra, favorendo l'ingresso
nella coalizione del partito russofono Israel
Beitenu, guidato da Avigdor Lieberman. Sul piano
militare, la scelta è stata quella del "pugno di
ferro": mostrarsi capaci di saper dare una
risposta forte alle richieste di sicurezza
dell'opinione pubblica. Non per niente per "Nubi
d'autunno" si è parlato di "operazione in grande
stile", della "più grande operazione dal
disimpegno" - trascurando che le vittime
palestinesi già nei mesi scorsi erano state più
di 200, soprattutto civili. La presenza di una
formazione estremistica nel governo, come quella
di Lieberman - nominato da Olmert proprio
Ministro della Minaccia Strategica - non lascia
molte speranze sul successo dei processi di
pace. Come ha ricordato di recente il
giornalista israeliano Meron Rapaport su l'Espresso,
alle ultime elezioni, Lieberman, oltre ad
escludere nel suo programma qualunque forma di
accordo con gli arabi, aveva parlato di "scambio
di territori e popolazioni". In pratica -
commenta Rapaport - una soluzione per
"sbarazzarsi" di 100mila cittadini arabi: a
Israele andrebbero gli insediamenti della
Cisgiordania, mentre allo Stato palestinese la
città di Um El Fahem e altri villaggi arabi.
In sostanza, gli
Arabi non sarebbero stati mandati via dalle loro
case, ma avrebbero "soltanto" perso la
cittadinanza israeliana per fare di Israele uno
"Stato ebreo omogeneo". Oltre a queste
dichiarazioni - che sebbene irrealizzabili,
aizzano il sentimento di xenofobia verso i
Palestinesi - non bisogna dimenticare che
Lieberman si è presentato sulla scena politica
internazionale affermando che "nella Striscia
di Gaza le forze israeliane dovrebbero adottare
le medesime tecniche di combattimento utilizzate
dalle forze russe in Cecenia". Dall'altro
lato della barricata, se col lancio dei razzi
artigianali i miliziani continuano ad offrire a
Israele il pretesto per attaccare la Striscia,
sul fronte politico sembra che qualcosa si stia
finalmente muovendo. Il presidente palestinese
Mahmoud Abbas e il primo ministro Ismail Haniyeh
si sono incontrati ieri per discutere la
possibile formazione di un nuovo governo di
unità nazionale, nel tentativo di allentare la
pressione delle sanzioni emanate dalla comunità
internazionale contro l'attuale governo guidato
da Hamas. Non essendo stata trovata un'intesa
sul nome del primo ministro, i due - come
riporta Reuters - si incontreranno
nuovamente oggi e domani per cercare di
raggiungere un accordo.