Recentemente si è saputo che la Nokia sposterà la
sua produzione tedesca di cellulari in Romania.
Quasi contemporaneamente il Financial Times ha
rivelato che la produttività dei lavoratori tedeschi
è quasi cinque volte quella dei romeni, quasi 50
dollari all’ora contro circa 12. Leggendo tali
notizie, emerge la evidente contraddizione tra
questi fatti e la polemica che Andrea Ichino da
tempo porta avanti dalle pagine dei maggiori
quotidiani italiani, come il Sole 24ore, espressione
della Confindustria, per legare la retribuzione alla
produttività. Obiettivo di tale battaglia, a detta
di Ichino, sarebbe l’aumento della produttività
stessa, al cui basso livello vengono imputate le
difficoltà dell’economia italiana, e la cui causa
risiederebbe negli scarsi incentivi ai lavoratori
bravi e volenterosi, i quali ricevono, invece, lo
stesso salario di quelli pigri e incapaci. Se tale
ragionamento fosse vero, la decisione della Nokia
risulterebbe non molto razionale. In realtà, così
non è. Anzi, il caso della Nokia dice molto sui
meccanismi reali di funzionamento delle imprese e
del moderno capitalismo. Ma andiamo per ordine.
Innanzi tutto, l’obiettivo del capitale non è la
produttività in sé, ma l’aumento dei profitti.
Infatti, la produttività – secondo la definizione
corrente - non è altro che il valore in denaro
prodotto mediamente in un’ora dal singolo
lavoratore. Il profitto, invece, essendo la
differenza tra tutti i costi di produzione –
compreso il salario dei lavoratori – ed il prezzo di
vendita del prodotto, è quello che veramente importa
ai fini del bilancio aziendale. Ritornando alla
Nokia, se questa sposta la produzione in Romania è
perché lì i profitti risultano più alti, dal momento
che i salari orari sono più bassi, per l’esattezza 4
euro contro i 28 della Germania, compensando così
ampiamente la minore produttività oraria. I bassi
salari sono stati, per l’appunto, la leva
competitiva principale anche per il padronato
italiano negli ultimi 20 anni, cioè da quando la
capacità negoziale del lavoro si è drasticamente
ridotta. Risultati ne sono stati un salario nominale
ora tra i più bassi d’Europa ed un salario reale
andatosi riducendo fino a rendere difficile, per
molte famiglie, arrivare alla cosiddetta “terza
settimana”.Ma, oggi, agire sul salario non basta
più, perché in un mercato mondializzato competere
sul salario coi paesi dell’Europa orientale e
soprattutto dell’Estremo Oriente non è più
possibile. Eppure, c’è chi continua a voler cavare
sangue dai lavoratori, come fossero rape. Pretendere
di aumentare la produttività, legandola direttamente
al salario, non è altro che questo. Ma, in Italia la
proposta di Ichino, oltre a produrre un danno, ha il
sapore della beffa. Infatti, parlando di
produttività dobbiamo intendere sia quella oraria
sia quella assoluta. Quest’ultima deriva anche dalla
lunghezza della giornata lavorativa, che, per
l’appunto, è in Italia più lunga che nel Nord
Europa, anche per il ricorso massiccio agli
straordinari. Vi ricordate, al proposito, da quante
ore erano al lavoro, al momento dell’”incidente”,
gli operai morti alla Thyssen Krupp di Torino?
Invece, l’aumento della produttività oraria dipende
da due fattori: l’aumento dell’intensità (i ritmi di
lavoro) e l’aumento della forza produttiva del
lavoro. L’aumento della prima è più facile da
ottenere, in tempi di facile ricattabilità dei
lavoratori. La seconda richiede, invece, elevati
investimenti in nuovi macchinari, in miglioramenti
dell’organizzazione del lavoro, e, quindi, in
ricerca e sviluppo. Tali investimenti si traducono
non solo in processi lavorativi più efficienti, ma
anche in prodotti migliori e più competitivi, oppure
più adeguati a soddisfare nuovi bisogni, tutti
fattori su cui l’industria italiana ha segnato il
passo negli ultimi anni. Cose che costano, e per
questo in Italia, dove la media delle imprese ha
dimensioni inferiori, ad esempio, a quelle tedesche
(ma il discorso mutatis mutandis vale anche
per la grande impresa italiana che ha sempre speso
poco in R&S), si è preferito fare maggiore
affidamento su salari bassi, straordinari e aumento
dei ritmi di lavoro.In questo modo, le quote di
mercato delle imprese italiane sui mercati
internazionali si sono ridotte, ma, in compenso, i
profitti sono cresciuti, visto che i salari relativi
si sono ridotti, cioè si è ampliato il divario
relativo tra i salari ed i profitti. L’elemento da
cui partire è che l’impresa capitalistica non compra
dal lavoratore il prodotto già bello e fatto, ma il
suo tempo di lavoro, nel quale interviene,
modificandone le condizioni di sfruttamento, ai fini
dell’aumento del profitto. Ciò risulterebbe ancor
più vero nel caso in cui, come di fatto propone
Ichino, si reintroducesse il salario a “cottimo”,
che non è altro che la forma di salario più adeguata
agli interessi dell’impresa, adeguata cioè ad
aumentare l’intensità del lavoro ed il suo
sfruttamento, rendendo, in sovrappiù, superfluo il
controllo sul lavoro operaio da parte dell’impresa.
Sarebbe il lavoratore a stesso a controllarsi da
solo, nel tentativo di raggiungere un livello
adeguato di salario, che comunque tenderebbe a
crollare, perché la moltiplicazione della tensione
lavorativa applicata alla produzione renderebbe
superfluo l’ingresso di nuovi lavoratori e, quindi,
aumenterebbe i disoccupati ed i sottoccupati, con il
conseguente aumento della pressione sul mercato del
lavoro e sui livelli salariali.Ma, con buona pace di
Ichino, le aziende hanno già introdotto criteri di
valutazione che legano gli aumenti di retribuzione
(ormai sempre più necessari solo per mantenere il
potere d’acquisto), estendendoli anche a funzioni
che poco hanno a che fare sia direttamente che
indirettamente con la manifattura. E’ proprio in
questi casi che si osserva meglio quanto questi
criteri non siano legati al raggiungimento della
produttività, ma al mantenimento della disciplina e
della gerarchia all’interno delle aziende. Infatti,
non è possibile definire “oggettivamente” e
quantitativamente la produttività per lavori
“immateriali” o per lavori legati ai servizi alla
persona. Il “merito” diviene così un qualcosa ancora
di più definibile solo “soggettivamente”, cioè
secondo il punto di vista dell’azienda.Dulcis in
fundo, quando Ichino parla di legare il merito
alla retribuzione è solito partire dal settore
pubblico, anche perché è consapevole che i
disservizi statali sono per molti, anche fra i
lavoratori, oggetto di critiche feroci. Si tratta di
una mossa furba, che mira a fare breccia nel fronte
dei lavoratori, colpendolo nel punto “debole”, per
poter estendere certi principi regressivi a tutti.
Però, tale mossa non tiene conto di alcuni fatti. Se
il pubblico presenta delle inefficienze, queste sono
dovute, in primo luogo, alle scarse risorse ad esso
dedicate oppure al modo irrazionale in cui vengono
gestite. Tali inefficienze non possono essere
imputate ai lavoratori, ma al modo, ancora
clientelare ed inefficiente, in cui il lavoro viene
organizzato. Né l’introduzione di criteri
privatistici nel pubblico, come l’esternalizzazione
di molte funzioni, ha migliorato i servizi, ma ha
semplicemente peggiorato e reso precarie le
condizioni di molti lavoratori, offrendo a imprese e
potentati vari nuove occasioni di arricchimento.Il
“merito” di Ichino, evidentemente agli occhi di chi
lo sostiene, è quello di attaccare due principi
essenziali su cui si sono rette le relazioni
sindacali. Il primo è quello secondo cui il rapporto
tra il salario e il profitto è basato sui rapporti
di forza esistenti tra classi sociali, per questa
ragione oggettivamente antagonistiche. Il secondo è
che il miglioramento delle condizioni salariali non
passa attraverso il riconoscimento di un “merito”
individuale, ma attraverso la negoziazione e la
lotta collettiva.Si tratta, in definitiva, di un
altro tassello dell’offensiva contro la
contrattazione collettiva, una delle ultime
posizioni tenute dai lavoratori. Oggi, anziché
introdurre strumentali divisioni tra lavoratori
“fannulloni” e “laboriosi” sarebbe, invece, il caso
di ragionare in termini di unificazione delle lotte
di tutti i lavoratori europei, costruendo un
sindacato veramente europeo, e rivendicando un
salario minimo a livello Ue. Del resto, proprio
l’aumento della richiesta di lavoratori, seguita
allo spostamento di molte produzioni all’est, sta
alzando i livelli salariali in questi paesi.
Infatti, in termini reali i salari in Polonia sono
cresciuti negli ultimi nove mesi del 7% ed in
Romania addirittura del 16%.
marzo 2008
Bush a Roma, perché noi ci saremo
di
Iacopo Venier
Roma 7 giugno 2007
Bush viene a Roma con le mani grondanti di
sangue, di clima, di democrazia. L'uomo che
ha reagito agli attentati dell'11 settembre
scatenando una guerra mondiale per il
dominio delle risorse energetiche,
ambientali, economiche risulta un vero e
proprio "indesiderato" a cui notificheremo,
"canteremo e suoneremo" il nostro decreto di
espulsione. Solo nelle ultime settimane
Bush ha riaperto la guerra fredda con la
Russia, ha diviso l'Europa con lo scudo
stellare che riapre la corsa agli armamenti
nucleari, ha affossato ogni accordo
possibile sul clima. La sua amministrazione
ha fatto al guerra al mondo ma ha anche
sistematicamente cancellato gli stessi
diritti democratici per i cittadini
americani introducendo, con la scusa della
sicurezza, legislazioni speciali, spionaggio
sistematico ed addirittura la legittimità
della pratica della tortura. Questo è l'uomo
più potente del mondo. Noi comunisti, noi
movimento per la pace, noi democratici, noi
donne e uomini liberi vogliamo, dobbiamo
esprimere tutto il nostro rifiuto per ciò
che Bush ha fatto e rappresenta. Per queste
ragioni sabato saremo in piazza del Popolo a
Roma per una manifestazione gioiosa ma anche
dura che darà voce a chi non si è piegato
alla logica manichea della guerra
preventiva. Con noi ci sarà l'altra America
e cioè prima di tutto ci saranno quei
cittadini statunitensi che si battono contro
le politiche di Bush e che hanno
sperimentato sulla loro pelle quanto, con la
scusa della guerra, sono cresciute negli
Usa le disuguaglianze, le esclusioni, la
violenza pubblica e privata. Con noi ci sarà
l'America Latina che a Bush si è ribellata
trovando strade diverse e convergenti per
liberarsi dal dominio di quel gigante che
per decenni ha organizzato nel suo cortile
di casa golpe militari, repressioni di
massa, assassini politici al servizio della
spoliazione delle risorse umane e materiali
di un intero continente. Vorremmo che con
noi ci fosse tutta l'Italia e soprattutto
l'Europa. L'Europa non sarà mai nemica degli
USA. Se però l'Europa non saprà liberarsi
definitivamente dalla subalternità, dalla
paura e dagli interessi di quei pochi ma
potenti amici degli Usa, non sarà mai in
grado di rappresentare una speranza ed uno
strumento reale per noi cittadini che non
vogliamo restare sudditi di un monarca
(elettivo) che siede dall'altra parte
dell'oceano Altlantico. Noi saremo in piazza
contro Bush e non contro il nostro governo
(come fanno coloro che hanno organizzato il
corteo). E' Bush l'ostacolo sulla via di una
maggiore autonomia, di una vera sovranità ed
il nostro compito non è quello di
distruggere il quadro politico più avanzato
a disposizione. Noi del PdCI non siamo così
miopi da confondere la critica per le
insufficienze dell'azione di questo governo
con la liquidazione di una esperienza che,
pur tra contraddizioni importanti, comunque
ha saputo fare anche scelte coraggiose
contro le scelte degli Usa. Tutti in piazza
quindi per far sentire la voce del popolo
della pace, la voce dell'Italia che ha
esposto l'arcobaleno, la voce dell'Europa
del futuro.