Dall’unità dello Stato
italiano in poi, per oltre un secolo, si è realizzato un
imponente sistema di Enti, Aziende, Consorzi (Statali,
Regionali, Provinciali, Comunali) tutti soggetti di diritto
pubblico che hanno accompagnato e sono stata la base dello
“sviluppo” della società italiana e del suo “progresso
sociale”. Si può assumere la Legge 103 del 30/3/1903 – la
legge Giolitti – come atto di nascita istituzionale di
questo movimento per i Servizi Pubblici di Interesse
Generale che e – con esiti diversi nelle varie Regioni
italiane – ha attraversato tutto il ventesimo secolo.
Quando una Società
individua e riconosce alcune
prestazioni/attività/opportunità come
utili/necessarie/indispensabili per tutti i suoi
cittadini, assume come fine primo, come dovere istituzionale
la iniziativa per la loro realizzazione; se ne carica gli
oneri con il sistema fiscale generale, e facendo ciò
trasforma i BISOGNI di base dei suoi cittadini in DIRITTI; e come tali li garantisce costituzionalmente.
In quel momento gli strumenti organizzativi per attuare
quelle scelte non hanno più le caratteristiche di “imprese
di produzione”, ma diventano “istituzioni pubbliche”; non
devono offrire – sul mercato – “merci e/o servizi” , ma garantire dei diritti, che costituiscono la base
materiale del livello civile di quella società.
In Italia ciò è avvenuto –
con molte contraddizioni, ma con una certa continuità –
anche attraverso le diverse fasi storiche e politiche
(post-unitaria, fascista, democratica) e attraverso due
grandi guerre, segnando tanti aspetti della vita concreta
dei cittadini italiani.
Si può tentare qui un
semplice e incompleto elenco dei temi coinvolti in questo
processo:
-
La salute e
la cura dei cittadini
-
L’igiene
personale (le vaccinazioni)
-
L’istruzione
(anche obbligata) e la formazione
-
L’informazione e la comunicazione
-
La mobilità
-
La
disponibilità di energia (elettrica e calorica)
-
L’igiene
ambientale (l’ACQUA e i RIFIUTI)
-
La
previdenza e l’assistenza
-
Il risparmio
e la sua tutela
-
La casa
ecc.…
Si può tentare qui anche
un semplice e incompleto elenco di sigle che riassumono ciò
di cui parliamo. Nomi e acronimi più o meno noti e
importanti, nazionali o locali, in cui è il contenuto di un
processo sociale collettivo e comune a tutti i cittadini –
pubblico – che oggi si pone in liquidazione con il processo
inverso della privatizzazione: S.S.N. e A.U.S.L. – Scuole
Statali – EIAR e RAI – SIP e TELECOM – PP.TT – Acquedotto
delle Puglie e Acquedotto del Sulcis e Acquedotto di Romagna
– FF.SS. – Società Autostrade e ANAS – ACEA e ACEM e AMIU e
AMGA ecc… - INPS e INAIL e INA – ENI e ENEL e ENEA – INCIS
e IACP ecc…
Nella società
“capitalistica” italiana questi sono stati gli strumenti che
hanno in concreto realizzato una redistribuzione della
ricchezza comune prodotta a favore delle “classi inferiori”,
cioè dei lavoratori dipendenti stipendiati e salariati.
Queste realtà hanno storicamente costituito quegli “ELEMENTI
DI SOCIALISMO” che ci hanno permesso – tra mille limiti e
contraddizioni – di costruire uno STATO SOCIALE.
Tutto ciò, naturalmente,
non è nato dalla generosa benevolenza delle classi
dominanti, ma dalle lotte dei lavoratori; e tutto ciò che si
è realizzato durante un secolo, attraverso il regime
liberal-monarchico, il regime fascista, il regime
democratico-repubblicano.
La Costituzione
repubblicana nata dalla Resistenza ha posto un punto fermo
su tutto ciò: ha formalizzato come DIRITTI riconosciuti
costituzionalmente – e come tali da perseguire da parte
dello Stato repubblicano – tutte le necessità degli
individui per essere cittadini a pieno titolo. Tutti i primi
54 Articoli della Costituzione – che individuano i principi
fondamentali e i diritti e i doveri nei rapporti civili,
etico-sociali ed economici – parlano di queste cose. Molti
di questi articoli cominciano così: - La Repubblica tutela…
- La Repubblica riconosce… - La Repubblica agevola… - La
Repubblica promuove… - La repubblica garantisce… La
Costituzione del ’48 sancisce insomma che questo è (deve
essere) il principale compito dello Stato Repubblicano.
Perciò tutti gli Enti Pubblici (Aziende, Consorzi, ecc.) non
sono “imprese” ma sono ISTITUZIONI della Società che le
esprime, sono gli strumenti per realizzare i “principi”
costituzionali, strumenti necessari perché tali principi non
rimangano semplici enunciazioni di principio, semplici
petizioni.
A partire dalla metà degli
anni ’80 dello scorso secolo, in Italia (e prima ancora in
USA e nel Regno Unito con i governi di Reagan e della
Tatcher) si enunciò la teoria che “pubblico è brutto e
inefficace” mentre “privato è bello ed efficace”. Tutti i
mezzi in grado di fare opinione, finanziati dai grandi
gruppi finanziari palesi e/o occulti nazionali e/o
transnazionali, dettero voce a tali teorie, con ogni
evidenza contrarie alla concreta esperienza storica, giacchè
è evidente che tutti i progressi civili e sociali dei paesi
“avanzati” si sono realizzati insieme allo sviluppo dei
servizi pubblici di base e grazie ad essi. Si cominciò ad
accusare i “monopoli pubblici” di essere di intralcio al
rilancio dello sviluppo nell’era della “globalizzazione”.
Apparve la parola magica della “privatizzazione”:
occorreva trasformare tutti gli Enti Pubblici (di diritto
pubblico) realizzati per tutti con i soldi di tutti, gestiti
da pubblici dipendenti (public servants); occorreva
cambiarne la natura per potersi appropriare, in pochi, di un
enorme patrimonio di tutti. Si cominciò con la
trasformazione in SpA, in società di capitale, soggetti
economici di diritto privato regolati dal Codice Civile. Si
avviò così la grande truffa, la “rapina del secolo”, il cui
obiettivo finale era quello di trasformare in monopoli
privati (o al massimo in oligopoli collusivi) i
vituperati “monopoli pubblici”, facendo divenire proprietari
di un enorme patrimonio di tutti i pochi abili “investitori”
con procedure da saldi di fine stagione costruite su misura
per gli amici degli amici (un esempio solo: la
“cartolarizzazione” di tutto il patrimonio immobiliare
pubblico è affidata a una Società dal nome
programmaticamente agghiacciante di SCIP!)
Il grande scippo
perpetrato ai danni e alle spalle del popolo italiano è
stato facile come un gioco da ragazzi una volta che –
annunciata per decreto superiore la “morte delle ideologie”
– ogni ipotesi non solo di “stato socialista” ma anche “ogni
elemento di socialismo” doveva essere cancellato in una
società che si voleva non più “liberale” ma “liberista”. Al
gioco hanno partecipato certo i liberisti di sempre, ma
anche le folte schiere di “socialisti” di ogni tipo ed
origine, più o meno sentitamente pentiti. E – comunque –
tutti in coda per conquistarsi una nuova verginità nel
mercato politico della nuova “società del mercato” dove –
come è noto - tutte è (deve essere) merce, e tutti sono
(devono essere) mercanti. E dove tutto ha – come è noto – il
suo prezzo.
A questo punto
naturalmente, il vero nemico da demolire, da togliere di
mezzo, è diventata la Costituzione Italiana nata dalla
Resistenza in cui è dato titolo di istituzione agli
strumenti necessari per la costruzione di una società
democratica e progressiva. L’attacco naturalmente è
cominciato dalla devastazione della II Parte – quella
ordinamentale – perché loro Signori hanno ben capito che è
lì la struttura che una volta demolita renderà pure voci in
un deserto i principi enunciati nella prima parte.
L’obiettivo grosso è naturalmente quello di trasformare
la Repubblica da parlamentare a presidenziale. Si
cominciò con la famigerata BICAMERALE; si è finiti a
LORENZAGO nella baita dei quattro saggi. Oggi – 2006 –
rimangono solo i tempi supplementari da giocare nel
REFERENDUM che potrà ancora – con il NO dei cittadini –
riaprire uno spiraglio per la nostra democrazia. L’Art.43 della Costituzione recita:
“Ai fini di utilità
generale la legge può riservare originariamente o trasferire
mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad
enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti,
determinate imprese o categorie di imprese che si
riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonti di
energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di
preminente interesse generale”. (L’Art. 43 è l’articolo in
base al quale – nel 1962 – si è nazionalizzata l’energia
elettrica dando vita all’ENEL). Oggi è ormai a tutti noto
che il primo dei servizi pubblici “essenziali e di
preminente interesse generale” è quello relativo all’ACQUA
– vitale per tutti i cittadini, per le loro attività, per la
loro stessa esistenza. E’ evidente il rischio insito
nell’appropriazione privata della disponibilità della
risorsa acqua che per sua natura si attua in situazione di
monopolio oggettivo, naturale. La captazione,
l’accumulo, la sanificazione, la distribuzione acque –
dottistica dell’ ACQUA deve rimanere in totale mano
pubblica. I COMUNISTI FORLIVESI – insieme ai VERDI – si
opposero sin dal 1992 alla trasformazione del CONSORZIO
INTERPROVINCIALE PER L’ACQUEDOTTO DI ROMAGNA in “ROMAGNA
ACQUE SPA”, alla successiva trasformazione del CIS
(CONSORZIO INTERCOMUNALE SERVIZI) in “UNICA SPA” e poi al
confluire di questa nella Holding (!) HERA…
Sono ormai 14 anni di
battaglie perse non da noi comunisti ma dalle nostre
popolazioni.
Oggi riteniamo che sui
benefici e vantaggi di HERA (come delle privatizzazioni in
generale) i cittadini stanno aprendo gli occhi. In Italia e
nel mondo gli effetti negativi nei settori privatizzati sono
evidenti. In Inghilterra come negli USA, nelle Ferrovie come
nelle Telecomunicazioni, come nel campo energetico.
Ma è quello dell’ACQUA il
settore più pericolosamente esposto: - in tutto il mondo
sono all’opera da tempo le “multinazionali dell’acqua”
che con ogni meno – lecito o illecito – stanno espropriando
il DIRITTO DEI POPOLI ALL’ACQUA. Sono società francesi,
americana, inglesi, italiane che acquistano concessioni
monopolistiche in ogni continente, dall’Estremo Oriente ai
Balcani, dall’Africa Australe all’Est Europeo. E già si
legge sempre più spesso che le guerre prossime venture
saranno le GUERRE PER L’ACQUA.
Le prossime elezioni
politiche (9/10 Aprile 2006) vedranno i COMUNISTI sostenere
il programma dell’UNIONE, che non è il programma dei
COMUNISTI ITALIANI ma della coalizione di cui i comunisti
scelgono di far parte.
-
Cosa si dice
in tale programma a proposito dei servizi pubblici di
interesse generale?
-
SI DICE:
“Nei servizi pubblici, liberalizzare deve significare
garantire comunque le caratteristiche universalistiche dei
servizi. Nei servizi a rete (energia, trasporti) la
proprietà delle reti deve rimanere pubblica. Nel settore
cruciale dell’ ACQUA dovranno essere assunti criteri
di massima sensibilità, di precauzione, di forte
investimento programmatico. IN QUESTO CASO LA DISTINZIONE
TRA RETE E SERVIZIO E’ PIU’ COMPLESSA. ENTRAMBE LE FUNZIONI
DOVRANNO DUNQUE RIMANERE PUBBLICHE”.
Noi comunisti siamo
d’accordo: per l’acqua e per tutti quei settori di interesse
generale a rete, aventi la natura oggettiva di
monopoli naturali.
Per tutti questi servizi
gli Enti che li organizzano devono essere IN
PROPRIETA’ ED IN GESTIONE DELLO STATO, DI ENTI PUBBLICI
TERRITORIALI O DI COMUNITA’ DI LAVORATORI O DI UTENTI come
prevede e prescrive la Costituzione.
I COMUNISTI ITALIANI
rivolgono un appello a tutti gli alleati politici dell’
UNIONE affinchè si dia vita a un MOVIMENTO PER LA
RIPUBBLICIZZAZIONE DELLA PROPRIETA’ E DELLA GESTIONE dei
servizi di base a carattere di generalità:
-
A PARTIRE
DALL’ACQUA CHE E’ UN DIRITTO VITALE, NON UNA MERCE DA
QUOTARE IN BORSA