LA COMUNE DI PARIGI
18 MARZO 1871 - 21 MAGGIO 1871

La Comune di Parigi, è il governo
rivoluzionario popolare e operaio istituito dal popolo
parigino nella capitale francese a seguito della
rivoluzione scoppiata il 18 marzo 1871 dopo la sconfitta
francese a Sédan, si colloca in una situazione di ampi
mutamenti nella storia d'Europa, era la cosidetta "svolta
dell'anno '70", caratterizzata in particolare dalla guerra
franco/prussiana, con il crollo dell'impero di Napoleone III
e la costituzione di quello tedesco, dall'annessione di Roma
al regno d'Italia e dalla trasformazione del principio di
nazionalità in nazionalismo.

Il 2 settembre 1870 l'imperatore
Napoleone III, sconfitto nella battaglia di Sedan si arrese
ai prussiani; due giorni dopo i repubblicani di Parigi con
una rivoluzione incruenta proclamarono la nascita della
Terza Repubblica, resistendo al nemico sino al gennaio del
1871, quando la capitale fu costretta a capitolare dopo un
assedio di quattro mesi.
Entro l'assemblea nazionale, la
maggioranza dei delegati (per lo più monarchici) era
disposta ad accettare i termini del trattato di pace imposti
dal primo ministro prussiano Otto von Bismarck, considerati
invece umilianti da repubblicani e socialisti radicali,
decisi a riprendere le armi.
Il timore della restaurazione della
monarchia dopo la sconfitta favorì pertanto la costituzione
a Parigi di un governo rivoluzionario: il 17 e il 18 marzo
il popolo parigino organizzò un'insurrezione contro il
governo nazionale, instaurando un governo del popolo,
presediuto da un Comitato centrale della guardia nazionale,
che inizialmente non ebbe, o perlomeno non ebbe
prevalentemente, un carattere Socialista, e fissando per il
26 marzo le elezioni di un Consiglio municipale, noto con il
nome di "Comune di Parigi" (i membri del Consiglio furono
chiamati "comunardi").

I settanta membri della Comune
appartenevano a diverse correnti politiche: la maggioranza
era costituita da giacobini, altri erano seguaci del
rivoluzionario Louis-Auguste Blanqui, altri ancora erano
rivoluzionari indipendenti, o radicali. La minoranza era
invece composta da seguaci di Pierre-Joseph Proudhon, membri
della sezione francese dell'Associazione internazionale dei
lavoratori.
Il 26 marzo 1871 la componente Socialista
del Comitato centrale della guardia nazionale ebbe però il
sopravvento su quella borghese conservatrice-repubblicana,
favorevole a un'intesa col Thiers (capo delle
forze"repubblicane" conservatrici attestate a Versailles), e
così, per la prima volta nella storia, si verificò e
realizzò una concreta presa di potere da parte del
proletariato con l'instaurazione di un regime proletario.

Tuttavia, stretta nella morsa della
guerra civile, assediata sempre più da vicino dall'esercito
del Thiers:
La Comune non potè attuare il suo programma socialista se
non in misura minima, e alla fine, l'esperimento proletario
fu soffocato nel sangue, nei suoi pochi giorni di
vita la Comune propose misure a beneficio dei lavoratori e
votò provvedimenti quali la separazione della Chiesa dallo
stato e la socializzazione delle fabbriche abbandonate dagli
imprenditori. Tali misure però non entrarono in realtà mai
in vigore, in parte per le frizioni che ben presto emersero
tra le varie componenti della Comune, ma anzitutto per
l'intervento dell'esercito regolare ordinato dall'assemblea
nazionale. Per sei settimane a partire dal 2 aprile, Parigi
fu bombardata dalle forze governative; le sue difese furono
piegate all'inizio di maggio.

Dopo circa un mese di assedio, il 21 maggio 1871 le truppe
guidate dal Thiers entrarono in Parigi, dando inizio alla
tristemente famosa "settimana di sangue" che con grande
crudeltà la reazione borghese portò a compimento, culminando
l'azione di cruenta repressione (21-28 maggio) con l'esucuzione
di 20.000 Patrioti Comunardi e l'arresto di altri 38.000, di
cui migliaia furono poi deportati nella Nuova Caledonia.

LA
COMUNE DI PARIGI 1871
L’"Indirizzo" di Carlo Marx
sull’epica impresa dei "comunardi"
Nella scia
dei materiali di formazione basilare, dopo avere pubblicato
il Manifesto del Partito Comunista e il Sunto del
1º libro del Capitale, riportiamo il 3º e il 4º capitolo
dell’indirizzo di Marx tracciato alla luce
dell’esperienza della Comune di Parigi, che segna una tappa
nell’elaborazione del pensiero politico marxista e della
concezione dello Stato. L'Indirizzo è preceduto dalla
celebre lettera di Marx a Weydemeyer del 5/3/1852 in cui
l’autore specifica ciò che è proprio delle sue scoperte
politiche.
Lettera di
Marx a Weydemeyer
... Al tuo
posto osserverei, a proposito dei signori democratici en
général, che costoro farebbero meglio a prendere
conoscenza della letteratura borghese, prima di pretendere
di abbaiare contro chi ne è l’antagonista. Questi signori
per esempio dovrebbero studiare le opere storiche di Thierry,
Guizot, John Wade ecc., per informarsi sulla passata "storia
delle classi". Dovrebbero prendere conoscenza degli elementi
primi dell’economia politica, prima di mettersi a criticare
la critica dell’economia politica. Per esempio basta aprire
la grande opera di Ricardo per trovare in prima pagina le
parole con cui egli apre la prefazione.
"Il prodotto
della terra, tutto quanto viene ottenuto dalla sua
superficie con l’applicazione unita di lavoro, macchine e
capitale, si distribuisce tra tre classi della
comunità; cioè il proprietario della terra, il proprietario
del capitale necessario a coltivarla, e gli operai con il
cui lavoro la terra viene coltivata".
Ora, quanto
poco la società borghese sia maturata negli Stati Uniti per
rendere evidente e comprensibile la lotta delle classi, di
ciò fornisce la dimostrazione più brillante C. H. Garey
(di Philadelphia), l’unico importante economista
nordamericano. Egli attacca Ricardo, il
rappresentante più classico della borghesia e l’avversario
più stoico del proletariato, come un uomo la cui opera
sarebbe l’arsenale per gli anarchici, i socialisti, insomma
per tutti i nemici dell’ordinamento borghese. Egli
rimprovera non solo a lui ma anche a Malthus, MilI, Say,
Torrens, Wakefield, MacCulloch, Senior, Whaiely, R. Jones
ecc., questi capifila dell’economia in Europa, di dilaniare
la società e di preparare la guerra civile, quando
dimostrano che i fondamenti economici delle varie classi
debbono provocare tra loro un antagonismo necessario e
sempre crescente. Egli cerca di confutarli, non certo come
lo sciocco Heinzen collegando l’esistenza delle classi
all’esistenza di privilegi e monopoli politici, bensì
cercando di dimostrare che le condizioni economiche:
rendita (proprietà fondiaria), profitto
(capitale) e salario (lavoro salariato), invece di
essere condizioni della lotta e dell’antagonismo, sono
piuttosto condizioni di associazione ed armonia.
Naturalmente egli non fa che dimostrare che le condizioni
"non sviluppate" degli Stati Uniti sono per lui le
"condizioni normali".
Per quanto mi
riguarda, non a me compete il merito di aver scoperto
l’esistenza delle classi nella società moderna e la loro
lotta reciproca. Molto tempo prima di me, storiografi
borghesi hanno descritto lo sviluppo storico di questa lotta
delle classi ed economisti borghesi la loro anatomia
economica. Ciò che io ho fatto di nuovo è stato: 1)
dimostrare che l’esistenza delle classi è legata
puramente a determinate fasi storiche di sviluppo della
produzione; 2) che la lotta delle classi conduce
necessariamente alla dittatura del proletariato; 3)
che questa dittatura medesima non costituisce se non il
passaggio all’abolizione di tutte le classi e a una
società senza classi. Mascalzoni ignoranti come
Heinzen, i quali non solo negano la lotta, ma persino
l’esistenza delle classi, dimostrano soltanto, nonostante i
loro latrati sanguinari e le loro pose umanistiche, di
ritenere le condizioni sociali nelle quali la borghesia
domina come il prodotto ultimo, come il non plus ultra della
storia, di non essere che servi della borghesia, una servitù
che è tanto più ripugnante, quanto meno questi straccioni
riescono a capire anche solo la grandezza e la necessità
transitoria del regime borghese stesso. ...
Indirizzo del
consiglio generale
dell’Associazione Internazionale dei lavoratori
CAP. III
All’alba del
18 marzo, Parigi fu svegliata da un fragore di tuono: " Vive
le Commune! ". Che cos’è dunque la Comune, questa sfinge che
tormenta così seriamente lo spirito dei borghesi?
" I proletari
di Parigi - diceva il Comitato centrale nel suo manifesto
del 18 marzo - in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle
classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora per essi
di salvare la situazione prendendo nelle loro mani la
direzione degli affari pubblici... Il proletariato... ha
capito che era suo dovere imperioso e suo diritto assoluto
prendere nelle sue mani il proprio destino, e di
assicurarsene il trionfo impadronendosi del potere ".
Ma la classe
operaia non può accontentarsi semplicemente di prendere
nelle proprie mani la macchina statale bella e pronta, e di
farla funzionare per i propri fini.
Il potere
centralizzato dello Stato, con i suoi organi dappertutto
presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e
magistratura - organi prodotti secondo un piano di divisione
sistematica e gerarchica, del lavoro - trae la sua origine
dall’epoca della monarchia assoluta, quando servì alla
nascente società borghese come un’arma formidabile nelle sue
lotte contro il feudalismo. Il suo sviluppo fu però
intralciato da ogni sorta di residui medievali: prerogative
di nobili e signori, privilegi locali, monopoli municipali e
corporativi, Costituzioni provinciali. Il gigantesco colpo
di scena della Rivoluzione francese del XVIII secolo spazzò
via tutti questi resti di tempi passati, sbarazzando così in
un solo colpo il sostrato sociale degli ultimi ostacoli che
si frapponevano alla sovrastruttura dell’edificio dello
Stato moderno. Questo fu edificato sotto il primo Impero, il
quale a sua volta fu il prodotto delle guerre di coalizione
della vecchia Europa semifeudale contro la Francia moderna.
Durante i successivi régimes, il governo posto sotto
il controllo parlamentare, cioè, sotto il diretto controllo
delle classi possidenti, non diventò solamente l’incubatrice
di enormi debiti nazionali e di imposte schiaccianti; con le
sue irresistibili attrattive di posti, guadagni, protezioni,
divenne da una parte il pomo della discordia tra le frazioni
rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti; dall’altra
anche il suo carattere politico cambiò di pari passo con le
trasformazioni economiche della società. Via via che il
progresso della industria moderna sviluppava, allargava,
accentuava, l’antagonismo di classe tra capitale e lavoro,
il potere dello Stato assumeva sempre più il carattere di
una forza pubblica organizzata ai fini dell’asservimento
della classe operaia, di un apparato di dominazione di
classe.
Dopo ogni
rivoluzione, che segna un progresso nella lotta di classe,
il carattere puramente repressivo del potere dello Stato
risulta in modo sempre più evidente. La rivoluzione del
1830, trasferì il potere dai grandi proprietari fondiari ai
capitalisti, lo trasferì dai più lontani antagonisti degli
operai ai loro avversari più diretti. I repubblicani
borghesi che, in nome della rivoluzione di Febbraio, si
erano impadroniti del potere statale, se ne servirono per
provocare i massacri di Giugno, allo scopo di convincere la
classe operaia che la Repubblica " sociale " stava a
significare la Repubblica che assicurava la loro soggezione
sociale, e per convincere la massa monarchica della classe
borghese e dei grandi proprietari fondiari che poteva
tranquillamente lasciare ai borghesi "repubblicani" le cure
e le proficue prerogative finanziarie del governo. Tuttavia
dopo la loro unica impresa eroica di giugno, ai repubblicani
borghesi non rimaneva che retrocedere dalla prima fila alla
retroguardia del " partito dell’ordine " combinazione
formata da tutte le frazioni e fazioni rivali della classe
dei profittatori nel loro ormai dichiarato antagonismo con
le classi produttrici. La forma più adeguata del loro
governo di società per azioni fu la " Repubblica
parlamentare " con Louis Bonaparte come presidente. Esso fu
un regime di aperto terrorismo di classe e di deliberata
irrisione alla " vile multitude ". Se, come diceva
Thiers, la Repubblica parlamentare era il regime che "meno
divideva [le variopinte frazioni della classe dirigente] ",
essa denunciava per contro un abisso tra questa classe e
l’intero corpo della società che era escluso dalle sue
ristrette file. La loro alleanza rimuoveva gli impedimenti
che sotto i precedenti governi erano posti al potere statale
dalle divisioni tra le frazioni della classe dirigente. In
presenza della minaccia di sollevazione del proletariato, la
classe dominante riunita utilizzò il potere dello Stato,
senza riguardi e con ostentazione, come pubblico strumento
di guerra del Capitale contro il Lavoro. Nella sua
ininterrotta crociata contro le masse dei produttori, essa
fu però costretta non solo ad attribuire all’esecutivo
poteri sempre più vasti, ma in pari tempo a spogliare, l’uno
dopo l’altro, la loro stessa fortezza parlamentare -
l’Assemblea nazionale - di tutti i suoi mezzi di difesa
contro l’esecutivo. L’esecutivo, nella persona di Louis
Bonaparte, li mise tutti alla porta. Il frutto naturale
della Repubblica del " partito dell’ordine " fu il secondo
Impero.
L’Impero, con
il colpo di Stato come certificato di nascita, il suffragio
universale come autenticazione e la sciabola come scettro,
pretendeva di poggiare sui contadini, la grande massa di
produttori che non era impegnata direttamente nella lotta
tra Capitale e lavoro. Pretendeva di salvare la classe
operaia mettendo fine al parlamentarismo, e insieme con
questo l’aperta sottomissione del governo alle classi
possidenti. Pretendeva di salvare le classi possidenti
mantenendo la loro supremazia sulla classe operaia.
Finalmente pretendeva di realizzare l’unità di tutte le
classi risuscitando per tutte la chimera della gloria
nazionale. In realtà era l’unica forma di governo possibile
in un periodo in cui la borghesia aveva già perduto - e la
classe operaia non aveva ancora acquisito - la capacità di
governare la nazione. Esso fu salutato in tutto il mondo
come il salvatore della società. Sotto il suo dominio la
società borghese, liberata da tutte le preoccupazioni
politiche, raggiunse uno sviluppo che essa stessa non aveva
mai sperato. La sua industria e il suo commercio raggiunsero
proporzioni colossali; la truffa finanziaria celebrò orge
cosmopolite; la miseria delle masse faceva stridente
contrasto con la sfacciata ostentazione di lusso sfrenato,
dissoluto e abietto. Il Potere dello Stato, in apparenza in
tranquillo equilibrio al disopra della società, era però
esso stesso lo scandalo più grande di questa società e in
pari tempo il focolaio di tutta la sua corruzione. La sua
decomposizione e la decomposizione della società che esso
aveva salvaguardato vennero messe a nudo dalle baionette
della Prussia, ben disposta a trasferire il centro di
gravità di questo regime da Parigi a Berlino. L’imperialismo
è la più prostituita e insieme la più recente forma di quel
potere statale che la nascente società borghese aveva
incominciato a perfezionare come strumento della propria
emancipazione dal feudalismo, e che la società borghese
aveva infine pienamente trasformato in strumento per
l'asservimento del lavoro al Capitale.
La Comune fu
la diretta antitesi all’Impero. Il grido di " Republique
sociale ", col quale il proletariato di Parigi aveva
iniziato la rivoluzione di Febbraio non esprimeva che una
vaga aspirazione ad una Repubblica che non avrebbe dovuto
eliminare solamente la forma monarchica del dispotismo di
classe, ma lo stesso potere di classe. La Comune fu la forma
positiva di questa Repubblica.
Parigi, sede
centrale del vecchio potere governativo, e, nello stesso
tempo, fortezza sociale della classe operaia francese, era
balzata in armi contro il tentativo di Thiers e dei suoi
rurali di restaurare e perpetuare il vecchio potere
governativo ereditato dall’Impero. Parigi poteva solamente
resistere perché, in conseguenza dell’assedio, si era
sbarazzata dell’esercito e lo aveva sostituito con una
guardia nazionale, la cui massa era costituita da operai. È
questo stato di fatto che doveva, ora, essere trasformato in
un’istituzione permanente. Il primo decreto della Comune,
quindi, fu la soppressione dell’esercito permanente, e la
sua sostituzione con il popolo in armi.
La Comune fu
composta da consiglieri municipali, eletti a suffragio
universale nei diversi circondari di Parigi. Essi erano
responsabili e revocabili in qualunque momento. La
maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai o
rappresentanti riconosciuti della classe operaia. La Comune
non doveva essere un organismo parlamentare, ma un organo di
lavoro esecutivo e legislativo nello stesso tempo.
Invece di
continuare ad essere lo strumento del governo centrale, la
polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni
politiche e trasformata in strumento della Comune,
responsabile dinanzi ad essa e revocabile in qualunque
momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le
branche della amministrazione. Dai membri della Comune fino
ai gradi subalterni, le pubbliche funzioni venivano
retribuite con salari da operai. I diritti acquisiti e le
indennità di rappresentanza degli alti funzionari dello
Stato scomparvero con i funzionari stessi. Le cariche
pubbliche cessarono di essere proprietà private delle
creature del governo centrale. Non solo l’amministrazione
municipale, ma tutte le altre iniziative fino allora
esercitate dallo Stato passarono nelle mani della Comune.
Una volta
abolito l’esercito permanente e la polizia, strumenti di
potere del vecchio governo, la Comune si preoccupò di
spezzare la forza di repressione spirituale, il potere dei
preti; decretò la separazione della Chiesa e dello Stato
disciogliendo ed espropriando tutte le chiese in quanto
ordini possidenti. I sacerdoti furono restituiti al
tranquillo riposo della vita privata, per vivere delle
elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori,
gli apostoli. La totalità degli istituti di istruzione
furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari
tempo da ogni ingerenza della Chiesa e dello Stato. Così non
solo l’istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza
stessa fu liberata dalle catene che le erano state imposte
dai pregiudizi di classe e dal potere governativo.
I funzionari
della giustizia vennero spogliati di quella finzione di
indipendenza che non era servita ad altro che a mascherare
la loro vile sottomissione a tutti i vari governi che si
erano alternati al potere ai quali, di volta in volta,
avevano prestato giuramento di fedeltà per violare in
seguito tale giuramento. Come gli altri funzionari pubblici,
i magistrati e i giudici dovevano essere elettivi,
responsabili e revocabili.
La Comune di
Parigi doveva, beninteso, servire di modello a tutti i
grandi centri industriali della Francia. Una volta stabilito
a Parigi e nei centri secondari il potere della Comune, il
vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto, anche nelle
province, cedere il posto all’autogoverno da parte dei
produttori. In un abbozzo sommario dell’organizzazione
nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare, è
detto espressamente che la Comune doveva essere la forma
politica anche del più piccolo villaggio e che nelle regioni
rurali l’esercito permanente doveva essere sostituito da una
milizia popolare, con un periodo di servizio estremamente
breve. Le comuni rurali di ogni distretto dovevano
amministrare i loro affari comuni mediante un’assemblea di
delegati con sede nel capoluogo, e queste assemblee
distrettuali dovevano a loro volta inviare i propri
rappresentanti alla delegazione nazionale a Parigi; i
delegati dovevano essere revocabili in ogni momento e legati
da un mandat imperatif dei propri elettori. Le
funzioni, poco numerose, ma importanti, che ancora
rimanevano ad un governo centrale, non dovevano essere
soppresse, come venne detto falsamente in mala fede, ma
dovevano venire assolte da funzionari comunali e quindi
strettamente responsabili. L’unità della nazione non doveva
essere spezzata, ma doveva al contrario essere riorganizzata
dalla Costituzione comunale; doveva diventare una realtà
attraverso la distruzione del potere dello Stato che
pretendeva essere l’incarnazione di questa unità, ma voleva
essere indipendente dalla nazione stessa, e persino
superiore ad essa, mentre non costituiva che un’escrescenza
parassitaria. Mentre era importante amputare gli organi
puramente repressivi del vecchio potere governativo, le sue
funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità
che usurpava una posizione dominante al di sopra della
società stessa, e restituite agli agenti responsabili della
società. Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni
quale membro della classe dirigente dovesse " rappresentare
" e calpestare il popolo al Parlamento, il suffragio
universale doveva servire al popolo costituito in Comuni,
così come il suffragio individuale serve ad ogni altro
imprenditore in cerca di operai e personale direttivo per i
suoi affari. Ed è ben noto che le società, come i singoli
imprenditori, quando si tratta di veri affari, sanno
generalmente mettere a ogni posto l’uomo adatto, o se una
volta tanto commettono un errore, sanno rapidamente come
rimediare. D’altra parte nulla poteva essere più estraneo
allo spirito della Comune, che mettere al posto del
suffragio universale una investitura gerarchica.
È in generale
destino di tutte le formazioni storiche interamente nuove di
essere prese a torto per riproduzioni di vecchie e anche
defunte forme di vita sociale, con le quali possono avere
una certa rassomiglianza. Così, di questa nuova Comune, che
manda in frantumi il potere dello Stato moderno, si è voluto
vedere il richiamo alla vita dei comuni medievali, che prima
precedettero questo potere di Stato e poi ne divennero il
fondamento stesso.
La
Costituzione della Comune è stata presa a torto come un
tentativo di spezzare in una federazione di piccoli Stati,
come era stata segnata da Montesquieu e dai suoi girondini,
quella unità delle grandi nazioni, che, se originariamente è
stata realizzata con la violenza, è ora diventata un potente
fattore della produzione sociale. L’antagonismo fra la
Comune e il potere dello Stato è stato preso a torto come
una forma esagerata della vecchia lotta contro l’eccesso di
centralizzazione. Particolari circostanze storiche possono
avere impedito in altri paesi lo sviluppo classico della
forma borghese di governo che si è avuto in Francia, e
possono avere permesso, come in Inghilterra, di completare i
propri organi centrali dello Stato con corrotte vestries
(Assemblee parrocchiali), con consiglieri comunali
affaristi, feroci custodi dell’Ufficio di beneficenza nelle
città, e con magistrati virtualmente ereditari nelle Contee.
La Costituzione della Comune avrebbe restituito al corpo
sociale tutte le forze fino allora assorbite dallo Stato
parassita che si nutre a spese della società e ne paralizza
il libero movimento. Con questo solo fatto avrebbe
costituito la base di partenza per la rigenerazione della
Francia. La classe media delle città di provincia vide nella
Comune un tentativo di restaurare il controllo che il suo
ceto aveva esercitato sulle campagne al tempo di
Louis-Philippe, e che, sotto Louis-Napoléon, era stato
soppiantato dal preteso sopravvento delle campagne sulle
città. In realtà la Costituzione della Comune avrebbe messo
i produttori rurali sotto la direzione intellettuale dei
capoluoghi dei dipartimenti e avrebbe dato a loro la
sicurezza di trovare negli operai delle città i naturali
garanti dei loro interessi.
L’esistenza
stessa della Comune implicava, come naturale conseguenza, la
libertà municipale locale, ma non più intesa d’ora in avanti
come un ostacolo al potere dello Stato, che era stato tolto
di mezzo. Soltanto nella testa di un Bismarck - il quale
quando non era preso dai suoi intrighi di ferro e di sangue,
tornava volentieri al suo vecchio mestiere, così adatto al
suo calibro mentale, di collaboratore del "Kladderadatsch" -
soltanto in una testa siffatta poteva entrare l’idea di
attribuire alla Comune di Parigi l’ispirazione di rifarsi a
quella caricatura della vecchia organizzazione municipale
francese del 1791 che è il regime municipale prussiano, il
quale riduce l’amministrazione delle città alla funzione di
semplici rotelle del tutto secondarie della macchina
poliziesca dello Stato prussiano. La Comune fece una realtà
di questa parola d’ordine di tutte le rivoluzioni borghesi,
il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori
fonti di spese: l’esercito permanente, la burocrazia e il
funzionarismo. La sua esistenza stessa presupponeva la non
esistenza della monarchia che, perlomeno in Europa, è
l’abituale zavorra e la maschera indispensabile del dominio
di classe. Essa forniva alla Repubblica la base per avere
istituzioni democratiche. Ma né il "governo a buon mercato",
né la "vera Repubblica" erano la sua meta finale; essi non
facevano che da suo corollario.
La
molteplicità delle interpretazioni alle quali la Comune è
stata sottoposta, e la molteplicità di interessi che nella
Comune hanno trovato la loro espressione, mostrano che essa
costituì una forma politica pienamente preparata ad
espandersi, mentre tutte le precedenti forme di governo non
avevano messo l’accento che sulla repressione. Il suo vero
segreto fu questo; che essa fu essenzialmente un governo
della classe operaia, il prodotto della lotta della classe
dei produttori contro la classe degli appropriatori, la
forma politica finalmente scoperta che consentiva di
realizzare l’emancipazione economica del lavoro.
Senza
quest’ultima condizione, la Costituzione della Comune
sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno. Il dominio
politico dei produttori non può coesistere con la
perpetuazione del loro asservimento sociale. La Comune
doveva pertanto servire da leva per estirpare le basi
economiche sulle quali si fonda l’esistenza delle classi, e
quindi dell’oppressione di classe. Compiuta l’emancipazione
del lavoro, ogni uomo diviene un lavoratore e il lavoro
produttivo cessa di essere l’attributo di una classe.
Avviene un
fatto strano. Nonostante tutti i discorsi magniloquenti, e
l’immensa letteratura degli ultimi 60 anni sulla
emancipazione dei lavoratori, non appena gli operai, in
qualsiasi paese, prendono decisamente la cosa nelle loro
mani, immediatamente si sente risuonare tutta la fraseologia
apologetica dei reggicoda della società presente con i suoi
due poli, capitale e schiavitù salariata (il proprietario
fondiario non è che il socio passivo del capitalista), come
se la società capitalista si trovasse nel suo stato più puro
di verginale innocenza, come se tutte le sue contraddizioni
non fossero ancora sviluppate, le sue menzogne non ancora
smascherate, le sue infami realtà non ancora messe a nudo.
La Comune - essi esclamano - vuole abolire la proprietà,
base di ogni civiltà! Sì, o signori, la Comune voleva
abolire quella proprietà di classe che fa del lavoro di
molti la ricchezza di pochi. Essa aveva come scopo
l’espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della
proprietà privata individuale una realtà, trasformando i
mezzi di produzione, la terra e il capitale, oggi
essenzialmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del
lavoro, in semplici strumenti di un lavoro libero e
associato. Ma questo è comunismo, è l’"impossibile"
comunismo! Ebbene, quelli tra i membri delle classi
dominanti, che sono abbastanza intelligenti da comprendere
l’impossibilità di perpetuare il sistema presente - e sono
molti - sono diventati gli apostoli fastidiosi e rumorosi
della produzione cooperativa. Ma se la produzione
cooperativa non deve restare una finzione e un inganno; se
essa deve subentrare al sistema capitalista; se l’insieme
delle cooperative riunite deve regolare la produzione
nazionale secondo un piano comune, prendendola così sotto il
loro controllo e ponendo fine alla costante anarchia e alle
periodiche convulsioni che sono la sorte inevitabile della
produzione capitalista - che cosa sarebbe questo, o signori,
se non comunismo, un molto " possibile " comunismo?
La classe
operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha
utopie belle e pronte da introdurre par décret du peuple.
Sa che per realizzare la propria emancipazione, e con essa
quella forma di vita più elevata alla quale tende
irresistibilmente la società odierna per la sua stessa
struttura economica, essa dovrà passare attraverso lunghe
lotte, per tutta una serie di processi storici che
trasformeranno completamente le circostanze e gli uomini. La
classe operaia non ha da realizzare ideali, ma soltanto
liberare gli elementi della nuova società dei quali è
gravida la vecchia società in via di disfacimento.
Pienamente cosciente della sua missione storica e con
l’eroica decisione di agire in tal senso, la classe operaia
può permettersi di sorridere alle grossolane invettive dei
signori della penna e dell’inchiostro, servi senza
aggettivi, e della pedantesca protezione dei dottrinari
borghesi di buoni propositi che diffondono la loro insipida
ignoranza e le loro ostinate idee fisse col tono oracolare
dell’infallibilità scientifica.
Quando la
Comune di Parigi prese nelle sue mani la direzione della
rivoluzione, quando semplici operai, per la prima volta,
osarono infrangere il privilegio governativo dei loro
"superiori naturali", i possidenti, e in circostanze di
estrema difficoltà, compirono la loro opera umilmente, con
coscienza ed efficacia (e la portarono avanti con salari il
più alto dei quali raggiungeva appena il quinto di ciò che,
a voler credere un’alta autorità scientifica di Londra, il
professor Huxley, è il minimo richiesto per un segretario di
un certo consiglio scolastico della sua città), il vecchio
mondo si contorse in paurose convulsioni di rabbia alla
vista della bandiera rossa, simbolo della Repubblica del
lavoro, sventolante sull’Hótel de Ville a Parigi.
Eppure,
questa fu la prima rivoluzione nella quale la classe operaia
sia stata apertamente riconosciuta come la sola classe
ancora capace di iniziativa sociale, persino dalla grande
maggioranza della classe media parigina - bottegai,
commercianti, artigiani - eccettuati soltanto i ricchi
capitalisti. La Comune li aveva salvati regolando
saggiamente il problema che è alla base degli eterni
contrasti all’interno stesso della classe media: la
questione dei resoconti di dare e avere.
Questa stessa
parte della classe media aveva partecipato alla repressione
dell’insurrezione operaia del giugno 1848, ed era stata
subito sacrificata ai suoi creditori dell’Assemblea
costituente senza tante cerimonie. Ma questo non era il solo
motivo per cui ora queste classi medie si schieravano
attorno alla classe operaia. Esse avvertivano che vi era una
sola alternativa: o la Comune o l’Impero, sotto qualsiasi
nome questo potesse ripresentarsi. L’Impero le aveva
rovinate economicamente con lo sciupio delle finanze
pubbliche, con le truffe finanziarie su larga scala che
aveva sempre favorito, con l’impulso dato all’accelerazione
artificiale della concentrazione del capitale, e con la
correlativa espropriazione di una gran parte del loro ceto.
Le aveva soppresse politicamente, le aveva scandalizzate
moralmente con le sue orge, aveva deriso il loro
volterrianismo affidando l’educazione dei loro figli ai
frères ignorantins; aveva rivoltato il loro sentimento
nazionale di francesi, precipitandoli a capofitto in una
guerra che non lasciava che un solo compenso per le rovine
che aveva lasciato: la scomparsa dell’Impero. Di fatto, dopo
l’esodo da Parigi di tutta l’alta bohème bonapartista
e capitalista, il vero partito dell’ordine della classe
media si era presentato sotto le sembianze dell’Union
républicaine, che si schierò sotto le bandiere della
Comune e la difese dalle premeditate falsificazioni di
Thiers. Se la riconoscenza di questa grande massa della
classe media resisterà alla dura prova odierna, solo il
tempo lo mostrerà.
La Comune
aveva perfettamente ragione di dire ai contadini: "La nostra
vittoria è la vostra sola speranza!". Di tutte le menzogne
escogitate a Versailles e riprese come un’eco dai gloriosi
pennaioli d’Europa a un soldo la riga, una delle più
mostruose fu che i rurali dell’Assemblea nazionale
rappresentassero i contadini francesi. È sufficiente pensare
all’amore del contadino francese per gli uomini a cui, dopo
il 1815, aveva dovuto pagare un miliardo di indennità. Agli
occhi del contadino francese, l’esistenza stessa di un
grande proprietario fondiario è di per sé stessa una
violazione delle sue conquiste del 1789. I borghesi, nel
1848, avevano imposto al suo piccolo pezzo di terra la tassa
addizionale di 45 centesimi per franco; ma allora l’avevano
fatto in nome della rivoluzione; mentre ora avevano
fomentato una guerra civile contro la rivoluzione, per far
ricadere sulle spalle del contadino il peso maggiore dei 5
miliardi di indennità da pagarsi ai prussiani.
La Comune,
d’altra parte, in uno dei suoi primi proclami dichiarava che
le spese della guerra dovevano essere pagate da quelli che
ne erano stati i veri artefici. La Comune avrebbe liberato
il contadino dall’imposta del sangue; gli avrebbe dato un
governo a buon mercato; avrebbe trasformato le sue attuali
sanguisughe, il notaio, l’avvocato, l’usciere e gli altri
vampiri giudiziari, in agenti comunali salariati, da lui
eletti e davanti a lui responsabili. Essa lo avrebbe
liberato dalla tirannia della guardia campestre, del
gendarme e del prefetto; avrebbe sostituito l’istruzione del
maestro di scuola al posto dell’istupidimento ad opera dei
preti. E il contadino francese è, al di sopra di tutto, uomo
di calcolo. Egli avrebbe trovato assolutamente ragionevole
che la retribuzione dei sacerdoti, invece di essere estorta
dagli agenti delle imposte, dipendesse solo dall’azione
spontanea degli istinti religiosi dei parrocchiani. Questi
erano i grandi benefici immediati che il governo della
Comune - ed esso soltanto - offriva in prospettiva ai
contadini francesi. È quindi del tutto superfluo dilungarsi
qui sugli altri problemi concreti più complessi, ma di
vitale importanza, che solo la Comune era in grado di
risolvere e nello stesso tempo, era costretta a risolvere in
favore del contadino, come per esempio quello del debito
ipotecario, che pesava come un incubo sul suo piccolo
appezzamento di terra; quello del proletariato rurale che
cresceva di giorno in giorno per tale ragione, e della sua
espropriazione che avviene ad un ritmo sempre più rapido in
conseguenza dello stesso sviluppo dell’agricoltura moderna e
della concorrenza dell’azienda agricola capitalista.
Il contadino
francese aveva eletto Louis Bonaparte presidente della
Repubblica, ma il partito dell’ordine creò il secondo
Impero. Ciò di cui ha bisogno veramente il contadino
francese, incominciò a mostrarlo nel 1849 e nel 1850,
contrapponendo il suo sindaco al prefetto del governo, il
suo maestro di scuola al prete del governo e la propria
persona al gendarme del governo. Tutte le leggi fatte dal
partito dell’ordine nel gennaio e nel febbraio 1850 furono
misure di repressione aperta contro i contadini. Il
contadino era bonapartista, perché la grande Rivoluzione,
con tutti i benefici che egli ne aveva tratto, si
personificava ai suoi occhi in Napoleone. Questa illusione,
che si dissipò rapidamente sotto il secondo Impero (ed essa
era per sua stessa natura ostile ai "rurali"), questo
pregiudizio del passato, come avrebbe potuto resistere
all’appello della Comune agli interessi vitali e ai bisogni
urgenti dei contadini?
I rurali - ed
era questa, di fatto, la loro principale apprensione -
sapevano che tre mesi di libera comunicazione tra la Parigi
della Comune e le province avrebbero portato ad una
insurrezione generale dei contadini. Di qui la loro ansiosa
preoccupazione di stabilire attorno a Parigi un cordone
poliziesco come se si fosse trattato di impedire la
diffusione della peste bovina.
Se la Comune
era dunque la vera rappresentante di tutti gli elementi sani
della società francese, e quindi il vero governo nazionale,
era nello stesso tempo un governo operaio e sotto questo
profilo, nella sua qualità di audace sostenitore
dell’emancipazione del lavoro, un governo internazionale nel
pieno senso della parola. Sotto gli occhi dell’esercito
prussiano, che aveva annesso alla Germania due province
francesi, la Comune annesse alla Francia gli operai di tutto
il mondo.
Il secondo
Impero era stato una grande sagra per la furfanteria
internazionale, poiché le canaglie di tutti i paesi erano
accorse al suo appello per prendere parte alle sue orge e al
saccheggio sistematico del popolo francese. In questo stesso
momento il braccio destro di Thiers è Ganesco, crapulone
valacco; il suo braccio sinistro è Markovski, spione russo.
La Comune ha ammesso tutti gli stranieri a morire per una
causa immortale. Tra la guerra esterna perduta per il suo
tradimento, e la guerra civile provocata dal suo complotto
con gli invasori stranieri, la borghesia aveva trovato il
tempo di manifestare il suo patriottismo organizzando
battute di caccia ai tedeschi residenti in Francia: la
Comune ha eletto suo ministro del Lavoro un operaio tedesco.
Thiers, la borghesia, il secondo Impero, avevano
continuamente ingannato la Polonia con rumorose professioni
di simpatia, mentre in realtà la tradivano consegnandola
alla Russia, di cui facevano il sordido interesse. La Comune
ha fatto l’onore di mettere gli eroici figli della Polonia a
capo dei difensori di Parigi. E per dare chiaramente risalto
alla nuova era della storia che essa era consapevole di
iniziare, la Comune, sotto gli occhi dei prussiani vincitori
da una parte, e dell’esercito di Bonaparte, guidato da
generali bonapartisti, dall’altra, abbatté quel colossale
simbolo della gloria militare, la colonna Vendôme.
La grande
misura sociale della Comune fu la sua stessa esistenza
operante. Le sue misure particolari da essa varate potevano
soltanto presagire la tendenza su cui si muoveva un governo
del popolo per il popolo. Tali furono l’abolizione del
lavoro notturno degli operai panettieri; la proibizione,
pena sanzioni, della pratica degli imprenditori di ridurre i
salari imponendo ai loro operai delle multe sotto i pretesti
più svariati, procedimento nel quale l’imprenditore riunisce
nella sua persona le funzioni di legislatore, giudice ed
esecutore, e per di più si intasca il denaro. Un’altra
misura di questo tipo fu la consegna alle associazioni
operaie, sotto riserva d’indennizzo, di tutte le fabbriche e
laboratori che erano stati chiusi; sia che i capitalisti in
questione si fossero nascosti o che avessero preferito
sospendere il lavoro.
Le misure
finanziarie della Comune, notevoli per la loro sagacia e
moderazione, non potevano andare al di là di quanto fosse
compatibile con la situazione di una città assediata.
Considerando le ruberie colossali commesse ai danni della
città di Parigi dalle grosse compagnie finanziarie e dagli
imprenditori di lavori pubblici sotto la protezione di
Haussmann, la Comune avrebbe avuto diritti per confiscare le
loro proprietà, ben più validi di quelli che aveva
Louis-Napoléon per confiscare quelle della famiglia
d’Orleans. Gli Hohenzollern e gli oligarchi inglesi che
hanno tratto, sia gli uni che gli altri, una buona parte dei
loro beni dal saccheggio delle chiese, furono, naturalmente,
enormemente scandalizzati dal fatto che la Comune non
ricavasse più di 8.000 franchi dalla secolarizzazione dei
beni ecclesiastici.
Mentre il
governo di Versailles, appena ebbe ripreso un po’ di
coraggio e di forza, ricorreva all’impiego dei mezzi più
violenti contro la Comune; mentre sopprimeva la libera
espressione d’opinione in tutta la Francia, giungendo fino a
proibire le riunioni di delegati delle grandi città; mentre
tale governo assoggettava Versailles e il resto della
Francia ad uno spionaggio che superava di gran lunga quello
del secondo Impero; mentre faceva bruciare dai suoi sbirri,
trasformati in inquisitori, tutti i giornali stampati a
Parigi e censurava tutte le lettere da e per Parigi; mentre
all’Assemblea nazionale i più timidi tentativi di dire una
parola in favore di Parigi erano sommersi da urla
sconosciute persino alla Chambre introuvable del
1816; data la nefanda condotta della guerra che i
Versagliesi portavano avanti fuori delle mura di Parigi e i
loro tentativi di corruzione e di cospirazione all’interno
della città, non avrebbe la Comune tradito vergognosamente
la fiducia in essa riposta affettando di osservare tutte le
convenzioni e le apparenze del liberalismo, come in tempi di
perfetta pace? Se il governo della Comune fosse stato dello
stesso stampo di quello di Thiers, non vi sarebbero stati
meno pretesti di sopprimere i giornali del partito
dell’ordine a Parigi, che di sopprimere quelli della Comune
a Versailles.
Certo però
era irritante, per i rurali, che nel momento stesso in cui
essi dichiaravano il ritorno alla Chiesa come solo mezzo di
salvezza per la Francia, la miscredente Comune
dissotterrasse i singolari misteri del convento di Piepus e
quelli della chiesa di Saint-Laurent. Ed era una bella presa
in giro che mentre Thiers copriva di gran croci al merito i
generali bonapartisti, come riconoscimento della loro
maestria nel perdere battaglie, a firmare capitolazioni e a
fumare delle sigarette a Wilhelmshöhe, la Comune destituisse
e arrestasse i suoi generali, al minimo sospetto di
negligenza nell’adempimento dei loro doveri. L’espulsione
dalla Comune e l’arresto dietro suo ordine di uno dei suoi
membri che si era intrufolato sotto falso nome e che aveva
scontato a Lyon sei giorni di carcere per bancarotta
semplice, non costituiva forse un insulto deliberato
scagliato contro il falsario Jules Favre, che continuava ad
essere ministro degli Esteri della Francia, sempre disposto
a vendere la Francia a Bismarck e a dettare ordini
all’incomparabile governo belga? Ciononostante la Comune non
pretendeva all’infallibilità, cosa che si attribuiscono
senza eccezioni tutti i governi del vecchio stampo. Essa
rendeva pubblici tutti i suoi atti, le sue parole, metteva
il pubblico al corrente di tutte le sue operazioni.
In ogni
rivoluzione, si insinuano, accanto ai suoi rappresentanti
autentici, individui di tutt’altro conio; alcuni sono
superstiti di passate rivoluzioni e ne conservano il culto;
non comprendono il movimento presente ma conservano ancora
una grande influenza sul popolo, per la loro onestà e il
loro riconosciuto coraggio, o per la semplice forza della
tradizione. Altri non sono che semplici
schiamazzatori, i quali, a forza di ripetere per anni la
stessa serie di stereotipe declamazioni contro il governo
del giorno, si sono fatti passare per rivoluzionari della
più bell’acqua. Anche dopo il 18 marzo, si videro riemergere
alcuni tipi di questo genere, e in qualche caso riuscirono a
rappresentare parti di primo piano. Nella misura del loro
potere, essi furono d’ostacolo all’azione della classe
operaia, esattamente come uomini di tale stampo avevano
frenato il libero sviluppo di ogni precedente rivoluzione.
Questi elementi sono un male inevitabile; col tempo ci si
sbarazza di loro, ma alla Comune non ne venne lasciato il
tempo.
Meravigliosa,
in verità fu la trasformazione operata dalla Comune di
Parigi! Sparita ogni traccia della depravata Parigi del
secondo Impero. Parigi non fu più il ritrovo dei grandi
proprietari fondiari inglesi, dei latifondisti assenteisti
irlandesi, degli ex-negrieri e affaristi americani, degli
ex-proprietari di servi russi e boiardi valacchi. Non più
cadaveri alla "morgue", non più rapine e scassi notturni,
quasi spariti i furti. Invero per la prima volta dopo le
giornate del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure,
e questo senza nessuna vigilanza di polizia.
"Non sentiamo
più parlare - diceva un membro della Comune - di assassinii,
furti, aggressioni. Si direbbe veramente che la polizia ha
trascinato con sé a Versailles tutta la sua clientela
conservatrice".
Le
cocottes avevano seguito le orme dei loro protettori -
gli scomparsi campioni della famiglia, della religione e, al
di sopra di tutto, della proprietà. Al loro posto
ricomparvero le vere donne di Parigi, eroiche, nobili e
risolute come le donne dell’antichità. Una Parigi che
lavorava, pensava, combatteva, dava il proprio sangue, quasi
dimentica, nella gestazione di una società nuova, raggiante
nell’entusiasmo della sua iniziativa storica, che i
cannibali era alle sue porte!
Di fronte a
questo nuovo mondo di Parigi, il vecchio mondo di Versailles
- questa Assemblea di vampiri di tutti i defunti regimi,
legittimisti e orleanisti, avidi di nutrirsi del cadavere
della nazione - con un codazzo di repubblicani
antidiluviani, che sanzionavano con la loro presenza
nell’Assemblea la rivolta di questi negrieri, si affidavano
per il mantenimento della loro Repubblica parlamentare alla
vanità del senile ciarlatano messo alla testa del governo, e
facevano la caricatura del 1789 tenendo le loro riunioni,
come fantasmi del passato, nella sala del Jeu de Paume.
Eccola, questa Assemblea, la rappresentante di tutto ciò che
in Francia era morto, che solo il puntello delle spade di
Louis Bonaparte poteva ancora infonderle una sembianza di
vita! Parigi tutta verità, Versailles tutta menzogna; e
questa menzogna esala dalla bocca di Thiers!
Thiers dice
ad una delegazione di sindaci dei dipartimenti della
Seine-et-Oise: "Potete contare sulla mia parola, alla
quale non ho mai mancato".
Dice
all’Assemblea stessa che "è l’Assemblea più liberamente
eletta e più liberale che sia mai esistita"; dice alla sua
variopinta soldatesca che è "l’ammirazione del mondo e il
più bell’esercito che mai avesse avuto la Francia"; dice
alle province che il bombardamento di Parigi da lui ordinato
non è che una invenzione:
"Se sono
stati tirati alcuni colpi di cannone, ciò non è avvenuto ad
opera dell’esercito di Versailles, ma di alcuni insorti, i
quali volevano far credere che combattevano, mentre non
osano neanche farsi vedere". E dice ancora alle province
che: "L’artiglieria di Versailles non bombarda Parigi, la
sta soltanto cannoneggiando".
Dice
all’arcivescovo di Parigi che pretese esecuzioni e
rappresaglie (!) attribuite alle truppe di Versailles non
sono che fantasie. Dice a Parigi che egli è soltanto ansioso
"di liberarla dai ripugnanti despoti che la opprimono" e che
di fatto la Parigi della Comune non è costituita che "da un
pugno di criminali".
La Parigi del
signor Thiers non era la Parigi reale della "vile
multitude", ma una Parigi immaginaria, la Parigi dei
francs-fileurs, la Parigi dei boulevardiers e
delle boulevardières, la Parigi ricca, capitalista,
coperta di soldi, infingarda, che ora ingombrava, con i suoi
lacchè, i suoi ladri in guanti gialli, con la sua bohème
di letterati e con le sue cocottes, Versailles,
Saint-Denis, Rueil e Saint-Germain; che considerava la
guerra civile come una gradevole diversione, seguendo la
battaglia in corso attraverso i binocoli, contando i colpi
di cannone e giurando sul proprio onore e su quello delle
prostitute colle quali si accompagnava che lo spettacolo era
allestito assai meglio di quanto si usasse in genere al
teatro della Porta di Saint-Martin. Gli uomini che cadevano
erano veramente morti; le grida dei feriti erano grida sul
serio; e tutto l’insieme - guardate - era così intensamente
storico!
Questa è la
Parigi del signor Thiers; come la emigrazione di Koblenz era
la Francia del signor De Colonne.
CAP. IV
Il primo atto
del complotto dei negrieri per abbattere Parigi fu di farla
occupare dai prussiani; ma esso fallì per il rifiuto di
Bismarck. Il secondo tentativo, quello del 18 marzo, si
concluse con la sconfitta dell’esercito e la fuga a
Versailles del governo, il quale obbligò tutto l’apparato
amministrativo a seguirlo. Simulando poi di intavolare
trattative con Parigi, Thiers trovò il tempo di prepararsi
alla guerra contro di essa. Ma dove trovare un esercito? I
resti dei reggimenti di fanteria erano scarsi quanto ad
effettivi e poco sicuri. I suoi pressanti appelli alla
provincia invitandola a soccorrere Versailles con le loro
guardie nazionali e i loro volontari furono accolti da un
rifiuto puro e semplice. Solo la Bretagna mandò un pugno di
Chouans, che combattevano con una bandiera bianca,
ognuno con un cuore di Gesù di stoffa bianca sul petto, e il
cui grido di guerra era: "Vive le roi!". Thiers fu
pertanto costretto a mettere assieme, in gran fretta,
un’accozzaglia variopinta, formata di marinai, fucilieri di
marina, zuavi pontifici, gendarmi di Valentin, guardie di
città e spioni di Piétri. Questo esercito, tuttavia, sarebbe
rimasto impotente fino al ridicolo senza l’aggiunta dei
prigionieri di guerra dell’esercito dell’impero che Bismarck
lasciava liberi via via, giusto in numero sufficiente per
alimentare la guerra civile e tenere in piedi il governo di
Versailles servilmente prostituitosi ai prussiani.
Durante la
guerra stessa, la polizia di Valentin fu costretta a
sorvegliare l’esercito di Versailles, mentre i gendarmi
avevano il compito di trascinarlo al combattimento, mettendo
a repentaglio la loro vita, in tutti i punti più pericolosi.
I forti che caddero non vennero conquistati, ma comprati.
L’eroismo dei federati convinse Thiers che la resistenza di
Parigi non poteva essere spezzata dal suo genio strategico e
dalle baionette di cui disponeva.
Frattanto, le
sue relazioni con le province diventavano sempre più
difficili. Non un solo indirizzo di approvazione venne a
rallegrare Thiers e i suoi rurali. Al contrario! Arrivarono
da ogni parte deputazioni e indirizzi in cui si chiedeva, in
tono tutt’altro che rispettoso, la riconciliazione con
Parigi sulla base del riconoscimento esplicito della
Repubblica, la conferma delle libertà comunali e lo
scioglimento dell’Assemblea nazionale, il cui mandato era
scaduto. Arrivarono in tale quantità che Dufaure, ministro
della Giustizia di Thiers, nella sua circolare del 23 aprile
ordinava ai procuratori dello Stato di considerare delitto
"la parola d’ordine della riconciliazione"! Tuttavia,
cominciando a disperare del successo di questa sua campagna,
Thiers decise di cambiare tattica; ordinò che le elezioni
comunali avessero luogo in tutto il paese, il 30 aprile,
sulla base della nuova legge municipale che lui stesso aveva
dettata all’Assemblea nazionale. Sia con gli intrighi dei
suoi prefetti che attraverso le intimidazioni poliziesche,
Thiers si sentiva sicuro che il verdetto delle province
avrebbe dato alla Assemblea nazionale quel potere morale che
essa non aveva mai avuto e di ottenere infine da essa la
forza materiale necessaria per la conquista di Parigi.
La sua guerra
di brigantaggio contro Parigi, che egli esaltava nel suoi
bollettini, e i tentativi dei suoi ministri di instaurare in
tutta la Francia un clima di terrore, Thiers, fin
dall’inizio, si era preoccupato di farla seguire da una
meschina commedia di riconciliazione che doveva servire a
più di uno scopo. Doveva trarre in inganno le province,
attirare gli elementi delle classi medie di Parigi, e,
soprattutto, procurare ai sedicenti repubblicani
dichiaratisi per l’Assemblea nazionale, la occasione di
mascherare il loro tradimento verso Parigi dietro la loro
fiducia in Thiers. Il 21 marzo, quando non aveva ancora
nessun esercito, egli aveva dichiarato all’Assemblea
nazionale: "Qualunque cosa avvenga, non vogliamo attaccare
Parigi". Il 27 marzo, salì nuovamente alla tribuna: "Ho
trovato la Repubblica come fatto compiuto, e sono fermamente
risoluto a mantenerla".
In realtà
egli schiacciò la rivoluzione a Lyon e Marseille in nome
della Repubblica mentre i muggiti spaventevoli dei suoi
rurali coprivano a Versailles anche ogni semplice menzione
di essa. Dopo questa impresa egli attenuò il "fatto
compiuto" riducendolo ad un puro "fatto ipotetico". I
principi d’Orleans, che egli prudentemente aveva avvisati di
lasciare la città di Bordeaux, avevano ora, in flagrante
violazione della legge, ogni possibilità di imbastire i loro
intrighi a Dreux. Le concessioni offerte da Thiers nelle sue
interminabili conferenze coi delegati di Parigi e delle
province, benché continuamente variate di tono e di colore a
seconda del tempo e delle circostanze, si riducevano sempre,
in fin dei conti, a questo: la sua vendetta sarebbe stata
limitata probabilmente a quel "pugno di criminali implicati
nell’assassinio di Lecomte e Clément Thomas", a condizione,
ben inteso, che Parigi e la Francia riconoscessero senza
riserve nella persona del signor Thiers la migliore delle
Repubbliche possibili; esattamente come aveva fatto nel 1830
con Louis-Philippe.
Inoltre non
si faceva scrupolo di rendere dubbie queste stesse
concessioni, mediante i commenti ufficiali fatti al loro
riguardo all’Assemblea nazionale dai suoi stessi ministri.
Per agire egli aveva il suo Dufaure. Dufaure, questo vecchio
avvocato orleanista, è sempre stato il giudice supremo dello
stato d’assedio, così ora nel 1871, sotto Thiers, come nel
1839 sotto Louis-Philippe, e nel 1849 sotto la presidenza di
Louis Bonaparte. Quando non aveva incarichi, si era
arricchito come avvocato dei capitalisti di Parigi e si era
costruito un capitale politico intervenendo nelle aule
giudiziarie contro le leggi che egli stesso aveva varato. Al
presente, costui non contento di far votare in tutta fretta
dall’Assemblea nazionale una serie di leggi repressive che
avrebbero dovuto, dopo la caduta di Parigi, estirpare gli
ultimi residui di libertà repubblicana in Francia, lasciò
intravvedere quella che sarebbe stata la sorte di Parigi,
facendo abbreviare la procedura delle corti marziali, a suo
dire troppo lenta, e introducendo una nuova draconiana legge
per le deportazioni. La rivoluzione del 1848, abolendo la
pena di morte per i delitti politici, l’aveva sostituita con
la deportazione. Louis Bonaparte non aveva osato, per lo
meno in teoria, restaurare il regime della ghigliottina.
L’Assemblea dei rurali, che non aveva ancora l’ardire di
insinuare che i parigini non fossero dei ribelli ma degli
assassini, dovette per ora limitare le sue prospettive di
vendetta alla legge di deportazione di Dufaure. In tutte
queste circostanze, Thiers stesso non avrebbe potuto
continuare la sua commedia di riconciliazione, se questa
commedia - come del resto voleva - non avesse provocato
ululati di rabbia dei rurali, i cui cervelli di ruminanti
non afferravano né il suo gioco, né la necessità
dell’ipocrisia, delle tergiversazioni e dilazioni.
In vista
delle imminenti elezioni municipali del 30 aprile, Thiers
interpretò il 27 aprile una delle sue grandi scene di
riconciliazione. In mezzo ad un diluvio di retorica
sentimentale egli esclamò dalla tribuna dell’Assemblea:
"Contro la
Repubblica c’è una sola cospirazione ed è quella di Parigi,
che ci costringe a versare sangue francese. L’ho detto ormai
a sazietà: che le empie armi cadano dalle mani che le
impugnano, e il castigo verrà immediatamente sospeso; noi
saremo clementi, eccetto che nei riguardi dei criminali che,
fortunatamente, sono solo un piccolo numero".
Di fronte
alle violente interruzioni dei rurali:
"Signori,
ditemelo, ve ne supplico, ho torto? Vi addolora veramente il
fatto che io abbia detto che i criminali non sono che un
piccolo numero? Non è una fortuna, in mezzo alle nostre
disgrazie, che coloro che sono stati capaci di versare il
sangue di Clément Thomas e del generale Lecomte non siano
che rare eccezioni?".
La Francia
però fece orecchie da mercante a quello che Thiers si
immaginava fosse il canto di una sirena parlamentare. Su
700.000 consiglieri comunali eletti in 35.000 comuni che
ancora rimanevano alla Francia, i legittimisti, orleanisti,
bonapartisti riuniti non ne contavano che 8.000. Le elezioni
supplementari che seguirono furono ancora più decisamente
ostili. Così, invece di ottenere dalle province la forza
materiale di cui aveva assoluto bisogno l’Assemblea
nazionale perdette anche l’ultima pretesa alla forza morale,
quella di essere l’espressione del suffragio universale del
paese. Per completare la sconfitta, i consigli municipali
appena eletti in tutte le città della Francia minacciarono
apertamente l’Assemblea usurpatrice di Versailles di
convocare una contro-assemblea a Bordeaux.
Il momento
lungamente atteso da Bismarck per l’azione decisiva era
infine arrivato. Ingiunse a Thiers di mandare
plenipotenziari a Frankfurt per la definitiva conclusione
della pace. Con umile obbedienza al richiamo del suo
padrone, Thiers si affrettò a mandare il suo fedele Jules
Favre, accompagnato da Pouyer-Quertier. Pouyer-Quertier,
"eminente" cotoniere di Rouen, fervente e persino servile
partigiano del secondo Impero, in cui non aveva mai trovato
altro difetto che il trattato commerciale con l’Inghilterra,
in quanto recava pregiudizio ai propri interessi di bottega.
Non appena installato a Bordeaux come ministro delle Finanze
di Thiers, aveva denunciato questo "malaugurato" trattato,
lasciando intendere che sarebbe stato di lì a poco abrogato,
e aveva avuto persino la sfrontatezza di tentare, anche se
inutilmente (aveva fatto i conti senza Bismarck),
l’immediata messa in vigore dei vecchi dazi protettivi
contro l’Alsazia, alla qual cosa, sosteneva, non si opponeva
nessun precedente trattato internazionale. Quest’uomo, che
considerava la controrivoluzione come un mezzo per ridurre i
salari a Rouen, e la cessione delle province francesi come
un mezzo per fare salire i prezzi delle sue merci in
Francia, non era forse predestinato ad essere designato a
figurare come il degno compare di Jules Favre nella sua
ultima impresa di tradimento, coronamento di tutta la sua
carriera?
All’arrivo a
Frankfurt di questa squisita coppia di plenipotenziari, il
brutale Bismarck li accolse lì per lì con questa
impressionante alternativa: "O la restaurazione dell’Impero,
o l’accettazione incondizionata delle mie precise condizioni
di pace!". Queste condizioni comportavano una riduzione dei
termini di pagamento dell’indennità di guerra, e
l’occupazione permanente dei forti di Parigi da parte delle
truppe prussiane fino a che Bismarck non si fosse ritenuto
soddisfatto dello stato di cose in Francia; la Prussia
veniva in tal modo riconosciuta l’arbitro supremo degli
effettivi interessi della Francia! In contropartita egli si
offriva di liberare, per consentire lo sterminio di Parigi,
l’esercito bonapartista prigioniero e di garantirgli l’aiuto
diretto delle truppe dell’imperatore Guglielmo. Dava
garanzia della sua buona fede facendo dipendere il pagamento
della prima rata dell’indennità dalla "pacificazione" di
Parigi. Una simile esca fu naturalmente subito ingoiata con
avidità da Thiers e dai suoi plenipotenziari. Essi firmarono
il trattato di pace il 10 maggio, e lo fecero ratificare
dall’Assemblea di Versailles il 18.
Nell’intervallo che separa la conclusione del trattato di
pace e l’arrivo dei prigionieri bonapartisti, Thiers si
sentì tanto più obbligato a riprendere la sua commedia di
conciliazione, in quanto i suoi manovali repubblicani
avevano un bisogno dannato di trovare un pretesto per
chiudere l’occhio sui preparativi del massacro di Parigi.
Ancora l’8 maggio, egli rispondeva ad una deputazione di
conciliatori della classe media:
"Quando gli
insorti si saranno decisi a capitolare, le porte di Parigi
saranno aperte per tutti, per una settimana, eccetto che per
gli assassini di Clément Thomas e Lecomte".
Alcuni giorni
dopo, interpellato violentemente dai rurali a proposito di
queste promesse, rifiutò di dare qualsiasi spiegazione; non
però senza aver fatto loro questo significativo cenno:
"Vi dico che
vi sono tra di voi degli impazienti, della gente che ha
troppa fretta. Bisogna che attendano ancora otto giorni;
alla fine di questi otto giorni, non vi sarà più nessun
pericolo, e allora il compito sarà all’altezza del loro
coraggio e delle loro capacità".
Non appena
Mac-Mahon fu in grado di assicurargli che di lì a poco
sarebbe potuto entrare in Parigi, Thiers dichiarò
all’Assemblea che:
"sarebbe
entrato a Parigi brandendo la legge, e avrebbe
preteso una completa espiazione per gli scellerati che
avevano sacrificato la vita dei nostri soldati e abbattuto
pubblici monumenti".
Quando il
momento decisivo ormai fu vicino, disse alla Assemblea:
"Sarò spietato"; disse che Parigi era condannata; e disse ai
suoi sgherri bonapartisti che essi avevano carta bianca per
vendicarsi di Parigi a loro piacimento. Infine, quando il
tradimento, il 21 maggio, ebbe aperto le porte di Parigi al
generale Douay, Thiers, il 22 maggio, rivelò ai rurali lo
"scopo" della sua commedia della conciliazione, che essi
così ostinatamente avevano continuato a non capire.
" Finora
tutte le volte che io comunicavo delle notizie, ero
costretto a dirvi che stavamo avvicinandoci al nostro scopo.
E vi dicevo la verità. Oggi posso dirvi molto di più: lo
scopo è raggiunto. La causa della giustizia, dell’ordine,
dell’umanità, della civiltà hanno trionfato".
E si trattava
proprio di questo. La civiltà e la giustizia dell’ordine
borghese si mostrano nella loro luce sinistra ogni volta che
gli schiavi e gli sfruttati di quest’ordine insorgono contro
i loro padroni. Allora, questa civiltà e questa giustizia
mostrano il loro vero volto come pura barbarie e rozza
vendetta al di là della legge, senza inutili mascherature.
Ogni nuova crisi nella lotta di classe tra gli accaparratori
della ricchezza e i produttori di essa mette in luce questo
fatto con sempre maggiore chiarezza. Persino le atrocità dei
borghesi del 1848 scompaiono di fronte all’indicibile
infamia del 1871. L’eroico spirito di sacrificio col quale
la popolazione di Parigi - uomini, donne e ragazzi -
combatté per otto giorni dopo l’entrata dei versagliesi,
rispecchia in maniera evidente la grandezza della loro
causa, quanto le imprese efferate della soldatesca
riflettono lo spirito innato di questa civiltà di cui essi
sono i mercenari e i difensori. Gloriosa civiltà, invero, il
cui problema principale è di sapere come riuscire a
sbarazzarsi dei mucchi di cadaveri rimasti sul campo dopo
che la battaglia è terminata!
Per trovare
un parallelo alla condotta di Thiers e dei suoi sciacalli,
bisogna risalire fino ai tempi di Silla e dei due
triumvirati di Roma. Gli stessi eccidi di massa, eseguiti a
sangue freddo, la stessa incuranza nel massacro di fronte
all’età e al sesso; la stessa pratica di torturare i
prigionieri; le stesse proscrizioni, ma ora tutto ciò
coinvolgeva un’intera classe; la stessa caccia selvaggia ai
capi nascosti, per paura che anche uno solo potesse
sfuggire; le stesse denunce di nemici politici e privati; la
stessa indifferenza per il massacro di persone inermi
assolutamente estranee alla lotta. Non vi è che una sola
differenza: i romani non avevano ancora le mitragliatrici
per liquidare i prigionieri e non avevano "la legge nelle
loro mani", né, sulle loro labbra, il grido borghese di
"civiltà".
E, dopo
questi orrori, guardate l’altro aspetto, ancora più
rivoltante, di questa civiltà borghese, come è stato
descritto dalla sua stessa stampa!
"Mentre
echeggiano in lontananza spari isolati - scrive il
corrispondente parigino di un giornale conservatore di
Londra - e disgraziati feriti muoiono abbandonati tra le
pietre tombali del Père-Lachaise, mentre 6.000 insorti
vagano terrorizzati tra le angosce della disperazione nel
labirinto delle catacombe, e poveri sciagurati vengono
sospinti nelle strade per essere abbattuti a mucchi dalle
mitragliatrici, è rivoltante vedere i caffè zeppi dei devoti
dell’assenzio, del biliardo e del dòmino; vedere le puttane
di questi borghesucci passeggiare in lungo e in largo sui
boulevards e sentire il frastuono delle orge, che vien fuori
dai salotti riservati dei ristoranti di lusso, turbare il
silenzio della notte".
Il signor
Edouard Hervé scrive nel "Journal de Paris", organo
versagliese soppresso dalla Comune:
"Il modo con
cui la popolazione di Parigi (!) ha manifestato ieri la sua
soddisfazione colpiva per il suo carattere più che frivolo;
e lo sarà ancora più oggi. Parigi ha adesso un’aria di festa
del tutto fuori luogo; è necessario che queste cose
finiscano e devono finire, se non vogliamo essere chiamati
definitivamente i "parisiens de la décadence"".
Segue la
citazione del passo di Tacito:
"Eppure, il
giorno successivo a quella lotta terribile, anche prima che
fosse del tutto terminata, Roma, degenerata e corrotta,
ricominciò ancora una volta a rotolarsi nella melma delle
gozzoviglie che distruggevano il suo corpo e insozzavano il
suo animo: alibi proelia et vulnera, alibi balneae
popinaeque (qua combattimenti e ferite, là bagni e
taverne)".
Il signor
Hervé dimentica semplicemente di dire che la "popolazione di
Parigi" di cui egli parla non è che la popolazione della
Parigi del signor Thiers, dei furfanti che ritornano in
folla da Versailles, Saint-Denis, Rueil e Saint-Germain, la
vera "Paris de la décadence".
In tutti i
suoi sanguinosi trionfi sui magnifici combattenti pieni di
abnegazione per una nuova e migliore società, questa civiltà
obbrobriosa, fondata sull’asservimento del lavoro, soffoca
il gemito delle sue vittime sotto uno strepito di calunnie
la cui eco si ripercuote nel mondo intero. La serena Parigi
della Comune viene improvvisamente trasformata dagli
sciacalli dell’"ordine" in un inferno. E che cosa prova
questa mostruosa trasformazione allo spirito borghese di
tutti i paesi? Niente altro se non che la Comune ha
cospirato contro la civiltà! Il popolo di Parigi muore con
entusiasmo per la causa della Comune. Il numero dei suoi
caduti è superiore a quello di qualunque altra battaglia
conosciuta nella storia. Che cosa vuol dire ciò? Nient’altro
se non che la Comune non era il governo del popolo stesso,
ma il prodotto di un’usurpazione da parte di un pugno di
criminali! Le donne di Parigi offrivano con gioia la loro
vita sulle barricate e davanti ai plotoni di esecuzione. Che
cosa prova ciò? Nient’altro se non che il demone della
Comune le ha trasformate in Megere ed Ecati! La moderazione
della Comune durante due mesi di dominio incontrastato è
eguagliata solo dall’eroismo della sua difesa. Che cosa
prova ciò? Nient’altro se non che la Comune per due mesi ha
nascosto con cura, sotto una maschera di moderazione e
d’umanità, la sete di sangue dei suoi istinti demoniaci che
dovevano scatenarsi solo nell’ora della sua agonia!
La
popolazione di Parigi, compiendo su se stessa il suo eroico
olocausto, ha travolto nelle fiamme palazzi e monumenti.
Quando fanno a pezzi il corpo vivente del proletariato, i
suoi dominatori non debbono più contare di poter rientrare
trionfalmente nell’architettura intatta delle loro dimore.
Il governo di Versailles grida: "Incendiari!" e sussurra
questa consegna a tutti i suoi sgherri, fino al più perduto
villaggio: dare dappertutto la caccia ai suoi nemici,
sospetti di essere incendiari di professione. La borghesia
di tutto il mondo, che assiste con compiacimento al massacro
dopo la battaglia, rabbrividisce d’orrore nel veder
profanati la calce e i mattoni!
Quando i
governi danno alla loro marina l’ordine di "uccidere,
bruciare e distruggere", non è una licenza di incendiare?
Quando le truppe britanniche dettero deliberatamente fuoco
al Campidoglio di Washington e al Palazzo d’Estate
dell’Imperatore di Cina, si trattava o no di un atto da
incendiari? Quando Thiers, per sei settimane, bombardò
Parigi col pretesto che voleva metter fuoco solo alle case
abitate [sic!] era o no un incendiario? In guerra il fuoco è
un’arma legittima come tutte le altre. Gli edifici occupati
dal nemico vengono bombardati per essere incendiati. Se i
loro difensori sono costretti a ritirarsi, vi appiccano essi
stessi il fuoco per impedire agli attaccanti di servirsi
degli edifici. L’essere distrutte dalle fiamme è sempre
stata la sorte inevitabile di tutte le costruzioni situate
sul fronte di combattimento di tutti gli eserciti regolari
del mondo. Ma nella guerra degli schiavi contro i loro
oppressori, la sola guerra giustificabile nella storia, ciò
non è più del tutto vero! La Comune ha impiegato il fuoco
esclusivamente come mezzo di difesa. Lo ha impiegato per
sbarrare alle truppe di Versailles quei viali lunghi e
rettilinei che Haussmann aveva espressamente aperto per il
fuoco dell’artiglieria; lo ha impiegato per coprire la
ritirata, allo stesso modo che i versagliesi, nella loro
avanzata, facevano uso di tutti i loro obici che distrussero
per lo meno altrettanti edifici quanti ne distrusse il fuoco
della Comune. Si discute ancor oggi quali edifici vennero
incendiati dai difensori e quali dagli attaccanti. E i
difensori non fecero ricorso al fuoco se non quando le
truppe versagliesi avevano già incominciato l’assassinio in
massa dei prigionieri. D’altra parte, la Comune aveva, già
da molto tempo, annunciato pubblicamente che, se fosse stata
spinta agli estremi, avrebbe sepolto se stessa sotto le
rovine di Parigi, e fatto di Parigi una seconda Mosca, come
aveva promesso di fare, ma unicamente per coprire il suo
tradimento, anche il governo della Difesa nazionale. A
questo scopo Trochu aveva fatto arrivare il petrolio
necessario. La Comune sapeva che ai suoi nemici non
importava nulla della vita della popolazione di Parigi, ma
che stavano loro grandemente a cuore gli edifici da essi
posseduti. E Thiers, da parte sua, li aveva avvertiti che
nella sua vendetta sarebbe stato implacabile. Non appena
ebbe pronto da un lato l’esercito e dall’altro i prussiani
che bloccavano le uscite, egli proclamò: "Io sarà senza
pietà! L’espiazione sarà completa e la giustizia sarà
infallibile ".
Se gli atti
degli operai di Parigi sono stati vandalismo, è stato il
vandalismo di una difesa disperata, non il vandalismo del
trionfo, come quello che i cristiani perpetrarono a danno
dei capolavori veramente inestimabili dell’antichità pagana;
e persino questo vandalismo dei cristiani è stato
giustificato dalla storia come elemento concomitante
inevitabile e relativamente insignificante della lotta
gigantesca tra una nuova società in ascesa e una vecchia
società che sprofonda. Gli atti degli operai di Parigi
furono ancora inferiori al vandalismo perpetrato da
Haussmann, il quale distrusse la Parigi storica per far
posto alla Parigi dei perdigiorno!
Ma
l’esecuzione da parte della Comune dei 64 ostaggi, con
l’arcivescovo di Parigi in testa! La borghesia e il suo
esercito nel giugno 1848 ristabilirono una pratica che da
molto tempo era scomparsa dalla condotta di guerra:
l’esecuzione dei prigionieri disarmati. Da allora questa
brutale consuetudine è stata seguita più o meno fedelmente
nelle repressioni di tutti i sollevamenti popolari in Europa
e nelle Indie, la qual cosa prova che essa costituisce
veramente un "progresso della civiltà!". D’altra parte i
prussiani, in Francia, avevano ristabilito l’uso di prendere
ostaggi, uomini innocenti che dovevano rispondere a prezzo
della propria vita delle azioni di altri. Quando Thiers,
come abbiamo visto, fin dall’inizio del conflitto, rimise in
vigore la consuetudine umanitaria di uccidere i comunardi
prigionieri, la Comune, per proteggere la loro vita, fu
costretta a fare ricorso alla pratica di prendere ostaggi.
Gli ostaggi avevano già meritato la morte mille e una volta
per le continue esecuzioni dei prigionieri da parte di
Versailles. Come potevano essere risparmiati più a lungo,
dopo il massacro col quale i pretoriani di Mac-Mahon avevano
celebrato il loro ingresso a Parigi? Si doveva far diventare
una semplice burla anche la presa di ostaggi - ultima
garanzia contro la ferocia senza scrupoli dei governi
borghesi? Il vero assassino dell’arcivescovo Dorboy, è
Thiers. La Comune, a più riprese, aveva offerto di scambiare
l’arcivescovo e non so quanti altri preti, per giunta,
contro il solo Blanqui, allora nelle mani di Thiers. Thiers
rifiutò ostinatamente. Sapeva che con Blanqui avrebbe dato
alla Comune una testa; mentre l’arcivescovo gli sarebbe
stato più utile come cadavere. Thiers agì seguendo l’esempio
di Cavaignac. Quali grida di orrore non gettarono Cavaignac
e i suoi uomini d’ordine nel giugno 1848 per stigmatizzare
gli insorti quali assassini dell’arcivescovo Affre! Essi
erano a perfetta conoscenza che l’arcivescovo era stato
ammazzato dai soldati dell’ordine. Jacquemet, vicario
generale dell’arcivescovo, testimone oculare del fatto, ne
aveva fornito diretta testimonianza.
Tutto questo
coro di calunnie che il partito dell’ordine, nelle sue orge
di sangue, non manca mai di scagliare contro le sue vittime,
prova soltanto che i borghesi dei nostri giorni si
considerano come i successori legittimi dei baroni di un
tempo, per i quali ogni arma che avessero nelle proprie mani
era giusto usarla contro il plebeo, mentre nelle mani del
plebeo ogni arma era di per sé un crimine.
La
macchinazione della classe dirigente per abbattere la
rivoluzione mediante una guerra civile portata avanti sotto
il patrocinio di un invasore straniero, macchinazione che
abbiamo seguito dal 4 settembre fino all’entrata dei
pretoriani di Mac-Mahon per la porta di Saint-Cloud, trovò
il suo punto culminante con il massacro di Parigi. Bismarck
rimira con soddisfazione le rovine di Parigi, in cui egli
vede forse il primo passo di quella distruzione generale
delle grandi città che aveva tanto desiderato fin da quando
era ancora un semplice rurale alla Chambre introuvable
prussiana del 1849. Egli rimira compiaciuto i cadaveri
del proletariato di Parigi. Per lui ciò rappresenta non solo
lo sterminio della rivoluzione, ma l’estinzione della
Francia, adesso decapitata, e per opera dello stesso governo
francese. Con la superficialità caratteristica propria di
tutti gli uomini di Stato fortunati, egli non vede che
l’apparenza esteriore di quel tremendo avvenimento storico.
Quando mai prima d’ora la storia ha offerto lo spettacolo di
un vincitore che corona la sua vittoria trasformandosi non
solamente in gendarme, ma in mandatario stipendiato del
governo vinto? Non vi era stato di guerra tra la Prussia e
la Comune di Parigi. Al contrario. La Comune aveva accettato
i preliminari di pace, e la Prussia aveva dichiarato la sua
neutralità. La Prussia non era dunque parte belligerante. Si
comportava come un mercenario, e un mercenario vile, dal
momento che non correva nessun rischio; come un sicario
prezzolato, dal momento che aveva contrattato in anticipo il
pagamento di 500 milioni di franchi, prezzo del sangue, alla
caduta di Parigi. E così, infine, usciva fuori il vero
carattere di questa guerra, ordinata dalla Provvidenza come
castigo della Francia atea e corrotta per mano della pia e
puritana Germania! E questa violazione senza precedenti del
diritto dei popoli, anche nel senso in cui lo intendevano i
giuristi del passato, invece di spingere i governi
"civilizzati" d’Europa a mettere al bando delle nazioni il
criminale governo prussiano, semplice strumento del
gabinetto di San Pietroburgo, li incita solamente a
discutere se le poche vittime sfuggite al duplice cordone
sanitario che circonda Parigi debbano o no essere consegnate
ai carnefici di Versailles !
Che dopo la
guerra più sconvolgente dei tempi moderni, il vinto e il
vincitore fraternizzino per massacrare in comune il
proletariato, questo fatto senza precedenti prova non come
pensa Bismarck, lo schiacciamento definitivo di una nuova
società al suo sorgere, ma la decomposizione completa della
vecchia società borghese. Il più alto slancio di eroismo di
cui la vecchia società è ancora capace è la guerra
nazionale; ed è ora dimostrato che questa è una semplice
mistificazione dei vari governi, la quale tende a ritardare
ed affossare la lotta delle classi, e viene messa in
disparte non appena questa lotta di classe divampa in guerra
civile.
Il dominio di
classe non può più mascherarsi sotto una uniforme nazionale;
contro il proletariato i governi nazionali sono tutti
federati !
Dopo la
Pentecoste del 1871, non vi può più essere né pace, né
tregua accettabile tra gli operai francesi e coloro che si
appropriano del prodotto del loro lavoro. La mano di ferro
di una soldatesca mercenaria potrà tenere, per qualche
tempo, le due classi sotto una stessa oppressione. Ma la
battaglia riprenderà, con proporzione sempre crescente, e
non può esserci dubbio su chi risulterà alla fine vincitore
- il piccolo numero degli accaparratori, o l’immensa
maggioranza lavoratrice. E la classe operaia francese non è
che l’avanguardia dell’intero proletariato moderno.
Mentre i
governi europei dimostrano così davanti a Parigi, il
carattere internazionale del dominio di classe, essi si
scagliano addosso all’Associazione Internazionale dei
Lavoratori - controrganizzazione internazionale del lavoro
alla unione cosmopolita del Capitale - loro fonte prima di
tutti questi mali. Thiers la denunciava come despota del
lavoro, pretendendo di esserne il liberatore. Picard dette
l’ordine di tagliare tutte le comunicazioni tra gli
Internazionalisti francesi e quelli degli altri paesi; il
conte Jaubert, questa vecchia mummia, già complice di Thiers
nel 1835, dichiara che il grande problema per tutti i
governi civili è quello di estirpare l’Internazionale. I
rurali dell’Assemblea nazionale vomitano il loro livore
contro di essa, e tutta la stampa europea si unisce al coro.
Un onorevole scrittore francese, completamente estraneo alla
nostra Associazione, esprime la sua opinione in questi
termini:
"I membri del
Comitato centrale della Guardia nazionale e così pure la
maggior parte dei membri della Comune, sono le menti più
attive, più intelligenti ed energiche dell’Associazione
Internazionale dei Lavoratori... uomini profondamente
onesti, sinceri, risoluti, puri e fanatici nel senso
migliore della parola".
Lo spirito
borghese, tutto imbevuto di pregiudizi polizieschi, si
figura naturalmente l’Associazione Internazionale dei
Lavoratori come una sorta di setta segreta, il cui organismo
centrale comanda, di quando in quando, le insurrezioni nei
diversi paesi. La nostra Associazione, in realtà, non è
altro che il legame internazionale che unisce gli operai più
avanzati di tutti i paesi del mondo civile. Dovunque, sotto
qualsiasi forma e in qualsiasi condizione, lo scontro di
classe prenda consistenza, è del tutto naturale che i membri
della nostra Associazione si trovino al primo posto. Il
terreno su cui essa sorge è la stessa società moderna. Essa
non può venire sradicata da nessun massacro, per quanto
spargimento di sangue esso comporti. Per sradicarla, i
governi dovrebbero sradicare il dispotismo del Capitale sul
Lavoro, condizione stessa della loro esistenza di parassiti.
La Parigi
operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno, come
manifestazione di una nuova società. I suoi martiri hanno
per urna il grande cuore della classe operaia. I suoi
sterminatori la storia li ha già inchiodati a quella gogna
eterna, dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le
preghiere dei loro preti.
Londra 30
maggio 1871
Il
Consiglio Generale
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