Manifesto ai lavoratori italiani.
All'indomani della fondazione del Partito Comunista
d'Italia, l'appello dove si spiega il perché della
scissione. Gennaio 1921, da Il Comunista del 30 gennaio
1921.
A Livorno si tiene il XVII Congresso del P.S.I. Il 21
gennaio al suo termine le tre diverse mozioni congressuali
vanno ai voti: la mozione di Firenze (massimalisti) prende
98.028 voti, la mozione di Reggio Emilia (riformisti) 14.695
e quella di Imola (comunisti) 58.783. Questi ultimi
abbandonano la sala e si riconvocano al Teatro San Marco per
deliberare la costituzione del Partito Comunista. Quello qui
di seguito è il manifesto con cui il nuovo partito
ripercorre tutti i passaggi che hanno reso inevitabile la
scissione.
Proletari italiani!
Nessuno di voi ignora che il Partito Socialista Italiano,
nel suo Congresso Nazionale tenuto a Livorno, si è diviso in
due partiti.
I rappresentanti di quasi sessantamila dei suoi membri
sui centosettantamila che hanno partecipato al Congresso, si
sono allontanati, e in un primo Congresso hanno costituito
il nuovo partito: il nostro Partito comunista. I rimasti nel
vecchio partito hanno conservato il nome di Partito
socialista italiano.
Ciò voi avrete appreso, proletari tutti d'Italia, dalla
nuda cronaca di questi ultimi giorni; ma tale nuova, che non
appare ben chiara nelle ragioni che ne furono la causa a
molti di voi, mentre essa tanto da vicino riguarda i vostri
interessi ed il vostro avvenire, vi sarà presentata e
commentata dagli interessati sotto una luce artificiosa e
sfavorevole. E' perciò che il i° congresso del nuovo Partito
ha sentito, come suo primo dovere, la necessità di
rivolgersi a voi; e con questo manifesto vuole rendervi
ragione del sorgere del nuovo Partito, perché vi stringiate
intorno ad esso, accogliendolo come il solo e vero strumento
delle vostre rivendicazioni, come il vostro Partito.
Richiamiamo, quindi, tutta la vostra attenzione su quanto
abbiamo il compito di esporvi nel modo più chiaro, onesto e
preciso.
Vi fu detto per molti anni che coloro i quali lavorano e
sono sfruttati dalla minoranza sociale dei padroni delle
fabbriche, delle terre, delle aziende tutte, devono tendere,
se vogliono sottrarsi allo sfruttamento e ad ogni sorta di
miserie, a rovesciare le istituzioni attuali che difendono i
privilegi degli sfruttatori. Vi fu detto, a ragione, che
questo scopo poteva raggiungersi solo col formarsi di un
partito dei lavoratori, di un partito politico di classe, il
quale doveva condurre la lotta rivoluzionaria di tutti gli
sfruttati contro la borghesia, contro i suoi partiti, contro
i suoi istituti politici ed economici.
Ma già prima della guerra in molti paesi, ed anche in
Italia, i capi dei partiti proletari avevano cominciato a
transigere con la borghesia, ad accontentarsi di ottenere da
essa e dal suo Governo piccoli vantaggi, e sostenevano che,
a poco a poco e senza lotta violenta, sareste, così, giunti
a quel regime di giustizia, sociale ch'era nelle vostre
aspirazioni.
Questi uomini erano anche nel Partito Socialista Italiano.
Alcuni, come i Bissolati e i Podrecca, ne furono
allontanati; altri però, come i Turati, i Treves, i
Modigliani, i D'Aragona, ecc., vi rimasero, capi
incontrastati nell'azione parlamentare e nelle
organizzazioni economiche, anche dopo che la maggioranza del
partito ebbe dichiarato erronee le loro teorie riformiste.
Guidata da costoro, o da altri meno sinceri, ma in fondo
simili ad essi per pensiero e per temperamento, l'azione del
partito non corrispondeva alle aspettazioni delle masse e
alle esigenze della situazione. Venne la guerra del 1914.
Come voi sapete, in moltissimi paesi i partiti socialisti,
diretti da quei capi riformisti e transigenti di cui abbiamo
detto, anziché opporsi energicamente alla guerra, divennero
i complici del sacrificio proletario per gli interessi
borghesi.
Ciò dipese sopratutto dal fatto che essi non capirono che la
guerra era una conseguenza del regime capitalistico; che
rappresentava il crollo di esso nella barbarie, e creava una
situazione in cui i socialisti avevano il dovere di spingere
le masse ad un'altra e ben diversa guerra, alle lotte
rivoluzionarie contro la borghesia imperialista. Voi,
proletari italiani, ricordate anche che il Partito
Socialista in Italia tenne un contegno migliore di quello
degli altri partiti socialisti europei; attraversammo un
periodo di neutralità, durante il quale avemmo l'agio di
meglio comprendere quale enormità fosse l'adesione dei
socialisti alla guerra.
Ma quando si trattò di passare da un'opposizione verbale
all'azione effettiva contro la borghesia italiana impegnata
nella guerra, ad una propaganda in senso rivoluzionario,
allora gli uomini della destra del partito ed altri ancora -
anche e sopratutto quando il territorio italiano fu invaso -
dimostrarono col loro contegno esitante tutta la loro
avversione al metodo rivoluzionario.
A chiarire e precisare l'atteggiamento dei socialisti
dinanzi alla guerra e alle sue conseguenze, venne la
rivoluzione russa. Essa ci mostrò i socialisti russi divisi
in campi opposti: mentre alcuni partiti e frazioni
socialiste, che pure erano stati contro la guerra,
propugnavano l'alleanza coi partiti borghesi, la
continuazione della guerra, la limitazione delle conquiste
rivoluzionarie alla costituzione di una repubblica
democratica al posto del vecchio dispotico impero zarista;
all'avanguardia del proletariato rivoluzionario si poneva un
forte e cosciente partito politico: quello dei Bolscevichi,
che ora é il grande Partito comunista di Russia.
I Bolscevichi avevano già il loro programma
rivoluzionario. Essi fin dal 1914 avevano dichiarato che la
guerra delle nazioni doveva volgersi in guerra civile
rivoluzionaria del proletariato internazionale contro la
borghesia; e nel 1917 sostennero che, data la situazione
creata dalla guerra, non v'era altra soluzione che la
dittatura del proletariato, da raggiungersi con la lotta
rivoluzionaria, respingendo ogni alleanza coi partiti
borghesi russi e colle borghesie estere dell'Intesa
imperialistica.
I Bolscevichi e i lavoratori rivoluzionari russi col trionfo
di questo loro programma attirarono l'attenzione dei
lavoratori di tutto il mondo su importanti questioni nelle
quali i riformisti di tutti i paesi avevano portato grande
confusione. Eccole.
Il proletariato non arriverà mai al potere né alleandosi con
partiti borghesi, né servendosi del suffragio elettorale per
la conquista dei mandati elettivi nei Parlamenti. Solamente
se il proletariato si impadronirà con la violenza del
potere, spezzando le forme attuali dello Stato: polizia,
burocrazia, esercito, parlamento, potrà costituire una forza
di govemo organizzata, capace di operare la distruzione dei
privilegi borghesi e la costruzione del regime sociale
comunista.
In questo nuovo sistema di potere, al posto dei Parlamenti
democratici vi é la rete dei Consigli dei lavoratori, alle
elezioni dei quali partecipano solo quelli che lavorano e
producono, e che la Russia ci ha mostrati per la prima volta
nei Soviet.
Ma l'insegnamento più importante ancora della rivoluzione
russa fu questo: che nella lotta decisiva per la conquista
del potere proletario, quei socialisti riformisti,
democratici, che, o furono per la guerra, od anche non
seppero passare dalla opposizione alla guerra
all'affermazione rivoluzionaria che la guerra aprì in tatto
il mondo il periodo della lotta per la dittatura proletaria,
tutti costoro nella lotta finale si alleano alla borghesia
contro il proletariato. Se il proletariato vince, come in
Russia, continuano la loro opera per sminuirne e
distruggerne i successi d'accordo con le borghesie estere.
Se, come in Germania e altrove, il proletariato é vinto, i
socialdemocratici appaiono come gli agenti e i boia della
borghesia.
Ed allora - altra conseguenza della rivoluzione russa -
la nuova Internazionale, che deve sostituire la seconda
Internazionale vergognosamente battuta nell'adesione alla
guerra, deve sorgere su questa base: riunire non già tutti i
socialisti che in qualche modo furono contrari alla guerra,
bensì quelli che sono per la rivoluzione, per la dittatura
proletaria, per la repubblica dei Soviet, come unica
possibile uscita dalla situazione lasciata dalla guerra in
tutti i paesi.
La nuova Internazionale infatti, sopratutto ad opera dei
comunisti russi, si costituiva a Mosca, tenendovi nel marzo
1919 il primo suo Congresso mondiale.
Attraverso vicende che non è qui il caso di rammentare, ben
presto si delineò una minaccia per la nuova Internazionale:
l'invasione delle sue file da parte di elementi equivoci,
usciti dalla seconda Internazionale, ma non completamente
aderenti alle direttive comuniste.
Per ovviare a tale pericolo si riuniva a Mosca, nel luglio
1920, il II Congresso mondiale, il quale stabilì che ogni
partito desideroso di entrare nell'Internazionale comunista
dovesse, per essere accettato, dimostrare che la sua
composizione e la sua attività corrispondevano al programma
e al metodo comunisti.
A tale scopo il Congresso stabilì una serie di condizioni di
ammissione, nelle quali sono contenuti i criteri a cui i
partiti che entrano nell'Internazionale devono
corrispondere.
Queste condizioni si applicano a tutti i partiti senza
eccezione. Poiché, mentre la seconda Internazionale lasciava
arbitro ogni partito aderente di seguire la tattica che
meglio credeva - e fu quest'autonomia la causa principale
della sua rovina - la III Internazionale é invece fondata
sulla comunanza ai partiti di tutti i paesi delle
fondamentali norme di organizzazione e di azione; le quali
appunto figurano nelle 21 condizioni di ammissione.
Ciò non vuol dire che la III Internazionale ignori che in
ciascun paese l'azione rivoluzionaria può presentare
problemi speciali. Ma mentre nelle 21 condizioni è fissato
il contegno dei partiti di fronte ai problemi più importanti
che si presentano in tutti i paesi, il secondo Congresso
stabiliva anche le tesi sui compiti principali
dell'Internazionale, di cui la terza tratta delle
modificazioni della linea di condotta e parzialmente della
composizione sociale dei partiti che aderiscono o vogliono
aderire all'Internazionale.
In queste tesi si parla di ciascun paese partitamente ed
anche dell'Italia, che presentava questo speciale problema:
la esistenza di un partito, che pur essendo stato contrario
alla guerra ed avendo aderito a grande maggioranza alla III
Internazionale, dimostrava tuttavia coi fatti un'evidente
incapacità rivoluzionaria.
Abbiamo detto quale immenso valore abbiano avuto per i
proletatri di tutti i paesi gli insegnamenti della
rivoluzione russa. Quale utilizzazione se ne é fatta finora
nel movimento proletario italiano?
In Italia si é molto parlato della rivoluzione russa, della
dittatura proletaria, dei Soviet, della III Internazionale.
Ma furono, in realtà, quegli insegnamenti, verso i quali si
protendeva ansioso il nostro proletariato, efficacemente
intesi ed applicati? Tutt'altro. Il Partito Socialista
italiano accettò nel suo Congresso di Bologna il programma
comunista, aderì alla III Internazionale. Si era
nell'agitatissima situazione del dopo-guerra, che dura
tutt'ora, e si parlò molto di rivoluzione nei comizi, mentre
in realtà il partito non aveva mutato dopo la guerra, né
mutò, col Congresso di Bologna, i caratteri tradizionali
dell'opera sua, che seguitò a basarsi nel campo politico
sulla pura azione inspirata da finalità elettorali. Né
attraverso la guerra, né per effetto del Congresso di
Bologna fu cambiato quello stato di cose per cui l'azione
politica ed economica del partito era affidata alla destra
riformista; e le conseguenze poterono essere constatate così
nell'andamento della campagna elettorale politica e di
quell'amministrativa, come nella piega che presero tutte le
grandi agitazioni che scoppiavano in seno al proletariato
italiano. Il partito, benché diretto da massimalisti, non
fece nulla per togliere il monopolio della Confederazione
del Lavoro ai D'Aragona, Baldesi, Buozzi, Colombino,
Bianchi, ecc., la cui opera spesso si presentò come un
indirizzo politico apertamente opposto a quello del partito,
e praticamente si svolse attraverso continui compromessi con
la borghesia, culminando nella famosa derisoria concessione
giolittiana del controllo operaio.
Il Partito socialista italiano in conclusione rimase
sostanzialmnete quello che era prima della guerra, ossia un
partito un po' migliore di altri partiti della II
Internazionale, ma non divenne un partito comunista capace
di opera rivoluzionaria secondo le direttive
dell'Internazionale comunista.
L'azione e la tattica dei partiti comunisti a questa
aderenti devono essere ben diversi. I partiti comunisti
hanno come loro finalità la preparazione ideale e materiale
del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la conquista
del potere. Come mezzi per la loro propaganda, agitazione ed
organizzazione, essi si servono dell'intervento nell'azione
sindacale e cooperativa, nelle elezioni e nei Parlamenti, ma
non considerano affatto le conquiste che si realizzano con
queste azioni come fine a se stesse. Il Partito socialista
italiano invece, lasciando dirigere queste azioni dagli
uomini dell'ala destra o anche da uomini della sinistra che
da quelli si differenziano soltanto per affermazioni verbali
senza essere capaci di intendere la nuova tattica
rivoluzionaria, non fece utile opera di preparazione
rivoluzionaria, ed il suo massimalismo condusse soltanto a
quella serie d'insuccessi e di delusioni ben noti a tutti i
lavoratori, di cui la destra del partito, infischiandosi
dell'impegno assunto di essere disciplinata a
quell'indirizzo che la maggioranza aveva stabilito, si servì
per deridere audacemente il metodo massimalista.
Per evitare tutto ciò non vi sarebbe stato che un solo
mezzo: eliminare dal partito i riformisti, basandosi sulla
loro avversione di principio al programma comunista, per
poterli scacciare dalle loro posizioni squalificandoli
innanzi a tutto il proletariato italiano come avversari
della rivoluzione e della III Internazionale, come
equivalenti dei Menscevichi russi e di altri
controrivoluzionari esteri.
In questo modo la situazione italiana e l'andamento della
lotta di classe tra noi vengono a confermare quelle
esperienze internazionali, su cui si basano i comunisti per
liberare il proletariato dai suoi falsi amici
socialdemocratici.
Tutto ciò in Italia fu sostenuto dagli elementi di sinistra
del partito, che andarono sempre meglio organizzandosi sul
terreno del pensiero e del metodo comunista, ed intrapresero
la lotta contro il pericoloso andazzo preso dal partito.
Lo stesso giudizio intorno alla situazione italiana fu
espresso dal Congresso di Mosca e sancito nelle sue
deliberazioni, richiedendosi in esse che il partito italiano
si liberasse dai riformisti, e divenisse come nel programma
così nella tattica, nell'azione e nel nome un vero partito
comunista. Intanto i riformisti italiani, sempre più
imbaldanziti dagli insuccessi del massimalismo che aveva
apparentemente trionfato a Bologna, si erano organizzati in
frazione «di concentrazione socialista» col loro convegno di
Reggio Emilia dell'ottobre 1920.
Tutti i comunisti italiani che, al di sopra di singoli
apprezzamenti tattici, accettavano la disciplina
internazionale alle deliberazioni di Mosca, si costituirono
in frazione, e nel convegno di Imola del 28-29 novembre 1920
decisero di proporre al Congresso del partito una mozione,
che oltre al comprendere l'applicazione di tutte le altre
decisioni del Congresso di Mosca, stabiliva che il partito
si chiamasse comunista e che tutta la frazione di
«concentrazione» dovesse essere esclusa.
L'organo supremo dell'Internazionale comunista ossia il
Comitato esecutivo di Mosca, approvò ed appoggiò tale
proposta.
Intanto nelle file del partito, da parte di coloro che tanto
facilmente si erano proclamati massimalisti e avevano
inneggiato a Mosca quando si trattava di andare ai trionfi
elettorali, si organizzò una corrente unitaria, venendo così
a costituire una frazione di centro che si opponeva alla
'divisione tra comunisti' e riformisti.
I capi di questa tendenza si dicevano comunisti, ma oggi che
essi hanno dimostrato coi fatti di tenere più ai riformisti
e ai controrivoluzionari, come Turati e D'Aragona, che ai
comunisti e alla terza Internazionale, riesce evidente che
essi costituiscono la peggior specie di opportunisti.
Infatti costoro nel recente Congresso di Livorno, capitanati
da G. M. Serrati, hanno respinto le precise disposizioni del
Congresso mondiale dell'Internazionale comunista,
trascinando la maggioranza del Congresso a decidere che i
riformisti restassero nel partito, tutti senz'alcuna
eccezione.
Tale atto inqualificabile - voluto da pochi capi che hanno
saputo speculare sull'inesperienza dei gregari - ha
preparato questa logica conseguenza: l'espulsione del
Partito socialista italiano dall'Internazionale comunista.
Dinanzi a tale situazione la frazione comunista ha
senz'altro abbandonato il Congresso ed il Partito, ed ha
deciso di costituirsi in Partito comunista d'Italia -
Sezione dell'internazionale comunista.
Così i sedicenti «comunisti» della frazione'unitaria
serratiana, per restare uniti ai quindicimila riformisti
dell'estrema destra, si distaccano dall'Internazionale
comunista, ossia dal proletariato rivoluzionario mondiale, e
da sessantamila comunisti iscritti al partito, con i quali è
solidale tutto il movimento giovanile, forte di più di
cinquantamila iscritti. A voi, o lavoratori, giudicare il
contegno di costoro, a voi il dire quanto essi siano
comunisti, quanto abbiano a cuore le sorti della rivoluzione
proletaria.
Gli «unitari» hanno tentato e tentano di far apparire
dovuto ad altre e sciocche ragioni il loro distacco
dall'Internazionale comunista. Essi affermano che noi
avremmo avuto il torto di volere applicare troppo
rigidamente gli ordini di Mosca che, secondo loro, non
corrisponderebbero alle esigenze della situazione italiana.
A ciò noi rispondiamo che l'Internazionale sarebbe una vana
parola e nulla più, se non fosse organizzata sulla base
della disciplina. Come le sezioni di un partito devono
essere disciplinate alla direzione centrale, così i partiti
devono esserlo rispetto all'Internazionale. In secondo luogo
non si tratta di ordini personali di Lenin o di altri capi
del movimento russo, ma delle decisioni di un Congresso, al
quale hanno partecipato rappresentanti di tutto il mondo,
tra cui cinque italiani, quattro dei quali hanno accettato
le decisioni relative all'Italia, coll'opposizione del solo
Serrati.
Quei compagni, come tutti i comunisti italiani, come tutti
quei lavoratori italiani, che ogni giorno sentivano
affievolirsi la loro fiducia nel vecchio partito, pensavano
che le decisioni di Mosca rispondessero ad un maturo esame
ed alle vere esigenze della situazione italiana.
Se i comunisti (?) unitari pensano che quelle decisioni non
sono convenienti per l'Italia, è perché essi hanno un
concetto della rivoluzione che contraddice alle direttive di
principio del comunismo internazionale, al pensiero di tutti
i veri comunisti del mondo, siano essi italiani, americani o
cinesi. Esistono in tutti i paesi coloro che pensano come
gli unitari italiani: asseriscono cioè di essere per il
comunismo e per la terza Internazionale, ma nella pratica
rifiutano di eseguire le decisioni dell'Internazionale, col
pretesto che non sono applicabili alle condizioni
particolari del loro paese. E sono appunto questi gli
avversari più insidiosi dell'Internazionale.
Un'altra bugia degli unitari è l'asserzione che le
concessioni a loro rifiutate nell'applicazione delle 21
condizioni siano, invece, state accordate
dall'Internazionale ai compagni di altri paesi e sopratutto
della Francia. La verità è del tutto opposta. Il Partito
socialista francese nel recente Congresso di Tours si è
dichiarato nella sua maggioranza per l'adesione a Mosca,
però la mozione della maggioranza conteneva alcune riserve,
tra cui quella di conservare nel partito la minoranza
centrista. E' falso che il Comitato esecutivo
dell'Internazionale abbia accettato queste riserve. Al
contrario, esso inviò al Congresso di Tours un energico
telegramma, richiedente l'espulsione dei centristi e
l'applicazione integrale delle condizioni di ammissione. La
maggioranza del Congresso accettò disciplinata il contenuto
del messaggio dell'Esecutivo. Invece gli unitari italiani si
sono ribellati alle disposizioni dell'Internazionale, alla
quale, a differenza dei Francesi, già erano aderenti.
Abbiamo avuto così il primo caso di un partito che abbandona
l'Intemazionale dopo esservi entrato a bandiera spiegata:
negli unitari italiani la terza Internazionale può così
registrare i primi suoi rinnegati.
Costoro accampano ancora il proposito di ricorrere al
Comitato esecutivo ed al Congresso prossimo
dell'Internazionale comunista, per ottenere di essere
riconosciuti come tutt'ora aderenti. Poiché in ogni paese
non può esservi che un solo partito aderente a Mosca,
l'Internazionale dovrebbe per riconoscere gli unitari
ripudiare il nostro partito e sconfessare l'atteggiamento da
noi tenuto, cosa evidentemente assurda e stranamente
contraddicente alla famosa, affermazione espressa da Mosca.
Il nostro Partito comunista è e resterà l'unica Sezione
italiana dell'Internazionale comunista. Chi non é col nostro
partito, sia esso un borghese od un aderente al vecchio
partito socialista, é fuori ed é contro la terza
Internazionale. I membri del vecchio partito che, con mille
menzogne, sono stati indotti a pronunziarsi per la tesi
unitaria e ai quali si é promessa l'unità del putito nella
terza Internazionale, possono oggi vedere chiaramente la
situazione. L'unità del partito non esiste più, avendo
esaurito, la sua ragion d'essere, ed essi si troveranno
fuori dall'Internazionale comunista, dalla famiglia mondiale
dei lavoratori rivoluzionari. Essi possono uscire da questa
falsa situazione soltanto abbandonando i capi che li hanno
ingannati, e venendo fiduciosi nelle file del Partito
comunista.
Il Partito comunista d'Italia vi si presenta dunque, o
compagni lavoratori, come un prodotto della situazione
creatasi in Italia dopo la guerra mondiale e che va
svolgendosi, anche più rapidamente che in altri paesi, verso
la rivoluzione proletaria. Questo partito comprende in sé le
energie rivoluzionarie del proletariato italiano, esso deve
rapidamente organizzarsi come l'avanguardia di azione della
classe lavoratrice. I suoi principi ed il suo programma vi
dicono che il Partito comunista sta sul terreno del pensiero
marxista, del comunismo critico, del Manifesto dei
Comunisti, così come tutto il movimento dell'Internazionale
di Mosca. Gli altri che, chiamandoci anarchici o
sindacalisti, si rivendicano continuatori del marxismo, sono
invece coloro che lo hanno falsificato.
Noi invece, raccogliendo nelle nostre file la maggior parte
di coloro che sostennero il valore rivoluzionario del
marxismo in Italia, dissentiamo, così come le tesi di Mosca
dissentono, dalle teorie anarchiche e sindacaliste pure
considerando i proletari anarchici e sindacalisti come
nostri amici generosamente rivoluzionari, che finiranno col
riconoscere la giustezza delle direttive teoriche e pratiche
dei comunisti, mentre invece i riformisti, i
socialdemocratici, e tutti quelli che si sentono di
convivere con costoro si allontanano sempre più dal
comunismo e dalla via della rivoluzione.
Il Partito comunista d'Italia si compone dunque di coloro
che veramente hanno sentito ed accolto, nella mente e nel
cuore, i grandi principii rivoluzionari dell'Internazionale
comunista. Nelle sue file sono giovani e vecchi militanti
dell'antico partito: esso continua storicamente la sinistra
del Partito socialista, quella parte cioè di questo partito
che lottò in prima linea contro il riformismo
collaborazionista, contro i blocchi elettorali,
contro la massoneria, contro la guerra libica, che non solo
sostenne la lotta contro i fautori della guerra, ma, che in
seno al partito contrastò tenacemente il passo a coloro che
alla guerra erano avversi a parole ma, non del tutto scevri
da pregiudizi patriottici, tendevano a continue transazioni
colla borghesia.
E'vero che restano nel vecchio partito taluni che in certi
periodi furono estremisti, magari più estremisti di noi, ma
costoro o sono esemplari del vecchio fenomeno d'involuzione
politica degli individui, o rappresentano i massimalisti che
si improvvisarono tali per opportunità elettorale, o, nella
ipotesi più benevola, sono individui che si credettero dei
comunisti quando ancora non avevano inteso quali siano le
differenze vere tra il comunismo e i pregiudizi borghesi e
piccolo borghesi.
Il Partito comunista d'Italia inspira il suo indirizzo
tattico alle deliberazioni dei Congressi internazionali, e
quindi intende avvalersi dell'azione sindacale, cooperativa,
elettorale, parlamentare; come di altrettanti mezzi per la
preparazione del proletariato alla lotta finale.
Attraverso l'intimo contatto con le masse lavoratrici, in
tutte le occasioni in cui queste sieno spinte ad agitarsi
dall'insofferenza delle loro condizioni di vita, il Partito
comunista svolgerà la migliore propaganda dei concetti
comunisti, suscitando nel proletariato la coscienza delle
circostanze, delle fasi, delle necessità che si
presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta
rivoluzionaria.
Con la rigorosa disciplina della sua organizzazione interna,
il Partito comunista si organizzerà in modo da essere capace
d'inquadrare e dirigere sicuramente lo sforzo rivoluzionario
del proletariato.
La propaganda, il proselitismo, l'organizzazione e la
preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basati sulla
costituzione di gruppi comunisti, che raccoglieranno gli
aderenti al partito che lavorano nella medesima azienda, che
sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque,
partecipino ad uno stesso aggruppamento di lavoratori.
Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto
contatto con il partito, che assicurerà la loro azione
d'insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questi
metodi i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli
organismi proletari costituiti per finalità economiche e
contingenti, come le leghe, le cooperative, le Camere del
lavoro, per trasformarle in istrumenti della azione
rivoluzionaria diretta dal Partito.
Il Partito comunista intraprenderà così, fedele alle tesi
tattiche dell'Internazionale sulla questione sindacale, la
conquista della Confederazione generale del lavoro,
chiamando le masse organizzate ad un'implacabile lotta
contro il riformismo ed i riformisti che vi imperano.
Il Partito comunista non invita quindi i suoi adetenti ed i
proletarii che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni
confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente
all'aspra lotta che si inizia contro i dirigenti. Non è
certo questo breve e facile compito, sopratutto oggi che
molti sedicenti avversarii del riformismo depongono la
maschera e passano apertamente dalla parte dei D'Aragona,
con i quali militano insieme nel vecchio partito socialista.
Ma appunto per questo il Partito comunista fa assegnamento
sull'aiuto di tutti gli organi Proletari sindacali che
conducono all'esterno la lotta contro il riformismo
confederale, e li invita, con un caldo appello, a porsi sul
terreno della tattica internazionale dei comunisti,
penetrando nella Confederazione, per sloggiarne i
controrivoluzionarii con una risoluta e vittoriosa azione
comune. I membri del Partito comunista, rivestiti di cariche
elettive nei comuni, nelle province e nel Parlamento,
restano al loro posto con mandato di eseguire la tattica
rivoluzionaria decisa dal Congresso internazionale, e con
subordinazione assoluta agli organi direttivi del partito.
Una parte dei giornali del vecchio partito resta al Partito
comunista, tra questi i quotidiani L'Ordine nuovo di
Torino e Il Lavoratore di Trieste.
Organo centrale del Partito sarà Il Comunista,
bisettimanale, pubblicato a Milano, ove ha sede il Comitato
esecutivo del Partito.
Questo, nelle grandi linee, é il piano d'azione che il
Partito comunista si propone, e per l'esplicazione del quale
conta sull'adesione entusiastica della parte più cosciente
del proletariato italiano.
Gli avvenimenti, attraverso i quali il Partito comunista
d'Italia si è costituito, dimostrano come esso corrisponda
ad una necessità irresistibile dell'azione proletaria, e
dimostrano come esso sorga quale unico organo capace di
condurre alla vittoria la classe lavoratrice italiana.
Il programma di lotta del Partito comunista dimostra che
esso soltanto potrà applicare, nell'azione rivoluzionaria, i
risultati delle esperienze italiane ed estere della lotta di
classe e le deliberazioni dell'lntemazionale comunista.
Il vecchio Partito socialista, nel Congresso di Livorno, ha
perduto nello stesso momento le energie e l'audacia della
sua parte più giovane, ed il migliore contenuto
dell'esperienza delle sue lotte passate, che si riassume
nell'affermazione di quel metodo rivoluzionario, di cui oggi
il rappresentante é il Partito comunista.
Il vecchio Partito socialista, nel Congresso di Livorno, ha
scelto la via fatale che ha come ultimo sbocco la
controrivoluzione. Esso è squalificato dinanzi agli occhi
del proletariato italiano, ed è destinato, d'ora innanzi, a
vivere solo delle pericolose simpatie borghesi, il cui coro
già si eleva intorno ad esso. E' il partito in cui la destra
coi suoi Modigliani ed i suoi D'Aragona, é moralmente
padrona, e gl'intransigenti rivoluzionari, i massimalisti, i
comunisti di ieri, recitano la parte di servitori del
riformismo.
Lavoratori italiani!
Il vostro posto di battaglia é col nuovo partito, é nel
nuovo partito. Attorno alla sua bandiera, che é quella della
Internazionale, dei lavoratori rivoluzionarii di tutto il
mondo, dovete stringervi per la grande lotta contro lo
sfruttamento capitalistico. Il Partito comunista d'ltalia,
nel chiamarvi a raccolta per le battaglie della rivoluzione
sociale, si sente in diritto di salutare a nome vostro i
lavoratori di tutto il mondo, inviando all'lntemazionale
comunista di Mosca, invincibile presidio della rivoluzione
mondiale, il grido entusiasta di solidarietà dei proletari e
dei comunisti italiani.
Contro tutte le resistenze del sistema, sociale borghese,
contro tutte le insidie dei falsi amici del proletariato,
contro tutte le debolezze e le transazioni, avanti per la
vittoria rivoluzionaria, al fianco dei comunisti del mondo
intero!
Abbasso i rinnegati ed i traditori della causa proletaria!
Viva la III Intemazionale comunista!
Viva la rivoluzione comunista mondiale!
Il Comitato Centrale del Partito comunista d'Italia Ill
Comunista 30 gennaio 1921