“Assassino e ladro.
Certo la
storia non lo assolverà”
11 dicembre 2006
tratto da La Stampa dell'11
dicembre 2006
Pinochet è stato un
dittatore che ha tradito il
suo giuramento
costituzionale, ha ucciso
migliaia di persone, ha
violato i diritti umani in
ogni forma possibile, e ha
anche rubato, perché nei
suoi conti bancari americani
sono stati trovati 28
milioni di dollari di dubbia
provenienza. Di fronte a
tutto questo, ha evitato di
assumersi le proprie
responsabilità davanti alla
giustizia».
Il giudizio di Isabel María
Allende, figlia di Salvador
e deputata socialista, è
senza appello.
Quale sarà l'eredità storica
di Pinochet?
«Un traditore che ha
represso il suo popolo. Il
giudizio deve continuare
anche dopo la morte, e la
storia non lo assolverà».
Come bisogna fare i
funerali?
«Nessun onore di stato».
Quale sarà l'impatto della
sua scomparsa sulla politica
cilena?
«Nullo, perché ormai non era
più una figura rilevante».
Alcuni analisti sostengono
che il governo di centro
sinistra potrebbe
indebolirsi, perché verrà a
mancare l'elemento di
coesione. Lei non teme che
la Democrazia Cristiana
possa sfilarsi dalla
Concertacion?
«No, la Dc non andrà via. La
nostra alleanza non si regge
solo sulla comune
opposizione a Pinochet, ma
anche sull'agenda sociale
per il paese, la giustizia,
il rispetto dei diritti
umani».
La scomparsa del generale
aiuterà la destra a
rilanciarsi?
«La morte di Pinochet fa
comodo all'Alianza, perché
la libera da un peso. In
Cile la destra ha un
problema di legittimità,
perché la grande maggioranza
non ha dimenticato il golpe.
Senza Pinochet, l'Alianza
sarà più libera di
muoversi».
Cosa ricorda del golpe?
«Un grande dolore, di cui
ormai faccio fatica a
parlare. Per la morte di mio
padre, ma anche per la
perdita di centinaia di vite
con la repressione».
E' vero che suo padre si
suicidò, usando il mitra che
gli aveva regalato Fidel
Castro?
«Credo di sì. Voleva evitare
l'umiliazione di essere
destituito dai militari.
Perciò prese la situazione
nelle sue mani».
Quale sarà l'eredità storica
di Salvador Allende?
«Mi sembra che sia in corso
una rivalutazione costante.
Tutti ora lo giudicano un
leader di forti principi,
che si è sacrificato per la
democrazia».
Qual è il ricordo personale
più caro di suo padre?
«Come politico era un uomo
molto sensibile, capace di
interpretare i problemi
della gente. Come padre era
eccezionale, per il calore e
il buonumore, nonostante
tutti i problemi. E' un
vuoto che non ho mai
colmato».
Morte di un
dittatore: per le sue
vittime il nostro cordoglio,
la nostra rabbia, le nostre
lacrime
di Alessandra
Valentini
Roma 11 dicembre
2006
Per ricordare le colpe ed i
crimini di Pinochet non
possono bastare poche righe,
ma la sua morte serve a
ricordare le migliaia di
giovani, studenti, operai,
giornalisti, insegnanti che
dall’11 settembre 1973 non
avrebbero più fatto ritorno
a casa, colpevoli soltanto
di preferire la democrazia
alla dittatura. Al loro il
nostro pensiero, per loro il
nostro cordoglio, le lacrime
e la rabbia per una
giustizia che è stata
tardiva ed incompleta.
È l’11 settembre 1973, in
Cile inizia il regno del
terrore firmato Pinochet. Il
Parlamento viene sciolto,
soppressi i partiti, sospese
le libertà; con l’operazione
Condor circa 1200 oppositori
scompaiono nei primi
momenti; oltre 3200 persone
vengono uccise, molte di più
quelle che sopravvissero
alle torture. Lo stadio di
Santiago divenne un enorme
campo di concentramento e di
morte: i militari sotto il
comando di Pinochet
rinchiusero nello stadio
oltre 7000 persone. In
totale, se mai è possibile
fare una stima precisa,
furono oltre 28 mila gli
oppositori che il regime
sottopose a torture
inaudite. Degli arrestati è
difficile portare il conto.
In tantissimi furono
costretti a lasciare il
Paese. La Casa Bianca, ora,
alla notizia della morte ha
commentato
che “la sua dittatura ha
costituito uno dei periodi
piu' difficili per la storia
del Cile''. Ma vale la pena
ricordare il ruolo che giocò
Washington nella ascesa al
potere del dittatore.
Infatti, la vittoria del
socialista Salvador Allende
in Cile nel 1970 non era
stata
vista di buon occhio dagli
Stati Uniti, che guardarono
compiacenti l’ascesa di un
nuovo dittatore. Pinochet,
infatti, riuscì a imporsi
nel 1974 come presidente,
carica alla quale fu
riconfermato nel 1981 per un
secondo mandato grazia
all’appoggio di molti uomini
d'affari, che ne sostenevano
il programma economico
neoliberista. Nel 1998 un
referendum popolare lo
rimosse da presidente, ma
rimase al potere fino al
marzo 1990, quando lasciò il
palazzo presidenziale della
Moneda, restando però al
comando dell' esercito fino
al 1998 e mantenendo la
carica di senatore a vita.
Nel 1998
viene arrestato a Londra su
mandato di cattura del
giudice spagnolo Baltazar
Garzon per i crimini
commessi durante la
dittatura. Rilasciato nel
2000 per motivi di salute
rientra in Cile. Nel 2002
Pinochet rinuncia alla
carica di senatore a vita e
nel 2004 la Corte di
Santiago gli revoca anche
l'immunità di cui gode in
quanto ex presidente. Nel
2004 comincia il suo
processo per il Piano
Condor, il progetto della
giunta militare di
eliminazione degli
oppositori politici.
Lo scorso novembre un’altra
inchiesta si era aperta a
suo carico per gli orrori
commessi dalla Carovana
della Morte, uno squadrone
della morte che girava il
Paese facendo sparire gli
oppositori.
A trentatre anni di distanza
dal sanguinario colpo di
Stato è morto ieri l’ultimo
esponente di una generazione
di dittatori che avevano
insanguinato con le loro
gesta l'America latina negli
anni '60 e '70.
Sgobio:
Cile. La morte di
Pinochet non
cancelli il ricordo
di ciò che ha
commesso
Ufficio Stampa
Roma 11 dicembre
2006
La sua morte non può
e non deve
cancellare il
ricordo di ciò che è
stato e di ciò che
ha commesso durante
la sua vita: un
ricordo
terrificante. Il suo
colpo di Stato in
Cile ha soffocato
per anni quel Paese,
mietendo migliaia e
migliaia di vittime
e compiendo torture
inimmaginabili. La
morte
non può e non deve
cancellare, come un
colpo di spugna, il
suo operato, che
resterà una macchia
indelebile nelle
menti e nelle
coscienze di milioni
e milioni di persone
nel mondo, e ne può
far dimenticare le
connivenze e le
complicità che lo
hanno ispirato,
finanziato e coperto
nel perpetrare quel
terribile golpe.
URSS
e
rivoluzione di ottobre
ottantanove volte
Ottobre
7 novembre 2006
“Ogni
soldato, ogni operaio, ogni vero
socialista, ogni onesto democratico
si rende conto che nelle presenti
condizioni vi sono solo due
alternative. O il potere rimane
nelle mani della ciurma borghese e
possidente, e questo significherà
repressioni di ogni genere per gli
operai, i soldati e i contadini, la
continuazione della guerra, e
l’inevitabile fame e la morte… o il
potere passa nelle mani dei
rivoluzionari operai, soldati e
contadini; e questo significa la
completa abolizione della tirannia
dei possidenti, l’immediato crollo
dei capitalisti, le immediate
proposte di una giusta pace.
Significa anche la terra assicurata
ai contadini, il controllo
sull’industria assicurato agli
operai, il pane assicurato alla
fame, e la fine della guerra
insensata…”. Così si esprimeva il
bolscevico Zinovev sul quotidiano
Dien mercoledì 7 novembre
1917, poche ore prima della presa
del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado.
“Giovedì 8 novembre. Il giorno
sorse – ricorda John Reed in quella
meravigliosa epopea dell’Ottobre che
sono I dieci giorni che fecero
tremare il mondo – su una città
in preda a un’eccitazione e a una
confusione selvagge, un’intera
nazione si levava in una muggente
ondata di bufera”. Da una parte il
II Congresso Panrusso dei Soviet, il
Comitato Militare Rivoluzionario e i
primi decreti del governo sovietico,
dall’altra il Comitato per la
Salvezza, la Duma di Pietrogrado, i
fautori del deposto governo
provvisorio di Kerenskij, che
accusavano i bolscevichi di aver
tradito la Rivoluzione di Febbraio,
di essere agenti tedeschi o
austriaci, di aver attentato alle
nascenti istituzioni democratiche.
Proprio loro, menscevichi e
socialisti rivoluzionari, che si
rifiutavano di porre fine ad una
guerra inutile e disastrosa per la
Russia a fianco dell’Intesa, che non
distribuivano la terra ai contadini,
tollerando il persistere della
grande proprietà terriera, che
reprimevano scioperi e
manifestazioni operaie a fianco dei
capitalisti. “Tuttavia – commenta
ancora Reed, ragionando del periodo
tra il marzo e l’ottobre 1917 – fra
le masse degli operai e dei
contadini v’era l’ostinata
impressione che «il primo atto» non
fosse ancora finito. Al fronte, i
Comitati militari erano sempre più
osteggiati dagli ufficiali che non
potevano abituarsi a trattare i loro
comuni come esseri umani;
nell’interno, i membri dei Comitati
della Terra eletti dai contadini
venivano arrestati quando tentavano
di ottenere dal governo un
regolamento concernente le terre; e
gli operai nelle officine dovevano
combattere le liste nere e le
esclusioni (…). Intanto, i soldati
cominciarono a risolvere la
questione della pace semplicemente
disertando, i contadini diedero
fuoco ai castelli e si impadronirono
delle grandi proprietà, gli operai
ricorsero allo sciopero e al
sabotaggio”.
La Rivoluzione d’Ottobre era di
fatto iniziata prima del fatidico 7
novembre 1917, anche se essa viene
di solito associata alla presa del
Palazzo d’Inverno, una nuova
Bastiglia, elemento che ne
costituisce una sorta di atto
simbolico, una stanca e claudicante
metafora ripresa recentemente anche
nel dibattito interno al nostro
partito sulla questione del potere.
Sarebbe forse più utile e,
soprattutto, più corretto sul piano
analitico ricordare l’immagine
straordinaria della “muggente ondata
di bufera” che ha travolto tutto,
ribaltando a furor di popolo le
vecchie e statiche maggioranze nel
Comitato Esecutivo Centrale dei
Soviet dei Deputati degli Operai e
dei Soldati e nel Soviet dei
Contadini, nei sindacati (a partire
dal Comitato Centrale Russo del
Sindacato Ferrovieri) come
nell’esercito, e rovesciando le
vecchie istituzioni come le più
recenti. Più volte la rivoluzione è
stata sul punto di essere sconfitta,
dentro e fuori Pietrogrado, più
volte è risorta su quelle che
parevano essere le proprie ceneri. A
sollevarsi non è stata solamente la
capitale, che aveva già vissuto il
1905 e il febbraio 1917, ma la
Russia profonda, operaia come
contadina, i milioni di soldati al
fronte mandati al massacro per
difendere una causa che non avrebbe
mai potuto essere la loro. Un’ondata
che ha raggiunto il Turkestan come
il Caucaso, che ha consentito ai
bolscevichi di affrontare e vincere
le forze controrivoluzionarie
(quelle sì al soldo degli stranieri
occidentali), di sconfiggere le
diverse aggressioni esterne, dagli
ex alleati dell’Intesa alla Polonia,
di superare momenti drammaticamente
difficili, a partire dalla “sconcia”
e mortificante pace di Brest-Litovsk
imposta dalla Germania, una pace non
giusta, la pace dell’arroganza e
dell’imperialismo. Pace immediata e
giusta, controllo operaio della
produzione, terra a chi la lavora,
tutto il potere ai Soviet,
autodeterminazione dei popoli
oppressi non solamente in teoria ma
anche come prospettiva concreta da
costruire, non il “vorrei ma non
posso” ma l’inizio di un percorso
che, dopo la breve esperienza della
Comune di Parigi del 1871, avrebbe
dovuto condurre ad una nuova
civiltà, al socialismo, al
comunismo.
Protagonisti dell’Ottobre sono
stati gli operai delle grandi
fabbriche, la parte più cosciente
della società russa, i soldati, la
grande massa dei contadini poveri,
gli stessi che Majakovskij, uno dei
grandi poeti della rivoluzione,
avrebbe messo in scena nell’opera
teatrale Il mistero buffo
come “gli impuri”, nel momento in
cui essi hanno deciso di rompere le
catene della servitù e dello
sfruttamento. Possiamo ricordare
l’Ottobre e il suo significato per
la storia non solamente del
movimento operaio ma dell’umanità
intera attraverso un’immagine, una
straordinaria immagine, insieme
pungente e amaramente ironica,
quella del servo Jernej di Betaina,
così come ci è stata narrata dal
romanziere e rivoluzionario sloveno
Ivan Ćankar nel 1907. L’anziano
Jernej, alla morte del vecchio
padrone, viene cacciato di casa dal
giovane erede perché ormai inabile
al lavoro e vaga per cercare ragione
del torto subito presso le autorità
preposte (dal Sindaco al Tribunale,
fino all’Imperatore d’Austria),
convinto che la giustizia umana
fosse una sorta di emanazione
diretta, seppure imperfetta, della
giustizia divina. L’intero suo
percorso sarà, al contrario, una
faticosa e amara presa di coscienza
della realtà, dell’indifferenza del
sistema e delle autorità verso i
deboli, che si traduce facilmente in
sostegno ai forti, ai detentori del
potere economico. Isolato e deluso,
Jernej compie allora un gesto
lucidamente folle, individuale e
nello stesso tempo universale,
bruciando la fattoria dalla quale
era stato cacciato, trovando poi la
morte per mano di altri contadini
nel rogo che lui stesso aveva
appiccato. Un paradigma di
rivoluzionario senza rivoluzione,
quello di Jernej, che chiedeva
semplicemente di poter godere dei
frutti del proprio lavoro, di poter
possedere quella terra che lui
stesso per quarant’anni aveva
lavorato, di poter mangiare quel
pane che aveva prodotto con il suo
sudore. In una parola, chiedeva di
riscattare la propria condizione, di
ottenere la propria libertà.
Tanti Jernej, costretti al lavoro
servile nelle campagne, sfruttati in
condizioni inumane nelle fabbriche o
mandati a morire al fronte nelle
tante guerre volute dalle diverse
potenze imperialiste, sono insorti a
Parigi nel 1871 e nella Russia del
1905, come nel Messico di Villa e
Zapata, da Cuernavaca a Torreòn,
impadronendosi delle haciendas e
della propria dignità. Altri Jernej,
questa volta organizzati all’interno
di un soggetto politico cosciente e
rivoluzionario, hanno garantito il
successo della rivoluzione
bolscevica, pur pagando un prezzo
enorme. Con la vittoria del primo
assalto al cielo e il tentativo di
costruire un sistema economico e
sociale completamente nuovo e
affrancato da ogni ipotesi di
sfruttamento, essi hanno riscattato
la propria condizione, dato un senso
del tutto diverso alla propria
esistenza come soggetto collettivo,
prima ancora che come singoli
individui. Quanti sono stati gli
Jernej, ancora, che, anche grazie
alla presenza dell’Unione Sovietica,
hanno dato vita alle rivoluzioni
socialiste del secondo dopoguerra,
dalla Cina al Vietnam, e ai
movimenti di liberazione nazionale
in Africa e Asia?
Non è forse solamente grazie a
questi avvenimenti che milioni di
individui hanno fatto il loro
ingresso nella storia, con la
volontà ferma di cancellare con ogni
mezzo secoli di soprusi e
sfruttamento, sul piano nazionale
come di classe, da parte delle
grandi potenze come del grande
capitale economico e finanziario?
Quanti miliardi di Jernej ci sono
ancora nel mondo? E’ questa la
caratteristica essenziale del
Novecento, di questo secolo sì
breve, ma grande e drammatico. Se
provassimo a considerare la storia
dell’umanità senza di esso, con al
centro proprio l’Ottobre,
rischieremmo di trovare un mondo più
arretrato, dominato dalle grandi
potenze coloniali, intente a
spartirsi risorse e mercati, con la
classe lavoratrice, nell’accezione
più variamente intesa, costretta a
vivere come variabile dipendente del
capitale e delle compatibilità del
sistema, soggiogata, abbruttita,
avvelenata. Sono queste le ombre che
si allungano pericolosamente oggi su
tutti noi, in un nuovo secolo,
inaugurato con la disgregazione
dell’URSS e segnato in profondità
tanto dal manifestarsi del più
mostruoso e perverso piano di
egemonia mondiale mai concepito
nella storia dell’umanità dall’unica
superpotenza rimasta, quanto dal
dominio del sistema capitalistico,
con un carattere strutturalmente
neoliberale e una tendenza
accelerata alla concentrazione e
finanziarizzazione. Le conseguenze
di tutto questo sono purtroppo sotto
gli occhi di tutti, nei paesi a
capitalismo avanzato come nel sud
del mondo. L’Ottobre ha rallentato
il processo di espansione globale
del capitalismo, la vittoria della
controrivoluzione nel 1991 lo ha di
nuovo imposto, ma non come “fine
della storia”, al di là delle
speranze delle classi dominanti,
date anche le crescenti resistenze e
contraddizioni che sembrano emergere
con sempre maggiore nettezza. Per
questo l’Ottobre costituisce un
ricordo imbarazzante e, soprattutto,
pericoloso, un passaggio da
rimuovere nel più breve tempo
possibile. Per le classi dominanti,
certamente, ma anche per i tanti ex
comunisti in circolazione, oggi
rispettabili e responsabili
riformisti, ben felici di liberarsi
del peccato originale e recuperare
una collocazione non molto diversa
da quella delle socialdemocrazie
europee di allora, pronte a
schierarsi da una parte contro la
rivoluzione bolscevica e ogni
tentativo insurrezionale a sostegno
della Russia dei Soviet e,
dall’altra, a favore delle
rispettive borghesie nazionali e
della guerra. Una lezione, questa,
che si ripropone oggi con
sconcertante e disarmante attualità,
pur se calata in condizioni generali
profondamente mutate. Ogni occasione
è buona, insomma, per rimuovere la
storia settantennale dell’URSS, che
dell’Ottobre è emanazione diretta, o
imbastire virulente campagne
anticomuniste, di chiaro stampo
maccartista. Alla serietà e al
rigore analitico si preferiscono la
propaganda e il servilismo, come
accaduto, ultimo episodio di una
serie assai più lunga, in occasione
della ricorrenza degli avvenimenti
ungheresi del 1956. Due anni
addietro, in occasione del 60°
anniversario dello sbarco in
Normandia, la Russia è stata di
fatto esclusa dalle celebrazioni
ufficiali, come se 25 milioni di
sovietici non fossero morti per
sconfiggere il nazifascismo e
l’Unione Sovietica non avesse pagato
un enorme tributo per liberare
l’intera Europa.
A
questo tentativo di rimozione, assai
più che di denigrazione, noi non
possiamo rispondere con la semplice
rievocazione, con il ricordo dei bei
tempi andati, dei fasti che furono e
che oggi, sfortunatamente, non sono
più. Questo per una ragione molto
semplice: perché se così fosse
avremmo già perso, saremmo destinati
a ritagliarci un ruolo residuale
quando invece dovremmo tentare di
riprendere il cammino, di tornare
protagonisti. Dobbiamo avere la
forza e il coraggio di capire cosa
non ha funzionato nel primo
tentativo di costruzione del
socialismo, di transizione al
socialismo, perché l’esperienza
sovietica è finita come sappiamo.
Senza alcun atteggiamento nostalgico
e senza alcun furore iconoclasta o
liquidatorio, dobbiamo avere la
forza di investigare i limiti
oggettivi (contesto internazionale e
sviluppo delle forze produttive),
come quelli soggettivi e culturali
che hanno consentito alle forze
controrivoluzionarie di imporsi nel
1991.
“Il
marxismo non è un dogma - ha scritto
nel maggio 1983 Jurij Andropov,
allora alla guida dell’URSS, ultimo
grande protagonista di un tentativo
di cambiamento e modernizzazione
dell’intero sistema a partire però
dalla transizione al socialismo -
bensì una viva guida per l’azione,
per il lavoro autonomo atto a
risolvere i complessi problemi che
ogni nuova svolta storica ci impone…
Solo un siffatto atteggiamento verso
il nostro inestimabile retaggio
ideale, atteggiamento di cui Lenin
diede un esempio, solo questo
continuo autorinnovarsi della teoria
rivoluzionaria sotto l’azione della
prassi rivoluzionaria rendono il
marxismo una scelta autentica e
l’arte della creatività
rivoluzionaria”.
Queste parole acquistano,
paradossalmente, una maggiore
importanza proprio oggi, in
quest’epoca difficile e
contraddittoria, dove ci sentiamo,
soprattutto nei paesi a capitalismo
avanzato, orfani dello “spirito”
dell’Ottobre, anche al di là di
quelli che sono emersi come elementi
peculiari di questa esperienza, sui
quali occorre proseguire la
riflessione.
a)
La Rivoluzione si è affermata,
contrariamente alle previsioni di
Marx, nel paese più arretrato
d’Europa, nella Russia contadina e
largamente feudale, dove lo sviluppo
del sistema capitalistico e dei
fattori produttivi era
straordinariamente debole. I
bolscevichi si sono trovati, di
conseguenza, a dover affrontare una
serie di problemi –
dall’accumulazione originaria di
capitale allo sviluppo tecnologico,
dalla formazione della forza lavoro
al rapporto tra produzione e consumo
– che nei paesi più sviluppati lo
stesso capitalismo aveva già
risolto. E lo hanno dovuto fare in
condizioni straordinariamente
difficili, attaccati dalle forze
controrivoluzionarie e accerchiati
da potenze ostili, con non poche
divisioni interne, conseguenza di un
dibattito serrato e aspro, e con la
tensione di dover costruire da soli,
senza precedenti di rilievo e per di
più in tempi rapidi, un sistema
alternativo al capitalismo. Uno
sforzo immane, che qualsiasi
approccio logico avrebbe definito
improponibile o non realizzabile.
Forse è per questo che il
consolidamento della rivoluzione,
per noi scontato, costituisce in
realtà un segno straordinario di
vitalità anche dopo decenni, un
segno evidente che non esistono
difficoltà insormontabili; forse è
per questo che l’intero dibattito
sui tempi e le modalità della
costruzione del socialismo che ha
attraversato con diversa intensità
non solo gli anni ’20 – dal
comunismo di guerra alla NEP
leniniana, dalla crisi
all’elaborazione del Primo Piano
Quinquennale e alla brusca virata a
sinistra staliniana di fine decennio
-, ma l’intera esperienza sovietica
fino agli anni ‘80 – sul rapporto
tra piano e mercato, ad esempio,
come sulla trasformazione
dell’intera struttura economica
sovietica verso una produzione
intensiva e di qualità e non
solamente estensiva e di quantità –,
costituisce un elemento di
straordinaria ricchezza e
importanza, troppo presto rimosso
anche da noi;
b) L’intero gruppo dirigente
bolscevico, a partire da Lenin, era
fermamente e sinceramente convinto
che la “muggente ondata di bufera” –
per usare la metafora iniziale –
potesse travolgere anche l’Occidente
avanzato, con particolare
riferimento alla Germania, in guerra
con la Russia. La realtà si è
rivelata, purtroppo, assai diversa:
nonostante il grande impulso dato
dalla rivoluzione all’espansione del
movimento comunista su scala
planetaria, i diversi tentativi
insurrezionali sono stati tutti
repressi nel sangue, dall’Ungheria
dei Consigli di Bela Kun alla
Slovacchia, dai soviet di Baviera
alla Serbia, dall’Iran alla
Germania. I comunisti si sono
trovati così fuorilegge e
perseguitati, la Russia dei soviet
isolata e aggredita, seguita sul
sentiero rivoluzionario dalla sola
Mongolia. Troppo poco, davvero
troppo poco. In un breve ma
straordinariamente intenso
contributo apparso su “Nuova
Antologia” nel 1978, Leo Valiani
ricostruisce quanto accaduto in
Europa Centrale nel terribile anno
1919, fornendo anche cifre credibili
sui costi in termini di vite umane.
“Al terrore rosso s’imputarono un
poco meno di 500 omicidi (compresi i
controrivoluzionari uccisi in
combattimento) nei 133 giorni di
vita della dittatura del
proletariato. Il terrore bianco di
Horthy fece almeno 5.000 vittime, in
un anno e mezzo circa”. Numeri
indigesti, che l’attuale tecnocrazia
anticomunista di Bruxelles
preferisce rimuovere, perché
incompatibili con il proprio
viscerale istinto maccartista.
Meglio ricordare l’Ungheria del 1956
che quella del 1919, meglio
sproloquiare dei disegni tirannici
dell’URSS che dei veri responsabili
della militarizzazione dell’Europa,
dei protagonisti assoluti della
Guerra Fredda e delle tante guerre
di oggi, vale a dire gli Stati
Uniti. Per quanto riguarda noi,
invece, al di là di ogni discussione
teorica o politica relativa al
“socialismo in un solo paese”,
sarebbe davvero difficile non
considerare, dal punto di vista
generale, il peso che hanno avuto
gli elementi di contesto
internazionali e generali
(isolamento prima e Guerra Fredda e
politica aggressiva USA dopo il
secondo conflitto mondiale) nel
determinare alcune delle scelte
fondamentali che hanno finito per
condizionare, e non poco, l’intera
esperienza sovietica;
c) La prima, drammatica prova che
si sono trovati ad affrontare i
bolscevichi è stata senza dubbio la
pace immediata con la Germania, che
nelle intenzioni del governo dei
Soviet avrebbe dovuto essere “senza
annessioni e senza indennità”, una
pace giusta e, se considerata da una
determinata prospettiva,
“rivoluzionaria”. Evoluzione,
questa, direttamente legata alla
fiducia sul dilagare della
rivoluzione in Europa, tanto che
Trotskij, commissario del popolo
agli esteri e capo della delegazione
sovietica a Brest, era convinto di
iniziare la trattativa con la
diplomazia di Guglielmo II e di
terminarla con Liebcknecht alla
guida di un governo proletario in
quel di Berlino. Al contrario, i
bolscevichi si sono trovati ad
affrontare, divisi, una situazione
terribile, si sono trovati di fronte
ad una scelta tanto dolorosa quanto
inevitabile: trasformare la guerra
in guerra rivoluzionaria, con
l’esercito però in fase di
smobilitazione e i tedeschi pronti
all’offensiva finale una volta
scaduto l’ultimatum, o accettare una
pace mortificante e ben diversa da
quella inizialmente ipotizzata. Nel
primo caso, il grosso dell’esercito
e dei contadini non avrebbe compreso
il passaggio e, con ogni
probabilità, si sarebbe sollevato
contro lo stesso governo dei soviet,
determinando la fine della
rivoluzione. Lenin, al contrario di
Trotskij, non era disposto a
sacrificare il neonato potere
sovietico in Russia nel disperato
tentativo di suscitare un’ondata
rivoluzionaria in Germania.
Rinunciare, insomma, ad una
prospettiva appena conquistata in un
paese per una prospettiva
straordinariamente fragile e incerta
su un piano più generale. Questa
discussione, aspra e senza
esclusione di colpi, ha attraversato
l’intero partito bolscevico nel
biennio 1918-1919 e solo la grande
lucidità di Lenin, dapprima in
minoranza, ha evitato la catastrofe,
firmando la pace “sconcia”, separata
e annessionistica, ma garantendo
così la sopravvivenza del governo
dei Commissari del Popolo anche in
assenza della deflagrazione mondiale
– o almeno europea - della
rivoluzione. A dimostrazione che la
fraseologia rivoluzionaria,
soprattutto se slegata dal contesto,
può costituire un rifugio
provvidenziale anche se non sicuro,
potendo nel contempo essere letale
alla causa della rivoluzione;
d) Difficile ragionare dell’Ottobre
senza considerare il ruolo che in
esso svolse la parte più avanzata
degli intellettuali e degli artisti,
quelle “avanguardie” che in Italia
finirono invece per schierarsi a
fianco di Mussolini. Al di là di
quello che sarebbe accaduto in
seguito, dal dibattito sul ruolo
dell’arte nella costruzione del
socialismo alle difficoltà e
disillusioni che incontrarono
diversi esponenti degli autodefiniti
“comunisti di sinistra” – da
Majakovskij a Mejerchold, tanto per
fare due nomi -, fino alla scelta –
discutibile ma non incomprensibile -
del realismo a partire dal 1928, gli
anni compresi tra il 1915 e il 1917,
con il progressivo affermarsi del
futurismo in poesia, del
costruttivismo in architettura e del
cubofuturismo in arte, fino al
suprematismo estremo di Malevic,
finiscono per segnare davvero
un’epoca intera. La parola d’ordine
era rinnegare il passato, ribaltare
i canoni, capovolgere le dimensioni,
creare una nuova lingua. Pur se a
partire da un approccio non
necessariamente marxista, e con un
furore iconoclasta con pochi
precedenti nella storia
(straordinarie, da questo punto di
vista, le dichiarazioni teoriche
quanto le sperimentazioni pratiche),
gli avanguardisti hanno sostenuto
con decisione la rivoluzione, si
sono immedesimati in profondità con
essa, hanno percepito in essa tutto
il peso della cesura con la storia
precedente. Una nuova arte per la
nuova classe emergente e vittoriosa.
Così si esprime Majakovskij nel
1915: “Il futurismo, come una morsa
d’acciaio, ha afferrato la
Russia. Incapaci di scorgere il
futurismo davanti a voi, impotenti a
guardare in voi stessi, ne avete
proclamato la morte. Sì, il
futurismo è morto come gruppo
particolare, ma su tutti voi si
riversa come un’inondazione. Se il
futurismo è morto come idea di pochi
eletti, non ci è più necessario.
Riteniamo conclusa la prima parte
del nostro programma di
distruzione”. Ancora più chiaro
sarebbe stato nel 1918, quando,
pubblicando per la prima volta in
versione integrale l’opera teatrale
La nuvola in calzoni del
1915, avrebbe ribadito, riferendosi
ai valori borghesi: “Abbasso il
vostro amore. Abbasso la
vostra arte. Abbasso il
vostro regime. Abbasso la
vostra religione”. Emblematico
di una tensione non sopita è il
Decreto n. 1 sulla democratizzazione
delle arti, secondo il quale l’arte
avrebbe dovuto uscire dal morto
tempio del passato e del presente
per collocarsi al servizio del
popolo, inondando le città e le
piazze e procedendo insieme alla
grandiosa campagna per
l’alfabetizzazione delle sterminate
masse popolari russe, elemento che
avrebbe segnato l’uscita da una
condizione di inferiorità e
frustrazione. Una tensione che si
riscontra anche nel poderoso e mai
stantìo dibattito relativo
all’emancipazione della donna e alla
radicale riforma del diritto di
famiglia, dibattito che ha davvero
poco da invidiare a quello attuale.
Avviandomi verso la conclusione,
compagne e compagni, rimane ancora
oggi drammaticamente aperto un
lacerante interrogativo che
Sklovskij, padre dei formalisti
russi, rivoluzionario senza partito,
richiama in una straordinaria
intervista datata 1968 e
recentemente ripubblicata: il
destino delle rivoluzioni è quello
di tramutare la propria difesa in
puro conservatorismo, anche se gli
elementi di contesto risultano
essere drammaticamente ostili e
complessi? Cercare una risposta a
questa domanda significa scavare nel
profondo della nostra storia, dei
suoi protagonisti, nel tentativo di
individuare non la soluzione, ma
delle risposte che possano
avvicinarsi alla verità, alla
realtà.
In Unione Sovietica, nonostante i
grandi successi conseguiti in
condizioni di grandi difficoltà,
abbiamo perso la battaglia, la sfida
tanto sul piano dello sviluppo
economico, come sul piano più
genericamente culturale, dei valori
di riferimento. Perso la battaglia,
non la guerra. Se l’economia
sovietica non si è rivelata in grado
di modificarsi sulla base delle
esigenze di una società sempre più
complessa, legando lo sviluppo
quantitativo con quello qualitativo,
non cogliendo fino in fondo le
potenzialità dell’automazione e
della robotica e subendo la
rivoluzione informatica occidentale,
il sistema dei valori è stato
travolto dalla stagnazione, non è
stato in grado di rigenerarsi, di
rinnovarsi, perdendo ogni tensione
rivoluzionaria. Per questo tanti
giovani, pur avendo un sistema di
garanzie sociali che oggi forse
rimpiangono, sentivano il bisogno di
guardare verso Occidente per trovare
stimoli e novità. Quali le ragioni
alla base di tutto questo?
Ne Il Bagno, ultima,
grande opera teatrale di Majakovskij
prima del drammatico suicidio, non a
caso segnata da laceranti
insuccessi, il mediocre, altezzoso e
narcisista Pobedonosikov, uomo
d’apparato, afferma, ragionando
dell’inventore Ciudakov: “I
sognatori non ci servono! Il
socialismo è calcolo!”. Anche da qui
potremmo partire per investigare
sulle ragioni della sconfitta. Al
contrario, per la costruzione di un
mondo nuovo, per la costruzione del
socialismo servono anche i
sognatori, a maggior ragione oggi,
perché la rivoluzione e i suoi
valori o si affermano nella loro
complessività e interezza, dallo
sviluppo dei fattori produttivi alle
coscienze individuali e collettive,
o, come abbiamo già avuto modo di
vedere e vivere, non si affermano,
sono destinati al fallimento.
Tracciando un bilancio della
propria esperienza politica e
letteraria nella sopra citata
intervista, Sklovskij così risponde
a chi gli domanda quanto
l’esperienza sovietica si sia
allontanata dalle teorie di Marx e
di Lenin sul socialismo: “Aspettiamo
che, prima, voi stabiliate la
lontananza della realtà del
capitalismo attuale dall’ideale
scientifico che avevano elaborato
Adam Smith e David Ricardo”.
Risposta che attendiamo anche noi
dai cantori delle magnifiche sorti e
progressive di un sistema che
continua a sopravvivere solamente
grazie alle guerre e al più bieco
sfruttamento ai danni della grande
maggioranza del genere umano. La
schiavitù di molti per il profitto
di pochi.
Commentando duramente, nel gennaio
1921, la situazione in Russia così
come ricostruita da una delegazione
di socialisti che si era recata in
quel paese, alla vigilia della
scissione di Livorno che avrebbe
dato vita al Partito Comunista
d’Italia, Filippo Turati non ha
potuto però fare a meno di
sottolineare che “la Rivoluzione
russa osservata ed intesa come
avvenimento storico, ha un contenuto
ideale che lascerà indubbiamente
tracce profonde nella vita e nella
storia del popolo russo, perché
certe conquiste da essa conseguite,
non solo non saranno distrutte né
potranno scomparire nel caso di un
eventuale cambiamento o
trasformazione di regime, ma
resteranno sempre le pietre miliari
della sua ricostruzione politica e
sociale (…). Che cosa ha visto la
borghesia in questo grande
avvenimento storico, in questo
gigantesco rivolgimento politico che
è la Rivoluzione russa? Essa non vi
ha visto che il gesto della follia
politica e della aberrazione
individuale di un uomo, senza
accorgersi che l’idea non avrebbe
potuto trascinare le masse, se non
avesse posseduto in se i germi di
una nuova morale e se il suo
contenuto ideale non fosse stato
così potente da poter costituire le
basi di una nuova Società. La
borghesia di tutti i paesi non ha
voluto considerare questo contenuto
morale e ideale della rivoluzione se
non per negarne l’esistenza, e non
ha veduto nel movimento comunista
russo se non il pericolo che esso
rappresentava per le vecchie
concezioni di supremazia, che la
minoranza parassitaria della civiltà
che sta per tramontare ha sempre
esercitato sulla maggioranza
lavoratrice e produttrice”.
L’Ottobre è un incendio che non si è
spento, la nostra scommessa è far
divampare altri fuochi nelle
praterie del mondo.
Marcello Graziosi
Muri e muri
di Alessandra
Valentini
Roma 30 ottobre
2006
Sapete l’America, quella
democratica che va anche ad
esportare nel mondo la
democrazia? Questa America,
anzi il governo degli Stati
Uniti, ha approvato la
costruzione del muro al
confine con il Messico, la
faccia triste dell’America.
Con la firma del decreto che
autorizza la costruzione del
muro di 700 miglia, circa
1.126 chilometri, alla
frontiera con il Messico, il
presidente George Bush
mostra il pugno duro nei
confronti dell’immigrazione
clandestina in piena
campagna per le elezioni di
mezzo termine del 7
novembre. Il presidente del
Messico, Vincente Fox, che
passerà le consegne il
prossimo 1 dicembre a Felipe
Calderon, ha passato gli
ultimi sei mesi del suo
mandato presidenziale a
trattare con la controparte
americana per ottenere un
nuovo programma per
l'immigrazione, chiedendo il
riconoscimento della
cittadinanza per i milioni
di messicani che lavorano
negli Usa da irregolari,
nulla dafare. Fox ha parlato
di muro della vergogna. La
costruzione della barriera
lungo il confine tra Usa e
Messico infatti non
risolverà il problema
dell'immigrazione illegale.
Ben 1.126 chilometri di
cemento per separare gli Usa
dal Messico, per fermare gli
immigrati che lavorano o
sono in cerca di lavoro. La
natura politica della
decisione di Bush è fin
troppo ovvia, ma non va
sottovalutato nemmeno il suo
valore simbolico. Forse
secondo gli americani non
tutti i muri sono di
cemento. C’è un cemento
durissimo che imprigionava
la libertà, l’espressione,
la democrazia, la libera
circolazione delle merci e
delle persone, questo
cemento durissimo era quello
che costruiva il muro di
Berlino. Un muro da
abbattere, con gioia estrema
dell’ovest e dell’America,
che intravedeva nascere da
quelle macerie il proprio
dominio unilaterale sul
mondo. Oggi il muro con il
Messico non è forse
costruito con lo stesso
opprimente ed odioso cemento
del muro di Berlino?
Ovviamente sì. Ma lo stesso
cemento è servito ad
innalzare un altro muro
ancor più intollerabile,
forse, di quello messicano:
il muro all’interno dei
territori palestinesi. Qui
il muro non è tra uno Stato
ed un altro – cosa già
inconcepibile – il muro
costruito dal governo di
Israele divide palestinesi
da palestinesi, divide le
case dalla scuola, le case
dei campi in cui si lavora,
gli uffici dagli ospedali: è
il muro dell’odio e della
segregazione. Ma contro
questi muri la protesta è
sopita, l’indignazione è
morta. Il muro dei muri nel
cuore d’Europa non c’è più e
questo basta a farci
dimenticare altri muri,
altre oppressioni (ancor più
ingiustificabili oggi),
altre libertà calpestate,
altre storie di uomini e
donne alla ricerca di un
futuro migliore o comunque
diverso.
Renzo
Sangiorgi
Renzo Sangiorgi, nato a
Forlì il 9 agosto 1949,
coniugato, Aveva due figlie,
Silvia e Chiara.
Diplomato insegnante
elementare nel 1968, dal
1980 era dipendente della
CNA di Forlì - Cesena.
Era esperto del settore
dell'installazione e della
manutenzione degli impianti
e dal 1995 era Responsabile
nazionale dell'Associazione
che all'interno della CNA si
occupa di rappresentare gli
interessi degli installatori
e dei manutentori.
Componente di Commissioni
tecniche del CIG e del CEI,
curava la pubblicazione di
manuali applicativi delle
norme.
Iscritto al PdCI dal 2005,
dal 2006 era componente
della Direzione provinciale
del Partito di Forlì. Nel
2006 è stato candidato nella
lista del P.d.C.I. al
Parlamento.
Con la scomparsa di Renzo i
Comunisti perdono: l'amico e
compagno di tante battaglie;
la saggezza e preparazione
politica; il punto di
riferimento di tanti
compagni, Ciao Renzo.
un anno
di scritti a difesa
dello stato di diritto,
della sua Città, della
pace, della democrazia e
della
Costituzione
Laicità e rappresentanza
La laicità dello Stato è uno dei
principi cardine della
Costituzione Italiana. In questo
contesto l’infinito tormentone
che sta accompagnando la
presentazione da parte del
Governo di un disegno di legge
che mira a riconoscere per legge
i diritti delle persone
conviventi, indipendentemente
dal loro sesso, appare
eccessivamente ridondante e
tutto basato sul negazionismo
che deriva da una malintesa
militanza religiosa di un buon
numero di parlamentari italiani.
In effetti a ben vedere il
Governo sta tentando di rendere
effettivamente fruibili alcuni
diritti per alcune centinaia di
migliaia di coppie italiane che,
per il solo fatto di non avere
contratto il vincolo del
matrimonio, ovvero perché dello
stesso sesso, secondo i
difensori del tradizionalismo
più esasperato, andrebbero
invece negati. Ciò che sfugge e
che scarsamente viene trattato
negli ormai troppo numerosi e
ripetitivi dibattiti su questo
argomento, è la questione
fondante di uno Stato laico e di
quelli che sono i rappresentanti
del popolo: cioè il dovere che
il Parlamento ha di garantire
che in questo Paese non ci sia
alcuna discriminazione tra i
cittadini. Una prerogativa
fondamentale per definire
l’Italia un Paese democratico!
Né l’appartenenza dei
Parlamentari a sette o a
congregazioni, né la loro fede
religiosa può inficiare quelli
che sono i diritti delle
persone. Insomma in buona
sostanza il dovere di ogni
Parlamentare è prima di tutto
quello di garantire i diritti
dei cittadini e non è
ammissibile che sulla base del
proprio credo religioso di
questi diritti si faccia
strame.! La questione di
coscienza non ha diritto di
cittadinanza in un Parlamento i
cui componenti sono stati eletti
per garantire un libero e non
discriminatorio evolversi della
società, nel rispetto dei
diritti di tutti i cittadini che
, in ossequio alla Costituzione
non possono essere in alcun modo
discriminati. La vera questione
di coscienza di un Deputato o di
un Senatore non deve ne può
essere quindi quella di matrice
religiosa, bensì quella legata
al proprio ruolo di
rappresentante del popolo e di
garante dei diritti di tutti gli
italiani.! Peraltro dovrebbe
dire qualcosa il fatto che solo
nel nostro Paese il verbo della
Chiesa, legittimo, viene assunto
da troppi come principio a cui
attenersi in funzione degli
orientamenti legislativi da
assumere. Lo Stato Etico che i
contestatori dei DICO in questo
modo implicitamente sostengono,
poco o nulla differisce dalle
tristi esperienze di tutte le
dittature del mondo: dal
nazismo, al fascismo, al
comunismo e ci accomunano a quel
fondamentalismo religioso che
molto spesso gli stessi
criticano come caratteristica
fondante dei Paesi a religione
musulmana.! Davvero una bella
prospettiva…….!!
Forlì 13 marzo 2007, Renzo
Sangiorgi.
Servizi pubblici
locali
nella logica
del profitto protetto
5
persone decedute e sessanta
senza più una dimora è quanto
drammaticamente resta dei
fatti di San Benedetto del
Querceto, dove, per chi non lo
ricordasse, una fuoriuscita di
gas dalle conduttore è stata la
causa concreta del tragico
avvenimento. Nell’Italia della
malasanità, del maltrasporto
ecc., ecco che ora cominciamo a
fare i conti con il malservizio
pubblico. Quel servizio pubblico
la cui qualità era un tempo
assicurata, in molti Comuni
governati dalla sinistra, dalle
municipalizzate. Cioè quelle
Aziende che messe su con i soldi
dei cittadini hanno garantito
dagli anni 60 il diffondersi dei
servizi di pubblica utilità in
modo omogeneo, senza
discriminazioni tra i cittadini,
privilegiandone la qualità e la
sicurezza senza che ciò si
tramutasse in costi eccessivi
per le famiglie. Una esperienza
grande ed importante che ha
contribuito in modo determinante
allo sviluppo del territorio.
Una esperienza che in questi
ultimi anni è stata liquidata in
fretta, in ossequio ai principi
del mercato libero e
concorrenziale…… Peccato però
che anche a questi principi non
ci si sia attenuti se non con
dichiarazioni di facciata. Oggi,
proprio ma non solo, in grande
parte di quei comuni governati
dalla sinistra, i servizi
pubblici locali sono affidati a
società miste nelle quali la
pubblica amministrazione detiene
la maggioranza perché ciò ha
loro consentito di sfuggire a
quello che dovrebbe costituire
il principio cardine di ogni
attività che si confronta con il
mercato e la libera concorrenza:
la gara per l’affidamento dei
servizi! Ed ecco che di fronte
ad una finta liberalizzazione si
sta affermando la
privatizzazione, o meglio una
concezione dirigista di stampo
privatista, in sostanza privando
quei cittadini, che hanno
finanziato, illo tempore, la
nascita delle municipalizzate,
del potere di controllo e di
indirizzo di società che dovendo
realizzare solo il profitto dei
propri soci, provocano
disservizi sempre più pesanti a
fronte di un innalzamento dei
prezzi che la concorrenza,
inesistente, non è neppure in
grado di legare ad una migliore
qualità e professionalità. Siamo
di fronte al fallimento di uno
sgangherato progetto che ha
visto tra i suoi artefici fior
di ministri e di amministratori
locali che hanno pensato di
costruire un capitalismo
all’italiana trasformando le ex
municipalizzate in grandi
aziende in grado di confrontarsi
con il mercato. Ma una impresa
ed un imprenditore non si
inventano dalla sera alla
mattina e per affrontare il
mare aperto non serve la
politica ma occorrono capitani
che conoscano i principi della
nautica!
Renzo
Sangiorgi
Direzione PdCI di Forlì,
24/1/07
Il
Cardinale e i Pacs
Il Cardinale Ruini dice no ai
Pacs! Questa la notizia di prima
pagina dei giornali e dei
telegiornali italiani di qualche
giorno fa. Un episodio che la
dice lunga su quale sia il
potere della Chiesa in Italia e,
soprattutto, la condiscendenza
che il suo messaggio riscuote
tra le maggiori testate
giornalistiche. Non è certamente
una notizia che il Vaticano sia
contrario ad istituzionalizzare
i diritti delle coppie di fatto
così come non è certamente una
notizia che il Cardinal Ruini
sia in prima file in questa sua
strenua battaglia contro
qualsiasi adeguamento della
legislazione alla realtà del
Paese. Ancora una volta la
Chiesa si dimostra, come sempre
nella sua storia, arretrata e
riottosa a confrontarsi con le
novità non solo scientifiche ma
anche sociali. Dai tribunali
dell’inquisizione, alla
scomunica a Galileo Galilei;
alla minaccia di scomunica di
Papa Pio IX a Camillo Benso
conte di Cavour reo di avere
confiscato i beni della Chiesa;
dal divorzio all’aborto; il Papa
ed i suoi seguaci hanno sempre
dimostrato la loro arretratezza
culturale nascondendo dietro a
categorici NO la loro incapacità
di confrontarsi con il mondo
reale. Una Chiesa che l’Italia
ospita nei suoi confini
territoriali che non esita ad
intromettersi pesantemente nelle
questioni che riguardano le
regole e le leggi che un Paese
democratico, non confessionale
ma laico, ha il diritto/dovere
di darsi per tutelare tutti i
suoi cittadini, compresi quelli
che non pendono dalle labbra dei
cosiddetti ministri di Dio e dei
suoi cantori laici nascosti nei
vari Partiti che compongono la
galassia politica nostrana. Ma
se la Chiesa ha il diritto di
esprimere le proprie opinioni,
non appare tollerabile che chi
ha il compito di rappresentare
tutti i cittadini lo faccia
basando la propria iniziativa
politica sul messaggio
religioso.!
Renzo
Sangiorgi
Direzione PdCI di Forlì
Forlì 24 gennaio 2007
Contributi
Con una decisione assunta in
extremis nell’ultimo Consiglio
dei Ministri del 2006, il
Governo ha finalmente deciso di
bloccare gli incentivi previsti
dal Cip 6 per i
termovalorizzatori non ancora
operativi. Un business che nel
2003 ha fatto arrivare nelle
casse dei gestori di questi
impianti di incenerimento dei
rifiuti, ben 140 milioni di €,
ovvero circa il 70% di quanto i
cittadini versano in bolletta
per sostenere lo sviluppo delle
fonti rinnovabili e pulite di
energia. Una iniziativa che
rappresenta uno ostacolo
concreto per la messa a regime
di nuovi inceneritori, alias
termovalorizzatori, anche se
ancora insufficiente per
eliminare totalmente la
contraddizione che vede
l’Italia, unico Paese della CEE,
devolvere grande parte delle
risorse raccolte attraverso
l’imposizione ai consumatori
nella bolletta dell’energia
elettrica di un contributo
finalizzato alle energie
rinnovabili, per sostenere gli
investimenti e le attività di
chi brucia il “pattume”
producendo energia tutt’altro
che pulita. Vedremo come il
Ministro dell’Ambiente ed il
Governo nel suo complesso, nel
quale coesistono diversità di
pareri, riusciranno a rendere
operativa ed applicabile la
importante decisione assunta. In
questo contesto anche per i
nuovi impianti che sono previsti
a Forlì e che rappresentano da
tempo materia di contenzioso tra
un gran numero di cittadini e le
Amministrazioni locali, si apre
quanto meno un interrogativo
determinato non solo dal se il
nuovo inceneritore potrà
continuare ad usufruire dei
contributi previsti dal Cip 6 ma
anche se, di fronte
all’affermarsi anche in Italia
di quelle valutazioni critiche
che già gli altri Paesi della
Comunità hanno assunto da tempo
su questa materia, non sia il
caso che il mondo politico ed
istituzionale avvii una seria
riflessione sulle motivazioni
che sono alla base della
protesta di grande parte della
cittadinanza forlivese.
Nell’ambito di una politica che
dovrebbe essere improntata alla
concertazione, la risposta a mio
avviso è del tutto ovvia e
scontata.
Renzo Sangiorgi
Direzione PdCI di Forlì
Rubabandiera
Il fabbisogno dello Stato
nel 2006 scende a 35
miliardi dai 60 registrati
nel 2005.Un risultato
positivo oltre ogni rosea
previsione, sulla cui
paternità subito si sono
scatenate le polemiche tra i
rappresentanti delle due
coalizioni che nel 2006
hanno condiviso il governo
del Paese. C’era da
aspettarselo! Come c’era da
aspettarsi il silenzio
tombale che circonda invece
la previsione Ocse che
paventa per l’Italia uno
sbilancio del 365% sul PIL,
entro il 2050, se non si
prenderanno decisioni
importanti sul versante
delle riforme strutturali
che maggiormente pesano sui
conti dello Stato. Insomma
siamo di fronte al solito
“teatrino della politica”
tanto dileggiato da un
Berlusconi che spesso ne è
uno dei principali attori!
Non si può che concordare
con il Ministro Padoa
Schioppa quando afferma che
occorre mantenere alta la
guardia sull’andamento dei
conti pubblici dell’Italia,
ma occorre altresì non
dimenticare che per il
Centro Sinistra ciò deve
avvenire con modalità che
salvaguardino i redditi più
bassi non distruggendo
quello stato sociale che
rappresenta il principale
presupposto per realizzare
più alti livelli di
giustizia ed equità.
Renzo
Sangiorgi
Direzione PdCI di Forlì
Auguri
Auguri di buone feste a quelli
che vengono da lontano ma ancora
non hanno trovato una fissa
dimora; Auguri a quelli che
hanno vinto le elezioni con uno
schieramento ma “…. che gli
piace tento cambiare”; Auguri a
quelli che dicono di essere
dalla parte dei meno fortunati
ma “.. che non possono fare a
meno di aumentare i costi dei
servizi sociali”; Auguri a
quelli che hanno privatizzato i
monopoli e liberalizzato le
tariffe dei servizi pubblici
locali; Auguri a quelli “… che
sono destinati a morire
democristiani”; Auguri a quelli
che “.. se non ci fosse un Papa
bisognerebbe inventarlo”; Auguri
a quelli “.. purchè la cellula
respiri”; Auguri alla Chiesa
Cattolica Romana che perdona i
peccati ma nega un funerale a
Welby; Auguri a chi dice di
stare dalla parte del bene e
dell’amore ed odia l’altra
parte; Auguri a chi sta da una
parte ed odia comunque l’altra;
Auguri a chi dice di difendere
l’ambiente ma sovvenziona le
attività inquinanti come
l’incenerimento dei rifiuti;
Auguri a chi si è impegnato a
togliere lo “scalone” ma che“…
forse, non sarebbe meglio se….”
Auguri a tutti noi perché,
nonostante tutto, il 2007 sia
meno brutto!
24 dicembre2006
Renzo Sangiorgi
Il cittadino paga per difendere
l'ambiente ma la Pubblica
Amministrazione usa i suoi soldi
per incentivare
l'inquinamento.
In Italia il processo di
combustione dei rifiuti viene
definito come fonte rinnovabile
e, come tale, esso riceve una
consistente parte degli
incentivi che tutti gli italiani
pagano nella bolletta elettrica
e che dovrebbe essere invece
destinata allo sviluppo
dell’utilizzo di energia
proveniente da fonti
rinnovabili, prive di emissioni
inquinanti. I dati ufficiali
elaborati dalla Convenzione sui
cambiamenti climatici,
dimostrano che a parità di
energia prodotta, i
termovalorizzatori – alias
inceneritori - emettono una
quantità maggiore di anidride
carbonica rispetto alla media
della produzione elettrica.
Insomma gli incentivi che
dovrebbero essere investiti per
le fonti rinnovabili che non
emettono CO2, sono in Italia
spesi per produrne di più.
Mentre infatti la produzione di
un kWh da incenerimento emette
circa 940 grammi di CO2, lo
stesso kWh prodotto da un
impianto a carbone ne produce
900 grammi ed uno da un impianto
a gas a ciclo combinato, solo
370. Il nostro Paese ancorché
firmatario del protocollo di
Kyoto, è enormemente in ritardo
rispetto agli obiettivi da esso
definiti. Si dovrebbe quindi
tassare anziché incentivare gli
inceneritori, sostenendo invece
il riciclaggio ed il
compostaggio. Oggi però
l’incenerimento di rifiuti è un
affare grazie anche al fatto che
i gestori degli impianti, per
incenerire una tonnellata di
rifiuti, che producono circa 700
kWh di elettricità, ricevono
mediamente circa 70 € di
incentivo mentre se dovessero
acquistare sul mercato i
permessi di emissione delle
circa 0,8 tonnellate di CO2 che
vengono prodotte
dall’incenerimento della stessa
tonnellata di rifiuti,
dovrebbero versare una cifra di
circa 13 € . Un business che nel
2003 ha portato nelle casse dei
gestori degli inceneritori oltre
140 milioni di €. Ma mentre i
cittadini pagano profumatamente
l’incenerimento dei loro rifiuti
e l’elettricità prodotta
bruciandoli, il gestore aumenta
i propri guadagni in proporzione
all’aumento dei rifiuti
termovalorizzati e nello stesso
tempo aumentando la capacità di
trattamento, ottiene in misura
esponenziale un ulteriore
guadagno dalla diminuzione del
costo per ogni tonnellata di
rifiuto incenerito. Una
strategia commerciale che se è
compatibile con le finalità
imprenditoriali di società che
come Hera devono remunerare i
propri azionisti, non si possono
tollerare da parte di chi, come
le Pubbliche Amministrazioni,
hanno anche il compito di
salvaguardare le tasche ma
soprattutto la salute dei
cittadini che le hanno votate.
Renzo Sangiorgi
Direzione PdCI di Forlì,
26 novembre 2006
Referendum e Costituzione
Il referendum che ha confermato
la Costituzione avrebbe dovuto
rappresentare un punto fermo al
dibattito che, invece, non si è
mai davvero sopito sulla
necessità che alcuni sostengono
sussista di modificare la legge
fondamentale dello Stato. Un
dibattito che è costituito da
dichiarazioni a volte surreali
che alcuni rappresentanti della
politica, quella con due “t” e
due “c”, non ci risparmiano,
quasi a dimostrare la loro
lungimiranza, proiettati come
sono chi verso la chimera del
Partito Unico, chi per
realizzare la libertà e la
democrazia. Obiettivi ai quali
si dicono disponibili a
sacrificare non già le proprie
ricchezze e i propri privilegi,
quanto invece la propria
carriera politica, per
sconfiggere quel comunismo che
si anniderebbe nei gangli vitali
di una Repubblica che invece,
guarda caso, negli anni 50
riabilitò fascisti e
repubblichini che, maestri del
trasformismo, mai si
distaccarono veramente dal
potere. Un andazzo che annovera
tra i suoi protagonisti
giornalisti “griffati” che,
banderuole travestite da
storici, raccontano per
smascherarle bugie artefatte. Ma
perché all’indomani di una
consultazione popolare che ha,
al di la di ogni dubbio,
confermato la validità della
nostra Costituzione, anche a
sinistra c’è chi mostra di
essere disponibile a riformarla?
Quali sono le motivazioni che
sottendono questa iniziativa
tanto subdola quanto assidua?
Occorre prendere atto che quel
referendum ha voluto consegnare
ai politici di casa nostra un
messaggio importante. E cioè che
la ricreazione è finita, che è
ora di smettere di giocare con
le regole e le istituzioni.
Occorre finalmente prendere atto
della realtà e rimboccarci le
maniche perché il problema non
sono le regole con cui stiamo
insieme bensì le cose che
occorre fare per consentire
all’Italia ed agli italiani di
uscire da una stagione fatta di
illusioni per affrontare con i
piedi ben piantati per terra le
sfide che ci attendono. E’ in
questo contesto che occorre
smettere di credere che la
“padania” ed i “padani” siano
una realtà e che il federalismo
sia una necessità per un Paese
che invece ha visto ieri nelle
Signorie ed oggi nei Comuni il
centro della propria vita
sociale e politica. Così come
occorre riconsiderare che in uno
Stato democratico la
rappresentanza proporzionale è
senza dubbio quella che meglio
garantisce i cittadini, le loro
idee ed i loro interessi.
Renzo Sangiorgi - 24
novembre 2006
Direzione PdCI di
Forlì
Attività motorie - Alimentazione
Termovalorizzatore
L’aumento delle persone che
svolgono attività motorie, il
privilegiare una alimentazione più
sana e più attenta alla qualità,
comportamenti ambientalmente più
responsabili verso temi come lo
smaltimento dei rifiuti e
l’inquinamento sono forti indicatori
di quanto oggi la salvaguardia
dell’ambiente e la tutela della
salute siano al centro
dell’attenzione delle popolazioni
dei paesi industriali. In questo
contesto anche la valanga di domande
avanzate da migliaia di cittadini
per ottenere i benefici che lo Stato
italiano ha concesso a chi installa
impianti di produzione di energia
elettrica utilizzando l’energia
solare ( fotovoltaico) rivela come
la società sia ben più avanti di
quello che usiamo chiamare “il
legislatore” che in questa direzione
ha stanziato risorse irrisorie
rispetto all’ammontare complessivo
di quelle che ogni italiano paga
nella bolletta elettrica per
sostenere la diffusione di energie
rinnovabili. Occorre prendere atto
come il Paese istituzionale sia
enormemente arretrato in confronto a
quello reale, sia dal punto di vista
politico che culturale. Un dato che
purtroppo è comune ad ambedue gli
schieramenti che da qualche anno si
misurano in campagna elettorale. Un
dato che conferma come in Italia gli
interessi dei pochi siano in grado
di soppiantare quelli della
collettività. Lo misuriamo quando
sul piano nazionale si utilizza la
stragrande parte dei fondi destinati
allo sviluppo delle energie
rinnovabili, finanziando lo
smaltimento dei residui derivanti da
attività inquinanti svolte in gran
parte dai privati che “contano”. Lo
misuriamo quando a livello locale le
istituzioni elette dai cittadini per
difendere i loro interessi, primo
fra tutti il diritto alla salute,
fanno ponti d’oro ad iniziative
destinate a danneggiare l’ambiente e
soprattutto l’aria che respiriamo,
approvando la costruzione se non
addirittura il raddoppio dei
cosiddetti termovalorizzatori.
Situazioni che ci fanno comprendere
come sia giunto il momento di
cambiare una classe politica che
appare incapace di indicare una
prospettiva alla collettività. Un
cambiamento che però potrà avvenire
solo se e solo quando noi cittadini
sapremo sottrarci ad un sistema
logoro che da troppo tempo sta
mostrando la corda ed in noi si
risveglierà la voglia di essere
protagonisti in prima persona per il
proprio futuro e soprattutto per
quello dei nostri figli.
Renzo Sangiorgi – Direzione PdCI di
Forlì
Forlì
30 ottobre 2006
L'inceneritore
L’inceneritore non fa male.
Questo più o meno il messaggio
che ha diffuso un giornale
cittadino qualche giorno fa,
rifacendosi ad una dichiarazione
dell’ASL che affermerebbe come
sia impossibile oggi stabilire
se i fumi derivanti
dall’incenerimento dei rifiuti
rappresentano oppure no un
pericolo per la salute dei
cittadini. Non so se la
dichiarazione rilasciata
dall’ASL di Forlì avesse un
qualche fine tranquillizzante
per una popolazione che anche
recentemente ha dimostrato
preoccupazione per
l’abbassamento della qualità
dell’aria che sarebbe provocato
anche dal raddoppio
dell’impianto di incenerimento.
E’ vero che non esistono prove
univoche che dimostrino che
dagli inceneritori derivano
danni per la salute delle
persone, ma è anche altrettanto
vero che non esistono prove del
contrario, e cioè che da questi
impianti non vengano prodotti
residui inquinanti nocivi per
uomini ed animali. Per dirla con
l’astrofisico americano Sagal “
l’assenza di prove non è prova
di assenza”.- Si tratta invece
di una situazione assolutamente
incerta che, a mio avviso,
avrebbe dovuto consigliare gli
amministratori pubblici a
valutare criticamente un
progetto che prevede la
costruzione di un inceneritore
dalle potenzialità ben superiori
alle effettive necessità del
territorio forlivese. In buona
sostanza appare ancora una volta
contraddittoria la politica
ambientale del Comune di Forlì
che mentre si preoccupa di
aprire la “caccia” alle polveri
sottili che sarebbero messe in
circolo dal traffico cittadino,
pare sottovalutare il danno
derivante dalle polveri sottili
emesse dall’impianto di
incenerimento dei rifiuti.
Perché una cosa è certa:
dall’incenerimento dei rifiuti
derivano senza dubbio polveri
sottili che sono nocive per la
loro minidimensione e perché
trasportano materiali prodotti
dalla combustione che sono
tossici per la salute dell’uomo.
Quello che preoccupa è che di
fronte al fatto che non si sa se
ed in che misura in residui
derivanti dall’incenerimento dei
rifiuti siano dannosi per la
salute, i nostri Amministratori
decidano non già di limitarsi ad
adeguare alle moderne tecnologie
l’impianto esistente, bensì di
costruirne uno più potente
destinato oggettivamente a
risolvere i problemi di altre
città, facendone carico del
rischio potenziale ai forlivesi.
In questo contesto c’è da
chiedersi che fine ha fatto il
principio di precauzione a cui
si richiama espressamente quella
Costituzione europea che il
Parlamento italiano ha votato il
6 aprile 2005 con oltre il 90%
dei voti a favore. Un principio
di cautela che concerne le
decisioni politiche ed
economiche su questioni
controverse che, come in questo
caso, hanno a che fare con la
tutela dell’ambiente e la salute
dell’uomo. Un principio che se
fosse stato applicato negli anni
60, tenendo conto degli studi
che già allora classificavano
l’amianto come una sostanza
pericolosa per l’uomo, avrebbe
impedito che la comunità si
trovasse oggi di fronte ai morti
dovuti all’insorgere di malattie
come l’asbestosi.
Forlì 16 settembre 2006
Renzo Sangiorgi
Direzione PdCI di Forlì
LA
COERENZA
La
coerenza dei maggiori partiti
della coalizione di Centro
sinistra è misurabile con il
metro, cioè l’unità di misura
che loro stessi ci offrono. Si
tratta cioè delle indicazioni
della Comunità europea. Al
perché la prossima finanziaria,
la prima del nuovo governo di
Centro sinistra, dovrà
modificare anche il sistema
pensionistico innalzando gli
anni di età e di contributi per
avere diritto alla pensione, la
risposta dell’On.le Fassino & C.
è infatti : perché la Comunità
europea ce lo chiede. Ma al
perché in Italia alle biomasse
vengono assimilati anche rifiuti
che la Comunità europea non
considera assimilabili ovvero al
perché in Italia leggi dello
Stato continuano a finanziare
l’incenerimento dei rifiuti,
pratica che la Comunità
considera deleteria per
l’ambiente la risposta del
Centro sinistra è: così è perché
così abbiamo deciso! Alla
faccia della coerenza, della
Comunità europea, dell’unità di
misura ecc.ecc…..! Che importa
poi se il nostro Paese, cioè noi
cittadini, oltre a respirare
aria malsana dovremo farci
carico dei maggiori oneri
derivanti dalle sanzioni che la
Comunità ci infligge per il
mancato rispetto dei parametri
ambientali!? Ci resta comunque
una soddisfazione. Probabilmente
dovremo lavorare qualche anno in
più ma i forlivesi potranno
risollevarsi lo spirito
ammirando estasiati gli
artistici camini che Hera
costruirà sulle nostre teste
valutandone positivamente il
miglioramento al confronto con i
vecchi che, lo apprendiamo dalle
dichiarazioni dei dirigenti di
Hera, ma lo sospettavamo già,
non è affatto detto che smettano
di bruciare rifiuti!
Forlì, 12 settembre 2006
Renzo Sangiorgi
Direzione PdCI di Forlì
"La carrozzinata"
Leggendo le lettere che la
stampa locale pubblica sul tema
ambientale e verificando nel
contempo le altre notizie che ci
illustrano come non siano
tramontate le mire di qualche
industriale per costruire
centrali elettriche ovvero a
biomass e non è certamente
secondaria la notizia che l’ASL
ha vietato l’autorizzazione a
due nuovi asili nido in zona
“inceneritori-Zona industriale”,
mi stupisco che non sorga,
almeno non ne ho notizia, da
parte dei rappresentanti dei
cittadini, una domanda ovvero
quello che io chiamerei vero e
proprio bisogno. Mi riferisco ad
una richiesta che ogni cittadino
giudicherebbe a questo punto per
Forlì più che legittima oltre
che doverosa. E cioè: la Giunta
ovvero la maggioranza in
Consiglio si sono posti o si
stanno ponendo il problema di
definire una sorta di livello di
inquinamento sostenibile per i
cittadini ovvero per una parte
del territorio. In questo
contesto non sfuggirà infatti,
specie a chi ha il compito di
amministrare la Città, che nella
zona a nord est di Forlì, già
racchiusa tra l'asse
autostradale e la, in fase di
potenziamento, "tangenziale"
oltre 25 mila cittadini abitano
a stretto contatto con volumi di
traffico e di inquinamento
indotto dalle attività
produttive della Zona
industriale, accanto alla zona
trasportuale, accanto agli
inceneritori di Mengozzi e di
Hera, accanto al polo fieristico
che produce anch'esso traffico
oltre che disagi alla
popolazione residente. Inoltre,
nello stesso territorio, è in
programma la costruzione
dell'Iper mercato che produrrà
anch'esso volumi di traffico e
disagi non indifferenti, e sono
ancora vive le proposte di
costruire una centrale elettrica
a Bagnolo, e alcune centrali (
leggi inceneritori) a biomasse
nella zona ai confini con la
provincia di Ravenna.
Stabilimenti che se venissero
realizzati non produrrebbero
inquinanti solo di “suo”, ma
anche indotti dai volumi di
traffico pesante necessario per
il trasporto del combustibile.
Cinicamente, ma realisticamente,
non si dovrebbe forse porre un
problema quanto meno di
riequilibrio dell'inquinamento
tra i diversi quartieri di
Forlì? ed in ogni caso se non
si interverrà in alcun modo cosa
d'altro di inquinante ovvero di
indesiderabile potrà essere
collocato in questo lembo di
territorio? Visto peraltro che,
magari con i proventi derivanti
dal possesso delle azioni di
Hera, il Comune non potrà certo
costruire asili nido che per
questa zona, visto l’elevato
tasso di inquinamento dell’aria,
non sono autorizzati dall'ASL .
E’ anche in questo contesto che
si colloca l’iniziativa che il
coordinamento delle Associazioni
che stanno lavorando perché si
affermi a Forlì una politica più
rispettosa dell’ambiente, ha
organizzato per Sabato 9
settembre. Il corteo “La
carrozzinata” partirà alle ore
10,00 dal piazzale della
Vittoria per raggiungere Piazza
Saffi, dove davanti al
Municipio, si concluderà. La
Direzione del PdCI di Forlì, che
aderisce alla iniziativa,
invita tutti i cittadini a
partecipare.
Forli 3 settembre
Renzo Sangiorgi -
Direzione PdCI di Forlì
quale futuro?
Continua in questo fine estate
il dibattito su una parte della
stampa locale innescato dalle
dichiarazioni ferragostane del
sindaco di Forlì Nadia Masini.
Partendo dalla considerazione
che non si pone a suo parere il
tema dell’ampliamento della
Giunta ai rappresentanti dei
partiti del Centro sinistra che
ne sono stai esclusi in prima
battuta, alla prima cittadina di
Forlì è parso giusto
sottolineare che invece si pone
se mai l’eventualità di
considerare positivamente il
comportamento di alcuni
rappresentanti dell’opposizione.
Tra questi il più accreditato,
anche dopo le dichiarazioni
rilasciate dal Sen. Pinza, è
Pier Giuseppe Bertaccini,
consigliere in comune e
promotore della lista civica
Nuova Romagna. Comprendiamo bene
che le dichiarazioni rilasciate
e le iniziative assunte in corso
di campagna elettorale, per le
consultazioni politiche recenti,
dal Consigliere Bertaccini a
favore della elezione del
Senatore Pinza e dell’On.le
Pedulli, possono avere il loro
peso in quella che per certi
versi è una inattesa apertura di
credito del Sindaco nei
confronti di una Lista
dell’Opposizione. Possiamo anche
pensare, non ce vogliano DS e
Margherita, che tutto ciò
voglia mettere le basi per
allargare i consensi, almeno sul
piano locale, al futuro Partito
Democratico. Ma una domanda
sorge spontanea. Che centra
tutto ciò con il programma che
il Centro Sinistra a Forlì si è
impegnato ad attuare nel corso
del mandato ottenuto dagli
elettori? E se c’entra qualcosa,
significa forse che su alcune
questioni che dovranno andare in
porto nel prossimo futuro il
Sindaco ritiene che la
maggioranza potrebbe sfaldarsi e
quindi sta cercando di mettere
le mani avanti? Al di la delle
sottolineature più o meno
forzate che la stampa cittadina
possa avere compiuto, noi
Comunisti Italiani riteniamo che
in ogni caso a questo punto si
ponga con urgenza la necessità
di dare spazio ad un confronto
nel merito all’interno della
coalizione che ha fin qui
sostenuto il Sindaco Nadia
Masini. Un confronto che
chiediamo sia franco e
trasparente che è l’unico modo
che noi conosciamo per cercare
di porre le basi ad un rapporto
chiaro e partecipativo, fin qui
assente, che ci possa consentire
di verificare se nei mesi che ci
attendono sarà possibile per noi
collaborare al governo di questa
Città.
Renzo Sangiorgi –
Direzione del PdCI di Forlì
Forlì 31 agosto 2006
Inquinamento=
Inceneritori=
Termovalorizzatori =
Inquinamento
Che
l’incenerimento dei rifiuti sia
ormai dichiarato non sostenibile
è un fatto confermato dagli
altri Paesi della comunità che
disincentivano, tassandola,
questa pratica. Che la qualifica
di “termovalorizzatori”
assegnata dall’Italia agli
inceneritori, sia un escamotage
è dimostrato perché ad essi
finisce gran parte dei
contributi, oltre il 70%, che
versiamo allo Stato pro fonti
rinnovabili. Che ai cittadini da
tutto ciò non derivino vantaggi
è dimostrato dal fatto che nulla
giunge loro in termini di
scambio alias “risarcimento del
danno ambientale” Basti vedere
l’equivalenza delle tariffe tra
teleriscaldamento e
riscaldamento tradizionale. Ma
la presenza di inceneritori in
un’area aumenta esponenzialmente
il tasso di inquinamento
dell’aria come dimostrano i dati
della Asl di Forlì che da ultimo
ha negato l’autorizzazione
all’apertura di nuovi asili nido
nelle zone a ridosso di questi
impianti. E’ secondo noi grave
che di fronte all’aumento dello
scontento e della protesta le
pubbliche amministrazioni si
dimostrino poco sensibili. E non
appare certo sufficiente
proibire la circolazione di
certi tipi di autoveicoli mentre
essa è consentita a gran parte
dei mezzi pubblici obsoleti.
Desta inoltre preoccupazione che
mentre in un’area circoscritta
del territorio si confermano gli
interessi di chi intenderebbero
impiantare inceneritori a
“biomasse” ovvero centrali
elettriche. nessuna istituzione
pare intenzionata ad
intervenire. C’è da chiedersi
quale sia, se ci sia, il livello
di inquinamento che i nostri
amministratori considerano non
superabile ovvero umanamente
sostenibile e se, in
alternativa, qualcuno di essi si
sia mai posto il problema se
definirlo e con quali
metodologie a garanzia del
cittadino. Di fronte a queste
questioni cresce nella
cittadinanza un interrogativo
pesante: se cioè il sistema di
rappresentanza sia oggi adeguato
a garantire i cittadini da
decisioni che ne mettono in
discussione non solo il
“portafoglio” ma anche la
salute. Un interrogativo tanto
più pesante e denso di rischi
soprattutto per quei partiti che
sulla tutela dei diritti hanno
fondato le loro battaglie ad
esse legando le loro fortune.
Occorre tempo per distruggere un
risultato ottenuto con l’impegno
e la abnegazione di tanti. Ma il
rischio che davvero corre, in
questo caso il Centro Sinistra,
è che una volta imboccata, la
discesa che ci attende sia
inarrestabile. Noi pensiamo che
sia giunto il momento di dare
alla cittadinanza un segnale
diverso e di discontinuità
attuando comportamenti
programmatici quali
concertazione, partecipazione e
coinvolgimento.
Renzo Sangiorgi – Direzione PdCI
di Forlì
Forlì, 27 agosto
QUO VADIS ?
Con l’intervista ferragostana
concessa dal Sindaco di Forlì al
quotidiano “la Voce”, l’On.le
Nadia Masini tronca ogni
possibilità di allargamento
della Giunta agli altri Partiti
del Centro Sinistra che hanno
sostenuto la sua candidatura ma
che non hanno ottenuto, anche
solo per qualche decina di voti,
un rappresentante in Consiglio
comunale. Non solo! Il Sindaco
va anche oltre e fa sapere che,
piuttosto che offrire un segnale
di attenzione ad alcuni dei suoi
alleati non sempre
accondiscendenti alle scelte
dell’Amministrazione, è
disponibile a valutare
l’allargamento a rappresentanti
di alcuni Partiti di opposizione
come “Nuova Romagna” e “Viva
Forlì”, che avrebbero votato in
molte occasioni per il bene
della città. Un modo “concreto”
di interpretare il ruolo di
primo cittadino da parte di un
Sindaco che in questa prima metà
del suo mandato ha voluto
segnare la sua azione con
modalità decisioniste che poco o
nulla hanno tenuto conto di
iniziative di protesta clamorose
come quelle di contrarietà alle
scelte sullo smaltimento dei
rifiuti, potenziamento
dell’inceneritore in testa. I
Comunisti Italiani di Forlì non
possono che prendere atto delle
dichiarazioni del primo
cittadino di Forlì che li
dichiara ufficialmente fuori
della maggioranza. Una
dichiarazione che giudichiamo
grave e della quale non potremo
che tenerne conto nel prossimo
futuro. Ma liquidare il problema
dell’inquinamento ambientale di
Forlì, emerso clamorosamente in
questi giorni con la negazione
dell’autorizzazione da parte
dell’ASL all’apertura di nuovi
asili nido nella zona di Villa
Selva, come un male comune a
tutta la Regione, non ci pare un
modo “concreto” e soprattutto
responsabile di affrontare un
problema che è destinato a
diventare sempre più grave per
tutte le collettività, e tra
queste, come dimostrano i dati e
le statistiche, quella di Forlì
è tra le prime. “E’ il traffico
la maggiore fonte di
inquinamento” ha dichiarato
l’On.le Nadia Masini. Anche in
questo caso però la concretezza
dell’Amministrazione si limita a
programmare solo alcune
limitazioni alla circolazione di
alcuni mezzi per alcuni giorni
alla settimana. Occorrono ben
altri segnali e ben altre
iniziative se si vuole davvero
“concretamente” portare a casa
qualche risultato. Proponiamo al
Sindaco Masini ed alla sua
Giunta di assumere una decisione
responsabile destinando i
proventi derivanti dalle azioni
di Hera di proprietà del Comune
ad incentivare fortemente
l’acquisto da parte dei privati
e delle imprese di veicoli
elettrici obbligando i cittadini
di Forlì a circolare tutto
l’anno e per tutto il perimetro
della Città solo ed
esclusivamente con questo tipo
di veicoli. Se è il traffico e
non l’inceneritore, come da Lei
dichiarato, il maggiore
responsabile dell’inquinamento
dell’aria che tutti dobbiamo
respirare, allora, Sig. Sindaco,
La sfidiamo ad intervenire con
concretezza e non con palliativi
nella direzione da Lei stessa
indicata!.
Forlì, 16 Agosto
Renzo Sangiorgi
Direzione PdCI di
Forlì
Asili nido e
inquinamento
In questi
giorni abbiamo appreso dalla
stampa cittadina che a causa
del forte inquinamento
atmosferico, nella zona di
Coriano e Villa Selva sono
state negate dall’ASL le
autorizzazioni per
l’apertura di nuovi asili
nido. Una drammatica
conferma alle preoccupazioni
di chi ha a cuore la salute
dei cittadini forlivesi. Del
resto il 5° e 4° posto
occupati dalla nostra Città
nella triste classifica che
calcola l’incidenza dei
tumori nei maschi e nelle
femmine, evidentemente
superiore alla media
nazionale, avrebbero forse
dovuto indurre maggiore
cautela in quegli
amministratori che invece
hanno autorizzato il
raddoppio dell’inceneritore
privato di rifiuti
ospedalieri ( per la gran
parte provenienti da altre
province) e l’ampliamento
delle potenzialità di quello
pubblico per i rifiuti
urbani in prossimità di un
insediamento abitativo che
negli ultimi anni ha
raggiunto la considerevole
concentrazione di oltre 25
mila individui nello spazio
di 3,5 kmq.. La notizia di
questi giorni rappresenta un
ulteriore elemento di
valutazione di cui tenere
conto nel dibattito,
fortunatamente ancora aperto
grazie soprattutto alle
Associazioni, sulle scelte
che si dovranno fare in
materia di smaltimento dei
rifiuti ma anche in campo
energetico con le mai sopite
velleità di vari gruppi
industriali per le centrali
termiche a gas, a biomassa
ecc.. Occorre quindi dar
vita ad un progetto che
investa in informazione
della collettività tale da
indurre comportamenti
responsabili nei cittadini e
nelle famiglie indirizzati
al riciclo ed alla
limitazione dell’utilizzo di
sostanze fortemente
inquinanti. Dall’altra parte
le amministrazioni locali
devono garantire che per
Forlì si andrà verso una
progressiva riduzione del
carico inquinante derivante
da attività, traffico e
riscaldamento. In questo
contesto dichiarare il
nostro territorio “off
limits” per l’insediamento
di nuove attività comunque
inquinanti rappresenta ormai
una decisione da assumere al
più presto.
Renzo
Sangiorgi –
Direzione
PdCI di Forl
INCENERITORE/AMBIENTE/SALUTE
Incenerire i rifiuti viene
considerato dai tecnici e dagli
esperti in questioni ambientali
che non abbiano la mente
obnubilata da più o meno
suggestive illusioni, quando
solo di queste si tratti, una
misura temporanea per rispondere
ad emergenze derivanti
dall’assenza di una seria
programmazione dei servizi
pubblici di raccolta e di
smaltimento. Per la nostra Città
invece tale attività rappresenta
una strategia ben precisa e
circostanziata tale dall’avere
varato un programma provinciale
specifico nel quale
l’incenerimento rappresenta una
misura essenziale. Tanto ne è
che le Amministrazioni
interessate stanno procedendo
ad attuare il potenziamento e
l’ammodernamento
dell’inceneritore. E lo fanno
affermando che si tratta della
migliore soluzione non solo dal
punto di vista pratico ma anche
perchè non dannosa neppure dal
punto di vista sanitario ed
ambientale per la popolazione.
In un contesto di tal fatta una
pubblica amministrazione come
avrebbe potuto impedire di
percorrere la stessa strada a
quei privati che si sono
proposti o che si proporranno di
attuare sostanzialmente la
stessa scelta? Ed è, per ora,
l’esempio dell’inceneritore dei
rifiuti ospedalieri. Ovviamente
chi non è disposto a credere
alle favole, e nel comune di
Forlì sono tanti i cittadini che
hanno fatto sentire la loro
protesta, è contrario sia
all’una che all’altra soluzione
perché entrambe sono da noi
considerate lesive della nostra
salute ed della salubrità
dell’ambiente. Probabilmente
invece che chiedersi se e perché
contro l’inceneritore privato le
proteste non hanno raggiunto
l’apice toccato da quelle per
il manufatto pubblico, sarebbe
meglio interrogarsi sul chi
avrebbe dovuto e dovrebbe essere
il terminale della protesta in
entrambi i casi. Una risposta
semplice, perché sono le stesse
Pubbliche Amministrazioni che
hanno scelto e/o consentito che
queste strategie, che non da
solo giudico sciagurate per la
città, siano realizzate fino in
fondo.
Renzo Sangiorgi –
Direzione PdCI di Forlì
Forlì 28 luglio
2006
Rinunciare al possibile per
inseguire l'impossibile.
Quando in
campagna elettorale l’Unione
rivendicava nel documento
programmatico predisposto dal
lavoro di centinaia di persone,
la “fabbrica del programma”, il
proprio impegno per cambiare il
Paese, l’opposizione più volte
si disse scettica sulla
possibilità dei Partiti della
coalizione di restare fedeli
all’impegno.
La discussione
che si apre oggi alle Camere sul
documento per il finanziamento
delle missioni militari italiane
all’estero e soprattutto il voto
finale della Camera e del Senato
rappresentano la cartina di
tornasole per compredere se
siamo di fronte ad una
maggioranza che è in grado di
governare per i prossimi 5 anni
ovvero se abbiamo a che fare con
la solita rabberciata sinistra
filosofeggiante e disposta a
rinunciare al possibile per
inseguire l’impossibile.
Mi auguro davvero
di non essere alle solite e che
ai rappresentanti dell’Unione
sia chiaro che avere scelto di
dar vita ad una coalizione che
va dall’Udeur a PRC, corrisponde
necessariamente al dovere fare i
conti con un programma che non
può che essere la mediazione tra
le diverse anime. Avere scritto
e sottoscritto questo documento
rappresenta però la massima
garanzia affinchè esso
costituisca il programma di
lavoro per tutti ed a cui tutti
si devono attenere
scrupolosamente.
La ricerca della
distinzione a tutti i costi, lo
smarcarsi per apparire “diverso”
non può né deve fare parte del
modo di essere di una alleanza
di Partiti che hanno deciso di
dar vita ad un programma e ad
una coalizione per attuarlo,
fino in fondo. Intraprendere una
strada diversa, non solo è un
clamoroso ed inaccettabile
voltafaccia di fronte agli
elettori, ma equivale a
scegliere la sconfitta per tutto
il movimento che in questi anni
si è battuto per affermare quei
valori di pace, solidarietà e
diritti che il Centro Sinistra
si è impegnato a rafforzare nei
5 anni di governo. Diritto che i
cittadini con il loro voto gli
hanno assegnato e che l’Unione,
dall’ Udeur al PRC, è
assolutamente impegnata ad
assolvere.
Forlì, 17 luglio 2006
Renzo Sangiorgi
– Direzione PdCI di Forlì
Un uomo solo al comando!
Non è l’inizio di una qualche
radiocronaca di una non meglio
precisata competizione
ciclistica.E’ ciò che si attende
dopo il 26 giugno se, come NON
auspico, vincerà il si al
referendum confermativo sulla
modifica alla Costituzione
Italiana. Infatti, mentre la
pubblicità elettorale del Centro
Destra mira ad attirare
l’attenzione delle elettrici e
degli elettori sulla riduzione
di “ben 175 parlamentari”, senza
però chiarire che tale riduzione
non entrerà in vigore subito ma
solo nel 2016, cioè tra ben 10
anni, il risultato più
dirompente che la cosiddetta
“devolution” introdurrà
immediatamente è l’accentramento
di poteri in mano ad una sola
persona, il Presidente del
Consiglio che, non essendo più
indispensabile la collegialità
decisionale del Consiglio dei
Ministri, si chiamerà appunto
Primo Ministro. Un “capo
assoluto” che ( articolo 95) ,
nominerà e potrà revocare a suo
piacimento i Ministri e che
determinerà, anziché dirigerla
come è oggi previsto dalla
Costituzione, la politica del
Governo. Un “capo” che, come
recita il nuovo articolo 88,
potrà, senza dimettersi, imporre
al Presidente della Repubblica
di sciogliere le Camere,
portando il Paese a nuove
elezioni che verrebbero in
questo caso gestite direttamente
dal primo ministro che
resterebbe in carica. Dopo la
Costituzione del 1948 che è
l’esempio di come la libertà
abbia senso e si concretizzi
solo attraverso la definizione
di regole condivise tra i
rappresentanti di un popolo che
ha l’orgoglio di appartenere ad
una grande Paese, questa riforma
scritta da quattro
rappresentanti di quella
maggioranza di centro destra che
poi in Aula se la è votata,
dimostra come l’unica riforma
necessaria alla vigente
Costituzione è quella
dell’articolo 138. Deve infatti
essere previsto che le modifiche
alla Carta costituzionale siano
promulgate solo con la
maggioranza dei 2 terzi dei
rappresentanti eletti dal popolo
italiano. Invece in questo caso
italiane ed italiani andranno a
votare il 25 e 26 giugno una
proposta di modifica
costituzionale avanzata grazie
alla volontà decisiva dei
rappresentanti di un Paese o di
una Regione che non esiste né
geograficamente, né
culturalmente né storicamente:
la Padania!
Renzo Sangiorgi
Direzione PdCI di
Forlì
L’opposizione del Centro
destra: Ma che ne pensa “la
casalinga di Voghera”?
Il Centro Destra continua a
perdere come anche i
risultati delle elezioni
amministrative hanno
confermato sia al primo che
al secondo turno. Una
conferma di un indirizzo che
italiane ed italiani
sembrano avere imboccato
senza tentennamenti di
sorta. Ma viste le numerose
dichiarazioni rilasciate
dall’ex Presidente del
Consiglio all’indomani del 9
e 10 aprile scorsi, sorge
spontanea una domanda: che
sia tutto frutto di
ulteriori brogli come quelli
denunciati, senza peraltro
avere il supporto di prove
concrete e circostanziate,
dall’ex Presidente del
Consiglio e che si sarebbero
verificati nel conteggio e/o
nell’assegnazione dei voti
in occasione delle elezioni
dell’Aprile scorso? A fianco
di questo argomento inoltre
l’Opposizione accende, con
ben cinque interrogazioni a
risposta immediata, i
riflettori sulle
dichiarazioni del Ministro
Ferrero in relazione alle
cosiddette “stanze del buco”
che in altri Paesi, meno
proibizionisti dell’Italia,
sono state adottate con
l’obiettivo di ottenere una
riduzione del danno
derivante a coloro che
assumono abitualmente
sostanze stupefacenti.
Continua inoltre la querelle
sul numero dei
sottosegretari, dei
viceministri e dei ministri
nominati nel Governo Prodi.
Come dire: abolendo alcuni
viceministri,
rimpacchettando alcuni
ministeri e non autorizzando
le cosiddette “stanze del
buco” risolveremmo quelli
che, a vedere l’impegno
della Casa delle Libertà e
dei loro “sodali”
dell’informazione, sono i
veri e concreti problemi
dell’italiano “medio”. Ma
che ne penserà quella che
una volta si chiamava “la
casalinga di Voghera”?
15 giugno 2005
Renzo
Sangiorgi
Come l’orchestrina sulla
tolda del Titanic
Ma davvero è così offensivo
vedere il Presidente della
Camera alla parata del 2
giugno indossare sul bavero
della giacca la spilla con i
colori della pace? E di che
cosa in verità c’è da
scandalizzarsi se in quello
stesso giorno cittadini e
politici decidono di
partecipare ad una marcia
per la pace? Che contrasto
esiste tra la Festa della
Repubblica e la Pace? E che
differenza sostanziale c’è
tra il ritiro delle truppe
dall’Iraq entro Ottobre,
come ha detto da ultimo il
Ministro D’Alema, ovvero
entro Dicembre come aveva
preannunciato il Governo
Berlusconi? E perché in
questo Paese chi convive con
un Parlamentare ovvero con
un giornalista può usufruire
della reversibilità della
pensione del convivente e se
ciò si realizzasse anche per
e tra gli altri cittadini e
cittadine italiane,
rappresenterebbe un grave
“vulnus” ad una istituzione
civile come la famiglia? E
perché in questo Paese ciò
che dice il “Vaticano” ha
maggior diritto di
cittadinanza di quanto non
ne abbia in altri Paesi nei
quali la maggioranza dei
cittadini è ugualmente di
religione cattolica? E
intanto che la politica
discute di queste finezze ed
i giornali, telegiornali,
radiogiornali, ecc. ci
montano su titoli e
titoloni, quelli che a mio
avviso sono i veri problemi
degli italiani ( il lavoro
precario di molti giovani,
il deficit economico, la
ripresa insufficiente, ecc.)
restano in secondo piano
quasi che per le italiane e
gli italiani sia più
importante sapere se il
Governo attuerà i cosiddetti
Pacs ovvero se anticiperà di
due mesi il rientro dei
soldati, ovvero se
Bertinotti è pacifista
oppure no, piuttosto che
sperare di arrivare alla
fine del mese con il proprio
stipendio ovvero confidare
in un consolidamento del
proprio rapporto di lavoro.
Insomma mentre per i
romagnoli per sapere che
l’Anas non ha più neppure i
soldi per pagare la
manutenzione delle strade
basta avventurarsi sulla
superstrada Orte – Ravenna,
appare tragicamente
umoristico il dibattito
sulla possibilità, ventilata
dal Governo e contestata dai
precedenti Ministri, che
molti cantieri chiudano per
mancanza di fondi. Per
quanto tempo ancora saremo
costretti a farci menare per
il naso da politici
sprovveduti e da
comunicatori preoccupati di
vendere piuttosto che di
informare?
forlì, 12 giugno
Renzo Sangiorgi
2
Giugno:
4
Novembre o Caporetto?
Il
dibattito
sull’opportunità delle
parate militari in
occasione della festa
della Repubblica, appare
essenzialmente utile
solo a chi vuole fare
emergere nella compagine
di Governo differenze e
diversità. Per la verità
che in occasione del 2
giugno si debba compiere
il rito della parata
militare non è né una
tradizione consolidata
né una necessità
storica. Non a caso in
anni anche recenti le
parate furono sostituite
da più sobrie
commemorazioni. Né la
storia annovera un
particolare evento
militare a cui
accreditare un ruolo ad
effetto per la nascita
della Repubblica. Una
nascita che, come tutti
ricordiamo, avvenne
grazie al risultato di
un referendum indetto
peraltro in un periodo
nel quale l’occupazione
degli eserciti alleati
era ancora pienamente
vigente. Referendum che
fu reso se mai possibile
grazie anche alla lotta
di tante italiane ed
italiani che si
ribellarono al fascismo.
In effetti mentre una
parata militare forse si
adatta maggiormente ad
un episodio storico come
il 4 novembre che
celebra la vittoria, una
delle poche per la
verità dell’esercito
italiano, nella prima
guerra mondiale, in
occasione del 2 giugno
vanterebbe maggior
diritto ad essere
celebrata l’introduzione
del voto alle donne ed
anche il risultato
democratico di un
votazione popolare che
mandò a casa quella
monarchia che con troppa
fretta e condiscendenza
si adattò alla dittatura
fascista. Infine occorre
ammettere che anche dopo
la proclamazione della
Repubblica i primi atti
significativi
dell’Italia sono senza
alcun dubbio di tipo
istituzionale e non
certo militare. Prima
fra tutti la
promulgazione di una
Costituzione che non
solo per l’articolo 11,
può senza dubbio
definirsi una Carta che
ha nella pace e nella
convivenza tra i popoli
una delle proprie
ragioni fondanti. Ecco
che allora. A mio
avviso, le
manifestazioni a favore
della pace organizzate
in occasione della Festa
della Repubblica, è
ingiusto tacciarle come
offensive di non si sa
bene quale spirito
patrio.
Renzo
Sangiorgi
Forlì 5 giugno 2006
IN DEMOCRAZIA BISOGNA SAPER
PERDERE
Ciò che sta accadendo in queste
ore, dopo le elezioni, è
gravissimo. Un Presidente del
Consiglio che, che nonostante
tutti gli sforzi messi in campo
si è rivelato incapace di
vincere sta dimostrando di
essere anche incapace di
perdere. E pur di restare
aggrappato al potere, è disposto
a tutto.
Oggi appare chiaro il disegno di
Berlusconi e del perchè
all’inizio dell’anno, spostando
in avanti la data delle
elezioni, invocò ulteriori 15
giorni di vita per il proprio
governo. Si disse allora che era
necessario per completare azioni
urgenti di governo della cosa
pubblica. Si rivela oggi che,
proprio anche grazie a quello
slittamento, l’insediamento del
nuovo governo non potrà avvenire
che a maggio inoltrato,
allungando oltre misura la vita
ad un governo che non è più
legittimato dal risultato delle
urne. Un tempo che Berlusconi si
è furbescamente ritagliato per
farci assistere alla tragica,
per la democrazia di questo
Paese, messa in scena che ha
deciso di propinarci da uomo che
ha perso ogni ritegno ed ogni
misura, che non conosce la
democrazia e che non è disposto
ad accettare né critiche né
sconfitte. Dopo avere chiamato
coglioni i cittadini che non la
pensano come lui, dopo avere
apostrofato Romano Prodi come
un poveraccio ostaggio della
sinistra, dopo avere evocato il
pericolo comunista, dopo avere
abolito virtualmente nel corso
della battaglia
mediatico/elettorale, l’ICI e la
tassa sui rifiuti, il signore di
Arcore, ad urne chiuse, ha avuto
la spudoratezza di presentarsi
come un mediatore di pace tra il
Centro destra ed il Centro
sinistra, proponendo una grande
coalizione per risolvere i
problemi dell’Italia, la cui
gravità, ora invocata, lui
stesso ed il suo fido Tremonti
hanno sempre negato in campagna
elettorale. Di fronte al giusto
rifiuto di Prodi, a Silvio
Berlusconi non resta quindi che
gridare ai brogli per infangare
la legittima vittoria dei suoi
avversari politici e per segnare
l’Italia e la nostra democrazia
con il marchio dell’infamia.
Porre subito fine a questa
vicenda è necessario oltre che
doveroso per chi, da qualunque
parte politica sia collocato,
crede che la democrazia in
questo Paese debba essere
salvaguardata.
Renzo Sangiorgi
Mentre il PIL non cresce, per la
prima volta dopo 10 anni il
debito aumenta.
La trimestrale di cassa
denuncia un ulteriore
peggioramento della
situazione debitoria dello
Stato.
Ma la campagna elettorale,
anziché registrare una
discussione seria sul come
uscire da una situazione che
ogni giorno che passa appare
sempre più difficile, ci
regala un Presidente del
Consiglio che assistito dal
suo “miglior Ministro” si
preoccupa di mettere in
guardia gli italiani che,
se dovesse vincere,
l’Unione metterà le mani
nelle loro tasche.
Ma gli italiani possono
stare tranquilli. In
effetti, se dovesse vincere
le elezioni, l’Unione ha
scritto nel proprio
programma che metterà le
mani in alcune tasche. Ma
non sono certo quelle delle
famiglie, dei lavoratori,
degli artigiani o del
cosiddetto ceto medio, bensì
quelle di coloro che in
questi 5 anni di finanza e
di fisco creativi, hanno
goduto di franchigie e di
esenzioni. A partire da
quella aliquota zero che ha
consentito l’esenzione
totale alle plus valenze
realizzate dai finanzieri
d’assalto per arrivare ai
neppure 6 milioni di tasse
che, grazie alla riforma
dell’IRES messa a punto da
Tremonti, le 8 Holding della
Fininvest hanno versato sui
175 milioni di Euro di
ricavi dichiarati nel 2005.
Una aliquota applicata del
3,2 % che ha permesso alle
casseforti della famiglia
Berlusconi di risparmiare
68,5 milioni di tasse sul
2004, quando su 146 milioni
di entrate le stesse holding
ne avevano versato
all’erario ben 74,2.
Renzo Sangiorgi
Emergenza
Rifiuti
Le
critiche espresse dalla
Federazione forlivese del PdCI
al Piano provinciale dei rifiuti
sono giuste e puntuali. Esse
confermano la posizione con la
quale i Comunisti Italiani si
sono presentati agli elettori.
Lo stato di fibrillazione in cui
rischia di entrare la
maggioranza che attualmente
regge le sorti
dell’Amministrazione provinciale
rappresenta la naturale
conseguenza di un governo non
concertato di questa materia
particolarmente sentita dalla
popolazione. Il voto contrario
al Piano, del consigliere dei
Verdi ne è la riprova più
evidente, mentre l’astensione
dei due rappresentanti di PdCI e
di Rifondazione Comunista,
conferma se mai la difficoltà di
questi consiglieri a sostenere
il programma per il quale hanno
ricevuto il voto dagli elettori.
Le reazioni del Presidente
dell’Amministrazione, se
confermate, appaiono quanto meno
inopportune e, in ogni caso,
discutibili. Se, come
apparirebbe evidente, si pone un
problema di coerenza di intenti
tra parti della maggioranza
occorre discuterne tra i Partiti
che compongono la coalizione e
verificare se esistono le
possibilità per continuare a
percorrere un cammino comune. Il
confronto in atto che, come era
facile prevedere, ha raggiunto
un livello di asprezza che
potrebbe mettere a rischio gli
assetti della maggioranza, mette
in evidenza non già una cronica
inconciliabilità di programmi
tra i partiti del centro
sinistra sia sul piano locale
che su quello nazionale, bensì
conferma che a destra come a
sinistra chi ha l’onere di
dirigere coalizione che per
candidarsi a vincere devono
essere le più ampie possibili,
deve privilegiare il dialogo ed
il confronto evitando azioni e
comportamenti che mal si
attagliano all’esercizio
democratico delle funzioni e dei
doveri di rappresentanza e di
governo. Per quanto riguarda in
particolare la questione
“rifiuti e sistemi di
smaltimento” occorrono regole
chiare e trasparenti atte a
garantire ai cittadini
l’effettivo esercizio del
controllo sugli atti e sulle
iniziative non solo delle
Amministrazioni delegate ma
anche delle imprese incaricate
del servizio pubblico per la
gestione di attività che hanno a
che fare con la salvaguardia
dell’ambiente e, prima ancora,
della salute delle persone. In
questo contesto oltre che i
comportamenti “istituzionali”,
occorre anche riformare il
sistema dei controlli, che nello
specifico fa capo alle ATO, che
non appaiono in grado di
svolgere quella funzione di
garanzia indispensabile a
garantire indipendenza ed
oggettività delle funzioni loro
assegnate.
Renzo
Sangiorgi
– della
Direzione provinciale del PdCI –
Forlì 11 febbraio 2006
Poteri forti Comunisti
di RENZO SANGIORGI
Che nei primi mesi del 2006 i
dati economici dell’Italia siano
molto negativi è un fatto. Non
solo certificato dall’Istat ma
anche dal bollettino economico
della Banca d’Italia. Per la
prima volta dal 1994 il rapporto
tra indebitamento e produzione
torna a salire e si passa da un
indebitamento che nel 2004 era
superiore del 3,8% alla
ricchezza prodotta, ad una
percentuale che nel 2005 ha
sfiorato il 6,5%. Da 10 anni a
questa parte nel corso del 2005
l’occupazione registra un segno
negativo pari al – 0,4% mentre
nel 2004 era rimasta stazionaria
sul 2003. Tutto ciò mentre
paradossalmente il numero delle
persone occupate, per effetto
della diffusione del part time e
della Cassa integrazione, cresce
dello 0,2% . Infine risulta che
il 25% dei giovani lavoratori –
dai 15 ai 29 anni - ha un
contratto di lavoro precario.
Una percentuale che per quelli
che hanno trovato lavoro nel
2005 sale al 50%. Ma anche per
l’economia i dati sono
preoccupanti. Nei primi mesi del
2006, dice Banca Italia, le
previsioni indicano una
situazione stagnante e se la
produzione industriale è
cresciuta a dicembre 2005, ne è
seguita una flessione a gennaio
ed è prevista una sostanziale
stazionarietà a febbraio ed a
marzo. Il prodotto interno lordo
dovrebbe registrare nel 2006 un
+ 1,3%, un tasso di crescita che
però è ancora insufficiente a
colmare il divario che ci
differenzia dagli altri Paesi
maggiormente industrializzati.
Infine il bollettino di
Bankitalia registra una crescita
esponenziale dell’indebitamento
delle famiglie italiane che a
settembre del 2005 ha toccato il
30% del Pil, mentre nel 1996 era
al 18%. Questi sono i dati
ufficiali diffusi dalla Banca
d’Italia sui quali occorrerebbe
riflettere per mettere insieme
programmi in grado di superare
una situazione che si conferma
molto difficile. Una difficoltà
che peraltro tutti gli italiani
possono verificare direttamente
facendo i conti con la propria
realtà quotidiana, nonostante
le 33 riforme approvate dal
Governo. Intanto il Presidente
del Consiglio, dopo essersela
presa con la sinistra bolsevica
che spande pessimismo, dopo
avere contestato i Sindacati, la
Confindustria, gli Organi di
stampa, le TV ed i giornalisti
rei di illustrare i dati del
fallimento della sua azione di
governo, dopo avere addossato
molte responsabilità al
malgoverno di decenni di storia
repubblicana, dopo avere
sostanzialmente richiesto il 51%
dei voti per se e per il suo
Partito che gli consentirebbe di
evitare di fare i conti con
alleati non sempre comodi, dopo
avere iscritto tra quelli che
gli remano contro la scuola,
l’università, gli asili nido, le
amministrazioni locali di centro
sinistra e gran parte dei
magistrati, dopo avere accusato
gli italiani di lavorare troppo
poco, 1600 ore annue contro le
1700 degli USA, c’è da
attendersi che, tra una
parabola, un’offesa “scherzosa”
ai suoi avversari politici ed
una barzelletta, accusi il Dott
Mario Draghi nominato da questo
Governo ai vertici di
Bankitalia, di essere anch’esso
un pericoloso comunista.-
Energie
rinnovabili
Un passo avanti e due
indietro
Mentre la crisi energetica fa
sentire i suoi primi effetti
concreti costringendo il nostro
Paese ad intaccare le riserve
strategiche di gas, il Ministro
Scajola firma un importante ed
atteso Decreto che ripristina la
possibilità per gli italiani di
accedere al cosiddetto conto
energia; cioè l’incentivo che rende
economicamente compatibile un
investimento in impianti
fotovoltaici che, come è noto, sono
in grado di produrre energia
elettrica utilizzando l’apporto
gratuito del sole. Un provvedimento
positivo perché aumenta il numero di
impianti che complessivamente
potranno avvalersi del conto
energia, incrementando la quantità
di MW che passa da 300 a 500; ma
negativo perché le modalità di
calcolo dell’incentivo tariffario,
introdotte dal Decreto del luglio
2005, vengono modificate con
effetto retroattivo dal
provvedimento pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale del 15 febbraio.
Per gli impianti fino a 20 kW
infatti con il nuovo dispositivo la
quantità dell’incentivazione, si
riferisce solo al volume di energia
consumata, limitando il ritorno
economico che serve per ammortizzare
l’onere di impianto. Non solo ma c’è
anche la decurtazione
dell’adeguamento all’indice istat
della tariffa incentivante che dal
2007, viene addirittura più che
raddoppiata passando da un meno 2%
ad un meno 5%. Ancora una volta si è
perduta un’occasione importante per
avviare una svolta della politica
energetica del Paese. L’energia
richiede ai Governi programmi e
strategie di lungo periodo in grado
di orientare i consumi, di
incentivare il risparmio, di
garantire gli approvvigionamenti e
di tutelare l’ambiente e la qualità
della vita dei cittadini. In questo
ambito occorre quindi anche
privilegiare lo sviluppo delle fonti
rinnovabili destinando a questo
settore le risorse che invece
l’Italia riserva alla costruzione
dei cosiddetti “termovalorizzatori”
( nome italiano degli inceneritori)
pari a circa 9 centesimi di € per
ogni kWh prodotto. Gli inceneritori
non costituiscono né una fonte
pulita di energia né un sistema per
smaltire definitivamente i rifiuti.
Infatti il rifiuto una volta
bruciato si trasforma in cenere,
molto spesso tossica, che deve
essere poi adeguatamente smaltita.
Chiedere che nella prossima
legislatura il prossimo Governo
inauguri una nuova stagione che
metta al centro della politica
energetica obiettivi di
compatibilità ambientale, di
risparmio e di tutela della salute,
non solo è un diritto degli elettori
ma è anche un dovere di chi si
candida a dirigere un Paese moderno
e civile.
Renzo Sangiorgi
Privatizzare, privatizzare, privatizzare
Una parola
d’ordine che non ci piace
Un
modello, quello americano, che non
vogliamo
di
Fabrizio Rappini
Privatizzare, privatizzare,
privatizzare. E’ la parola d’ordine
ormai ricorrente sulla bocca di tutti.
Tutti quelli che hanno in mano le sorti
dell’Italia. Le nostre sorti. Sembra che
non si possa fare altro se non dare in
mano ai privati. Tutto questo con i
risultati che sono sotto agli occhi di
tutti noi. Il modello sembra essere
diventato quello americano. Di questo
passo, quindi come in America, si finirà
per privatizzare anche il dolore, le
disgrazie, le catastrofi. Tutto potrà
diventare un business. Un esempio? Negli
Stati Uniti (tanto cari a molti nostri
governanti, anche di centro sinistra),
hanno già provveduto a privatizzare la
gestione delle catastrofi. Come? Con un
accordo, come è avvenuto in Louisiana,
fra la Croce rossa e un colosso,
Wal-Mart, che fino ad ora si è occupato
di supermarket. Ma da dove parte e dove
può portare questa nuova tendenza, per
ora solo americana? Il primo passo, è
quello di una rinuncia totale del
governo a difendere le popolazioni dalle
calamità. I risultati sono sotto agli
occhi di tutti. Nella tragedia di New
Orleans, il governo americano si è
dimostrato debole e inetto perché i suoi
esperti della gestione di situazioni di
emergenza erano passati al settore
privato e le tecnologie erano quindi
diventate obsolete. Il settore privato,
invece, appariva moderno. Ma solo in
apparenza. Da Baghdad, a New Orleans, da
Kabul allo Sri Lanka, non hanno avuto un
soldo. Perché? Perché sono stati
investiti, dalle imprese appaltatrici,
nell’acquisto di grandi impianti. E
così, migliaia di dollari dei
contribuenti, sono stati spesi per la
creazione di un apparato privato per far
fronte alle catastrofi naturali. Un
apparato che dispone di un campo di
addestramento e che può disporre di
qualsiasi genere ci sia bisogno in caso
di calamità. Il tutto, però, in mani
private e prive del controllo da parte
dei contribuenti. Una realtà che fino ad
ora non è emersa in modo chiaro in
quanto le imprese sovvenzionate con
appalti pubblici, gestiscono le
emergenze gratuitamente. Ma, l’inganno,
è proprio questo. L’erario è in affanno
e il debito pubblico è salito
vertiginosamente. Cosa significa? Che
prima o poi non ci saranno più i fondi
per i contratti d’appalto. A questo
punto, quindi, quale potrebbe essere lo
scenario futuro? Si potrebbe assistere,
in caso di calamità naturale, a
elicotteri che girano sui tetti delle
case chiedendo di essere pagati per
mettere in salvo famiglie, animali e
altro. A questo proposito, un esempio
concreto, è rappresentato dal modello
sanitario americano: i ricchi possono
usufruire di prestazioni ultra
confortevoli, mentre quasi cinquanta
milioni di cittadini sono privi di
assistenza. Un meccanismo già in atto
con l’Aids, con le ditte private che
sono state capaci di produrre farmaci a
costi talmente elevati da rendere
impossibile, per la stragrande
maggioranza delle popolazioni colpite di
poterli acquisire e quindi nella
impossibilità di curarsi. Un ulteriore
esempio dei “benefici” portati dalle
privatizzazioni, arriva dalla recente
guerra in Libano. Mentre Israele gettava
bombe in continuazione, il governo
americano ha cercato di far pagare ai
suoi cittadini che erano in Libano i
costi della loro evacuazione.
Ovviamente, per chi non aveva un
passaporto occidentale, non aveva alcuna
speranza di salvezza. Questa, quindi,
non è fantapolitica. Non sono invenzioni
o insinuazioni. Questo è il modello
americano che piace a tanti. Questo è il
modello che invece noi non vogliamo.
Sembra lontano, ma purtroppo non lo è.
Anche da noi le privatizzazioni sono
iniziate. Hera e trasporti ne sono un
esempio concreto e qualcuno vorrebbe
farle camminare ancora più in fretta.
La risposta deve essere ferma: “NO”.
Non vogliamo barattare la nostra salute,
la nostra dignità, con le promesse che
poi tutto sarà migliore. Migliore per
chi? Per le Spa sicuramente. Per la
povera gente un po’ meno.
Forlì, 7
settembre 2006
Non commuoviamoci solo
per Nassirija
di
Fabrizio Rappini
Strano paese, il nostro. Un
paese che riesce a commuoversi per alcuni
morti, ma poi ne ignora altri. Perché
succede? Perché certi avvenimenti sono in
grado di attirare folle con gli occhio gonfi
di lacrime e altri avvenimenti passano sotto
silenzio. Mi spiego meglio, nella speranza
di non essere frainteso e invitando a una
riflessione. A cosa mi riferisco? Ai tre
militari morti di recente a Nassirija. E’
ovvio che di fronte a queste cose si provi
orrore e ci si senta vicini alle famiglie
così duramente colpite nei loro affetti più
cari. Ma, mi chiedo, perché farlo solo di
fronte alle morti di tre militari? In fondo,
qualcuno, potrebbe far notare che in guerra
c’è il rischio di morire. Che in fondo si
tratta di un “infortunio” sul lavoro. Ecco,
proprio il lavoro. Quel lavoro precario,
sommerso, in nero, senza protezioni, capace
di “regalarci” ogni giorno, come confermano
le statistiche, una media di quattro morti.
Tutto questo, senza che nessuno si indigni.
Senza che nessuno pensi di non trasmettere,
in segno di lutto, i programmi leggeri della
Rai e di altre televisioni private. Eppure,
per questi morti, non ci sono delegazioni
ufficiali ai funerali, non c’è il tricolore
a coprire le loro bare. E, molto spesso, per
i parenti non c’è neppure la pensione, dal
momento che molti di questi lavoravano in
nero. Ecco, mi piacerebbe vedere funerali di
stato anche per queste persone che, in
fondo, contribuiscono con il loro lavoro e
con il sacrificio della loro vita a rendere
più ricco il nostro paese. Ma non sono i
soli morti “dimenticati”. Un paese non
bigotto dovrebbe essere in lutto tutti i
giorni, anche per altri morti, “uccisi”
dalla nostra indifferenza e dai furti
perpetrati dalle nazioni più forti nei loro
confronti. Nessuna televisione, nessun
organo di informazione, si indigna e
sospende i programmi in segno di lutto per i
quarantamila (si, avete letto bene,
quarantamila) bambini che ogni giorno
muoiono nel mondo a causa della fame, delle
malattie, dello sfruttamento sul lavoro.
Quarantamila bambini “colpevoli” di essere
nati in paesi più poveri dei nostri.
Quarantamila bambini che non ricevono onori
di stato e ai quali basterebbe solo un
piccolo aiuto. Ma, tornando ai nostri
soldati, ritengo sia necessario ricordare
che, in quelle zone di guerra, di gente ne
muore tutti i giorni. Gente, fra l’altro,
che non ha scelto di indossare una divisa e
che non vuole la guerra. Giusto, quindi,
indignarsi di fronte alla morte, in
particolare quando avviene in condizioni
particolarmente tragiche. Probabilmente se
facessimo in modo di impedire le ingiustizie
che, molto spesso, portano morti, non
saremmo costretti a piangere i militari
italiani caduti in zone di guerra. Questo
deve essere uno degli impegni prioritari nei
prossimi anni. Un impegno che si deve
muovere in direzione della Pace, della
giustizia, della lotta alla fame nel mondo,
nella sicurezza sui posti di lavoro.
Facciamo tornare
l’Italia un paese civile e solidale
Il 14 marzo 2006 sia
ricordato come il “giorno della vergogna”
di Fabrizio Rappini
Può un paese civile permettere che
succeda quello che è stato sotto agli occhi
di tutti il 14 marzo 2006? Può un
paese civile, degno di questo nome, far sì
che disgraziati, umiliati dal dover venire a
chiedere un tozzo di pane, debbano
continuare ad umiliarsi? Può un paese
civile permettere persone siano trattate
alla stregua di animali? Può un paese
civile permettere che migliaia di disperati,
in cerca di un lavoro, della possibilità di
ricongiungersi a figli, genitori, fratelli,
siano costretti a illudersi stando notti al
freddo, per partecipare a una lotteria per
poter stare con i propri cari, oppure per
non essere costretto a nascondersi
continuamente perché clandestino?No, un
paese civile non può permettere che tutto
questo accada. Un paese che, per giunta, si
ispira a valori cristiani, non può
permettere che quello che è successo il 14
marzo 2006 abbia a ripetersi. Chiunque abbia
un briciolo di umanità, dovrebbe provare
vergogna di fronte a quelle file davanti
alle Poste. Dovrebbe, dovremmo, provare
vergogna ogni volta che pensiamo a quegli
sguardi stanchi da giorni passati al freddo,
senza mangiare, ogni volta che pensiamo a
quegli occhi pieni di speranza, gran parte
dei quali si riempiranno di lacrime perché
la loro domanda non è stata accettata. Ma
non solo. Quella gente che tanti di noi
disprezzano, ci ha dato una lezione di
civiltà. Di fronte alla totale assenza dello
stato, delle istituzioni, quella gente è
riuscita ad autogestirsi, a darsi una
legalità nelle file. Quella legalità che i
nostri governanti, impegnati a far accordi
con i fascisti, continuano a far sì che
venga loro negata. Non è questo il modo di
gestire le politiche di accoglienza. Questa
non è accoglienza. Come non è accoglienza
quello strano regolamento, una vera e
propria legge razziale, che fa sì che un
immigrato che trova lavoro debba anche
dimostrare di avere una casa decente. Una
cosa, questa, alla quale un cittadino
italiano, non deve sottostare. Tornando al
“paese civile”, è tale quello che garantisce
uguaglianza per tutti. Per tutti, nessuno
escluso. Forse nessuno lo sa, ma quando un
immigrato viene assunto in modo regolare, il
datore di lavoro, è tenuto a farsi
consegnare il certificato di idoneità
dell’alloggio. Alloggio che deve rispettare
parametri precisi, che sono quelli fissati
per l’edilizia pubblica. Questo significa
che tre persone, per esempio, devono avere
almeno 57 metri quadrati. E così, se il
vigile incaricato di fare le verifiche, ne
rileva poco meno, l’alloggio non viene
considerato idoneo. E, niente idoneità,
niente lavoro. Un paese civile che fissa
regole, dovrebbe poi avere anche gli
strumenti per sopperire alle deficienze di
chi non può avere un alloggio più grande
perché non ha lavoro e se non ha alloggio
non ha nemmeno lavoro. Un paradosso? No, una
legge razziale. Queste sono le politiche di
accoglienza che Berlusconi e i suoi fascisti
sono “fieri” di avere. Hanno fatto una
legge, la Bossi-Fini, che è fatta apposta
per aumentare la clandestinità e quindi la
possibilità di reprimere gli stranieri e far
sì che ce ne siano sempre meno. No, questo,
un paese civile non può continuare a
tollerarlo. Dobbiamo dire basta a chi si
richiama a valori cristiani, ma poi nella
pratica si comporta come un aguzzino.
Dobbiamo dire basta a chi non capisce che
gli immigrati sono una risorsa per tutti.
Dobbiamo dire basta a chi ha costruito e
vorrebbe continuare a costruire i moderni
lager chiamati “Centri di permanenza
temporanea”. Dobbiamo dire basta a chi sta
facendo imbarbarire il nostro paese. Un
Paese che è sempre stato civile e deve
continuare ad esserlo.
Pacs
Cinzia Tacconi,
Assessore per le Pari Oppurtinità a Grosseto: "riconoscere
le coppie di fatto è un atto di civiltà e giustizia
sociale".
"In questi giorni, sulla stampa locale, si è aperto il
dibattito sui PACS dopo l'annuncio di una mozione del Gruppo
consiliare di maggioranza del Comune di Scarlino per
istituire il registro delle unioni di fatto, iniziativa
peraltro già avviata a Pisa dal 1997.
Il dibattito da giorni tiene banco anche sulla stampa
nazionale, a seguito della notizia che il Ministero delle
Pari Opportunità sta lavorando ad una proposta di Legge in
proposito. Da giorni si susseguono dichiarazioni di
apprezzamento e altre di assoluta contrarietà, che scavano
un solco tra 'cattolici e laici'.
Personalmente, da credente, ma fortemente convinta della
necessità di uno Stato laico, ritengo che la legge sui Pacs
dia risposta a 2 milioni di italiani che hanno scelto di
formare la propria famiglia senza matrimonio, che
costituiscono 'formazioni sociali ai sensi dell'art. 2 della
Costituzione'.
Soprattutto estende a tutti i cittadini un diritto che in
Italia hanno solo parlamentari e giornalisti. Da almeno 10
anni, infatti, senatori a deputati della Repubblica possono
estendere l'assistenza sanitaria al convivente, che può
anche godere della pensione di reversibilità. È sufficiente
una comunicazione di convivenza. Nessuno ha sollevato
obiezioni, nemmeno i parlamentari anti-Pacs che, magari,
usufruiscono dei privilegi del 'Fondo'. Una cosa è certa: in
Parlamento la solidarietà non manca. È, invece, la coerenza
che sembra essere dimenticata.
Per quanto riguarda i giornalisti, è stato fatto un passo in
più sul piano della tutela dei diritti individuali. Il
merito è di Mario Furtunato che, nel 1996, quando lavorava
all'Espresso, rivolse un appello alla Cassa autonoma di
assistenza dei giornalisti, affinché estendesse al proprio
convivente omosessuale i benefici assistenziali che già
riconosceva ai conviventi etero. Fortunato vinse la propria
battaglia e il 19 febbraio 1997 la Casagit decise di
estendere 'le prestazioni in materia di assistenza sanitaria
al convivente more uxorio dell'iscritto, anche se dello
stesso sesso'.
Eppure stiamo parlando della stessa Italia che ha negato
alla signora Adele Parrillo, compagna non sposata di uno dei
carabinieri uccisi a Nassiriya, il risarcimento che, invece,
spetta ai familiari delle altre vittime. È la stessa Italia
che nega a milioni di persone il permesso di assentarsi dal
lavoro per assistere il partner ammalato, oppure di vivere
nell'appartamento del convivente deceduto, o di usufruire
della pensione di reversibilità.
Quello di giornalisti e parlamentari è un beneficio giusto,
non un privilegio. Ciò che invece non è giusto è non
estenderlo a tutti gli italiani. Per questo mi sembra
davvero superflua e fuorviante la discussione in atto. Fa
bene il Comune di Scarlino ad avviare anche per la Maremma
questa iniziativa di civiltà e giustizia sociale. Auspico
che anche in Parlamento si proceda con coerenza rispetto a
quanto già esiste".
l'assessore alle Pari Opportunità
Cinzia Tacconi
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