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  C I L E

Isabel Allende:

Assassino e ladro. Certo la storia non lo assolverà”

11 dicembre 2006

tratto da La Stampa dell'11 dicembre 2006

Pinochet è stato un dittatore che ha tradito il suo giuramento costituzionale, ha ucciso migliaia di persone, ha violato i diritti umani in ogni forma possibile, e ha anche rubato, perché nei suoi conti bancari americani sono stati trovati 28 milioni di dollari di dubbia provenienza. Di fronte a tutto questo, ha evitato di assumersi le proprie responsabilità davanti alla giustizia».
Il giudizio di Isabel María Allende, figlia di Salvador e deputata socialista, è senza appello.
Quale sarà l'eredità storica di Pinochet?
«Un traditore che ha represso il suo popolo. Il giudizio deve continuare anche dopo la morte, e la storia non lo assolverà».
Come bisogna fare i funerali?
«Nessun onore di stato».
Quale sarà l'impatto della sua scomparsa sulla politica cilena?
«Nullo, perché ormai non era più una figura rilevante».
Alcuni analisti sostengono che il governo di centro sinistra potrebbe indebolirsi, perché verrà a mancare l'elemento di coesione. Lei non teme che la Democrazia Cristiana possa sfilarsi dalla Concertacion?
«No, la Dc non andrà via. La nostra alleanza non si regge solo sulla comune opposizione a Pinochet, ma anche sull'agenda sociale per il paese, la giustizia, il rispetto dei diritti umani».
La scomparsa del generale aiuterà la destra a rilanciarsi?
«La morte di Pinochet fa comodo all'Alianza, perché la libera da un peso. In Cile la destra ha un problema di legittimità, perché la grande maggioranza non ha dimenticato il golpe. Senza Pinochet, l'Alianza sarà più libera di muoversi».
Cosa ricorda del golpe?
«Un grande dolore, di cui ormai faccio fatica a parlare. Per la morte di mio padre, ma anche per la perdita di centinaia di vite con la repressione».
E' vero che suo padre si suicidò, usando il mitra che gli aveva regalato Fidel Castro?
«Credo di sì. Voleva evitare l'umiliazione di essere destituito dai militari. Perciò prese la situazione nelle sue mani».
Quale sarà l'eredità storica di Salvador Allende?
«Mi sembra che sia in corso una rivalutazione costante. Tutti ora lo giudicano un leader di forti principi, che si è sacrificato per la democrazia».
Qual è il ricordo personale più caro di suo padre?
«Come politico era un uomo molto sensibile, capace di interpretare i problemi della gente. Come padre era eccezionale, per il calore e il buonumore, nonostante tutti i problemi. E' un vuoto che non ho mai colmato».



 

 

Morte di un dittatore: per le sue vittime il nostro cordoglio, la nostra rabbia, le nostre lacrime

 

di Alessandra Valentini

 

Roma 11 dicembre 2006

 

Per ricordare le colpe ed i crimini di Pinochet non possono bastare poche righe, ma la sua morte serve a ricordare le migliaia di giovani, studenti, operai, giornalisti, insegnanti che dall’11 settembre 1973 non avrebbero più fatto ritorno a casa, colpevoli soltanto di preferire la democrazia alla dittatura. Al loro il nostro pensiero, per loro il nostro cordoglio, le lacrime e la rabbia per una giustizia che è stata tardiva ed incompleta.



 

È l’11 settembre 1973, in Cile inizia il regno del terrore firmato Pinochet. Il Parlamento viene sciolto, soppressi i partiti, sospese le libertà; con l’operazione Condor circa 1200 oppositori scompaiono nei primi momenti; oltre 3200 persone vengono uccise, molte di più quelle che sopravvissero alle torture. Lo stadio di Santiago divenne un enorme campo di concentramento e di morte: i militari sotto il comando di Pinochet rinchiusero nello stadio oltre 7000 persone. In totale, se mai è possibile fare una stima precisa, furono oltre 28 mila gli oppositori che il regime sottopose a torture inaudite. Degli arrestati è difficile portare il conto. In tantissimi furono costretti a lasciare il Paese. La Casa Bianca, ora, alla notizia della morte ha commentato che “la sua dittatura ha costituito uno dei periodi piu' difficili per la storia del Cile''. Ma vale la pena ricordare il ruolo che giocò Washington nella ascesa al potere del dittatore. Infatti, la vittoria del socialista Salvador Allende in Cile nel 1970 non era stata vista di buon occhio dagli Stati Uniti, che guardarono compiacenti l’ascesa di un nuovo dittatore. Pinochet, infatti,  riuscì a imporsi nel 1974 come presidente, carica alla quale fu riconfermato nel 1981 per un secondo mandato grazia all’appoggio di molti uomini d'affari, che ne sostenevano il programma economico neoliberista. Nel 1998 un referendum popolare lo rimosse da presidente, ma rimase al potere fino al marzo 1990, quando lasciò il palazzo presidenziale della Moneda, restando però al comando dell' esercito fino al 1998 e mantenendo la carica di senatore a vita. Nel 1998 viene arrestato a Londra su mandato di cattura del giudice spagnolo Baltazar Garzon per i crimini commessi durante la dittatura. Rilasciato nel 2000 per motivi di salute rientra in Cile. Nel 2002 Pinochet rinuncia alla carica di senatore a vita e nel 2004 la Corte di Santiago gli revoca anche l'immunità di cui gode in quanto ex presidente. Nel 2004 comincia il suo processo per il Piano Condor, il progetto della giunta militare di eliminazione degli oppositori politici. Lo scorso novembre un’altra inchiesta si era aperta a suo carico per gli orrori commessi dalla Carovana della Morte, uno squadrone della morte che girava il Paese facendo sparire gli oppositori.

A trentatre anni di distanza dal sanguinario colpo di Stato è morto ieri  l’ultimo esponente di una generazione di dittatori che avevano insanguinato con le loro gesta l'America latina negli anni '60 e '70.


 

 

Sgobio:

Cile. La morte di Pinochet non cancelli il ricordo di ciò che ha commesso

Ufficio Stampa

Roma 11 dicembre 2006

La sua morte non può e non deve cancellare il ricordo di ciò che è stato e di ciò che ha commesso durante la sua vita: un ricordo terrificante. Il suo colpo di Stato in Cile ha soffocato per anni quel Paese, mietendo migliaia e migliaia di vittime e compiendo torture inimmaginabili. La morte non può e non deve cancellare, come un colpo di spugna, il suo operato, che resterà una macchia indelebile nelle menti e nelle coscienze di milioni e milioni di persone nel mondo, e ne può far dimenticare le connivenze e le complicità che lo hanno ispirato, finanziato e coperto nel perpetrare quel terribile golpe.


 

 

URSS

 e rivoluzione di ottobre

ottantanove volte Ottobre

7 novembre 2006

 “Ogni soldato, ogni operaio, ogni vero socialista, ogni onesto democratico si rende conto che nelle presenti condizioni vi sono solo due alternative. O il potere rimane nelle mani della ciurma borghese e possidente, e questo significherà repressioni di ogni genere per gli operai, i soldati e i contadini, la continuazione della guerra, e l’inevitabile fame e la morte… o il potere passa nelle mani dei rivoluzionari operai, soldati e contadini; e questo significa la completa abolizione della tirannia dei possidenti, l’immediato crollo dei capitalisti, le immediate proposte di una giusta pace. Significa anche la terra assicurata ai contadini, il controllo sull’industria assicurato agli operai, il pane assicurato alla fame, e la fine della guerra insensata…”. Così si esprimeva il bolscevico Zinovev sul quotidiano Dien mercoledì 7 novembre 1917, poche ore prima della presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado.

 “Giovedì 8 novembre. Il giorno sorse – ricorda John Reed in quella meravigliosa epopea dell’Ottobre che sono I dieci giorni che fecero tremare il mondo – su una città in preda a un’eccitazione e a una confusione selvagge, un’intera nazione si levava in una muggente ondata di bufera”. Da una parte il II Congresso Panrusso dei Soviet, il Comitato Militare Rivoluzionario e i primi decreti del governo sovietico, dall’altra il Comitato per la Salvezza, la Duma di Pietrogrado, i fautori del deposto governo provvisorio di Kerenskij, che accusavano i bolscevichi di aver tradito la Rivoluzione di Febbraio, di essere agenti tedeschi o austriaci, di aver attentato alle nascenti istituzioni democratiche. Proprio loro, menscevichi e socialisti rivoluzionari, che si rifiutavano di porre fine ad una guerra inutile e disastrosa per la Russia a fianco dell’Intesa, che non distribuivano la terra ai contadini, tollerando il persistere della grande proprietà terriera, che reprimevano scioperi e manifestazioni operaie a fianco dei capitalisti. “Tuttavia – commenta ancora Reed, ragionando del periodo tra il marzo e l’ottobre 1917 – fra le masse degli operai e dei contadini v’era l’ostinata impressione che «il primo atto» non fosse ancora finito. Al fronte, i Comitati militari erano sempre più osteggiati dagli ufficiali che non potevano abituarsi a trattare i loro comuni come esseri umani; nell’interno, i membri dei Comitati della Terra eletti dai contadini venivano arrestati quando tentavano di ottenere dal governo un regolamento concernente le terre; e gli operai nelle officine dovevano combattere le liste nere e le esclusioni (…). Intanto, i soldati cominciarono a risolvere la questione della pace semplicemente disertando, i contadini diedero fuoco ai castelli e si impadronirono delle grandi proprietà, gli operai ricorsero allo sciopero e al sabotaggio”.

 La Rivoluzione d’Ottobre era di fatto iniziata prima del fatidico 7 novembre 1917, anche se essa viene di solito associata alla presa del Palazzo d’Inverno, una nuova Bastiglia, elemento che ne costituisce una sorta di atto simbolico, una stanca e claudicante metafora ripresa recentemente anche nel dibattito interno al nostro partito sulla questione del potere. Sarebbe forse più utile e, soprattutto, più corretto sul piano analitico ricordare l’immagine straordinaria della “muggente ondata di bufera” che ha travolto tutto, ribaltando a furor di popolo le vecchie e statiche maggioranze nel Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet dei Deputati degli Operai e dei Soldati e nel Soviet dei Contadini, nei sindacati (a partire dal Comitato Centrale Russo del Sindacato Ferrovieri) come nell’esercito, e rovesciando le vecchie istituzioni come le più recenti. Più volte la rivoluzione è stata sul punto di essere sconfitta, dentro e fuori Pietrogrado, più volte è risorta su quelle che parevano essere le proprie ceneri. A sollevarsi non è stata solamente la capitale, che aveva già vissuto il 1905 e il febbraio 1917, ma la Russia profonda, operaia come contadina, i milioni di soldati al fronte mandati al massacro per difendere una causa che non avrebbe mai potuto essere la loro. Un’ondata che ha raggiunto il Turkestan come il Caucaso, che ha consentito ai bolscevichi di affrontare e vincere le forze controrivoluzionarie (quelle sì al soldo degli stranieri occidentali), di sconfiggere le diverse aggressioni esterne, dagli ex alleati dell’Intesa alla Polonia, di superare momenti drammaticamente difficili, a partire dalla “sconcia” e mortificante pace di Brest-Litovsk imposta dalla Germania, una pace non giusta, la pace dell’arroganza e dell’imperialismo. Pace immediata e giusta, controllo operaio della produzione, terra a chi la lavora, tutto il potere ai Soviet, autodeterminazione dei popoli oppressi non solamente in teoria ma anche come prospettiva concreta da costruire, non il “vorrei ma non posso” ma l’inizio di un percorso che, dopo la breve esperienza della Comune di Parigi del 1871, avrebbe dovuto condurre ad una nuova civiltà, al socialismo, al comunismo.

 Protagonisti dell’Ottobre sono stati gli operai delle grandi fabbriche, la parte più cosciente della società russa, i soldati, la grande massa dei contadini poveri, gli stessi che Majakovskij, uno dei grandi poeti della rivoluzione, avrebbe messo in scena nell’opera teatrale Il mistero buffo come “gli impuri”, nel momento in cui essi hanno deciso di rompere le catene della servitù e dello sfruttamento. Possiamo ricordare l’Ottobre e il suo significato per la storia non solamente del movimento operaio ma dell’umanità intera attraverso un’immagine, una straordinaria immagine, insieme pungente e amaramente ironica, quella del servo Jernej di Betaina, così come ci è stata narrata dal romanziere e rivoluzionario sloveno Ivan Ćankar nel 1907. L’anziano Jernej, alla morte del vecchio padrone, viene cacciato di casa dal giovane erede perché ormai inabile al lavoro e vaga per cercare ragione del torto subito presso le autorità preposte (dal Sindaco al Tribunale, fino all’Imperatore d’Austria), convinto che la giustizia umana fosse una sorta di emanazione diretta, seppure imperfetta, della giustizia divina. L’intero suo percorso sarà, al contrario, una faticosa e amara presa di coscienza della realtà, dell’indifferenza del sistema e delle autorità verso i deboli, che si traduce facilmente in sostegno ai forti, ai detentori del potere economico. Isolato e deluso, Jernej compie allora un gesto lucidamente folle, individuale e nello stesso tempo universale, bruciando la fattoria dalla quale era stato cacciato, trovando poi la morte per mano di altri contadini nel rogo che lui stesso aveva appiccato. Un paradigma di rivoluzionario senza rivoluzione, quello di Jernej, che chiedeva semplicemente di poter godere dei frutti del proprio lavoro, di poter possedere quella terra che lui stesso per quarant’anni aveva lavorato, di poter mangiare quel pane che aveva prodotto con il suo sudore. In una parola, chiedeva di riscattare la propria condizione, di ottenere la propria libertà.

 Tanti Jernej, costretti al lavoro servile nelle campagne, sfruttati in condizioni inumane nelle fabbriche o mandati a morire al fronte nelle tante guerre volute dalle diverse potenze imperialiste, sono insorti a Parigi nel 1871 e nella Russia del 1905, come nel Messico di Villa e Zapata, da Cuernavaca a Torreòn, impadronendosi delle haciendas e della propria dignità. Altri Jernej, questa volta organizzati all’interno di un soggetto politico cosciente e rivoluzionario, hanno garantito il successo della rivoluzione bolscevica, pur pagando un prezzo enorme. Con la vittoria del primo assalto al cielo e il tentativo di costruire un sistema economico e sociale completamente nuovo e affrancato da ogni ipotesi di sfruttamento, essi hanno riscattato la propria condizione, dato un senso del tutto diverso alla propria esistenza come soggetto collettivo, prima ancora che come singoli individui. Quanti sono stati gli Jernej, ancora, che, anche grazie alla presenza dell’Unione Sovietica, hanno dato vita alle rivoluzioni socialiste del secondo dopoguerra, dalla Cina al Vietnam, e ai movimenti di liberazione nazionale in Africa e Asia?

 Non è forse solamente grazie a questi avvenimenti che milioni di individui hanno fatto il loro ingresso nella storia, con la volontà ferma di cancellare con ogni mezzo secoli di soprusi e sfruttamento, sul piano nazionale come di classe, da parte delle grandi potenze come del grande capitale economico e finanziario? Quanti miliardi di Jernej ci sono ancora nel mondo? E’ questa la caratteristica essenziale del Novecento, di questo secolo sì breve, ma grande e drammatico. Se provassimo a considerare la storia dell’umanità senza di esso, con al centro proprio l’Ottobre, rischieremmo di trovare un mondo più arretrato, dominato dalle grandi potenze coloniali, intente a spartirsi risorse e mercati, con la classe lavoratrice, nell’accezione più variamente intesa, costretta a vivere come variabile dipendente del capitale e delle compatibilità del sistema, soggiogata, abbruttita, avvelenata. Sono queste le ombre che si allungano pericolosamente oggi su tutti noi, in un nuovo secolo, inaugurato con la disgregazione dell’URSS e segnato in profondità tanto dal manifestarsi del più mostruoso e perverso piano di egemonia mondiale mai concepito nella storia dell’umanità dall’unica superpotenza rimasta, quanto dal dominio del sistema capitalistico, con un carattere strutturalmente neoliberale e una tendenza accelerata alla concentrazione e finanziarizzazione. Le conseguenze di tutto questo sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, nei paesi a capitalismo avanzato come nel sud del mondo. L’Ottobre ha rallentato il processo di espansione globale del capitalismo, la vittoria della controrivoluzione nel 1991 lo ha di nuovo imposto, ma non come “fine della storia”, al di là delle speranze delle classi dominanti, date anche le crescenti resistenze e contraddizioni che sembrano emergere con sempre maggiore nettezza. Per questo l’Ottobre costituisce un ricordo imbarazzante e, soprattutto, pericoloso, un passaggio da rimuovere nel più breve tempo possibile. Per le classi dominanti, certamente, ma anche per i tanti ex comunisti in circolazione, oggi rispettabili e responsabili riformisti, ben felici di liberarsi del peccato originale e recuperare una collocazione non molto diversa da quella delle socialdemocrazie europee di allora, pronte a schierarsi da una parte contro la rivoluzione bolscevica e ogni tentativo insurrezionale a sostegno della Russia dei Soviet e, dall’altra, a favore delle rispettive borghesie nazionali e della guerra. Una lezione, questa, che si ripropone oggi con sconcertante e disarmante attualità, pur se calata in condizioni generali profondamente mutate. Ogni occasione è buona, insomma, per rimuovere la storia settantennale dell’URSS, che dell’Ottobre è emanazione diretta, o imbastire virulente campagne anticomuniste, di chiaro stampo maccartista. Alla serietà e al rigore analitico si preferiscono la propaganda e il servilismo, come accaduto, ultimo episodio di una serie assai più lunga, in occasione della ricorrenza degli avvenimenti ungheresi del 1956. Due anni addietro, in occasione del 60° anniversario dello sbarco in Normandia, la Russia è stata di fatto esclusa dalle celebrazioni ufficiali, come se 25 milioni di sovietici non fossero morti per sconfiggere il nazifascismo e l’Unione Sovietica non avesse pagato un enorme tributo per liberare l’intera Europa.

 A questo tentativo di rimozione, assai più che di denigrazione, noi non possiamo rispondere con la semplice rievocazione, con il ricordo dei bei tempi andati, dei fasti che furono e che oggi, sfortunatamente, non sono più. Questo per una ragione molto semplice: perché se così fosse avremmo già perso, saremmo destinati a ritagliarci un ruolo residuale quando invece dovremmo tentare di riprendere il cammino, di tornare protagonisti. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di capire cosa non ha funzionato nel primo tentativo di costruzione del socialismo, di transizione al socialismo, perché l’esperienza sovietica è finita come sappiamo. Senza alcun atteggiamento nostalgico e senza alcun furore iconoclasta o liquidatorio, dobbiamo avere la forza di investigare i limiti oggettivi (contesto internazionale e sviluppo delle forze produttive), come quelli soggettivi e culturali che hanno consentito alle forze controrivoluzionarie di imporsi nel 1991.

 

“Il marxismo non è un dogma - ha scritto nel maggio 1983 Jurij Andropov, allora alla guida dell’URSS, ultimo grande protagonista di un tentativo di cambiamento e modernizzazione dell’intero sistema a partire però dalla transizione al socialismo - bensì una viva guida per l’azione, per il lavoro autonomo atto a risolvere i complessi problemi che ogni nuova svolta storica ci impone… Solo un siffatto atteggiamento verso il nostro inestimabile retaggio ideale, atteggiamento di cui Lenin diede un esempio, solo questo continuo autorinnovarsi della teoria rivoluzionaria sotto l’azione della prassi rivoluzionaria rendono il marxismo una scelta autentica e l’arte della creatività rivoluzionaria”.
 

Queste parole acquistano, paradossalmente, una maggiore importanza proprio oggi, in quest’epoca difficile e contraddittoria, dove ci sentiamo, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato, orfani dello “spirito” dell’Ottobre, anche al di là di quelli che sono emersi come elementi peculiari di questa esperienza, sui quali occorre proseguire la riflessione.

 

a) La Rivoluzione si è affermata, contrariamente alle previsioni di Marx, nel paese più arretrato d’Europa, nella Russia contadina e largamente feudale, dove lo sviluppo del sistema capitalistico e dei fattori produttivi era straordinariamente debole. I bolscevichi si sono trovati, di conseguenza, a dover affrontare una serie di problemi – dall’accumulazione originaria di capitale allo sviluppo tecnologico, dalla formazione della forza lavoro al rapporto tra produzione e consumo – che nei paesi più sviluppati lo stesso capitalismo aveva già risolto. E lo hanno dovuto fare in condizioni straordinariamente difficili, attaccati dalle forze controrivoluzionarie e accerchiati da potenze ostili, con non poche divisioni interne, conseguenza di un dibattito serrato e aspro, e con la tensione di dover costruire da soli, senza precedenti di rilievo e per di più in tempi rapidi, un sistema alternativo al capitalismo. Uno sforzo immane, che qualsiasi approccio logico avrebbe definito improponibile o non realizzabile. Forse è per questo che il consolidamento della rivoluzione, per noi scontato, costituisce in realtà un segno straordinario di vitalità anche dopo decenni, un segno evidente che non esistono difficoltà insormontabili; forse è per questo che l’intero dibattito sui tempi e le modalità della costruzione del socialismo che ha attraversato con diversa intensità non solo gli anni ’20 – dal comunismo di guerra alla NEP leniniana, dalla crisi all’elaborazione del Primo Piano Quinquennale e alla brusca virata a sinistra staliniana di fine decennio -, ma l’intera esperienza sovietica fino agli anni ‘80 – sul rapporto tra piano e mercato, ad esempio, come sulla trasformazione dell’intera struttura economica sovietica verso una produzione intensiva e di qualità e non solamente estensiva e di quantità –, costituisce un elemento di straordinaria ricchezza e importanza, troppo presto rimosso anche da noi;

 b) L’intero gruppo dirigente bolscevico, a partire da Lenin, era fermamente e sinceramente convinto che la “muggente ondata di bufera” – per usare la metafora iniziale – potesse travolgere anche l’Occidente avanzato, con particolare riferimento alla Germania, in guerra con la Russia. La realtà si è rivelata, purtroppo, assai diversa: nonostante il grande impulso dato dalla rivoluzione all’espansione del movimento comunista su scala planetaria, i diversi tentativi insurrezionali sono stati tutti repressi nel sangue, dall’Ungheria dei Consigli di Bela Kun alla Slovacchia, dai soviet di Baviera alla Serbia, dall’Iran alla Germania. I comunisti si sono trovati così fuorilegge e perseguitati, la Russia dei soviet isolata e aggredita, seguita sul sentiero rivoluzionario dalla sola Mongolia. Troppo poco, davvero troppo poco. In un breve ma straordinariamente intenso contributo apparso su “Nuova Antologia” nel 1978, Leo Valiani ricostruisce quanto accaduto in Europa Centrale nel terribile anno 1919, fornendo anche cifre credibili sui costi in termini di vite umane. “Al terrore rosso s’imputarono un poco meno di 500 omicidi (compresi i controrivoluzionari uccisi in combattimento) nei 133 giorni di vita della dittatura del proletariato. Il terrore bianco di Horthy fece almeno 5.000 vittime, in un anno e mezzo circa”. Numeri indigesti, che l’attuale tecnocrazia anticomunista di Bruxelles preferisce rimuovere, perché incompatibili con il proprio viscerale istinto maccartista. Meglio ricordare l’Ungheria del 1956 che quella del 1919, meglio sproloquiare dei disegni tirannici dell’URSS che dei veri responsabili della militarizzazione dell’Europa, dei protagonisti assoluti della Guerra Fredda e delle tante guerre di oggi, vale a dire gli Stati Uniti. Per quanto riguarda noi, invece, al di là di ogni discussione teorica o politica relativa al “socialismo in un solo paese”, sarebbe davvero difficile non considerare, dal punto di vista generale, il peso che hanno avuto gli elementi di contesto internazionali e generali (isolamento prima e Guerra Fredda e politica aggressiva USA dopo il secondo conflitto mondiale) nel determinare alcune delle scelte fondamentali che hanno finito per condizionare, e non poco, l’intera esperienza sovietica;

 c) La prima, drammatica prova che si sono trovati ad affrontare i bolscevichi è stata senza dubbio la pace immediata con la Germania, che nelle intenzioni del governo dei Soviet avrebbe dovuto essere “senza annessioni e senza indennità”, una pace giusta e, se considerata da una determinata prospettiva, “rivoluzionaria”. Evoluzione, questa, direttamente legata alla fiducia sul dilagare della rivoluzione in Europa, tanto che Trotskij, commissario del popolo agli esteri e capo della delegazione sovietica a Brest, era convinto di iniziare la trattativa con la diplomazia di Guglielmo II e di terminarla con Liebcknecht alla guida di un governo proletario in quel di Berlino. Al contrario, i bolscevichi si sono trovati ad affrontare, divisi, una situazione terribile, si sono trovati di fronte ad una scelta tanto dolorosa quanto inevitabile: trasformare la guerra in guerra rivoluzionaria, con l’esercito però in fase di smobilitazione e i tedeschi pronti all’offensiva finale una volta scaduto l’ultimatum, o accettare una pace mortificante e ben diversa da quella inizialmente ipotizzata. Nel primo caso, il grosso dell’esercito e dei contadini non avrebbe compreso il passaggio e, con ogni probabilità, si sarebbe sollevato contro lo stesso governo dei soviet, determinando la fine della rivoluzione. Lenin, al contrario di Trotskij, non era disposto a sacrificare il neonato potere sovietico in Russia nel disperato tentativo di suscitare un’ondata rivoluzionaria in Germania. Rinunciare, insomma, ad una prospettiva appena conquistata in un paese per una prospettiva straordinariamente fragile e incerta su un piano più generale. Questa discussione, aspra e senza esclusione di colpi, ha attraversato l’intero partito bolscevico nel biennio 1918-1919 e solo la grande lucidità di Lenin, dapprima in minoranza, ha evitato la catastrofe, firmando la pace “sconcia”, separata e annessionistica, ma garantendo così la sopravvivenza del governo dei Commissari del Popolo anche in assenza della deflagrazione mondiale – o almeno europea - della rivoluzione. A dimostrazione che la fraseologia rivoluzionaria, soprattutto se slegata dal contesto, può costituire un rifugio provvidenziale anche se non sicuro, potendo nel contempo essere letale alla causa della rivoluzione;

 d) Difficile ragionare dell’Ottobre senza considerare il ruolo che in esso svolse la parte più avanzata degli intellettuali e degli artisti, quelle “avanguardie” che in Italia finirono invece per schierarsi a fianco di Mussolini. Al di là di quello che sarebbe accaduto in seguito, dal dibattito sul ruolo dell’arte nella costruzione del socialismo alle difficoltà e disillusioni che incontrarono diversi esponenti degli autodefiniti “comunisti di sinistra” – da Majakovskij a Mejerchold, tanto per fare due nomi -, fino alla scelta – discutibile ma non incomprensibile - del realismo a partire dal 1928, gli anni compresi tra il 1915 e il 1917, con il progressivo affermarsi del futurismo in poesia, del costruttivismo in architettura e del cubofuturismo in arte, fino al suprematismo estremo di Malevic, finiscono per segnare davvero un’epoca intera. La parola d’ordine era rinnegare il passato, ribaltare i canoni, capovolgere le dimensioni, creare una nuova lingua. Pur se a partire da un approccio non necessariamente marxista, e con un furore iconoclasta con pochi precedenti nella storia (straordinarie, da questo punto di vista, le dichiarazioni teoriche quanto le sperimentazioni pratiche), gli avanguardisti hanno sostenuto con decisione la rivoluzione, si sono immedesimati in profondità con essa, hanno percepito in essa tutto il peso della cesura con la storia precedente. Una nuova arte per la nuova classe emergente e vittoriosa. Così si esprime Majakovskij nel 1915: “Il futurismo, come una morsa d’acciaio, ha afferrato la Russia. Incapaci di scorgere il futurismo davanti a voi, impotenti a guardare in voi stessi, ne avete proclamato la morte. Sì, il futurismo è morto come gruppo particolare, ma su tutti voi si riversa come un’inondazione. Se il futurismo è morto come idea di pochi eletti, non ci è più necessario. Riteniamo conclusa la prima parte del nostro programma di distruzione”. Ancora più chiaro sarebbe stato nel 1918, quando, pubblicando per la prima volta in versione integrale l’opera teatrale La nuvola in calzoni del 1915, avrebbe ribadito, riferendosi ai valori borghesi: “Abbasso il vostro amore. Abbasso la vostra arte. Abbasso il vostro regime. Abbasso la vostra religione”. Emblematico di una tensione non sopita è il Decreto n. 1 sulla democratizzazione delle arti, secondo il quale l’arte avrebbe dovuto uscire dal morto tempio del passato e del presente per collocarsi al servizio del popolo, inondando le città e le piazze e procedendo insieme alla grandiosa campagna per l’alfabetizzazione delle sterminate masse popolari russe, elemento che avrebbe segnato l’uscita da una condizione di inferiorità e frustrazione. Una tensione che si riscontra anche nel poderoso e mai stantìo dibattito relativo all’emancipazione della donna e alla radicale riforma del diritto di famiglia, dibattito che ha davvero poco da invidiare a quello attuale.

 Avviandomi verso la conclusione, compagne e compagni, rimane ancora oggi drammaticamente aperto un lacerante interrogativo che Sklovskij, padre dei formalisti russi, rivoluzionario senza partito, richiama in una straordinaria intervista datata 1968 e recentemente ripubblicata: il destino delle rivoluzioni è quello di tramutare la propria difesa in puro conservatorismo, anche se gli elementi di contesto risultano essere drammaticamente ostili e complessi? Cercare una risposta a questa domanda significa scavare nel profondo della nostra storia, dei suoi protagonisti, nel tentativo di individuare non la soluzione, ma delle risposte che possano avvicinarsi alla verità, alla realtà.

 In Unione Sovietica, nonostante i grandi successi conseguiti in condizioni di grandi difficoltà, abbiamo perso la battaglia, la sfida tanto sul piano dello sviluppo economico, come sul piano più genericamente culturale, dei valori di riferimento. Perso la battaglia, non la guerra. Se l’economia sovietica non si è rivelata in grado di modificarsi sulla base delle esigenze di una società sempre più complessa, legando lo sviluppo quantitativo con quello qualitativo, non cogliendo fino in fondo le potenzialità dell’automazione e della robotica e subendo la rivoluzione informatica occidentale, il sistema dei valori è stato travolto dalla stagnazione, non è stato in grado di rigenerarsi, di rinnovarsi, perdendo ogni tensione rivoluzionaria. Per questo tanti giovani, pur avendo un sistema di garanzie sociali che oggi forse rimpiangono, sentivano il bisogno di guardare verso Occidente per trovare stimoli e novità. Quali le ragioni alla base di tutto questo?

 Ne Il Bagno, ultima, grande opera teatrale di Majakovskij prima del drammatico suicidio, non a caso segnata da laceranti insuccessi, il mediocre, altezzoso e narcisista Pobedonosikov, uomo d’apparato, afferma, ragionando dell’inventore Ciudakov: “I sognatori non ci servono! Il socialismo è calcolo!”. Anche da qui potremmo partire per investigare sulle ragioni della sconfitta. Al contrario, per la costruzione di un mondo nuovo, per la costruzione del socialismo servono anche i sognatori, a maggior ragione oggi, perché la rivoluzione e i suoi valori o si affermano nella loro complessività e interezza, dallo sviluppo dei fattori produttivi alle coscienze individuali e collettive, o, come abbiamo già avuto modo di vedere e vivere, non si affermano, sono destinati al fallimento.

 Tracciando un bilancio della propria esperienza politica e letteraria nella sopra citata intervista, Sklovskij così risponde a chi gli domanda quanto l’esperienza sovietica si sia allontanata dalle teorie di Marx e di Lenin sul socialismo: “Aspettiamo che, prima, voi stabiliate la lontananza della realtà del capitalismo attuale dall’ideale scientifico che avevano elaborato Adam Smith e David Ricardo”. Risposta che attendiamo anche noi dai cantori delle magnifiche sorti e progressive di un sistema che continua a sopravvivere solamente grazie alle guerre e al più bieco sfruttamento ai danni della grande maggioranza del genere umano. La schiavitù di molti per il profitto di pochi.

 Commentando duramente, nel gennaio 1921, la situazione in Russia così come ricostruita da una delegazione di socialisti che si era recata in quel paese, alla vigilia della scissione di Livorno che avrebbe dato vita al Partito Comunista d’Italia, Filippo Turati non ha potuto però fare a meno di sottolineare che “la Rivoluzione russa osservata ed intesa come avvenimento storico, ha un contenuto ideale che lascerà indubbiamente tracce profonde nella vita e nella storia del popolo russo, perché certe conquiste da essa conseguite, non solo non saranno distrutte né potranno scomparire nel caso di un eventuale cambiamento o trasformazione di regime, ma resteranno sempre le pietre miliari della sua ricostruzione politica e sociale (…). Che cosa ha visto la borghesia in questo grande avvenimento storico, in questo gigantesco rivolgimento politico che è la Rivoluzione russa? Essa non vi ha visto che il gesto della follia politica e della aberrazione individuale di un uomo, senza accorgersi che l’idea non avrebbe potuto trascinare le masse, se non avesse posseduto in se i germi di una nuova morale e se il suo contenuto ideale non fosse stato così potente da poter costituire le basi di una nuova Società. La borghesia di tutti i paesi non ha voluto considerare questo contenuto morale e ideale della rivoluzione se non per negarne l’esistenza, e non ha veduto nel movimento comunista russo se non il pericolo che esso rappresentava per le vecchie concezioni di supremazia, che la minoranza parassitaria della civiltà che sta per tramontare ha sempre esercitato sulla maggioranza lavoratrice e produttrice”.

 

L’Ottobre è un incendio che non si è spento, la nostra scommessa è far divampare altri fuochi nelle praterie del mondo.

 

Marcello Graziosi

 

 

Muri e muri

di Alessandra Valentini

Roma 30 ottobre 2006

Sapete l’America, quella democratica che va anche ad esportare nel mondo la democrazia? Questa America, anzi il governo degli Stati Uniti, ha approvato la costruzione del muro al confine con il Messico, la faccia triste dell’America.

Con la firma del decreto che autorizza la costruzione del muro di 700 miglia, circa 1.126 chilometri, alla frontiera con il Messico, il presidente George Bush mostra il pugno duro nei confronti dell’immigrazione clandestina in piena campagna per le elezioni di mezzo termine del 7 novembre. Il presidente del Messico, Vincente Fox, che passerà le consegne il prossimo 1 dicembre a Felipe Calderon, ha passato gli ultimi sei mesi del suo mandato presidenziale a trattare con la controparte americana per ottenere un nuovo programma per l'immigrazione, chiedendo il riconoscimento della cittadinanza per i milioni di messicani che lavorano negli Usa da irregolari, nulla dafare. Fox ha parlato di muro della vergogna. La costruzione della barriera lungo il confine tra Usa e Messico infatti non risolverà il problema dell'immigrazione illegale.


Ben 1.126 chilometri di cemento per separare gli Usa dal Messico, per fermare gli immigrati che lavorano o sono in cerca di lavoro. La natura politica della decisione di Bush è fin troppo ovvia, ma non va sottovalutato nemmeno il suo valore simbolico. Forse secondo gli americani non tutti i muri sono di cemento. C’è un cemento durissimo che imprigionava la libertà, l’espressione, la democrazia, la libera circolazione delle merci e delle persone, questo cemento durissimo era quello che costruiva il muro di Berlino. Un muro da abbattere, con gioia estrema dell’ovest e dell’America, che intravedeva nascere da quelle macerie il proprio dominio unilaterale sul mondo. Oggi il muro con il Messico non è forse costruito con lo stesso opprimente ed odioso cemento del muro di Berlino? Ovviamente sì. Ma lo stesso cemento è servito ad innalzare un altro muro ancor più intollerabile, forse, di quello messicano: il muro all’interno dei territori palestinesi. Qui il muro non è tra uno Stato  ed un altro – cosa già inconcepibile – il muro costruito dal governo di Israele divide palestinesi da palestinesi, divide le case dalla scuola, le case dei campi in cui si lavora, gli uffici dagli ospedali: è il muro dell’odio e della segregazione. Ma contro questi muri la protesta è sopita, l’indignazione è morta. Il muro dei muri nel cuore d’Europa non c’è più e questo basta a farci dimenticare altri muri, altre oppressioni (ancor più ingiustificabili oggi), altre libertà calpestate, altre storie di uomini e donne alla ricerca di un futuro migliore o comunque diverso.

 

 

Renzo Sangiorgi

Renzo Sangiorgi, nato a Forlì il 9 agosto 1949, coniugato, Aveva due figlie, Silvia e Chiara.

Diplomato insegnante elementare nel 1968, dal 1980 era dipendente della CNA di Forlì - Cesena.

Era esperto del settore dell'installazione e della manutenzione degli impianti e dal 1995 era Responsabile nazionale dell'Associazione che all'interno della CNA si occupa di rappresentare gli interessi degli installatori e dei manutentori. Componente di Commissioni tecniche del CIG e del CEI, curava la pubblicazione di manuali applicativi delle norme.

Iscritto al PdCI dal 2005, dal 2006 era componente della Direzione provinciale del Partito di Forlì. Nel 2006 è stato candidato nella lista del P.d.C.I. al Parlamento.

Con la scomparsa di Renzo i Comunisti perdono: l'amico e compagno di tante battaglie; la saggezza e preparazione politica; il punto di riferimento di tanti compagni, Ciao Renzo.

 

un anno di scritti a difesa dello stato di diritto, della sua Città, della pace, della democrazia e della Costituzione                                                 

Laicità e rappresentanza

La laicità dello Stato è uno dei principi cardine della Costituzione Italiana. In questo contesto l’infinito tormentone che sta accompagnando la presentazione da parte del Governo di un disegno di legge che mira a riconoscere per legge i diritti delle persone conviventi, indipendentemente dal loro sesso, appare eccessivamente ridondante e tutto basato sul negazionismo che deriva da una malintesa militanza religiosa di un buon numero di parlamentari italiani. In effetti a ben vedere il Governo  sta tentando di rendere effettivamente fruibili alcuni diritti per alcune centinaia di migliaia di coppie italiane che, per il solo fatto di non avere contratto il vincolo del matrimonio, ovvero perché dello stesso sesso, secondo i difensori del tradizionalismo più esasperato, andrebbero invece negati. Ciò che sfugge e che scarsamente viene trattato negli ormai troppo numerosi e ripetitivi dibattiti su questo argomento, è la questione fondante di uno Stato laico e di quelli che sono i rappresentanti del popolo: cioè il dovere che il Parlamento ha di garantire che in questo Paese non ci sia alcuna discriminazione tra i cittadini. Una prerogativa fondamentale per definire l’Italia un Paese democratico! Né l’appartenenza dei Parlamentari a sette o a congregazioni, né la loro fede religiosa può inficiare quelli che sono i diritti delle persone. Insomma in buona sostanza il dovere di ogni Parlamentare è prima di tutto quello di garantire i diritti dei cittadini e non è ammissibile che sulla base del proprio credo religioso di questi diritti si faccia strame.! La questione di coscienza non ha diritto di cittadinanza in un Parlamento i cui componenti sono stati eletti per garantire un libero e non discriminatorio evolversi della società, nel rispetto dei diritti di tutti i cittadini che , in ossequio alla  Costituzione non possono essere in alcun modo discriminati. La vera questione di coscienza di un Deputato o di un Senatore  non deve ne può essere quindi quella di matrice religiosa, bensì quella legata al proprio ruolo di rappresentante del popolo e di garante dei diritti di tutti gli italiani.! Peraltro dovrebbe dire qualcosa il fatto che solo nel nostro Paese il verbo della Chiesa, legittimo, viene assunto da troppi come principio a cui attenersi in funzione degli orientamenti legislativi da assumere. Lo Stato Etico che i contestatori dei DICO in questo modo implicitamente sostengono, poco o nulla differisce dalle tristi esperienze di tutte le dittature del mondo: dal nazismo, al fascismo, al comunismo e ci accomunano a quel fondamentalismo religioso che molto spesso gli stessi criticano come caratteristica fondante dei Paesi a religione musulmana.! Davvero una bella prospettiva…….!!

 Forlì 13 marzo 2007,   Renzo Sangiorgi.

 

Servizi pubblici locali

nella logica del profitto protetto

 5 persone decedute e sessanta senza più una dimora è quanto drammaticamente  resta  dei fatti di San Benedetto del Querceto, dove, per chi non lo ricordasse, una fuoriuscita di gas dalle conduttore è stata la causa concreta del tragico avvenimento. Nell’Italia della malasanità, del maltrasporto ecc., ecco che ora cominciamo a fare i conti con il malservizio pubblico. Quel servizio pubblico la cui qualità era un tempo assicurata, in molti Comuni governati dalla sinistra, dalle municipalizzate. Cioè quelle Aziende che messe su con i soldi dei cittadini hanno garantito dagli anni 60 il diffondersi dei servizi di pubblica utilità in modo omogeneo, senza discriminazioni tra i cittadini, privilegiandone la qualità e la sicurezza senza che ciò si tramutasse in costi eccessivi per le famiglie. Una esperienza grande ed importante che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo del territorio. Una esperienza che in questi ultimi anni è stata liquidata in fretta, in ossequio ai principi del mercato libero e concorrenziale…… Peccato però che anche a questi principi non ci si sia attenuti se non con dichiarazioni di facciata. Oggi, proprio ma non solo, in grande parte di quei comuni governati dalla sinistra,  i servizi pubblici locali sono affidati a società miste nelle quali la pubblica amministrazione detiene la maggioranza perché ciò ha loro consentito di sfuggire a quello che dovrebbe costituire il principio cardine di ogni attività che si confronta con il mercato e la libera concorrenza: la gara per l’affidamento dei servizi! Ed ecco che di fronte ad una finta liberalizzazione si sta affermando la privatizzazione, o meglio una concezione dirigista di stampo privatista, in sostanza privando quei cittadini, che hanno finanziato, illo tempore, la nascita delle municipalizzate, del potere di controllo e di indirizzo di società che dovendo realizzare solo il profitto dei propri soci, provocano disservizi sempre più pesanti a fronte di un innalzamento dei prezzi che la concorrenza, inesistente, non è neppure in grado di legare ad una migliore qualità e professionalità. Siamo di fronte al fallimento di uno sgangherato progetto che ha visto tra i suoi artefici fior di ministri e di amministratori locali che hanno pensato di costruire un capitalismo all’italiana trasformando le ex municipalizzate in grandi aziende in grado di confrontarsi con il mercato. Ma una impresa ed un  imprenditore non si inventano dalla sera alla mattina  e per affrontare il mare aperto non serve la politica ma  occorrono capitani che conoscano i principi della nautica!

 Renzo Sangiorgi

Direzione PdCI di Forlì, 24/1/07

 

                                  Il Cardinale e i Pacs                      

Il Cardinale Ruini dice no ai Pacs! Questa la notizia di prima pagina dei giornali e dei telegiornali italiani di qualche giorno fa. Un episodio che la dice lunga su quale sia il potere della Chiesa in Italia e, soprattutto, la condiscendenza che il suo messaggio riscuote tra le maggiori testate giornalistiche. Non è certamente una notizia che il Vaticano sia contrario ad istituzionalizzare i diritti delle coppie di fatto così come non è certamente una notizia  che il Cardinal Ruini sia in prima file in questa sua strenua battaglia contro qualsiasi adeguamento della legislazione alla realtà del Paese. Ancora una volta la Chiesa si dimostra, come sempre nella sua storia, arretrata e riottosa a confrontarsi con le novità non solo scientifiche ma anche sociali. Dai tribunali dell’inquisizione, alla scomunica a Galileo Galilei; alla minaccia di scomunica di Papa Pio IX a Camillo Benso conte di Cavour reo di avere confiscato i beni della Chiesa; dal divorzio all’aborto; il Papa ed i suoi seguaci hanno sempre dimostrato la loro arretratezza culturale nascondendo dietro a categorici NO la loro incapacità di confrontarsi con il mondo reale. Una Chiesa che l’Italia ospita nei suoi confini territoriali che non esita ad intromettersi pesantemente nelle questioni che riguardano le regole e le leggi che un Paese democratico, non confessionale ma laico, ha il diritto/dovere di darsi per tutelare tutti i suoi cittadini, compresi quelli che non pendono dalle labbra dei cosiddetti ministri di Dio e dei suoi cantori laici nascosti nei vari Partiti che compongono la galassia politica nostrana. Ma se la Chiesa ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, non appare tollerabile che chi ha il compito di rappresentare tutti i cittadini lo faccia basando la propria iniziativa politica sul messaggio religioso.!

 Renzo Sangiorgi

Direzione PdCI di Forlì

         Forlì 24 gennaio 2007

        Contributi

Con una decisione assunta in extremis nell’ultimo Consiglio dei Ministri del 2006, il Governo ha finalmente deciso di bloccare gli incentivi previsti dal Cip 6 per i termovalorizzatori non ancora operativi. Un business che nel 2003 ha fatto arrivare nelle casse dei gestori di questi impianti di incenerimento dei rifiuti, ben 140 milioni di €, ovvero circa il 70% di quanto i cittadini versano in bolletta per sostenere lo sviluppo delle fonti rinnovabili e pulite di energia. Una iniziativa che rappresenta uno ostacolo concreto per la messa a regime di nuovi inceneritori, alias termovalorizzatori, anche se ancora insufficiente per eliminare totalmente la contraddizione che vede l’Italia, unico Paese della CEE, devolvere grande parte delle risorse raccolte attraverso l’imposizione ai consumatori nella bolletta dell’energia elettrica di un contributo finalizzato alle energie rinnovabili, per sostenere gli investimenti e le attività di chi brucia il “pattume” producendo energia tutt’altro che pulita. Vedremo come il Ministro dell’Ambiente ed il Governo nel suo complesso, nel quale coesistono diversità di pareri, riusciranno a rendere operativa ed applicabile la importante decisione assunta. In questo contesto anche per i nuovi impianti che sono previsti a Forlì e che rappresentano da tempo materia di contenzioso tra un gran numero di cittadini e le Amministrazioni locali, si apre quanto meno un interrogativo determinato non solo dal se il nuovo inceneritore potrà continuare ad usufruire dei contributi previsti dal Cip 6 ma anche se, di fronte all’affermarsi anche in Italia di quelle valutazioni critiche che già gli altri Paesi della Comunità hanno assunto da tempo su questa materia, non sia il caso che il mondo politico ed istituzionale avvii una seria riflessione sulle motivazioni che sono alla base della protesta di grande parte della cittadinanza forlivese. Nell’ambito di una politica che dovrebbe essere improntata alla concertazione, la risposta a mio avviso è del tutto ovvia e scontata.

Renzo Sangiorgi

Direzione PdCI di Forlì

 

Rubabandiera

 

Il fabbisogno dello Stato nel 2006 scende a 35 miliardi dai 60 registrati nel 2005.Un risultato positivo oltre ogni rosea previsione, sulla cui paternità subito si sono scatenate le polemiche tra i rappresentanti delle due coalizioni che nel 2006 hanno condiviso il governo del Paese. C’era da aspettarselo! Come c’era da aspettarsi il silenzio tombale che circonda invece la previsione Ocse che paventa per l’Italia uno sbilancio del 365% sul PIL, entro il 2050, se non si prenderanno decisioni importanti sul versante delle riforme strutturali che maggiormente pesano sui conti dello Stato. Insomma siamo di fronte al solito “teatrino della politica” tanto dileggiato da un Berlusconi che spesso ne è uno dei principali attori! Non si può che concordare con il Ministro Padoa Schioppa quando afferma che occorre mantenere alta la guardia sull’andamento dei conti pubblici dell’Italia, ma occorre altresì non dimenticare che per il Centro Sinistra ciò deve avvenire con modalità che salvaguardino i redditi più bassi non distruggendo quello stato sociale che rappresenta il principale presupposto per realizzare più alti livelli di giustizia ed equità.

 Renzo Sangiorgi

Direzione PdCI di Forlì

 

Auguri

 

Auguri di buone feste a quelli che vengono da lontano ma ancora non hanno trovato una fissa dimora; Auguri a quelli che hanno vinto le elezioni con uno schieramento ma “…. che gli piace tento cambiare”;  Auguri a quelli che dicono di essere  dalla parte dei meno fortunati ma “.. che non possono fare a meno di aumentare i costi dei servizi sociali”; Auguri a quelli che hanno privatizzato i monopoli e liberalizzato le tariffe dei servizi pubblici locali;  Auguri a quelli “… che sono destinati a morire democristiani”; Auguri a quelli che “.. se non ci fosse un Papa bisognerebbe inventarlo”; Auguri a quelli “.. purchè la cellula respiri”; Auguri alla Chiesa Cattolica Romana che perdona  i peccati ma nega un funerale a Welby; Auguri a chi dice di stare dalla parte del bene e dell’amore ed odia l’altra parte;  Auguri a chi sta da una parte ed odia comunque l’altra;  Auguri a chi dice di difendere l’ambiente ma  sovvenziona le attività inquinanti come l’incenerimento dei rifiuti;  Auguri a chi si è impegnato a togliere lo “scalone” ma  che“… forse, non sarebbe meglio se….” Auguri a tutti noi perché, nonostante tutto, il 2007 sia meno brutto!

24 dicembre2006

Renzo Sangiorgi

 

Il cittadino paga per difendere l'ambiente ma la Pubblica Amministrazione usa i suoi soldi per incentivare l'inquinamento.    

 

In Italia il processo di combustione dei rifiuti viene definito come fonte rinnovabile e, come tale, esso riceve una consistente parte degli incentivi che tutti gli italiani pagano nella bolletta elettrica e che dovrebbe essere invece destinata allo sviluppo dell’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili, prive di emissioni inquinanti. I dati ufficiali elaborati dalla Convenzione sui cambiamenti climatici, dimostrano che a parità di energia prodotta, i termovalorizzatori – alias inceneritori -  emettono una quantità maggiore di anidride carbonica rispetto alla media della produzione elettrica. Insomma gli incentivi che dovrebbero essere investiti per le fonti rinnovabili che non emettono CO2, sono in Italia spesi per produrne di più. Mentre infatti la produzione di un kWh da incenerimento emette circa 940 grammi di CO2, lo stesso kWh prodotto da un impianto a carbone ne produce 900 grammi ed uno da un impianto a gas a ciclo combinato, solo 370. Il nostro Paese ancorché firmatario del protocollo di Kyoto, è enormemente in ritardo rispetto agli obiettivi da esso definiti. Si dovrebbe quindi tassare anziché incentivare gli inceneritori, sostenendo invece il riciclaggio ed il compostaggio. Oggi però l’incenerimento di rifiuti è un affare grazie anche al fatto che i gestori degli impianti, per incenerire una tonnellata di rifiuti, che producono circa 700 kWh di elettricità, ricevono mediamente circa 70 € di incentivo mentre se dovessero acquistare sul mercato i permessi di emissione delle circa 0,8 tonnellate di CO2 che vengono prodotte dall’incenerimento della stessa tonnellata di rifiuti, dovrebbero versare una cifra di circa 13 € . Un business che nel 2003 ha portato nelle casse dei gestori degli inceneritori oltre 140 milioni di €. Ma mentre i cittadini pagano profumatamente l’incenerimento dei loro rifiuti e l’elettricità prodotta bruciandoli, il gestore aumenta i propri guadagni in proporzione all’aumento dei rifiuti termovalorizzati e nello stesso tempo aumentando la capacità di trattamento, ottiene in misura esponenziale un ulteriore guadagno dalla diminuzione del costo per ogni tonnellata di rifiuto incenerito. Una strategia commerciale che se è compatibile con le finalità imprenditoriali di società che come Hera devono remunerare i propri azionisti, non si possono tollerare da parte di chi, come le Pubbliche Amministrazioni, hanno anche il compito di salvaguardare le tasche ma soprattutto la salute dei cittadini che le hanno votate.

Renzo Sangiorgi

 Direzione PdCI di Forlì, 26 novembre 2006 

 

 

Referendum e Costituzione

 

Il referendum che ha confermato la Costituzione avrebbe dovuto rappresentare un punto fermo al dibattito che, invece, non si è mai davvero sopito sulla necessità che alcuni sostengono sussista di modificare la legge fondamentale dello Stato.  Un dibattito che è costituito da dichiarazioni a volte surreali che alcuni rappresentanti della politica, quella con due “t” e due “c”, non ci risparmiano, quasi a dimostrare la loro lungimiranza, proiettati come sono chi verso la chimera del Partito Unico, chi per realizzare la libertà e la democrazia. Obiettivi ai quali si dicono disponibili a sacrificare non già le proprie ricchezze e i propri privilegi, quanto invece la propria carriera politica, per sconfiggere quel comunismo che si anniderebbe nei gangli vitali di una Repubblica che invece, guarda caso, negli anni 50 riabilitò fascisti e repubblichini che, maestri del trasformismo, mai si distaccarono veramente dal potere. Un andazzo che annovera tra i suoi protagonisti giornalisti “griffati” che, banderuole travestite da storici, raccontano per smascherarle bugie artefatte. Ma perché all’indomani di una consultazione popolare che ha, al di la di ogni dubbio, confermato la validità della nostra Costituzione, anche a sinistra c’è chi mostra di essere disponibile a riformarla? Quali sono le motivazioni che sottendono questa iniziativa tanto subdola quanto assidua? Occorre prendere atto che quel referendum ha voluto consegnare ai politici di casa nostra un messaggio importante. E cioè che la ricreazione è finita, che è ora di smettere di giocare con le regole e le istituzioni. Occorre finalmente prendere atto della realtà e rimboccarci le maniche perché il problema non sono le regole con cui stiamo insieme bensì le cose che occorre fare per consentire all’Italia ed agli italiani di uscire da una stagione fatta di illusioni per affrontare con i piedi ben piantati per terra  le sfide che ci attendono. E’ in questo contesto che occorre smettere di credere che la “padania” ed i “padani” siano una realtà e che il federalismo sia una necessità per un Paese che invece ha visto ieri nelle Signorie ed oggi nei  Comuni il centro della propria vita sociale e politica. Così come occorre riconsiderare che in uno Stato democratico la rappresentanza proporzionale è senza dubbio quella che meglio garantisce i cittadini, le loro idee ed i loro interessi.

 

         Renzo Sangiorgi - 24 novembre 2006

        Direzione PdCI di Forlì

 

 

Attività motorie - Alimentazione

Termovalorizzatore

L’aumento delle persone che svolgono  attività motorie, il privilegiare una alimentazione più sana e più attenta alla qualità, comportamenti  ambientalmente più responsabili verso temi come lo smaltimento dei rifiuti e l’inquinamento sono forti indicatori di quanto oggi la salvaguardia dell’ambiente e la tutela della salute siano al centro dell’attenzione delle popolazioni dei paesi industriali. In questo contesto anche la valanga di domande avanzate da migliaia di cittadini per ottenere i benefici che lo Stato italiano ha concesso a chi installa impianti di produzione di energia elettrica utilizzando l’energia solare ( fotovoltaico) rivela come la società sia ben più avanti di quello che usiamo chiamare “il legislatore” che in questa direzione ha stanziato  risorse irrisorie rispetto all’ammontare complessivo di quelle che ogni italiano paga nella bolletta elettrica per sostenere la diffusione di energie rinnovabili. Occorre prendere atto come il Paese istituzionale sia enormemente arretrato in confronto a quello reale, sia dal punto di vista politico che culturale. Un dato che purtroppo è comune ad ambedue gli schieramenti che da qualche anno si misurano in campagna elettorale. Un dato che conferma come in Italia gli interessi dei pochi siano in grado di soppiantare quelli della collettività. Lo misuriamo quando sul piano nazionale si utilizza la stragrande parte dei fondi destinati allo sviluppo delle energie rinnovabili, finanziando lo smaltimento dei residui derivanti da attività inquinanti svolte in gran parte dai privati che “contano”. Lo misuriamo quando a livello locale le istituzioni elette dai cittadini per difendere i loro interessi, primo fra tutti il diritto alla salute, fanno ponti d’oro ad iniziative destinate a danneggiare l’ambiente e soprattutto l’aria che respiriamo, approvando la costruzione se non addirittura il raddoppio dei cosiddetti termovalorizzatori. Situazioni che ci fanno comprendere come sia giunto il momento di cambiare una classe politica che appare incapace di indicare una prospettiva alla collettività. Un cambiamento che però potrà avvenire solo se e solo quando noi cittadini sapremo sottrarci ad un sistema logoro che da troppo tempo sta mostrando la corda ed in noi si risveglierà la voglia di essere protagonisti in prima persona per il proprio futuro e soprattutto per quello dei nostri figli.

 Renzo Sangiorgi – Direzione PdCI di Forlì

Forlì 30 ottobre 2006

 

 

L'inceneritore

L’inceneritore non fa male. Questo più o meno il messaggio che ha diffuso un giornale cittadino qualche giorno fa, rifacendosi ad una dichiarazione dell’ASL che affermerebbe come sia impossibile oggi stabilire se i fumi derivanti dall’incenerimento dei rifiuti rappresentano oppure no un pericolo per la salute dei cittadini. Non so se la dichiarazione rilasciata dall’ASL di Forlì avesse un qualche fine tranquillizzante per una popolazione che anche recentemente ha dimostrato  preoccupazione per  l’abbassamento della qualità dell’aria che sarebbe provocato anche dal raddoppio dell’impianto di incenerimento. E’ vero che non esistono prove univoche che dimostrino che dagli inceneritori derivano danni per la salute delle persone, ma è anche altrettanto vero che non esistono prove del contrario, e cioè che da questi impianti non vengano prodotti residui inquinanti nocivi per uomini ed animali. Per dirla con l’astrofisico americano Sagal “ l’assenza di prove non è prova di assenza”.- Si tratta invece di una situazione assolutamente incerta che, a mio avviso, avrebbe dovuto consigliare gli amministratori pubblici a valutare criticamente un progetto che prevede la costruzione di un inceneritore dalle potenzialità ben superiori alle effettive necessità del territorio forlivese. In buona sostanza appare ancora una volta contraddittoria la politica ambientale del Comune di Forlì che mentre si preoccupa di aprire la “caccia” alle polveri sottili che sarebbero messe in circolo dal traffico cittadino, pare sottovalutare il danno derivante dalle polveri sottili emesse dall’impianto di incenerimento dei rifiuti. Perché una cosa è certa: dall’incenerimento dei rifiuti derivano senza dubbio polveri sottili che sono nocive per la loro minidimensione e perché trasportano materiali prodotti dalla combustione che sono tossici per la salute dell’uomo. Quello che preoccupa è che di fronte al fatto che non si sa se ed in che misura in residui derivanti dall’incenerimento dei rifiuti siano dannosi per la salute, i nostri Amministratori decidano non già di limitarsi ad adeguare alle moderne tecnologie l’impianto esistente, bensì di costruirne uno più potente destinato oggettivamente a risolvere i problemi di altre città, facendone carico del rischio potenziale ai forlivesi. In questo contesto c’è da chiedersi che fine ha fatto il principio di precauzione a cui si richiama espressamente quella Costituzione europea che il Parlamento italiano ha votato il 6 aprile 2005 con oltre il 90% dei voti a favore. Un principio di cautela che concerne le decisioni politiche ed economiche su questioni controverse che, come in questo caso, hanno a che fare con la tutela dell’ambiente e la salute dell’uomo. Un principio che  se fosse stato applicato negli anni 60, tenendo conto degli studi che già allora classificavano l’amianto come una sostanza pericolosa per l’uomo, avrebbe impedito che la comunità si trovasse oggi di fronte ai morti dovuti all’insorgere di malattie come l’asbestosi.

 Forlì 16 settembre 2006

Renzo Sangiorgi

Direzione PdCI di Forlì

 

LA COERENZA

La coerenza dei maggiori partiti della coalizione di Centro sinistra è misurabile con il metro, cioè l’unità di misura che loro stessi ci offrono. Si tratta cioè delle indicazioni della Comunità europea. Al perché la prossima finanziaria, la prima del nuovo governo di Centro sinistra, dovrà modificare anche il sistema pensionistico innalzando gli anni di età e di contributi per avere diritto alla pensione, la risposta dell’On.le Fassino & C. è infatti : perché la Comunità europea ce lo chiede. Ma al perché in Italia alle biomasse vengono assimilati anche rifiuti che la Comunità europea non considera assimilabili ovvero al perché in Italia leggi dello Stato continuano a finanziare l’incenerimento dei rifiuti, pratica che la Comunità considera deleteria per l’ambiente la risposta del Centro sinistra è: così è perché così abbiamo deciso! Alla faccia  della coerenza, della Comunità europea, dell’unità di misura ecc.ecc…..! Che importa poi se il nostro Paese, cioè noi cittadini, oltre a respirare aria malsana dovremo farci carico dei maggiori oneri derivanti dalle sanzioni che la Comunità ci infligge per il mancato rispetto dei parametri ambientali!? Ci resta comunque una soddisfazione. Probabilmente dovremo lavorare qualche anno in più ma i forlivesi potranno risollevarsi lo spirito ammirando estasiati gli artistici camini che Hera costruirà sulle nostre teste valutandone positivamente il miglioramento al confronto con i vecchi che, lo apprendiamo dalle dichiarazioni dei dirigenti di Hera, ma lo sospettavamo già, non è affatto detto che smettano di bruciare rifiuti!

Forlì, 12 settembre 2006

 Renzo Sangiorgi

Direzione PdCI di Forlì

 

"La carrozzinata"

Leggendo le lettere che la stampa locale pubblica sul tema ambientale e verificando nel contempo le altre notizie che ci illustrano come non siano tramontate le mire di qualche industriale per costruire centrali elettriche ovvero a biomass e non è certamente secondaria la notizia che l’ASL ha vietato l’autorizzazione a due nuovi asili nido in zona “inceneritori-Zona industriale”, mi stupisco che non sorga, almeno non ne ho notizia, da parte dei rappresentanti dei cittadini, una domanda ovvero quello che io chiamerei vero e proprio bisogno. Mi riferisco ad una richiesta che ogni cittadino giudicherebbe a questo punto per Forlì più che legittima oltre che doverosa. E cioè: la Giunta ovvero la maggioranza in Consiglio si sono posti o si stanno ponendo il problema di definire una sorta di livello di inquinamento sostenibile per i cittadini ovvero per una parte del territorio. In questo contesto non  sfuggirà infatti, specie a chi ha il compito di amministrare la Città, che nella zona a nord est di Forlì, già racchiusa tra l'asse autostradale e la, in fase di potenziamento, "tangenziale" oltre 25 mila cittadini abitano a stretto contatto con volumi di traffico e di inquinamento indotto dalle attività produttive della Zona industriale, accanto alla zona trasportuale, accanto agli inceneritori di Mengozzi e di Hera, accanto al polo fieristico che produce anch'esso traffico oltre che disagi alla popolazione residente. Inoltre, nello stesso territorio, è in programma la costruzione dell'Iper mercato che produrrà anch'esso volumi di traffico e disagi non indifferenti, e sono ancora vive le proposte di costruire una centrale elettrica a Bagnolo, e alcune centrali ( leggi inceneritori) a biomasse nella zona ai confini con la provincia di Ravenna. Stabilimenti che se venissero realizzati non produrrebbero inquinanti solo di “suo”, ma anche indotti dai volumi di traffico pesante necessario per il trasporto del combustibile. Cinicamente, ma realisticamente, non si dovrebbe forse porre un problema quanto meno di riequilibrio dell'inquinamento tra i diversi quartieri di Forlì? ed in ogni caso  se non si interverrà in alcun modo cosa d'altro di inquinante ovvero di indesiderabile potrà essere collocato in questo lembo di territorio? Visto peraltro che, magari con i proventi derivanti dal possesso delle azioni di Hera, il Comune non potrà certo costruire asili nido che per questa zona, visto l’elevato tasso di inquinamento dell’aria, non sono autorizzati dall'ASL . E’ anche in questo contesto che si colloca l’iniziativa che il coordinamento delle Associazioni che stanno lavorando perché si affermi a Forlì una politica più rispettosa dell’ambiente, ha organizzato per Sabato 9 settembre. Il corteo “La carrozzinata” partirà alle ore 10,00 dal piazzale della Vittoria per raggiungere Piazza Saffi, dove davanti al Municipio, si concluderà. La Direzione del PdCI di Forlì, che aderisce alla iniziativa, invita  tutti i cittadini a partecipare.

Forli 3 settembre

 Renzo Sangiorgi -

Direzione PdCI di Forlì

 

quale futuro?

Continua in questo fine estate il dibattito su una parte della stampa locale innescato dalle dichiarazioni ferragostane del sindaco di Forlì Nadia Masini. Partendo dalla considerazione che non si pone a suo parere il tema dell’ampliamento della Giunta ai rappresentanti dei partiti del Centro sinistra che ne sono stai esclusi in prima battuta, alla prima cittadina di Forlì è parso giusto sottolineare che invece si pone se mai l’eventualità di considerare positivamente il comportamento di alcuni rappresentanti dell’opposizione. Tra questi il più accreditato, anche dopo le dichiarazioni rilasciate dal Sen. Pinza, è Pier Giuseppe Bertaccini, consigliere in comune e promotore della lista civica Nuova Romagna. Comprendiamo bene che le dichiarazioni rilasciate e le iniziative assunte in corso di campagna elettorale, per le consultazioni politiche recenti, dal Consigliere Bertaccini a favore della elezione del Senatore Pinza e dell’On.le Pedulli, possono avere  il loro peso in quella che  per certi versi è una inattesa apertura di credito del Sindaco nei confronti di una Lista dell’Opposizione. Possiamo anche pensare, non ce vogliano DS e Margherita,  che tutto ciò voglia mettere le basi per allargare i consensi, almeno sul piano locale, al futuro Partito Democratico. Ma una domanda sorge spontanea. Che centra tutto ciò con il programma che il Centro Sinistra  a Forlì si è impegnato ad attuare nel corso del mandato ottenuto dagli elettori? E se c’entra qualcosa, significa forse che su alcune questioni che dovranno andare in porto nel prossimo futuro il Sindaco ritiene che la maggioranza potrebbe sfaldarsi e quindi sta cercando di mettere le mani avanti? Al di la delle sottolineature più o meno forzate che la stampa cittadina possa avere compiuto, noi Comunisti Italiani riteniamo che in ogni caso a questo punto si ponga con urgenza la necessità di dare spazio ad un confronto nel merito all’interno della coalizione che ha fin qui sostenuto il Sindaco Nadia Masini. Un confronto che chiediamo sia franco e trasparente che è l’unico modo che noi conosciamo per cercare di porre le basi ad un rapporto chiaro e partecipativo, fin qui assente, che ci possa consentire di verificare se nei mesi che ci attendono sarà possibile per noi collaborare al governo di questa Città.

 

Renzo Sangiorgi –

Direzione del PdCI di Forlì

Forlì 31 agosto 2006

Inquinamento=

   Inceneritori=

Termovalorizzatori = Inquinamento   

Che l’incenerimento dei rifiuti sia ormai dichiarato non sostenibile è un fatto confermato dagli altri Paesi della comunità che disincentivano, tassandola, questa pratica. Che la qualifica di “termovalorizzatori” assegnata dall’Italia agli inceneritori, sia un escamotage è dimostrato perché ad essi  finisce gran parte dei contributi, oltre il 70%, che versiamo allo Stato pro fonti rinnovabili. Che ai cittadini da tutto ciò non derivino vantaggi è dimostrato dal fatto che nulla giunge loro in termini di scambio alias “risarcimento del danno ambientale” Basti vedere l’equivalenza delle tariffe tra teleriscaldamento e riscaldamento tradizionale. Ma la presenza di inceneritori in un’area aumenta esponenzialmente il tasso di inquinamento dell’aria come dimostrano i dati della Asl di Forlì che da ultimo ha negato l’autorizzazione all’apertura di nuovi asili nido nelle zone a ridosso di questi impianti. E’ secondo noi grave che di fronte all’aumento dello scontento e della protesta  le pubbliche amministrazioni si dimostrino poco sensibili. E non appare certo sufficiente proibire la circolazione di certi tipi di autoveicoli mentre essa è consentita a gran parte dei mezzi pubblici obsoleti. Desta inoltre preoccupazione che mentre in un’area circoscritta del territorio si confermano gli interessi di chi intenderebbero impiantare inceneritori a “biomasse” ovvero  centrali elettriche. nessuna istituzione pare intenzionata ad intervenire. C’è da chiedersi quale sia, se ci sia, il livello di inquinamento che i nostri amministratori considerano non superabile ovvero umanamente sostenibile e se, in alternativa, qualcuno di essi si sia mai posto il problema se definirlo e con quali metodologie a garanzia del cittadino. Di fronte a queste questioni cresce nella cittadinanza un interrogativo pesante: se cioè il sistema di rappresentanza sia oggi adeguato a garantire i cittadini da decisioni che ne mettono in discussione non solo il “portafoglio” ma anche la salute. Un interrogativo tanto più pesante e denso di rischi soprattutto per quei partiti che sulla tutela dei diritti hanno fondato le loro battaglie ad esse legando le loro fortune. Occorre tempo per distruggere un risultato ottenuto con l’impegno e la abnegazione di tanti. Ma il rischio che davvero corre, in questo caso il Centro Sinistra, è che una volta imboccata, la discesa che ci attende sia inarrestabile. Noi pensiamo che sia giunto il momento di dare alla cittadinanza un segnale diverso e di discontinuità attuando comportamenti programmatici quali concertazione, partecipazione e coinvolgimento.

 

Renzo Sangiorgi – Direzione PdCI di Forlì

Forlì, 27 agosto

 

QUO VADIS ?

Con l’intervista ferragostana concessa dal Sindaco di Forlì al quotidiano “la Voce”, l’On.le Nadia Masini tronca ogni possibilità di allargamento della Giunta agli altri Partiti del Centro Sinistra che hanno sostenuto la sua candidatura ma che non hanno ottenuto, anche solo per qualche decina di voti, un rappresentante in Consiglio comunale. Non solo! Il Sindaco va anche oltre e fa sapere che, piuttosto che offrire un segnale di attenzione ad alcuni dei suoi alleati non sempre accondiscendenti alle scelte dell’Amministrazione, è disponibile a valutare l’allargamento a rappresentanti di alcuni Partiti di opposizione come “Nuova Romagna” e “Viva Forlì”, che avrebbero votato in molte occasioni per il bene della città.  Un modo “concreto” di interpretare il ruolo di primo cittadino da parte di un Sindaco che in questa prima metà del suo mandato ha voluto segnare la sua azione con modalità decisioniste che poco o nulla hanno tenuto conto di iniziative di protesta clamorose come quelle di contrarietà alle scelte sullo smaltimento dei rifiuti, potenziamento dell’inceneritore in testa. I Comunisti Italiani di Forlì non possono che prendere  atto delle dichiarazioni del primo cittadino di Forlì che li dichiara ufficialmente fuori della maggioranza. Una dichiarazione che giudichiamo grave e della quale non potremo che tenerne conto  nel prossimo futuro. Ma liquidare il problema dell’inquinamento ambientale di Forlì, emerso clamorosamente in questi giorni con la negazione dell’autorizzazione da parte dell’ASL all’apertura di nuovi asili nido nella zona di Villa Selva, come un male comune a tutta la Regione, non ci pare un modo “concreto” e soprattutto responsabile di affrontare un problema che è destinato a diventare sempre più grave per tutte le collettività, e tra queste, come dimostrano i dati e le statistiche, quella di Forlì è tra le prime. “E’ il traffico la maggiore fonte di inquinamento” ha dichiarato l’On.le Nadia Masini. Anche in questo caso però la concretezza dell’Amministrazione si limita a programmare solo alcune limitazioni alla circolazione di alcuni mezzi per alcuni giorni alla settimana. Occorrono ben altri segnali e ben altre iniziative se si vuole davvero “concretamente” portare a casa qualche risultato. Proponiamo al Sindaco Masini ed alla sua Giunta di assumere una decisione responsabile destinando i proventi derivanti dalle azioni di Hera di proprietà del Comune ad incentivare fortemente l’acquisto da parte dei privati e delle imprese di veicoli elettrici obbligando i cittadini di Forlì a circolare tutto l’anno e per tutto il perimetro della Città  solo ed esclusivamente con questo tipo di veicoli. Se è il traffico e non l’inceneritore, come da Lei dichiarato, il maggiore responsabile dell’inquinamento dell’aria che tutti dobbiamo respirare, allora, Sig. Sindaco, La sfidiamo ad intervenire con concretezza e non con palliativi nella direzione da Lei stessa indicata!.

Forlì, 16 Agosto

 Renzo Sangiorgi

Direzione PdCI di Forlì

  

  Asili nido e inquinamento

 

In questi giorni abbiamo appreso dalla stampa cittadina che a causa del forte inquinamento atmosferico, nella zona di Coriano e Villa Selva sono state negate dall’ASL le autorizzazioni per l’apertura di nuovi asili nido. Una drammatica conferma alle preoccupazioni di chi  ha a cuore la salute dei cittadini forlivesi. Del resto il 5° e 4° posto occupati dalla nostra Città nella triste classifica che calcola l’incidenza dei tumori nei maschi e nelle femmine, evidentemente superiore alla media nazionale, avrebbero forse dovuto indurre maggiore cautela in quegli amministratori che invece hanno autorizzato il raddoppio dell’inceneritore privato di rifiuti ospedalieri ( per la gran parte provenienti da altre province) e l’ampliamento delle potenzialità di quello pubblico per i rifiuti urbani in prossimità di un insediamento abitativo che negli ultimi anni ha raggiunto la considerevole concentrazione di oltre 25 mila individui nello spazio di 3,5 kmq.. La notizia di questi giorni rappresenta un ulteriore elemento di valutazione di cui tenere conto nel dibattito, fortunatamente ancora aperto grazie soprattutto alle Associazioni, sulle scelte che si dovranno fare in materia di smaltimento dei rifiuti ma anche in campo energetico con le mai sopite velleità di vari gruppi industriali per le centrali termiche a gas, a biomassa ecc.. Occorre quindi dar vita ad un progetto che investa in informazione della collettività tale da indurre comportamenti responsabili nei cittadini e nelle famiglie indirizzati al riciclo ed alla limitazione dell’utilizzo di sostanze fortemente inquinanti. Dall’altra parte le amministrazioni locali devono garantire che per Forlì si andrà verso una progressiva riduzione del carico inquinante derivante da attività, traffico e riscaldamento. In questo contesto dichiarare il nostro territorio “off limits” per l’insediamento di nuove attività comunque inquinanti rappresenta ormai una decisione da assumere al più presto.

Renzo Sangiorgi –

Direzione PdCI di Forl

 

  INCENERITORE/AMBIENTE/SALUTE                                     

Incenerire i rifiuti viene considerato dai tecnici e dagli esperti in questioni ambientali che non abbiano la mente obnubilata da più o meno suggestive illusioni, quando solo di queste si tratti, una misura temporanea per rispondere ad emergenze derivanti dall’assenza di una seria programmazione dei servizi pubblici di raccolta e di smaltimento. Per la nostra Città invece tale attività rappresenta una strategia ben precisa e circostanziata tale dall’avere varato un programma provinciale specifico nel quale l’incenerimento rappresenta una misura essenziale. Tanto ne è che le Amministrazioni interessate  stanno procedendo ad attuare il potenziamento e l’ammodernamento dell’inceneritore. E lo fanno affermando che si tratta della migliore soluzione non solo dal punto di vista pratico ma anche perchè non dannosa neppure dal punto di vista sanitario ed ambientale per la popolazione. In un contesto di tal fatta una pubblica amministrazione come avrebbe potuto impedire di percorrere la stessa strada a quei privati che si sono proposti o che si proporranno di attuare sostanzialmente la stessa scelta? Ed è, per ora, l’esempio dell’inceneritore dei rifiuti ospedalieri.  Ovviamente chi non è disposto a credere alle favole, e nel comune di Forlì sono tanti i cittadini che hanno fatto sentire la loro protesta, è contrario sia all’una che all’altra soluzione perché entrambe sono da noi considerate lesive della nostra salute ed della salubrità dell’ambiente. Probabilmente invece che chiedersi se e perché contro l’inceneritore privato le proteste non hanno raggiunto l’apice  toccato da quelle per il manufatto pubblico, sarebbe meglio interrogarsi sul chi avrebbe dovuto e dovrebbe essere il terminale della protesta in entrambi i casi. Una risposta semplice, perché sono le stesse Pubbliche Amministrazioni che hanno scelto e/o consentito che queste strategie, che non da solo giudico sciagurate per la città, siano realizzate fino in fondo.

                   Renzo Sangiorgi – Direzione PdCI di Forlì

                   Forlì 28 luglio 2006

 

                           Rinunciare al possibile per inseguire l'impossibile.

Quando in campagna elettorale l’Unione rivendicava nel documento programmatico predisposto dal lavoro di centinaia di persone, la “fabbrica del programma”, il proprio impegno per cambiare il Paese, l’opposizione più volte si disse scettica sulla possibilità dei Partiti della coalizione di restare fedeli all’impegno.

La discussione che si apre oggi alle Camere sul documento per il finanziamento delle missioni militari italiane all’estero e soprattutto il voto finale della Camera e del Senato rappresentano la cartina di tornasole per compredere se siamo di fronte ad una maggioranza che è in grado di governare per i prossimi 5 anni ovvero se abbiamo a che fare con la solita rabberciata sinistra filosofeggiante e disposta a rinunciare al possibile per inseguire l’impossibile.

Mi auguro davvero di non essere alle solite e che ai  rappresentanti dell’Unione  sia chiaro che avere scelto di dar vita ad una coalizione che va dall’Udeur a PRC, corrisponde necessariamente al dovere fare i conti con un programma che non può che essere la mediazione tra le diverse anime. Avere scritto e sottoscritto questo documento rappresenta però la massima garanzia affinchè esso costituisca il programma di lavoro per tutti ed a cui tutti si devono attenere scrupolosamente.

La ricerca della distinzione a tutti i costi, lo smarcarsi per apparire “diverso” non può né deve fare parte del modo di essere di una alleanza di Partiti che hanno deciso di dar vita ad un programma e ad una coalizione per attuarlo, fino in fondo. Intraprendere una strada diversa, non solo è un clamoroso ed inaccettabile voltafaccia di fronte agli elettori, ma equivale a scegliere la sconfitta per tutto il movimento che in questi anni si è battuto per affermare quei valori di pace, solidarietà e diritti che il Centro Sinistra si è impegnato a rafforzare nei 5 anni di governo. Diritto che i cittadini con il loro voto gli hanno assegnato e che l’Unione, dall’ Udeur al PRC, è assolutamente impegnata ad assolvere.

Forlì, 17 luglio 2006

Renzo Sangiorgi – Direzione PdCI di Forlì

 

 

Un uomo solo al comando!

 Non è l’inizio di una qualche radiocronaca di una non meglio precisata competizione ciclistica.E’ ciò che si attende dopo il 26 giugno se, come NON auspico, vincerà il si al referendum confermativo sulla modifica alla Costituzione Italiana. Infatti, mentre la pubblicità elettorale del Centro Destra mira ad attirare l’attenzione delle elettrici e degli elettori sulla riduzione di “ben 175 parlamentari”, senza però chiarire che tale riduzione non entrerà in vigore subito ma solo nel 2016, cioè tra ben 10 anni, il risultato più dirompente che la cosiddetta “devolution” introdurrà immediatamente è l’accentramento di poteri in mano ad una sola persona, il Presidente del Consiglio che, non essendo più indispensabile la collegialità decisionale del Consiglio dei Ministri, si chiamerà appunto Primo Ministro. Un “capo assoluto” che ( articolo 95) , nominerà e potrà revocare a suo piacimento i Ministri e che determinerà, anziché dirigerla come è oggi previsto dalla Costituzione, la politica del Governo. Un “capo” che, come recita il nuovo articolo 88, potrà, senza dimettersi, imporre al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere, portando il Paese a nuove elezioni che verrebbero in questo caso gestite direttamente dal primo ministro che resterebbe in carica. Dopo la Costituzione del 1948 che è l’esempio di come la libertà abbia senso e si concretizzi solo attraverso la definizione di regole condivise tra i rappresentanti di un popolo che ha l’orgoglio di appartenere ad una grande Paese, questa riforma scritta da quattro rappresentanti di quella maggioranza di centro destra che poi in Aula se la è votata, dimostra come l’unica riforma necessaria alla vigente Costituzione è quella dell’articolo 138. Deve infatti essere previsto che le modifiche alla Carta costituzionale siano promulgate solo con la maggioranza dei 2 terzi dei rappresentanti eletti dal popolo italiano. Invece in questo caso italiane ed italiani andranno a votare il 25 e 26 giugno una proposta di modifica costituzionale avanzata grazie alla volontà decisiva dei rappresentanti di un Paese o di una Regione che non esiste né geograficamente, né culturalmente né storicamente: la Padania!

 

Renzo Sangiorgi

Direzione PdCI di Forlì

 

 

L’opposizione del Centro destra: Ma che ne pensa “la casalinga di Voghera”?

 

Il Centro Destra continua a perdere come anche i risultati delle elezioni amministrative hanno confermato sia al primo che al secondo turno.  Una conferma di un indirizzo che italiane ed italiani sembrano avere imboccato senza tentennamenti di sorta. Ma viste le numerose dichiarazioni rilasciate dall’ex Presidente del Consiglio all’indomani del 9 e 10 aprile scorsi, sorge spontanea una domanda: che sia tutto frutto di ulteriori brogli come quelli denunciati, senza peraltro avere il supporto di prove concrete e circostanziate, dall’ex Presidente del Consiglio e che si sarebbero verificati nel conteggio e/o nell’assegnazione dei voti in occasione delle elezioni dell’Aprile scorso? A fianco di questo argomento inoltre l’Opposizione accende, con ben cinque interrogazioni a risposta immediata, i riflettori sulle  dichiarazioni del Ministro Ferrero in relazione alle cosiddette “stanze del buco” che in altri Paesi, meno proibizionisti dell’Italia, sono state adottate con l’obiettivo di ottenere una riduzione del danno derivante a coloro che assumono abitualmente sostanze stupefacenti. Continua inoltre la querelle sul numero dei sottosegretari, dei viceministri e  dei ministri nominati nel Governo Prodi. Come dire: abolendo alcuni viceministri, rimpacchettando alcuni ministeri e non autorizzando le cosiddette “stanze del buco”  risolveremmo quelli che, a vedere l’impegno della Casa delle Libertà e dei loro “sodali” dell’informazione, sono i veri e concreti problemi dell’italiano “medio”. Ma che ne penserà quella che una volta si chiamava “la casalinga di Voghera”?

 15 giugno 2005

 Renzo Sangiorgi

 

Come l’orchestrina sulla tolda del Titanic

 

Ma davvero è così offensivo vedere il Presidente della Camera alla parata del 2 giugno indossare sul bavero della giacca la spilla con i colori della pace? E di che cosa in verità c’è da scandalizzarsi se in quello stesso giorno cittadini e politici decidono di partecipare ad una marcia per la pace? Che contrasto esiste tra la Festa della Repubblica e la Pace? E che differenza sostanziale c’è tra il ritiro delle truppe dall’Iraq entro Ottobre, come ha detto da ultimo il Ministro D’Alema, ovvero entro Dicembre come aveva preannunciato il Governo Berlusconi? E perché in questo Paese chi convive con un Parlamentare ovvero con un giornalista può usufruire della reversibilità della pensione del convivente e se ciò si realizzasse anche per e tra gli altri cittadini e cittadine italiane,  rappresenterebbe un grave “vulnus” ad una istituzione civile come la famiglia? E perché in questo Paese ciò che dice il “Vaticano” ha maggior diritto di cittadinanza di quanto non ne abbia in altri Paesi nei quali la maggioranza dei cittadini è ugualmente di religione cattolica? E intanto che la politica discute di queste finezze ed i giornali, telegiornali, radiogiornali, ecc. ci montano su titoli e titoloni, quelli che a mio avviso sono i veri problemi degli italiani ( il lavoro precario di molti giovani, il deficit economico, la ripresa insufficiente, ecc.) restano in secondo piano quasi che per le italiane e gli italiani sia più importante sapere se il Governo attuerà i cosiddetti Pacs ovvero se anticiperà di due mesi il rientro dei soldati, ovvero se Bertinotti è pacifista oppure no, piuttosto che sperare di arrivare alla fine del mese con il proprio stipendio ovvero confidare in un consolidamento del proprio rapporto di lavoro. Insomma mentre per i romagnoli per sapere che l’Anas non ha più neppure i soldi per pagare la manutenzione delle strade basta avventurarsi sulla superstrada Orte – Ravenna, appare tragicamente umoristico il dibattito sulla possibilità, ventilata dal Governo e contestata dai precedenti Ministri, che molti  cantieri chiudano per mancanza di fondi. Per quanto tempo ancora saremo costretti a farci menare per il naso da politici sprovveduti e da comunicatori preoccupati di vendere piuttosto che di informare?

forlì, 12 giugno

 Renzo Sangiorgi

 

2 Giugno:

4 Novembre o Caporetto?

 

Il dibattito sull’opportunità delle parate militari in occasione della festa della Repubblica, appare essenzialmente utile solo a chi vuole fare emergere nella compagine di Governo differenze e diversità. Per la verità che in occasione del 2 giugno si debba compiere il rito della parata militare non è né una tradizione consolidata né una necessità storica. Non a caso in anni anche recenti le parate furono sostituite da più sobrie commemorazioni. Né la storia annovera un particolare evento militare a cui accreditare un ruolo ad effetto per la nascita della Repubblica. Una nascita che, come tutti ricordiamo, avvenne grazie al risultato di un referendum indetto peraltro in un periodo nel quale l’occupazione degli eserciti alleati era ancora pienamente vigente. Referendum che fu reso se mai possibile grazie anche alla lotta di tante italiane ed italiani che si ribellarono al fascismo. In effetti mentre una parata militare forse si adatta maggiormente ad un episodio storico come il 4 novembre che celebra la vittoria, una delle poche per la verità dell’esercito italiano, nella prima guerra mondiale, in occasione del 2 giugno vanterebbe maggior diritto ad essere celebrata l’introduzione del voto alle donne ed anche il risultato democratico di un votazione popolare che mandò a casa quella monarchia che con troppa fretta e condiscendenza si adattò alla dittatura fascista. Infine occorre ammettere che anche dopo la proclamazione della Repubblica i primi atti significativi dell’Italia sono senza alcun dubbio di tipo istituzionale e non certo militare. Prima fra tutti la promulgazione di una Costituzione che non solo per l’articolo 11, può senza dubbio definirsi una Carta che ha nella pace e nella convivenza tra i popoli una delle proprie ragioni fondanti. Ecco che allora. A mio avviso, le manifestazioni a favore della pace organizzate in occasione della Festa della Repubblica, è ingiusto tacciarle  come offensive di non si sa bene quale spirito patrio.

 

Renzo Sangiorgi

Forlì 5 giugno 2006

 

 
IN DEMOCRAZIA BISOGNA SAPER PERDERE

Ciò che sta accadendo in queste ore, dopo le elezioni, è gravissimo. Un Presidente del Consiglio che, che nonostante tutti gli sforzi messi in campo si è rivelato incapace di vincere sta dimostrando di essere anche incapace  di perdere. E pur di restare aggrappato al potere, è disposto a tutto.

Oggi appare chiaro il disegno di Berlusconi e del perchè all’inizio dell’anno, spostando in avanti la data delle elezioni, invocò ulteriori 15 giorni di vita per il proprio governo. Si disse allora che era necessario per completare azioni urgenti di governo della cosa pubblica. Si rivela oggi che, proprio anche grazie a quello slittamento,  l’insediamento del nuovo governo non potrà avvenire che a maggio inoltrato, allungando oltre misura la vita ad un governo che non è più legittimato dal risultato delle urne. Un tempo che Berlusconi si è furbescamente ritagliato per farci assistere alla tragica, per la democrazia di questo Paese, messa in scena che ha deciso di propinarci da uomo che ha perso ogni ritegno ed ogni misura, che non conosce la democrazia e che non è disposto ad accettare né critiche né sconfitte. Dopo avere chiamato coglioni i cittadini che non la pensano come lui, dopo avere apostrofato  Romano Prodi come un poveraccio ostaggio della sinistra, dopo avere evocato il pericolo comunista, dopo avere abolito virtualmente nel corso della battaglia mediatico/elettorale, l’ICI e la tassa sui rifiuti, il signore di Arcore, ad urne chiuse, ha avuto la spudoratezza di presentarsi come un mediatore di pace tra il Centro destra ed il Centro sinistra, proponendo una grande coalizione per risolvere i problemi dell’Italia, la cui gravità, ora invocata,  lui stesso ed il suo fido Tremonti hanno sempre negato in campagna elettorale. Di fronte al giusto rifiuto di Prodi, a Silvio Berlusconi non resta quindi che gridare ai brogli per infangare la legittima vittoria dei suoi avversari politici e per segnare l’Italia e la nostra democrazia con il marchio dell’infamia. Porre subito fine a questa vicenda è necessario oltre che doveroso per chi, da qualunque parte politica sia collocato, crede che la democrazia in questo Paese debba essere salvaguardata.

 Renzo Sangiorgi

 

Mentre il PIL non cresce, per la prima volta dopo 10 anni il debito aumenta.

La trimestrale di cassa denuncia un ulteriore peggioramento della situazione debitoria dello Stato.

Ma la campagna elettorale, anziché registrare una discussione seria sul come uscire da una situazione che ogni giorno che passa appare sempre più difficile, ci regala un Presidente del Consiglio che assistito dal suo “miglior Ministro” si preoccupa di mettere in guardia gli italiani che,  se dovesse vincere,  l’Unione metterà le mani nelle loro tasche.

Ma gli italiani possono stare tranquilli. In effetti, se dovesse vincere le elezioni,  l’Unione ha scritto nel proprio programma che metterà le mani in alcune tasche. Ma  non sono certo quelle delle famiglie, dei lavoratori, degli artigiani  o del cosiddetto ceto medio, bensì quelle di coloro che in questi 5 anni di finanza e di fisco creativi, hanno goduto di franchigie e di esenzioni. A partire da quella  aliquota zero che ha consentito l’esenzione totale alle plus valenze realizzate dai finanzieri d’assalto per arrivare ai neppure 6 milioni di tasse che, grazie alla riforma dell’IRES messa a punto da Tremonti, le 8 Holding della Fininvest hanno versato sui 175 milioni di Euro di ricavi dichiarati nel 2005. Una aliquota applicata del 3,2 % che ha permesso alle casseforti della famiglia Berlusconi di risparmiare 68,5 milioni di tasse sul 2004, quando su 146 milioni di entrate le stesse holding ne avevano versato all’erario ben 74,2.

Renzo Sangiorgi

 

 


  Emergenza Rifiuti

Le critiche espresse dalla Federazione forlivese del PdCI al Piano provinciale dei rifiuti sono giuste e puntuali. Esse confermano la posizione con la quale i Comunisti Italiani si sono presentati agli elettori. Lo stato di fibrillazione in cui rischia di entrare la maggioranza che attualmente regge le sorti dell’Amministrazione provinciale rappresenta la naturale conseguenza di un governo non concertato di questa materia particolarmente sentita dalla popolazione. Il voto contrario al Piano, del consigliere dei Verdi ne è la riprova più evidente, mentre l’astensione dei due rappresentanti di PdCI e di Rifondazione Comunista, conferma se mai la difficoltà di questi consiglieri a sostenere il programma per il quale hanno ricevuto il voto dagli elettori. Le reazioni del Presidente dell’Amministrazione, se confermate, appaiono quanto meno inopportune e, in ogni caso, discutibili. Se, come apparirebbe evidente, si pone un problema di coerenza di intenti tra parti della maggioranza occorre discuterne tra i Partiti che compongono la coalizione e verificare se esistono le possibilità per continuare a percorrere un cammino comune. Il confronto in atto che, come era facile prevedere, ha raggiunto un livello di asprezza che potrebbe mettere a rischio gli assetti della maggioranza, mette in evidenza non già una cronica inconciliabilità di programmi tra i partiti del centro sinistra sia sul piano locale che su quello nazionale, bensì conferma che a destra come a sinistra chi ha l’onere di dirigere coalizione che per candidarsi a vincere devono essere le più ampie possibili, deve privilegiare il dialogo ed il confronto evitando azioni e comportamenti che mal si attagliano all’esercizio democratico delle funzioni e dei doveri di rappresentanza e di governo. Per quanto riguarda in particolare la questione “rifiuti e sistemi di smaltimento” occorrono regole chiare e trasparenti atte a garantire ai cittadini l’effettivo esercizio del controllo sugli atti e sulle iniziative non solo delle Amministrazioni delegate ma anche delle imprese incaricate del servizio pubblico per la gestione di attività che hanno a che fare con la salvaguardia dell’ambiente e, prima ancora, della salute delle persone. In questo contesto oltre che i comportamenti “istituzionali”, occorre anche riformare il sistema dei controlli, che nello specifico fa capo alle ATO, che non appaiono in grado di svolgere quella funzione di garanzia indispensabile a garantire indipendenza ed oggettività delle funzioni loro assegnate.

                                                                   Renzo Sangiorgi

– della Direzione provinciale del PdCI –

Forlì 11 febbraio 2006

Poteri forti Comunisti
di RENZO SANGIORGI Che nei primi mesi del 2006 i dati economici dell’Italia siano molto negativi è un fatto. Non solo certificato dall’Istat ma anche dal bollettino economico della Banca d’Italia. Per la prima volta dal 1994 il rapporto tra indebitamento e produzione  torna a salire e si passa da un indebitamento che nel 2004 era superiore del 3,8% alla ricchezza prodotta, ad una percentuale che nel 2005 ha sfiorato il 6,5%. Da 10 anni a questa parte nel corso del 2005 l’occupazione registra un segno negativo pari al – 0,4% mentre nel 2004 era rimasta stazionaria sul 2003. Tutto ciò mentre paradossalmente il numero delle persone occupate, per effetto della diffusione del part time e della Cassa integrazione, cresce dello 0,2% . Infine risulta che il 25% dei giovani lavoratori – dai 15 ai 29 anni - ha un contratto di lavoro precario. Una percentuale che per quelli che hanno trovato lavoro nel 2005 sale al 50%. Ma anche per l’economia i dati sono preoccupanti. Nei primi mesi del 2006, dice Banca Italia, le previsioni indicano una situazione stagnante e se la produzione industriale è cresciuta a dicembre 2005,  ne è seguita una flessione a gennaio ed è prevista una sostanziale stazionarietà a febbraio ed a marzo. Il prodotto interno lordo dovrebbe registrare nel 2006 un + 1,3%, un tasso di crescita che però è ancora insufficiente a colmare il divario che ci differenzia dagli altri Paesi maggiormente industrializzati. Infine il bollettino di Bankitalia registra una crescita esponenziale dell’indebitamento delle famiglie italiane  che a settembre del 2005 ha toccato il 30% del Pil, mentre nel 1996 era al 18%. Questi sono i dati ufficiali diffusi dalla Banca d’Italia sui quali occorrerebbe riflettere per mettere insieme programmi in grado di superare una situazione che si conferma molto difficile. Una difficoltà che peraltro tutti gli italiani possono verificare direttamente facendo i conti con la propria realtà quotidiana,  nonostante le 33 riforme approvate dal Governo. Intanto il Presidente del Consiglio, dopo essersela presa con la sinistra bolsevica che spande pessimismo, dopo avere contestato i Sindacati, la Confindustria,  gli Organi di stampa, le TV ed i giornalisti rei di illustrare i dati del fallimento della sua azione di governo, dopo avere addossato molte responsabilità al malgoverno di decenni di storia repubblicana, dopo avere sostanzialmente richiesto il 51% dei voti per se e per il suo Partito che gli consentirebbe di evitare di fare i conti con alleati non sempre comodi, dopo avere iscritto tra quelli che gli remano contro la scuola, l’università, gli asili nido, le amministrazioni locali di centro sinistra e gran parte dei magistrati, dopo avere accusato gli italiani di lavorare troppo poco, 1600 ore annue contro le 1700 degli USA,  c’è da attendersi che, tra una parabola, un’offesa “scherzosa” ai suoi avversari politici ed una barzelletta, accusi il Dott Mario Draghi nominato da questo Governo ai vertici di Bankitalia, di essere anch’esso un pericoloso comunista.-

 

 

 

Energie rinnovabili

Un passo avanti e due indietro

Mentre la crisi energetica fa sentire i suoi primi effetti concreti costringendo il nostro Paese ad intaccare le riserve strategiche di gas, il Ministro Scajola firma un importante ed atteso Decreto che ripristina la possibilità per gli italiani di accedere al cosiddetto conto energia; cioè l’incentivo che rende economicamente compatibile un investimento in impianti fotovoltaici che, come è noto, sono in grado di produrre energia elettrica utilizzando l’apporto gratuito del sole.  Un provvedimento positivo perché aumenta il numero di impianti che complessivamente potranno avvalersi del conto energia, incrementando la quantità di MW che passa da 300 a 500; ma negativo perché le modalità di calcolo dell’incentivo tariffario, introdotte dal Decreto del luglio 2005, vengono modificate  con effetto retroattivo dal provvedimento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 febbraio. Per gli impianti fino a  20 kW infatti con il nuovo dispositivo la quantità dell’incentivazione, si riferisce solo al volume di energia consumata, limitando il ritorno economico che serve per ammortizzare l’onere di impianto. Non solo ma c’è anche la decurtazione dell’adeguamento all’indice istat della tariffa incentivante che dal 2007, viene addirittura più che raddoppiata passando da un meno 2% ad un meno 5%. Ancora una volta si è perduta un’occasione importante per avviare una svolta della politica energetica del Paese. L’energia richiede ai Governi programmi e strategie di lungo periodo in grado di orientare i consumi, di incentivare il risparmio, di garantire gli approvvigionamenti e di tutelare l’ambiente e la qualità della vita dei cittadini. In questo ambito occorre quindi anche privilegiare lo sviluppo delle fonti rinnovabili destinando a questo settore le risorse che invece l’Italia riserva alla costruzione dei cosiddetti “termovalorizzatori” ( nome italiano degli inceneritori) pari a circa 9 centesimi di € per ogni kWh prodotto. Gli inceneritori non costituiscono né una fonte pulita di energia né un sistema per smaltire definitivamente i rifiuti. Infatti il rifiuto una volta bruciato si trasforma in cenere, molto spesso tossica, che deve essere poi adeguatamente smaltita. Chiedere che nella prossima legislatura il prossimo Governo inauguri una nuova stagione che metta al centro della politica energetica obiettivi di compatibilità ambientale, di risparmio e di tutela della salute, non solo è un diritto degli elettori ma è anche un dovere di chi si candida a dirigere un Paese moderno e civile.

 

Renzo Sangiorgi

 

 

 

Privatizzare, privatizzare, privatizzare

Una parola d’ordine che non ci piace

Un modello, quello americano, che non vogliamo

 

di Fabrizio Rappini

 

 

Privatizzare, privatizzare, privatizzare. E’ la parola d’ordine ormai ricorrente sulla bocca di tutti. Tutti quelli che hanno in mano le sorti dell’Italia. Le nostre sorti. Sembra che non si possa fare altro se non dare in mano ai privati. Tutto questo con i risultati che sono sotto agli occhi di tutti noi. Il modello sembra essere diventato  quello americano. Di questo passo, quindi come in America, si finirà per privatizzare anche il dolore, le disgrazie, le catastrofi. Tutto potrà diventare un business. Un esempio? Negli Stati Uniti (tanto cari a molti nostri governanti, anche di centro sinistra), hanno già provveduto a privatizzare la gestione delle catastrofi. Come? Con un accordo, come è avvenuto in Louisiana, fra la Croce rossa e un colosso, Wal-Mart, che fino ad ora si è occupato di supermarket. Ma da dove parte e dove può portare questa nuova tendenza, per ora solo americana? Il primo passo, è quello di una rinuncia totale del governo a difendere le popolazioni dalle calamità. I risultati sono sotto agli occhi di tutti. Nella tragedia di New Orleans, il governo americano si è dimostrato debole e inetto perché i suoi esperti della gestione di situazioni di emergenza erano passati al settore privato e le tecnologie erano quindi diventate obsolete. Il settore privato, invece, appariva moderno. Ma solo in apparenza. Da Baghdad, a New Orleans, da Kabul allo Sri Lanka, non hanno avuto un soldo. Perché? Perché sono stati investiti, dalle imprese appaltatrici, nell’acquisto di grandi impianti. E così, migliaia di dollari dei contribuenti, sono stati spesi per la creazione di un apparato privato per far fronte alle catastrofi naturali. Un apparato che dispone di un campo di addestramento e che può disporre di qualsiasi genere ci sia bisogno in caso di calamità. Il tutto, però, in mani private e prive del controllo da parte dei contribuenti. Una realtà che fino ad ora non è emersa in modo chiaro in quanto le imprese sovvenzionate con appalti pubblici, gestiscono le emergenze gratuitamente. Ma, l’inganno, è proprio questo. L’erario è in affanno e il debito pubblico è salito vertiginosamente. Cosa significa? Che prima o poi non ci saranno più i fondi per i contratti d’appalto. A questo punto, quindi, quale potrebbe essere lo scenario futuro? Si potrebbe assistere, in caso di calamità naturale, a elicotteri che girano sui tetti delle case chiedendo di essere pagati per mettere in salvo famiglie, animali e altro. A questo proposito, un esempio concreto, è rappresentato dal modello sanitario americano: i ricchi possono usufruire di prestazioni ultra confortevoli, mentre quasi cinquanta milioni di cittadini sono privi di assistenza. Un meccanismo già in atto con l’Aids, con le ditte private che sono state capaci di produrre farmaci a costi talmente elevati da rendere impossibile, per la stragrande maggioranza delle popolazioni colpite di poterli acquisire e quindi nella impossibilità di curarsi. Un ulteriore esempio dei “benefici” portati dalle privatizzazioni, arriva dalla recente guerra in Libano. Mentre Israele gettava bombe in continuazione, il governo americano ha cercato di far pagare ai suoi cittadini che erano in Libano i costi della loro evacuazione. Ovviamente, per chi non aveva un passaporto occidentale, non aveva alcuna speranza di salvezza. Questa, quindi, non è fantapolitica. Non sono invenzioni o insinuazioni. Questo è il modello americano che piace a tanti. Questo è il modello che invece noi non vogliamo. Sembra lontano, ma purtroppo non lo è. Anche da noi le privatizzazioni sono iniziate. Hera e trasporti ne sono un esempio concreto e qualcuno vorrebbe farle camminare ancora più in  fretta. La risposta deve essere ferma: “NO”.  Non vogliamo barattare la nostra salute, la nostra dignità, con le promesse che poi tutto sarà migliore. Migliore per chi? Per le Spa sicuramente. Per la povera gente un po’ meno.

Forlì, 7 settembre 2006

 

Non commuoviamoci solo per Nassirija

 

di Fabrizio Rappini

Strano paese, il nostro. Un paese che riesce a commuoversi per alcuni morti, ma poi ne ignora altri.  Perché succede? Perché certi avvenimenti sono in grado di attirare folle con gli occhio gonfi di lacrime e altri avvenimenti passano sotto silenzio. Mi spiego meglio, nella speranza di non essere frainteso e invitando a una riflessione. A cosa mi riferisco? Ai tre militari morti di recente a Nassirija. E’ ovvio che di fronte a queste cose si provi orrore  e ci si senta vicini alle famiglie così duramente colpite nei loro affetti più cari. Ma, mi chiedo, perché farlo solo di fronte alle morti di tre militari? In fondo, qualcuno, potrebbe far notare che in guerra c’è il rischio di morire. Che in fondo si tratta di un “infortunio” sul lavoro. Ecco, proprio il lavoro. Quel lavoro precario, sommerso, in nero, senza protezioni, capace di “regalarci” ogni giorno, come confermano le statistiche, una media di quattro morti. Tutto questo, senza che nessuno si indigni. Senza che nessuno pensi di non trasmettere, in segno di lutto, i programmi leggeri della Rai e di altre televisioni private. Eppure, per questi morti, non ci sono delegazioni ufficiali ai funerali, non c’è il tricolore a coprire le loro bare. E, molto spesso, per i parenti non c’è neppure la pensione, dal momento che molti di questi lavoravano in nero. Ecco, mi piacerebbe vedere funerali di stato anche per queste persone che, in fondo, contribuiscono con il loro lavoro e con il sacrificio della loro vita a rendere più ricco il nostro paese. Ma non sono i soli morti “dimenticati”. Un paese non bigotto dovrebbe essere in lutto tutti i giorni, anche per altri morti, “uccisi” dalla nostra indifferenza e dai furti perpetrati dalle nazioni  più forti nei loro confronti. Nessuna televisione, nessun organo di informazione, si indigna e sospende i programmi in segno di lutto per i quarantamila (si, avete letto bene, quarantamila) bambini che ogni giorno muoiono nel mondo a causa della fame, delle malattie, dello sfruttamento sul lavoro. Quarantamila bambini “colpevoli” di essere nati in paesi più poveri dei nostri. Quarantamila bambini che non ricevono onori di stato e ai quali basterebbe solo un piccolo aiuto. Ma, tornando ai nostri soldati, ritengo sia necessario ricordare che, in quelle zone di guerra, di gente ne muore tutti i giorni. Gente, fra l’altro, che non ha scelto di indossare una divisa e che non vuole la guerra. Giusto, quindi, indignarsi di fronte alla morte, in particolare quando avviene in condizioni particolarmente tragiche. Probabilmente se facessimo in modo di impedire le ingiustizie che, molto spesso, portano morti, non saremmo costretti a piangere i militari italiani caduti in zone di guerra. Questo deve essere uno degli impegni prioritari nei prossimi anni. Un impegno che si deve muovere in direzione della Pace, della giustizia, della lotta alla fame nel mondo, nella sicurezza sui posti di lavoro.

 

 

Facciamo tornare l’Italia un paese civile e solidale

Il 14 marzo 2006 sia ricordato come il “giorno della vergogna”

di Fabrizio Rappini

Può un paese civile permettere che succeda quello che è stato sotto agli occhi di tutti il 14 marzo 2006? Può un paese civile, degno di questo nome, far sì che disgraziati, umiliati dal dover venire a chiedere un tozzo di pane, debbano continuare ad umiliarsi? Può un paese civile permettere persone siano trattate alla stregua di animali? Può un paese civile permettere che migliaia di disperati, in cerca di un lavoro, della possibilità di ricongiungersi a figli, genitori, fratelli, siano costretti a illudersi stando notti al freddo, per partecipare a una lotteria per poter stare con i propri cari, oppure per non essere costretto a nascondersi continuamente perché clandestino?No, un paese civile non può permettere che tutto questo accada. Un paese che, per giunta, si ispira a valori cristiani, non può permettere che quello che è successo il 14 marzo 2006 abbia a ripetersi. Chiunque abbia un briciolo di umanità, dovrebbe provare vergogna di fronte a quelle file davanti alle Poste. Dovrebbe, dovremmo, provare vergogna ogni volta che pensiamo a quegli sguardi stanchi da giorni passati al freddo, senza mangiare, ogni volta che pensiamo a quegli occhi pieni di speranza, gran parte dei quali si riempiranno di lacrime perché la loro domanda non è stata accettata. Ma non solo. Quella gente che tanti di noi disprezzano, ci ha dato una lezione di civiltà. Di fronte alla totale assenza dello stato, delle istituzioni, quella gente è riuscita ad autogestirsi, a darsi una legalità nelle file. Quella legalità che i nostri governanti, impegnati a far accordi con i fascisti, continuano a far sì che venga loro negata. Non è questo il modo di gestire le politiche di accoglienza. Questa non è accoglienza. Come non è accoglienza quello strano regolamento, una vera e propria legge razziale, che fa sì che un immigrato che trova lavoro debba anche dimostrare di avere una casa decente. Una cosa, questa, alla quale un cittadino italiano, non deve sottostare. Tornando al “paese civile”, è tale quello che garantisce uguaglianza per tutti. Per tutti, nessuno escluso. Forse nessuno lo sa, ma quando un immigrato viene assunto in modo regolare, il datore di lavoro, è tenuto a farsi consegnare il certificato di idoneità dell’alloggio. Alloggio che deve rispettare parametri precisi, che sono quelli fissati per l’edilizia pubblica. Questo significa che tre persone, per esempio, devono avere almeno 57 metri quadrati. E così, se il vigile incaricato di fare le verifiche, ne rileva poco meno, l’alloggio non viene considerato idoneo. E, niente idoneità, niente lavoro. Un paese civile che fissa regole, dovrebbe poi avere anche gli strumenti per sopperire alle deficienze di chi non può avere un alloggio più grande perché non ha lavoro e se non ha alloggio non ha nemmeno lavoro. Un paradosso? No, una legge razziale. Queste sono le politiche di accoglienza che Berlusconi e i suoi fascisti sono “fieri” di avere. Hanno fatto una legge, la Bossi-Fini, che è fatta apposta per aumentare la clandestinità e quindi la possibilità di reprimere gli stranieri e far sì che ce ne siano sempre meno. No, questo, un paese civile non può continuare a tollerarlo. Dobbiamo dire basta a chi si richiama a valori cristiani, ma poi nella pratica si comporta come un aguzzino. Dobbiamo dire basta a chi non capisce che gli immigrati sono una risorsa per tutti. Dobbiamo dire basta a chi ha costruito e vorrebbe continuare a costruire i moderni lager chiamati “Centri di permanenza temporanea”. Dobbiamo dire basta a chi sta facendo imbarbarire il nostro paese. Un Paese che è sempre stato civile e deve continuare ad esserlo.


 

 

Pacs

Cinzia Tacconi, Assessore per le Pari Oppurtinità a Grosseto: "riconoscere le coppie di fatto è un atto di civiltà e giustizia sociale".

"In questi giorni, sulla stampa locale, si è aperto il dibattito sui PACS dopo l'annuncio di una mozione del Gruppo consiliare di maggioranza del Comune di Scarlino per istituire il registro delle unioni di fatto, iniziativa peraltro già avviata a Pisa dal 1997.

Il dibattito da giorni tiene banco anche sulla stampa nazionale, a seguito della notizia che il Ministero delle Pari Opportunità sta lavorando ad una proposta di Legge in proposito. Da giorni si susseguono dichiarazioni di apprezzamento e altre di assoluta contrarietà, che scavano un solco tra 'cattolici e laici'.
Personalmente, da credente, ma fortemente convinta della necessità di uno Stato laico, ritengo che la legge sui Pacs dia risposta a 2 milioni di italiani che hanno scelto di formare la propria famiglia senza matrimonio, che costituiscono 'formazioni sociali ai sensi dell'art. 2 della Costituzione'.

Soprattutto estende a tutti i cittadini un diritto che in Italia hanno solo parlamentari e giornalisti. Da almeno 10 anni, infatti, senatori a deputati della Repubblica possono estendere l'assistenza sanitaria al convivente, che può anche godere della pensione di reversibilità. È sufficiente una comunicazione di convivenza. Nessuno ha sollevato obiezioni, nemmeno i parlamentari anti-Pacs che, magari, usufruiscono dei privilegi del 'Fondo'. Una cosa è certa: in Parlamento la solidarietà non manca. È, invece, la coerenza che sembra essere dimenticata.

Per quanto riguarda i giornalisti, è stato fatto un passo in più sul piano della tutela dei diritti individuali. Il merito è di Mario Furtunato che, nel 1996, quando lavorava all'Espresso, rivolse un appello alla Cassa autonoma di assistenza dei giornalisti, affinché estendesse al proprio convivente omosessuale i benefici assistenziali che già riconosceva ai conviventi etero. Fortunato vinse la propria battaglia e il 19 febbraio 1997 la Casagit decise di estendere 'le prestazioni in materia di assistenza sanitaria al convivente more uxorio dell'iscritto, anche se dello stesso sesso'.

Eppure stiamo parlando della stessa Italia che ha negato alla signora Adele Parrillo, compagna non sposata di uno dei carabinieri uccisi a Nassiriya, il risarcimento che, invece, spetta ai familiari delle altre vittime. È la stessa Italia che nega a milioni di persone il permesso di assentarsi dal lavoro per assistere il partner ammalato, oppure di vivere nell'appartamento del convivente deceduto, o di usufruire della pensione di reversibilità.

Quello di giornalisti e parlamentari è un beneficio giusto, non un privilegio. Ciò che invece non è giusto è non estenderlo a tutti gli italiani. Per questo mi sembra davvero superflua e fuorviante la discussione in atto. Fa bene il Comune di Scarlino ad avviare anche per la Maremma questa iniziativa di civiltà e giustizia sociale. Auspico che anche in Parlamento si proceda con coerenza rispetto a quanto già esiste".

l'assessore alle Pari Opportunità


Cinzia Tacconi



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