Sono profondamente convinto che i
rapporti sociali di produzione fondanti la civiltà
moderna, stiano sfigurando quest’ultima con uno squarcio
sempre più spalancato e doloroso: una ferita non
rimarginabile tra il profitto di chi detiene il potere
di appropriazione privata sulle risorse di comune
bisogno e la vita di chi invece, per poter sopravvivere,
è costretto ridursi a merce, offrendo sul banco del
mercato niente meno che sé stesso.
Chi è condannato ad esporre la
propria persona come bestiame all’asta, spera ovviamente
che il fiore dei propri anni, il proprio
tempo, le proprie capacità e le proprie
energie, gli siano espropriate con un prezzo
sufficiente ad affrancarlo perlomeno dalle necessità
fisiche primarie, a loro volta completamente ignorate
da un sistema di compravendita che, conservando come
unico fine la riproduzione e l’accumulo del suo stesso
movente, ossia il profitto, non riesce a vedere altro
negli esseri umani che dei costi di produzione da
abbassare il più possibile. Finire tra i rifiutati di
questa fiera spietata, poiché ritenuti inutili o,
ancor peggio, intralci all’arricchimento dei
proprietari-espropriatori, comporta quasi sempre
l’abbrutimento per indigenza o la galera nel migliore
dei casi, la morte di fame o di guerra nel peggiore.
Sappiamo però che c’è stato nella
storia un certo periodo di tempo (finito circa agli
inizi degli anni ‘80), in cui questi uomini-merce, la
classe dei lavoratori proletari, ottennero col sangue e
col sudore che suddetto traffico si svolgesse secondo
vincoli e leggi di dignità, ridimensionando il potere
dei profittatori e garantendo valori di decenza, in
attesa di un modo di vivere in cui nessun Uomo fosse più
obbligato a degradarsi come oggetto di scambio sotto la
legge di una Bottega della Ferocia.
Oggi che i limiti a questo
commercio di vita sono stati già in buona parte
demoliti, dopo aver espunto ogni resistenza, ogni lotta
ed ogni orizzonte di senso alternativi a questa
condizione, un Capitale senza più freni ed ostacoli
sembra lanciato alla conquista di ogni ambito della
sfera biologica, allungando i suoi tentacoli su ogni
forma di vita sociale e naturale potenzialmente
profittabile: dalle montagne della Val di Susa al
diritto allo studio, dal cibo-diesel all’acqua potabile.
Lo spirito autentico del Capitalismo così prosciolto,
non sembra solo essersi abbattuto sul proletariato
(quello cioè che per dato oggettivo ne è allo stesso
tempo inconciliabile antagonista e irrinunciabile
motrice), frantumandone il corpo sociale ed
annichilendone la volontà, ma addirittura, nel tentativo
di escludere ogni istanza altra dalle proprie
esigenze dall’agenda dei processi decisionali,
sembrerebbe riuscito anche nel rendere ingovernabili
le democrazie con cui si vantava di reggere i suoi
privilegiati avamposti di dominio mondiale, Italia
compresa. Ingovernabili? Già, e non solo da una Sinistra
politica che volesse fare ciò che dice di essere, ma
proprio da una democrazia che fosse effettivamente
reale. Ingovernabili poiché già previste e prescritte
sono diventate le stesse politiche e le stesse sostanze
di governo, così come impedita è la contemplazione di
opzioni alternative a tali comandi. L’annullamento di
ogni istanza di ribellione al Capitale sta infatti
cementando un Sistema su rapporti sociali di produzione
sempre più violenti e vincolanti, sempre più estremi, un
sistema tenuto in pugno dal potere di una Classe che mai
ha dominato così incontrastata come ora e che per questo
si ritrova nella possibilità di costringere
prepotentemente la sovrastruttura amministrativa e
statale che la riflette ad un’accelerazione continua dei
processi di accumulazione del Capitale, oltre che ad una
liberazione preventiva delle sue leggi di funzionamento
da quei vincoli che solo la forza della Classe Operaia
era riuscita ad imporle nel passato. E’ esattamente da
questa prospettiva critica, qui brutalmente banalizzata
nello spazio di poche righe, che muove la necessità di
rilanciare con urgenza, attraverso l’appello per l’Unità
e per la Costituente, l’opzione Comunista in Italia:restituire forzaad un espressione politica
che, socialmentegeneratada
chi non si rassegna ad ingoiare le sofferenze del
Neoliberismo quali Colonne d’Ercole dell’Umanità, si
attivi nellarianimazione dell’unico avversario
chepotrebbedavveroprodurre un
arresto del Capitale ed un inversione di rotta,
vivendo la contraddizione di esserne al contempo vittima
etraino
Come in una biga, lanciata
furiosamente a travolgere tutto ciò che incontra da un
trafficante forsennato che frusta con sempre più
violenza il cavallo, spingendolo su un terreno talmente
pericoloso e sconnesso da promettere un ribaltamento
tanto rovinoso quanto sicuro di entrambe: c’è solo da
sperare che il cavallo reagisca alle nerbate e sbalzi
dalla guida lo scellerato, interrompendo la corsa
distruttiva/suicida ed intraprendendo un nuovo cammino.
Il bivio dunque è: o i lavoratori, oggi sempre più
ridotti a uomini-merce, riprenderanno l’iniziativa e
riusciranno ad imporsi nel conflitto sociale che essi
stessi saranno in grado di decriptare, oppure quello che
avremo da aspettarci dalla marcia trionfante del
Capitale altro non saranno che nuovi sfruttamenti, nuove
guerre, nuove discriminazioni, nuovi dissesti ecologici
ecc… fino al buio più tetro.
La politica del compromesso, la
ricerca del cosiddetto equilibrio più avanzato, del
meno peggio, si è dimostrata ormai con tutta
evidenza non solo impraticabile e velleitaria ma anche
la peggiore dal punto di vista dei risultati
concreti: una strada tanto disastrosa e controproducente
quanto utopica.
Perché mai infatti il Capitale
dovrebbe oggi scendere a compromessi? E con chi poi?
Qual è la forza che gli si oppone
e che lo costringerebbe a cedere? Calearo? Bersani?
Follini? Oppure il protagonismo degli intellettuali
come proposto da Nichi Vendola?
La rigenerazione di un nuovo
fronte dei lavoratori salariati, di un nuovo Movimento
Operaio, è dunque compito assolutamente prioritario per
chiunque ritenga indispensabile dischiudere una nuova
possibilità di vita civile su questa Terra. Da questo
punto di vista, solo ricominciando a vivere (cosa
indispensabile per poterla poi comprendere), la nuova
drammatica realtà in cui è stato regredito il lavoro
subordinato dei salariati e solo afferrando la
centralità della questione Capitale/Lavoro (anziché
decretarne presunte marginalità quale componente tra le
altre, come sentenziato dalla sociologia bertinottiana,
o addirittura negarne l’esistenza, come invece recitato
dal pilastro ideologico neocorporativo su cui
sembrerebbe fondarsi il progetto strategico del Pd), si
potrà pensare di poter svolgere un incarico di
trasformazione. L’alternativa è come al solito
l’educazione alla sconfitta, la complicità e
l’omologazione nei ranghi di una casta tra le tante, del
tutto marginale rispetto ai processi di vita reale di
questo paese e priva di altre diversità che non siano
ipocrite differenze di complemento in una funzione
organica a quel Capitale che invece dovremmo abolire.
.
Non
reprimendole ma esprimendole
Cari
Compagni,
sono un
operaio di Forlì, militante del PdCI,
vostro lettore e sinceramente
dispiaciuto che quanto fatto fin ora per
sostenere l’esistenza del vostro/nostro
giornale non stato sufficiente a
garantirgli un minimo di tranquilla
stabilità. Ci chiedete di suggerirvi, di
criticarvi, di stimolarvi e, nel mio
piccolo, vi segnalo dunque la mia
inquietudine nel non capire come un
“quotidiano comunista” sembri
decisamente schierato per una forma di
“Cosa Rossa” (che ad altro non dovrebbe
servire se non al superamento di una
crisi contingente, per quanto grave essa
sia), in cui le ragioni del torto
si annullino definitivamente, anziché
difenderle ed approfondirle. Io penso
occorra invece una “Cosa” unificante ma
non omologante, una “Cosa” che associ
cioè le diverse identità non
reprimendole ma esprimendole. Mi sembra
sia quantomeno irrispettoso liquidare
quali “steccati identitari”, gli
orizzonti di senso, i contesti
prospettici così come i riferimenti
progettuali (e quindi conseguentemente
simbolici), che stanno a fondamento
dell’agire sociale e politico di chi
come me (e come “Ilmanifesto”),
continua a dichiararsi comunista. Nel
caso specifico sarebbe un po’ come voler
imporre la vittoria ideologica di chi
nel 91 decise di dissolvere l’esperienza
comunista italiana e la sconfitta di chi
invece, e grazie al cielo, in
questi anni ha lavorato affinché invece
la ragione di quest’esperienza
continuasse il suo corso vitale come
forza di trasformazione. Dire “Compagni,
contrordine, basta Comunismo perchè
aveva ragione Occhetto” per aderire e
“normalizzarsi” in ranghi
teorico-valoriali propri dei Ds ante-Pd,
oltre ad estinguere ogni forma di
prospettiva critica a mio avviso
irrinunciabile, significherebbe una resa
generale/generalizzata su ogni questione
sociale sensibile in nome della
governabilità, dell’agibilità
istituzionale e del “meno peggio”
rispetto ad uno stato di cose presenti a
cui comunque ci si dovrebbe per forza
rassegnare (vedi l’ incredibile
capitolazione sul Protocollo).
Personalmente invece (e come me tanti
altri compagni che oltre a non
vergognarsi affatto di dichiararsi
comunisti, addirittura ritengono di aver
maggior ragione nell’esserlo oggi ancor
più ieri), credo che ogni battaglia non
sia altro che un aspetto della lotta per
un'altra possibilità di vita civile su
questo pianeta, un particolare cioè che
assume valore solo nell’impegno generale
per abbattere gli attuali rapporti
sociali di produzione, aprendo la via ad
un mondo il cui motivo costituente non
sia l’appropriazione privata di ogni
risorsa vitale considerata produttiva ed
il cui motivo esistenziale non sia
l’estrazione di profitto da ciò di cui
ci si è impossessati. Da questo punto di
vista la sopravvivenza di una forza di
trasformazione, di critica, di analisi,
di lotta e di progetto comunista, è
irrinunciabile proprio in quanto unico
spiraglio credibile per poter tentare la
costruzione di un altro mondo possibile
(per inciso, continuare a sostenere
“Il Manifesto” ha esattamente lo stesso
senso).
La
Marginalità non si evita con un
omologante “normalizzazione”, producendo
politicisti movimenti orizzontali o
comprandosi una presunta
“presentabilità” grazie alla
liquidazione di falce e martello;
l’unica marginalità da temere è quella
dai luoghi della società, da affrontare
scomodandosi, scendendo in profondità ed
in quel “Basso” sempre invocato ma mai
vissuto, oltre che del tutto ignorato
dai vari tatticismi elucubrati...Ed è
così che come Sinistra ci ritroviamo
infatti fuori dalle fabbriche, fuori dai
luoghi di lavoro, fuori da ogni cosa
vera e reale; questo è il vero dramma
che riduce già la futura “Cosa Rossa” ad
apparire più una “Casta Rossa” che non
sembra rappresentare altri se non sé
stessa e che non sembra esprimere alcun
bisogno se non le proprie esigenze
elettorali e di collocamento.
Gianni Fagnoli,
Forlì,2 gennaio 2008
Spietata e nascosta, come Forlì
Sfruttamento e miserie nell’altra
faccia della Città
Di
Gianni Fagnoli
Forlì sembra il classico esempio
di città in cui non succede mai niente, quasi che i suoi
abitanti si fossero messi d’accordo nel non voler
combinare mai nulla degno di nota nazionale.
La vita forlivese sembra scorrere
placida sul suo bel lettone di catrame, intiepidita
dalla spessa coltre di polveri sottili che la sovrastano
e tinteggiata dalle migliaia di abitacoli rombanti che
ne infestano lo sfondo, plumbeo come il cemento che ha
ormai morbosamente allagato ogni residuo di vegetazione
intra-urbe. Speculazione vs Terra: 6-0. Cappotto. Un
degrado da cui però i Paperoni della città si sono ben
tutelati, rifugiandosi dentro il lusso spropositato
delle decine di villoni pacchiani con cui hanno
devastato la ex-splendida prima collina forlivese, di
Massa e non solo.
Non è però qui, né nell’apparente
gradevolezza del Centro Storico, che si dimena il ventre
autentico della città, bensì proprio nella tristezza
delirante delle sue periferie produttive.
Un via vai incessante, eternamente
in cerca di parcheggio, suona la musica dei forlivesi in
coda lungo stradoni sempre più stretti, diretti a
lavori, commerci, affari e traffici di ogni genere per
altrettanti capannoni, fabbriche, negozi, uffici e
centri commerciali.
Dalle sei alle otto, Zone
Industriali come quelle di Coriano, VillaSelva, Carpena
e Villanova si nutrono ogni mattina con migliaia di
operai. Donne e Uomini malinconici che scendono
dall’auto per poi subito scomparire, ingoiati da
squallidi portoni che li rigurgiteranno solo a
mezzogiorno: saldatori, facchini, metalmeccanici,
tessili, edili, tappezzieri,… scaglioni di Classe in
marcia lungo i cortei della rassegnazione ad una vita
sempre più insopportabile. Sanno che lo stesso rito si
ripeterà ancora nel pomeriggio e così per tutta la
settimana, fino alla fine del mese, avanti per tutto
l’anno e di nuovo a ripetere, fino a che non si
riscopriranno vecchi.
Anche il numero di filiali
bancarie partorite ininterrottamente da questo “paesone”
ex-contadino fa impressione, così come i funghi sembrano
sbocciare le sedi di assicurazioni e intermediari
finanziari di ogni genere, accompagnate non a caso dalla
voluminosa fioritura di agenzie per il lavoro
interinale: Adecco, Ramstad, Manpower, Obiettivo Lavoro,
Generelle Industrielle…Una conformazione esemplare al
moderno impianto di sviluppo neoliberista.
Eh già, perchè poi sotto San
Mercuriale i soldi ci sono davvero. Tanti se ne sono
fatti e ancor di più se ne continuano a fare, anche se
il concentrarsi di questa accumulazione in un manipolo
sempre più esiguo di possidenti e mercanti, inizia a
sfaldare impietosamente l’illusione del “farsi da sé”
forlivese, frustrando nel migliore dei casi l’arrivismo
sociale di chi smania un posto in prima classe per poi,
nel peggiore, cominciare a tormentare chi si accorge di
non riuscire più a vivacchiare nemmeno in terza.
Soldi cercati, esibiti, accumulati
e celebrati, anche se spesso di origine non propriamente
limpida.
Innumerabili sono le iniziative di
banche, banchieri e fondazioni bancarie, confederazioni
dell’industria, dell’artigianato, dell’agricoltura,
camere del commercio, imprenditori singoli e associati,
aziende “cooperative” ecc.… un florilegio di impulsi
corporativi accolti, lodati, esaltati, partecipati ed
ascoltati con entusiasmo dai papaveri delle istituzioni
locali. Foto di rito, oboli sociali, intenti
disinteressati, dichiarazioni d’amore, assegni benefici,
ringraziamenti ufficiali, concessioni benevole e ovvie
reciprocità…Tutto sommato niente di che stupirsi, basta
poi non guardare dietro alla copertina patinata di
questi spots alla insieme per il bene di Forlì,
voltando la quale troverete appunto il collante che
tiene appiccicato tutto il depliant: i soldi assieme al
modo in cui vengono fatti.
Non mi sto riferendo al già noto
(perché è noto vero?), fenomeno del caporalato, una
realtà vergognosa in cui puoi incontrare gente spietata
(ma altrettanto ossequiata), come il signor G.,
specializzata nel fornire braccianti nigeriani e rumeni
(ma anche italiani, specie donne e meridionali), a parte
importante del tanto decantato tessuto produttivo
agricolo, tipico e nostrano. Non sto pensando ai
piccoli agglomerati di abusivismo pseudo-artigianale a
libero scarico di acque nere nei fossi della prima
periferia, né tantomeno ho intenzione alcuna di
addentrarmi nei meandri insani dell’altro fattaccio
corruttivo di “Rifiutopoli” (sarebbe meglio dire
Merdopoli), in cui interi imperi economici si sono
generati impestando acque e terre di spurghi venefici,
roba da tentata strage. Non parlo poi degli affari più
istituzionali/legali (ma altrettanto sciagurati),
dell’incenerimento business e neppure di onorati
banchieri della Forlì Bene beccati a truffare e
riciclare come sprovveduti ladri di polli. Nessun
commento sull’ Iper full-abusive, nessuna
denuncia sulle condizioni di lavoro dentro le
cosiddette “cooperative” e silenzio persino sui
meccanismi di consenso clientelare che sembrerebbero
fondare gli equilibri del sistema politico locale .
Nulla di tutto questo e niente di
tanto altro. Per ora.
Questo giro vorrei parlarvi invece
di un bel fabbricone d’assalto a modello “globale”,
semisconosciuto in città e quasi nascosto, nonostante
occupi circa 150 lavoratori, si distenda su di un
impianto enorme e continui a dilatare un fatturato già
da capogiro. In questo fabbricone ho lavorato 9 mesi
come operaio (facchino-carrellista), secondo livello nel
settore legno ed arredamento: 3 mesi come interinale e 6
a tempo determinato. Nove mesi, giusto il tempo di
partecipare alle uniche due (!) assemblee sindacali
convocate e lì osare interventi da estremista
bolscevico, tipo richiedere che si ottemperasse alla
prevista dotazione di estintori antincendio, denunciare
l’assenza di reali uscite di sicurezza, reclamare
condizioni sanitarie decenti, rivendicare l’elementare
assegnazione di una tuta da lavoro e di scarpe
antinfortunistica e così via, fino a far presente
l’ovvia ipotesi di sciopero nel caso la proprietà avesse
continuato a non capire la differenza tra bestie da
traino e lavoratori umani. Parole al vento? No, perché
il big-boss (o chi per lui), le deve aver udite bene,
tanto che dal 27/02/2008 mi ritrovo infatti a spasso,
licenziato…pardon…non riconfermato (come si continua a
dire oggi, in tempo di precariato dilagante e Protocolli
welfare), per suo ordine diretto ed esplicitamente per
motivazioni politiche, essendo io un rompicoglioni
incompatibile con gli interessidell’azienda…Infatti.
Il fabbricone è una macchina da
profitto esemplare e non vuole intralci in mezzo ai
piedi, tipo comunisti rompipalle che incoraggino i
lavoratori con strane idee su dignità e diritti.
D’altronde si sa, i margini di guadagno si dilatano
anche facendosene un baffo delle norme di legge sulla
salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, visto che
queste, per essere rispettate, richiederebbero almeno
qualche manciata di euro a cui il padrone non pensa
minimamente di rinunciare. E come dargli torto? Gli
estintori costano, le tute costano, le scarpe
antinfortunistica costano, per non parlare poi
dell’istallazione di uscite di sicurezza o, ancor
peggio, della sostituzione di tetti e tettoie ancora in
etternit/amianto. Meglio di no dunque, soprattutto
perché, come recita il saggio proverbio del forlivese
arricchito, quando ti scopri sei fregato. Se cioè
ti metti a rispettare leggi, diritti e tutele, per
quanto elementari e anche soltanto per una volta, poi
c’è il rischio che te le facciano rispettare tutte e per
sempre. Meglio dunque rimanere occultati nel regno del
silenzio e del nero, evitando che qualcuno prenda poi
coraggio per chiederti robe strane, tipo il buono pasto,
un contratto aziendale che rimpolpi la vergogna dei 980
euro (!) mensili (ma per tanti anche meno), l’assunzione
a tempo indeterminato di almeno una parte dei precari
(oltre la metà di tutti i dipendenti), o l’adeguamento
degli organici all’aumento vertiginoso dei carichi di
lavoro (piantandola di costringere gli operai a 40 e più
ore di straordinari ogni mese, sotto l’ovvio ricatto
dell’eventuale non-riconferma alla scadenza del
contratto individuale).
Produttività.
Ma già il mercato dell’arredamento
griffato/di lusso tira parecchio di suo e, a furia di
calci, il fatturato si impenna, fino a quasi raddoppiare
nel giro un semestre (oggi si parla di circa 60 milioni
annui). A raddoppiarsi di conseguenza sono anche gli
scarichi, i carichi, le movimentazioni, le spedizioni e
le sistemazioni in magazzini via via sempre più
insufficienti, tanto che gli enormi volumi dei mobili
incassati continuano ad ammassarsi uno sopra l’altro in
pericolosissime colonne pericolanti che, vacillando ad
ogni starnuto, vengono innalzate oltre la normale
portata dei muletti entro spazi angusti. Spazi in cui
ogni manovra diventa una prodezza audace, tanto più se
eseguita su una pavimentazione completamente sconnessa e
disseminata di buche.
Competitività.
Prodezze e miracoli, compiuti da
operai stanchi morti, pagati una scemenza e sotto
costante pericolo. Operai già sovraccaricati di un
lavoro eseguito per il 90% solamente con la forza delle
proprie braccia e per il 10% col carrello elevatore,
bestie da soma a cui dopo una giornata di forzate
fisiche vengono richiesti frangenti di lucidità e di
precisione millimetrica, nella calura asfissiante
dell’estate e nel freddo più gelido dell’ inverno
poiché, ovviamente, non esiste né riscaldamento né
aerazione alcuna. Mani spaccate dal freddo di Gennaio e
una sfoglia di polvere appiccicata al sudore di Luglio.
Classe Operaia.
“E i sindacati?” mi chiederete
voi. Sull’argomento preferirei non esprimermi, perché
difficilmente riuscirei a farlo senza incorrere in
volgarità. Per darvi un’idea eloquente sullo specifico
mi basterà dirvi che in un caso acclarato di mobbing nei
confronti di un impiegata sindacalizzata, sbattuta da un
giorno all’altro dal suo ufficio nel mio reparto a fare
facchinaggio (ma vi immaginate?), la ragazza si è
sentita dire dal suo rappresentante sindacale che sì,
l’azienda era nel suo diritto e che, di conseguenza, lui
non avrebbe potuto farci una piva, pur essendo molto
dispiaciuto del fatto. Lei sta ancora oggi lottando per
la sua causa, pagando avvocati di sua tasca e
stracciando la tessera sindacale. Intanto, per non
rimanere a casa, continua a lavorare dove non dovrebbe,
guidando muletti senza patentino, rimettendoci la salute
e rischiando la pelle per mansioni assolutamente non
contemplate dal suo contratto. Lo stesso sindacalista,
uno di quelli che si fanno vedere in Piazza Saffi il 1°
Maggio, fu quello che, cadendo dalle nuvole, dopo
avergli fatto presente la situazione allarmate della
sicurezza disse: “Da domani cambierà tutto”. Era il 15
di Novembre, l’assemblea successiva era fissata per
Gennaio. Siamo a Marzo, nessuna assemblea è stata
convocata e neanche un pelo si è mosso da allora. A casa
del padrone si vede che il cibo è più saporito,
soprattutto se poi il padrone è della stessa parte
politica, talmente affine da aver persino assunto per un
certo periodo di tempo come dirigente un noto esponente
forlivese dello stesso sodale sindacato.
Conflitto di interessi.
Ma intanto il fabbricone va alla
grande, talmente alla grande che a Febbraio la
collezione di Suv e di Mercedes del big-boss si è
arricchita di un ultimo esemplare da 150.000 euro,
esibito in lungo ed in largo per tutti i piazzali della
fabbrica e seguita dal solito codazzo di capi/e e
capetti/e in adorazione. Per non parlare poi della nuova
barca acquistata a Settembre ed ormeggiata nel
prestigioso porticciolo di lusso appena terminato a
Marina di Ravenna.
Ineffabile Sistema Romagna: col
profitto guadagnato sfruttando la gente nella Zona
Industriale di Coriano, già in parte servita dalla
costruenda faraonica tangenziale forlivese, compri uno
Yacht realizzato in una fabbrica dell’altrettanto
costruendo nodo intermodale romagnolo di Villa
Selva, per poi posteggiarlo nelle raffinate (e sempre
pubblicamente finanziate), banchine di Marina.
Enormi finanziamenti pubblici per
affari, profitti, benefici e lussi che rimarranno
esclusivamente privati/padronali, dato ormai per
assodato che l’unica ricaduta sociale di questa ricetta
liberista per lo sviluppo sistemico, logistico eproduttivo dei territori, ha ovunque e da sempre
comportato, oltre che l’ovvia rovina ambientale, solo un
accompagnamento/favoreggiamento (quando non un diretto
inasprimento), dell’implementazione dottrinaria delle
immutabili leggi del Capitale, ossia delle pretese, dei
ricatti e dei ritmi di sfruttamento imposti dalla classe
dominante su quella lavoratrice. Forse qualcuno, anche a
Forlì, dopo anni di nauseanti nenie sul sicuro effetto
“sgocciolamento” di benessere prodotto dalle classiste
politiche di “sistema” sulle parti subalterne della
società, si sarà reso conto che all’aumentare
vertiginoso di rendite e profitti è sempre corrisposto
solo un arretramento drammatico delle condizioni di vita
delle classi salariate.
Modelli e scelte di sviluppo.
Più opere, più profitti ma sempre
meno per i lavoratori: meno salari, meno diritti, meno
dignità.
Tuttavia, se la globalizzazione di
un neoliberismo “orrendo e criminale” ordina, la Forlì
“bella e solidale” (come nel fortunato refrain che
accompagnò la campagna elettorale dell’attuale sindaco),
continua ad obbedire, inseguendo i sogni di gloria dei
propri padroni.
Già, Forlì la “bella e solidale”,
pensate, talmente solidale al punto che i suoi
ristoratori dichiarano redditi inferiori a quelli dei
propri camerieri, mentre persino i titolari delle
gioiellerie si denunciano più poveri dei metalmeccanici.
Quanta bellezza e quanta
solidarietà.
Per
il Partito Comunista
Breve tesi sull’indispensabilità di un Partito
Comunista in Italia
Più si susseguono gli
eventi e più si ha la sensazione che si stia per
giungere ad un imminente punto di stretta, provocato
da un avanzamento, tanto impressionante quanto
travolgente, di quei processi di accumulazione
capitalistica che purtroppo, fino ad ora, non
sembrano aver incontrato ostacoli degni di nota
(come peraltro si dimostra anche nella capitolazione
continua del governo a cui partecipiamo, davanti
agli ordini ed alle ricette di Confindustria e delle
Oligarchie finanziarie europee). Le leggi del
Capitale sembrano aver trovato nel moderno corso
Neoliberista, le condizioni per dispiegarsi ed
implementarsi, completamente e compiutamente, a
partire dalle grandi dinamiche di mercato globale
fino a raggiungere ogni più piccola porzione di
territorio locale. Dopo il collasso dell’ URSS ed il
dissolvimento parallelo di un movimento operaio
organizzato, il Capitalismo sta raggiungendo,
attraverso il Neoliberismo, punte di sviluppo
talmente spaventose proprio grazie all’ acquisita
possibilità di imporsi senza vincolo alcuno, senza
obblighi, senza maschere e soprattutto senza nemici.
Un Capitale così “liberato” sta difatti procedendo
spedito nella demolizione sistematica di ogni
residua “eccezionalità” ai rapporti sociali di
produzione che ne fondano il sistema, smantellando i
luoghi e le costruzioni di sopravvivenza al profitto
(il cosiddetto stato sociale), ed instaurando un
ordine di governo economico totalitario in cui
dignità, diritti e rispetto per ogni soggetto
economicamente e socialmente subalterno, diventano
impedimenti sempre più insopportabili al prosciolto
spirito dello stesso Capitale e delle sue Leggi.
Il programma
economico, sociale e politico delle Classi che
conducono questi evidenti processi di sviluppo del
Capitale, in Italia come in tutto il Globo, è
esattamente quello di debellare definitivamente
questi intralci, facendo trionfare l’unico motivo
esistenziale del Sistema: il profitto. In molti se
ne sono ormai accorti: a prescindere da chi ha
governato le istituzioni di questo paese, nel giro
di pochissimi anni le condizioni del lavoro
salariato in Italia, a partire dall’abolizione della
Scala Mobile, sono regredite di quasi mezzo secolo,
seguendo esattamente la volontà del padronato.
Il posto di lavoro sicuro,
una normalità fino a pochi anni fa, è oggi
diventato pura fantascienza. Intere generazioni di
giovani lavoratori si espongono senza soluzione di
continuità davanti al padronato come bestiame in
fiera, per qualche mese di contratto sottopagato e
senza tutela alcuna. La possibilità di mantenere
dignitosamente una famiglia con un salario operaio,
da certezza è diventata pura follia. Il diritto alla
casa è passato dall’accesso realizzabile per tutti
al privilegio quasi impossibile. Intere famiglie di
lavoratori ricorrono al credito solo per fare la
spesa della quarta settimana. Interi pilastri
dell’industria e del patrimonio statale, così come
settori strategici del servizio pubblico, vengono
smembrati e divorati progressivamente dal Capitale
privato. Fette enormi di pubblica spesa vengono
sottratti all’uso sociale e gettati per foraggiare
sia le imprese capitalistiche sia le politiche
militariste di sostegno al neoimperialismo
occidentale, sbilanciando terribilmente a vantaggio
della borghesia la mediazione dialettica fra le
classi a cui lo Stato era stato storicamente
obbligato dalla forza passata della classe operaia
organizzata. Un impressionante esercito industriale
di riserva si rende disponibile ad un’autentica
prostituzione lavorativa a qualsiasi condizione,
cementando col ricatto, l’abuso, l’ultrasfruttamento
e la violazione dei diritti più elementari, la
“normalità” della situazione del lavoro in Italia.
L’età pensionabile viene allungata di anni e lo
spessore della pensione pubblica diminuito
progressivamente. il Tfr è stato scippato. I morti
e gli incidenti sul lavoro hanno raggiunto picchi da
strage. Interi settori del lavoro dipendente e non
solo, come quello impiegatizio (diventato ora della
cosiddetta “collaborazione”), ma anche quello del
lavoro autonomo e della piccola imprenditoria
funzionante sotto commessa del grande capitale, si
ritrovano proletarizzati di punto in bianco. I
salari non recuperano nemmeno l’inflazione e la
concertazione sembra ormai funzionare solo
unilateralmente a vantaggio dei padroni…..Nel
frattempo rendite e profitti aumentano e si
concentrano esponenzialmente, dimostrando la propria
forza anche nel potere di ignorare e violare
impunemente le leggi, cimentandosi in sempre nuovi
campi d’applicazione (una vera e propria invasione
di ogni ambito del vivere sociale), e
manifestandosi sempre più insofferenti e
minacciosi nell’esigere completa “mano libera” per
la proprietà privata ed il mercato oligarchico.
Qualcuno disse un
tempo che la “valorizzazione del mondo delle cose
procede di pari passo con la svalorizzazione del
mondo delle persone”, esattamente quello a cui
stiamo assistendo.
I Padroni sembrano
dunque ormai vincenti su tutta la linea ma, se il
loro programma può dirsi a buon punto, essi di certo
non si accontenteranno di questo, pretendendo di
realizzarlo nel pieno rispetto di quanto le Leggi
del capitale esigono, fino cioè all’abbattimento
anche delle più piccole e pietose forme di
salvaguardia sociale, quando cioè non sarà rimasto
che il Mercato a stabilire ogni forma ammissibile di
esistenza. Banalizzando, si potrebbe riassumere
dicendo che le cose, continuando a seguire sempre
più fedelmente quanto strutturalmente concepito
dagli attuali rapporti sociali di produzione
sostanzianti il Capitalismo, andranno
necessariamente peggio: la stretta sarà sempre più
forte ed insopportabile, così come sempre più
illusorio e ridicolo sarà lo spazio per discutere di
“volto umano”, di “sostenibilità” o addirittura di
“miglioramento” del Sistema dominante.
Se già si è ridotto
al lumicino lo spazio per emendare le politiche di
Sistema in senso contrario al libero dispiegarsi del
Capitale, ben presto questa residualità si
estinguerà probabilmente del tutto. Restando sopra
i fondamenti programmatici di riproduzione del
Sistema e dentro il suo contesto espansionista,
pensare di poter discutere aggiustamenti alternativi
agli ordini del Capitale stesso diventerà quindi
sempre più sterile idealismo da ottimisti nella
catastrofe, e questo nel migliore dei casi.
Il Riformismo, il
migliorismo, l’accettazione di questo stato di cose
presenti associata ad un inverosimile quanto ingenua
convinzione di poterlo correggere o edulcorare
rimanendovi dentro, senza alcuna intenzione di
intaccarne la struttura e senza nemmeno la coscienza
di doverne rappresentare una parte in conflitto,
diventeranno a questo punto pure velleità
utopistiche.
Tanto per fare un
esempio: come si può pretendere di far credere ai
lavoratori (vedi Prodi con i suoi proclami solenni),
di affliggersi per l’impressionante serie di morti
ed infortuni sul lavoro, sbraitando che si farà di
tutto affinché ciò non avvenga mai più, quando poi
si riduce il dramma a questione di ispezioni e
controlli, o al massimo di formazione, guardandosi
bene dal denunciare nell’ ipersfruttamento, nel
ricatto della precarietà e nella condanna alla
sconfitta operaia della concertazione, le vere cause
del male? Del resto ciò risulta difficile quando il
principale obbiettivo del suo Governo, orami
ripetuto fino alla nausea, è quello della crescita e
della competitività a tutti i costi del Capitalismo
nostrano ed europeo.
Il problema del
potere economico e del conseguente conflitto di
classe fra Capitale e Lavoro è dunque, oggi più che
mai, esistenziale, fondamentale ed ineludibile:
nessuna questione concreta, nessun obbiettivo
particolare, nessun contesto rivendicativo, nessuna
proposta di merito (dalle pensioni all’ambiente,
dalla pace alle condizioni di vita dei lavoratori,
dalla questione di genere alla precarietà), ha senso
se presa singolarmente, se considerata cioè alla
stregua di un problema in sé slegato dalla
condizione strutturale che lo genera e alienato dai
rapporti sociali di produzione che lo causano (e che
inarrestabilmente proseguiranno ad aggravarlo).
Insomma, occorre finirla di soffermarsi a fissare il
proverbiale dito davanti ad una mano protesa
nell’indicare un punto.
Concentrarsi sugli
effetti ed ignorarne le cause, separare i primi
dalle seconde, non solo significa rinunciare ad
agire per la trasformazione sociale, ma pure non
produrre alcun risultato su questioni immediate ed
elementari apparentemente di facile posizione:
esempi su tutti ne siano il Protocollo sul Welfare,
la Guerra in Afghanistan e la Manifestazione del 20
Ottobre contro la precarietà. A tutto ciò si
aggiunga la considerazione che il migliorismo altro
non ha mai prodotto se non una politica politicante,
fatta da burocrazie di carriera senza alcuna sede
sociale che trovano nella partecipazione alle
istituzioni non uno strumento tattico ma un fine,
cricche in cerca di pascolo nelle rive di sinistra
del Sistema, elites autoreferenziali che non
rappresentano niente se non loro stesse e che non
esprimono nulla se non le proprie esigenze
elettorali/clientelari.
Davanti a questo
quadro desolante, la scomparsa di una forza
Comunista è esattamente il contrario di ciò che
occorre.
L’urgenza è difatti
semmai quella di consolidare, rafforzare e preparare
tatticamente una potenza politica e sociale che non
solo sappia almeno riconoscere l’attività del
conflitto in atto fra Classi dominanti e soggetti
subalterni, ma che in esso voglia riporre la propria
sede costituente, concependosi quale espressione
organizzata e diretta emissione politica di
quell’enorme blocco sociale (costituito in primo
luogo dai lavoratori manuali salariati), che negli
ultimi 15 anni è rimasto indifeso a subire sconfitte
su sconfitte di fronte alle incessanti aggressioni
scagliategli contro dal Capitale neoliberista. Ciò
che occorre inderogabilmente è una forza che sappia
denunciare 1) nell’appropriazione privata di ogni
mezzo ed ogni risorsa collettivamente vitale, 2) nel
fine ultimo del profitto e 3) nel totalitarismo
tirannico del mercato oligarchico, i 3 pilastri
portanti l’infamia che è nostra intenzione
cancellare dalla faccia della terra, i 3 fondamenti
strutturali che cioè è necessario abbattere per
poter produrre quel rivolgimento, tragicamente
indispensabile, da noi voluta quale fine ultimo del
nostro agire politico e sociale.
Oggi più che mai è
necessario un Partito Comunista dunque, un partito
che cioè si ponga come compito primario quello di
riorganizzare e rappresentare la parte fin ora
battuta nella guerra dichiaratale dal Capitale, un
partito che rientri organicamente e materialmente ad
insediarsi e vivere assieme ai suoi generatori
sociali, un partito che lotti nell’unico orizzonte
di senso, quello della distruzione dello stato di
cose presenti, in cui ogni singola rivendicazione
può assumere un vero significato. Serve allora un
partito che abbia la capacità e l’onestà
intellettuale di dire apertamente che forse mai
momento storico è stato più adatto, quale quello
attuale, per verificare la straordinaria
funzionalità dell’analisi marxiana, l’ incredibile
vitalità di uno spessore scientifico che, chiunque
abbia avuto la capacità di rileggerlo alla luce
degli eventi attuali, mai ha potuto negare, così
come nessuna produzione di critica al neoliberismo
ha potuto finora ignorarne la sempre più evidente
centralità. Niente ancora come il marxismo dunque,
nostro irrinunciabile patrimonio, né in forza né in
lucidità, e questo lo si può dire senza timore di
smentita oggi assai più di ieri.
Non si costruisce un
Partito Comunista per guardarsi allo specchio e per
soddisfare il proprio narcisismo rivoluzionario: il
Partito Comunista si costruisce dal ventre della
classe lavoratrice e dall’insopportabilità delle
condizioni materiali in cui essa viene costretta a
sopravvivere. Il Partito Comunista vive con i drammi
quotidiani di chi viene condannato alla
subalternità, emerge dalle richieste di liberazione
e di dignità dei suoi luoghi sociali, scaturisce
dalla rabbia di chi vede la propria esistenza
sbattuta impietosamente sul banco delle merci. Il
Partito Comunista è l’umanitàtormentata che
organizza il proprio riscatto, ed esso è
indispensabile esattamente nei confronti di questa e
della sua necessità assoluta di emancipazione,
poiché irrompendo da essa è il solo che la può
considerare un Soggetto e non un Oggetto, è il solo
che la propone protagonista distogliendola
dall’emarginazione, è il solo che la considera
artefice di un movimento storico che attraverso la
sua liberazione porterà ogni altro aspetto della
vita a liberarsi dalla morsa soffocante della
proprietà privata, del profitto e del mercato.
Garantire la
sopravvivenza di un Partito Comunista oggi,
significa tenere aperto uno spiraglio in cui poter
lottare per la ricomposizione, l’organizzazione, la
difesa e la rappresentanza di quest’umanità
subalterna e soggiogata.
Continuare a
costruire, rafforzare e radicare un Partito
Comunista significa mantenere in vita una
possibilità di trasformazione sociale della realtà
esistente, un opportunità di liberazione dal
Capitale e dalle sue Leggi, uno strumento
irrinunciabile su cui lavorare fino alla sua
trasformazione in quel fattore soggettivo
indispensabile all’abolizione dello stato di cose
presenti.
Annientare la
soggettività Comunista, o confinarla a sterile
testimonianza protestataria e/o intellettualoide,
significa abbandonare alla desolazione gli umiliati
e condannarli ad un’oppressione rassegnata,
significa fare un favore al Capitale ed al suo
esercito di servi, significa chiudere per sempre
ogni varco per passare ad una nuova possibilità di
vita civile su questo pianeta.
Sono dunque contrario
alla svendita del Partito dei Comunisti Italiani per
annullarlo dentro ad una indefinita “Cosa” unica,
genericamente di sinistra ma priva di qualsiasi
programma politico e sociale. Una “Cosa” che non
condivide né orizzonti di senso né contesti
progettuali, una “Cosa” che nega il concetto stesso
di classe sociale, che ripudia il marxismo e che non
possiede la benché minima intenzione di abbattere il
Capitalismo
Mentre allora sono
più che convinto che sia oggi più che mai
indispensabile un soggetto Comunista quale strumento
e luogo insostituibile per l’interpretazione e la
trasformazione della realtà, sono altrettanto
persuaso che “Cose Rosse” del genere ultimamente
proposto, siano attuali solo per adeguarsi al nuovo
corso decadente del sistema politico italiano, fatto
di stratagemmi machiavellici, di elettoralistiche
“corse al centro” e di inseguimenti alla
“presentabilità” moderata. Un sistema politico
corruttivo e totalmente estraneo alle condizioni
materiali dei lavoratori ed in generale del paese,
un sistema fatto per autoalimentare l’elite che vi
partecipa, senza altro scopo che la sua stessa
riproduzione. Una “Cosa Rossa” a partito unico, così
com’è stata bertinottianamente proposta e
concepita, altro non può offrire ai lavoratori se
non una cosa: capitolazioni, capitolazioni e ancora
capitolazioni, sempre nuovi rospi fatti ingoiare col
proprio voto complice e con la litania ipocrita del
“meno peggio” o del “meglio di niente”, stucchevoli
ritornelli che fino adesso ci hanno accompagnato
solo col finire nel peggiore dei modi senza peraltro
ottenere alcun risultato concreto, mai e su nessun
argomento.
Se davvero si
desiderano organizzare funzionalmente azioni comuni
fra forze di sinistra su temi specifici, momenti di
incontro tattico, coordinamenti di iniziativa
ecc…tutto questo lo si può fare benissimo da subito,
immediatamente ove ci si trovi d’accordo su
posizioni comuni (il problema però è che non ci si
trova mai d’accordo su nulla), ma ciò non contempla
assolutamente la necessità di un partito unico. Non
c’è nessuna considerazione o valutazione di tipo
operativo che possa giustificare l’annullamento del
nostro e degli altri partiti in una “Cosa”
omologante. Non si capisce quale sia il ragionamento
ed il criterio concreto secondo cui o si diventa un
solo partito o non si fa nulla, non si capisce poi
ancor di più quale bisogno (che non sia un’evidente
pretesa di vittoria ideologica anticomunista e
antimarxista), sia espresso dall’ossessione di
cancellare ogni riferimento al Comunismo, facendo
scomparire quelli che per noi ne sono naturalmente i
portati logicamente/politicamente consequenziali,
molto più significanti che simbolici.
Se la “Cosa Rossa”
dovesse servire (come sembrava inizialmente) da puro
momento di aggregazione tattica contingente su
contenuti di merito, tipo Confederazione, essa potrà
a mio avviso ottenere il nostro massimo contributo
come Partito Comunista autonomo, identificato e
riconosciuto. Se invece (come sembra si sia ora
declinata la proposta), questa si risolvesse in un
arrogante pretesa di nostra liquidazione e di resa
totale ai diktat ideologici degli ex-diessini di
Sinistra Democratica (fino ad ora poco più che una
congrega di eletti senza base) e della corrente
bertinottiana di Rifondazione, questi signori
dovranno fare un bel collo lungo, come si dice in
Romagna. Non saremo certo noi, per quanto detto sino
ad ora, a svendere il nostro motivo esistenziale per
prestarci a tirare loro la carretta in campagna
elettorale o per farli belli e affidabili di fronte
ai loro “alleati naturali” del Partito
neodemocristiano di Veltroni.
Gianni Fagnoli-
Forlì, 2 gennaio 2008
Orizzonti
Felici
Di Gianni Fagnoli
Forlì, 1 gennaio
2008
- “Club dei
Cittadini” buongiorno, da dove chiama?
- Da un
importante polo logistico del Nord-Est.
- E cioè?
- Da una
piattaforma produttiva a supporto del Grande
Corridoio Commerciale n° 3.
- Va beh, ho
capito ma, voglio dire, esattamente dov’è che
abita?
- Vicino allo
svincolo 65 della Nuova Scorrevole Velocissima…
- Senta ma mi sta
prendendo in giro? Non capisco veramente,…ma ce
l’ha una casa lei?
- Si, vivo in
affitto a 600 euro al mese in un monolocale
dell’Alveare n°7 di Nuova Lottizzazione.
- Forse non ci
capiamo…Nuova Lottizzazione ha detto?
- Si, quella
appena inaugurata dalla EdoCem Holding, a pochi
passi dal 15° impianto per l’ incenerimento, ha
presente? Appena superata la Centrale di
termovalorizzazione, a sinistra del
rigassificatore,…non c’è mai stato?
-…No…
- Suvvia, le ho
detto a sinistra del rigassificatore,…dove la
Sopraelevata ad Alto Carico interseca la Nuova
Scorrevole Velocissima appunto. Ma ha presente
almeno il rigassificatore (quello grande
intendo)?…
- Mah… che ne
so…rigassificatore?
-Si, quello dove
tra l’altro lavoro io: 55 ore la settimana per
1070 euro al mese con un contratto “Andirivieni
Sporadico” rinnovabile ogni 15 giorni
(d’altronde ho 45 anni e sono ancora molto
giovane). Insomma, per farla breve proprio a
due passi da lì c’è casa mia.
- Ma scusi, che
razza di posto è mai questo? Eh? Ce l’avrà uno
straccio di nome la sua città, il suo paese o
quel che caspita è…?
- Un nome?
- Si cribbio, un
nome, uno di quelli storici, che ne so: Roma,
Bologna, Venezia! Almeno il nome del Centro più
vicino alla sua zona!
- Un
nome,…vediamo,…un nome,…un Centro ha detto eh?
Beh, il nome più vicino che mi viene in mente è
Ipertown.
- Ma cos’è, un
Centro Commerciale?
- Esatto. Non va
bene? Ha detto un Centro…
- Ma no! Io
intendo il Centro-Centro della Città, quello in
cui la gente si incontra, discute, un luogo in
cui si svolgono iniziative culturali,
artistiche, ludiche, musicali,…ci sono i
monumenti.…ha capito? Le sto parlando di un
Centro vero, del cuore pulsante di una comunità.
- Va bene, va
bene,…ho capito e ripeto: Ipertown.
- E vuol farmi
credere che è proprio lì, in un megabottegone,
che hanno luogo gli incontri, le relazioni e gli
avvenimenti più rilevanti della sua zona?
- Esatto.
- Ed è lì che si
concentrano le cose più importanti per la vita
sociale della sua zona?
- Esatto.
- E quali
sarebbero?
- Quelli che
servono alla gente insomma… la roba,…merci,
oggetti, acquisti, consumo, vendita,…i soldi no?
- Ma lei vive
bene in questo posto?
- Sì, direi di
sì. Ci sono tutte le cose di cui un cittadino ha
bisogno. Ci sono un casino di parcheggi, il
cellulare prende ovunque senza problemi, i negri
lavorano sodo e gli zingari non rompono i
coglioni, anche perché poi la TotalCamera copre
l’appalto sicurezza in tutta la zona al 99% con
la Videosorveglianza ed un sistema di RepriPrev.
Le partite di Champions poi si vedono benissimo,
dato che il segnale del Digitale Terrestre
arriva tutta l’area,…Non mi posso lamentare
insomma,…io poi mi becco anche la Pay Tv.
- Ah…bene…ma i
servizi, le aree verdi…
- Beh, di servizi
ce ne sono parecchi. Abbiamo 641 imprese
registrate e 14 aree di movimentazione merci,
abbiamo un infinità di Finanziarie che prestano
soldi a tutti e per tutto, poi ci sono tante
concessionarie di auto, discariche dove mettere
i rifiuti, distributori di benzina,
assicurazioni, armerie, agenzie di sicurezza
privata. Ultimamente si sono insediati anche due
nuovi Team dell’Ordine e del Decoro. E’ pieno
anche di banche sa? Sia come sportelli sia
sottoforma di cliniche, asili e scuole…Poi come
le ho detto c’è l’Ipertown: tutto quello che
serve ad un cittadino normale c’è. Di aree verdi
come intende lei…boh, no, non ce ne sono a parte
il giardino della Corporazione Hotels,… ma
comunque chi avrebbe il tempo da perderci
dentro? Sa, con tutto quello che c’è da
lavorare… Comunque abbiamo quattro campi da golf
,….e come parco per i bambini c’è Plastiland con
dentro ben 4 McDonalds e un SuperToys…
- Ok, ok,..ho
afferrato…Adesso veniamo al motivo per il quale
ci ha chiamato: ha già digitato sul telefonino
il suo codice personale di abbonamento alla
Democrazia?
- Si
- Bene, allora
voti pure. Le ricordo che può scegliere
l’opzione 1 o l’opzione 2, il costo del suo
esercizio democratico le verrà addebitato sul
numero della carta di credito che ha fornito al
centralino,…
- Voto 2.
- Profilo
votante?
- Automobilista -
consumatore – utente RF453-0.
- Bene. Che il
centralinista di seggio registri: RF453-0 vota
per il n°2. Grazie RF453-0.
- Dovere civico.
Gianni Fagnoli
Che
“Cosa” si vuol fare?
Unire le forze senza soffocarle
Di Gianni Fagnoli
Quant’è la differenza tra
chi punta all’amministrazione dell’esistente e chi
invece lotta per l’abolizione dello stato di cose
presenti?
Quanta distanza corre tra
chi riferisce il proprio impegno ad una gestione, più o
meno correttiva, delle sovrastrutture di un capitalismo
a cui si è convinti ci si debba rassegnare e chi,
invece, individua nel superamento degli attuali rapporti
sociali di produzione l’unica credibile possibilità per
arrestare il tragico regresso in cui l’Umanità viene
inesorabilmente spinta dal dominio neoliberista?
E’ del tutto evidente che
ciò che per i primi costituisce un fine, cioè il governo
delle istituzioni emanate da questo sistema, per gli
altri è solo un mezzo, un procedere tattico verso
orizzonti di senso alternativi al sistema stesso,
indicando sia nel motivo costituente di quest’ultimo
(cioè l’appropriazione privata di ogni risorsa ed ogni
strumento considerato produttivo), sia nel suo motivo
esistenziale (ossia l’estrazione di profitto da ciò di
cui ci si è appropriati), le radici causali dei drammi
umani ed ecologici che stiamo vivendo: dalla precarietà
alla desertificazione, dalla paurosa retrocessione delle
condizioni di vita dei lavoratori alla guerra.
Si può essere d’accordo o
meno con i primi o con i secondi, si potrebbe stare a
discutere intere settimane sulle ragioni, sulle analisi
e sulle critiche degli uni e degli altri (e degli uni
verso gli altri), ma non è certo questo il momento e
lo spazio per farlo. Quello che serve ora è invece
valutare quale sia la mossa migliore da compiere per
entrambe le componenti data l’attuale contingenza
politica, ferme restando le sostanziali differenze
appena menzionate.
E’ desiderabile un
alleanza di tipo elettorale per riuscire a superare un
eventuale sbarramento che comprometterebbe la
rappresentanza di tutti in parlamento? Senz’altro. E’
augurabile un coordinamento organico tra i diversi
gruppi parlamentari per agire unitariamente su questioni
condivise? Certamente.
E’ auspicabile un
meccanismo confederativo di raccordo che apra un dialogo
a tutti i livelli fra i diversi soggetti aderenti e che
riesca a connetterli in momenti di discussione,
mobilitazione, iniziativa, proposta e lavoro su
battaglie di interesse comune? Si.
E’ dunque possibile
prospettare una “Cosa Rossa”, come prodotto di una
fusione in un partito unico, tipo “La Sinistra”,
eliminando perciò ogni riferimento programmatico,
analitico, prospettico (e quindi conseguentemente pure
simbolico), che non sia quello appunto di “Sinistra” in
senso generico (e molto controverso)?
No, questo non sembra né
possibile né plausibile, o perlomeno non senza tagliare
fuori una buona parte, forse maggioritaria, dei
potenziali interessati.
Non appare possibile
innanzitutto perché, l’adesione ad un Partito,
presuppone un’ identità comune che qui non esiste.
A tal proposito basti
pensare, come detto all’inizio, che il motivo
socialmente e politicamente esistenziale di un militante
comunista, i modi e i luoghi in cui questo pensa e fa
politica, così come i suoi scopi ed i suoi orizzonti di
senso, hanno ragione di esistere solo in un idea di
trasformazione sociale che è evidentemente divergente,
se non proprio configgente, rispetto a quella di un
attivista dei Verdi o a quella di un convinto
sostenitore del percorso rappresentato dai Ds ante
Pd. Sarebbe a questo proposito paradossale chiedere a
qualcuno di continuare a fare politica, pretendendo però
che questi rinneghi il motivo stesso e la sensibilità
grazie ai quali ha deciso di impegnarsi politicamente.
In secondo luogo,
collegato strettamente a quanto appena detto, sarebbe
pure eufemisticamente ingrato andare dinanzi ai
militanti dei due Partiti Comunisti (PdCI e Prc, quelli
che per altro costituiscono lo spessore decisamente
maggioritario della “Cosa Rossa”), dopo che questi
hanno coraggiosamente lavorato, costruito e combattuto
per anni con denti e unghie solo per mantenere in vita
una soggettività/progetto comunista di cambiamento della
società, dicendo poi loro che adesso del comunismo non
se ne fa più nulla, che la rifondazione è fallita e che
tutto il faticosissimo percorso politico sin qui
affrontato verrà speso in un revival del Pds.
Della serie “Compagni,
contrordine! Torniamo al 91, ci eravamo sbagliati, aveva
ragione Occhetto”.
La rinuncia ai simboli
difatti (sotto i quali per altro risiede oltre l’80% dei
potenziali partecipanti alla “Cosa”, ragion per cui non
si capisce perché questi debbano rinunciarvi in nome
dell’unità, mentre l’altro 20% , chissà perché, nemmeno
in nome della stessa accetterebbe mai di ammetterli), in
realtà rappresenterebbe non solo la rinuncia ai propri
motivi costituenti e alle proprie ragioni esistenziali,
ma soprattutto sancirebbe la vittoria ideologica di chi
decise il dissolvimento dell’esperienza comunista in
Italia intraprendendo un percorso di convinta adesione
ai valori del liberismo dominante, decretando viceversa
una penosa sconfitta, con conseguente assimilazione a
dalemiana “normalità”, di chi invece non ha mai
smesso di combattere “dalla parte del torto”.
Il tutto sembra poi
essere reso ancor più difficile dal fatto che non solo
è osservabile una diversità determinante da un punto di
vista, diciamo così, “genetico”, ma pure sulla
concretezza di contenuti quotidiani abbastanza
elementari sui quali, apparentemente, non dovrebbe
esistere discordanza alcuna: manifestazione del 20
ottobre, Protocollo welfare e Afghanistan su tutti.
Meglio pensare dunque ad un soggetto unificante e non
omologante, ad una costruzione che cioè aggreghi le
identità senza costringerle ad annullarsi e scomparire.
Forse è questa la “Cosa” migliore per tutti.
dicembre 2007
La
via delle 3B: Bruciare, bruciare, bruciare!
La piromania al potere in Romagna,
dagli Inceneritori alle “Biomasse”
Di Gianni Fagnoli
Si sa che il fuoco ha
sempre esercitato sull’Uomo un fascino ancestrale,
risvegliandone gratitudini primordiali verso la scoperta
che lo ha riscaldato e protetto fin dai tempi delle
caverne.
Il fuoco fu senz’altro
determinante al fine di salvare la specie umana da una
natura selvaggia e biologicamente sfavorevole a quello
che sembrava il più sfigato tra tutti gli animali.
Lento, debole, poco resistente, privo di pelliccia e con
sensi menomati, annullando l’inferiorità fisica con la
propria intelligenza l’Uomo primitivo apprese ad
utilizzare consapevolmente il fuoco, costruendosi
attraverso di esso la principale strategia per
sviluppare il proprio insediamento di specie nella Terra
di allora.
Oggi a quanto pare,
nonostante millenni di nuove consapevolezze e nuove
scoperte, è ancora la combustione a farla da padrona
nelle strategie di sviluppo degli uomini, proprio come
succedeva ai tempi dei cavernicoli . Non tutto
ovviamente è rimasto uguale da allora visto che, nel
frattempo, la minoranza occidentale degli umani ha
riarso talmente tanto da immettere nell’ecosistema una
quantità di inquinamento termico (il peggiore), talmente
spropositata da mettere a repentaglio la loro stessa
permanenza su questo Pianeta. Certo non si tratta più di
bruciare per consentire il semplice insediamento (per
quanto moderno) della specie, bensì per mantenere
livelli di consumo energetico forsennati, insostenibili
e finalizzati alla riproduzione di un modello di
sviluppo delirante nonché suicida. A furia di appiccare
fuoco a petrolio, carbone e gas per consentire la
rigenerazione continua del processo di accumulazione
capitalistica, così come delle criminali disuguaglianze
di cui questo è portatore, il Globo neoliberalizzato si
sta surriscaldando a tal punto da far saltare ogni
equilibrio naturalmente concepito. Desertificazione,
siccità, catastrofi, scioglimento dei ghiacci ecc., non
sono affatto opinioni ma evidenze allarmanti per
chiunque faccia girare qualche neurone.
In Occidente tanto si è
bruciato (e tutt’ora si continua a ritmi sempre più
folli), da mandare oltre al picco i giacimenti di
combustibile fossile, il tutto per produrre merci oltre
sia il necessario sia oltre l’assorbibile , fino ad
accorgersi di aver prodotto soprattutto un oceano di
immondizia (ossia di merda, intesa in senso lato), a sua
volta carbonizzata.
A Forlì infatti, come se
già non fosse bastato quello che c’era prima e quello
privato di Mengozzi per i rifiuti farmaceutici, è stato
approvato un nuovo inceneritore proprio per questo
motivo: altro inquinamento, altre polveri velenose,
altro sovraccarico di calore…ma anche nuovi grassi
affari grazie alla merda mercificata e a nuovi processi
produttivi ad essa collegati. Neanche il tempo di
digerire questo nuovo mostro ardente che ora, in
occasione del progetto di conversione produttiva della
ex-Sfir di Forlimpopoli, se ne presenta già un altro con
la Centrale a Biomasse, classica creatura da : 1) crisi
petrolifera, 2) insistenza su questo modello di sviluppo
allucinante che esige a tutti i costi di mantenere (e
addirittura di accrescere) gli attuali ritmi di
produzione e consumo, già indecenti e 3) cieca
obbedienza alla legge capitalistica per la quale, anche
la più piccola particella del creato (tipo una
potatura), non può permettersi di essere economicamente
inutile, ossia non-profittabile, essendo universale
l’obbligo di giustificare la propria esistenza
convertendosi nella merce più redditizia possibile
(l’ossigeno, ad esempio, da questo punto di vista
evidentemente non lo è). Secondo il Progetto che dovrà
presentarsi al vaglio delle giunte comunali, la Centrale
a Biomasse si ubicherebbe nel cosiddetto “quadrilatero”
produttivamente dedicato all’energia (quindi
nell’incrocio fra i Comuni di Forlimpopoli, Bertinoro,
Forlì e Cesena), sfornando 22 Megawatt per i quali si
andrebbero ad incenerire dalle 160.000 alle 180.000
tonnellate di materia. Solo roba di recupero? Sfalci e
potature? Non scherziamo, perché per alimentare il nuovo
mostro occorrerebbero (ed infatti sono previsti dal
Progetto) 30/35.000 ettari di colture dedicate (da
reperirsi entro 30/50 Km di raggio territoriale), che,
per effetto della rotazione, finirebbero per diventare
60/65.000.
Un mostro identico è tra
l’altro in progetto anche a Russi.
Una bella prospettiva di
valore per la nostra agricoltura, non c’è che dire.
Altro che recupero della qualità ambientale, biologico e
filiera corta! Coltivare per poi incenerire tutto (alla
faccia di chi crepa di fame), questo si che è futuro,
sciupando la nostra fertilissima terra per buttare la
sua ricchezza in un mega-stufone carico di nuove
nanopolveri, nuova anidride carbonica ma naturalmente
anche di nuovi soldi.
Qualcuno a Sinistra ha
fortunatamente già cominciato a muoversi per impedire la
nascita di questo obbrobrio totale ma, sfortunatamente,
qualcuno sempre a Sinistra ha fatto già capire che
sarebbe favorevole se la Centrale fosse una
“Centralina”, anzi, più Centraline alimentate solo a
cascame e residuo. Un po’ come è successo per le
pensioni insomma: scalone no ma scalini sì. E’ la
solita storia del meno peggio che, fino ad ora, alla
fine ci ha sempre ridotto nel peggiore dei modi, facendo
entrare poi dalla finestra quello che si era
inizialmente respinto alla porta.
Fra le prime reazioni dei
politici locali, l’unica contraria a qualsiasi nuova
infornata di inquinamento e polveri nell’aria del nostro
territorio (già intollerabilmente intasato di questa
roba), è stata quella del segretario forlivese dei
Comunisti Italiani, Denis Valenti, convinto che solo
investendo sul risparmio energetico si possa veramente
sognare un futuro sostenibile. Speriamo non rimanga il
solo.
Grandi Opere: il maggiore
soffoca il migliore.
Ci sono almeno cinque
modi con cui il capitalismo moderno pretende di pagare
gli incessanti tentativi di “aumentare la competitività”
e di “crescere” all’infinito:
1)Aggredire e
polverizzare il mondo del Lavoro. 2)Demolire il sistema
delle sicurezze e dei diritti sociali. 3)Strangolare e
depredare l’ambiente. 4)Asservire lo Stato-Res Publica
agli interessi di mercanti e proprietà. 5) Incatenare
ogni parte del mondo alle proprie esigenze imperiali.
Per ognuno di questi
cinque diversi tentativi di assalto economico alla
dignità, al tempo e allo spazio dell’Uomo, si è
assistito di converso allo sviluppo reattivo di un
movimento d’opposizione partorito “dal basso”, ossia di
una coscienza che generatasi,
dalle profondità dei bisogni sociali ha impugnato questi
ultimi quali proprie condizioni materiali di
sopravvivenza e di cittadinanza, individuando nella loro
“messa all’asta” un’ineludibile chiamata al conflitto.
Manifestare dunque per il ritiro delle truppe dall’Iraq
o lottare contro la precarietà del lavoro costituiscono
in realtà due facce della stessa medaglia, così come
contrastare il Tav in Val Susa o mobilitarsi per
respingere la Bolkestein. Non esiste contraddizione fra
queste battaglie ma identità, cioè un riconoscimento
comune portato avanti in situazioni differenti ma
ugualmente associate negativamente da un solo piano di
ostile
dominazione
liberista. Il loro
complesso multiforme costituisce così un unico NO, un
corale rifiuto a pagare i continui ed insostenibili
costi presentati da una Crescita irrazionale,
giustificata solo con l’altrettanto ininterrotta
escalation dei profitti privati e obbligata
da uno stato di competizione continua che si trascina
sulla pelle sempre più tumefatta di Uomo e Natura. Una
Crescita da infarto si potrebbe dire.
Ma se è vero che
battaglie diverse convengono in un unico significato
politico d’insieme, è altrettanto vero che a volte si
verifica l’inverso, e che cioè in un'unica dimensione di
conflitto si racchiudano molteplici criticità
dinamicamente connesse all’oggetto della contestazione.
Le multinazionali ad esempio coinvolgono nel loro corpus
operativo pressoché tutti e cinque i punti sopraccitati,
ma il caso che invece ci interessa ora viene dalle
Grandi Opere (G.O.), uno dei cavalli di battaglia che
riappare più di frequente (e al di la di convinzioni
keynesiane) nelle ricette pro-Crescita&Sviluppo.
La G.O. è il paradigma
più alto del grande affare: più l’opera è mostruosamente
enorme, più l’abbuffata che ne consegue è succulenta.
Mentre infatti le “piccole quotidianità”, ordinarie ma
vitali per i cittadini e per i loro bisogni reali
(pensiamo ad esempio a reti idriche/colabrodi, ai treni
per i pendolari in condizioni indecenti, alla
distribuzione elettrica che perde il 15% di prodotto per
strada o alla maggioranza delle scuole senza requisiti
legali di sicurezza ), vengono sistematicamente ignorate
dall’agenda decisionale della nostra classe dirigente
(probabilmente perché economicamente e politicamente
poco remunerative), all’opposto ci si butta a capofitto
in faraonici mega-progetti che “si devono fare per
forza” e di cui “il paese ha assoluto bisogno” (ma chi
l’ha mai detto? Brunetta?), impegnando quote inaudite di
pubbliche risorse e soggiacendo a quella teoria che
sotto il capitalismo altro non è che un’evidente
menzogna, non fosse altro che per ben note asimmetrie
distributive: molto produrre = molto avere
= ben-essere .
E così, mentre tanti
piccoli presidi ospedalieri di aree montane chiudono i
battenti nonostante la loro inestimabile utilità sociale
per le popolazioni locali (ma “non si può pretendere di
avere l’ospedale a due passi da casa”), migliaia e
migliaia di miliardi pubblici vengono gettati a carriole
affinché “a due passi” da ogni capannone privato ci sia
però una bella distesa asfaltata che conduca i Tir del
proprietario di turno in giro per il mondo e nel più
breve tempo possibile. Via libera allora ad autostrade,
passanti e tangenziali, corridoi, svincoli e trafori;
poche ferrovie (e solo ad Alta Velocità) e avanti con
Termovalorizzatori, Rigassificatori, Ponti sullo Stretto
e Mose di Venezia.
Largo alle merci e spazio
ai Tir!
La natura, gli uomini ed
i loro diritti si facciano da parte, perché l’imperativoè chebisogna continuare a Crescere,
aumentare il ritmo ed essere più competitivi:
proliferino in continuazione le automobili, i prodotti
viaggino sempre di più e sempre più veloci, si gettino
distese di cemento armato, si estragga più petrolio e
più gas, aumentino i container, si lavori di più, di più
e di più, si rinunci ai diritti, si comprima la spesa
pubblica destinata allo stato sociale, si privatizzi
ogni bene comune, si metta a profitto ogni luogo
pubblico, si facciano più inceneritori, si dilatino le
discariche, si costruiscano più parcheggi, si rottami a
rotta di collo… via, via, via,….Le G.O. significano
in gran parte tutto questo, essendo i simboli supremi di
una volontà che esige la drammatica contrazione del
ruolo Pubblico nel garantire decoro sociale al proprio
popolo, salvo poi invocarne il potere soltanto nella
forma di plumbee mostruosità che aggradino le ricette di
“sviluppo” dettate dai padroni.
Che
importa se anche le G.O.
non avranno mai fine o se sprovviste di alcun senso pure
in chiave mercantile? Se poi (come quasi ovunque), le
popolazioni locali le rifiutassero insistendo su
progetti alternativi (magari anche scientificamente
molto più fondati, come è successo in Val di Susa),
basta denigrarle con l’etichetta “Nimby” e mandargli i
celerini, avvilendo la cosiddetta “democrazia
partecipata” ad uno scarabocchio su un’agenda. Già,
perché le G.O. devono servire i grandi interessi delle
imprese che le pretendono (le stesse che poi col
medesimo ritornello/ricatto della competitività,
chiedono pure di precarizzare la mano d’opera e di
rinunciare ai diritti sindacali), dei colossi della
costruzione e delle cordate speculatrici; il tutto
sempre a scapito della vivibilità quotidiana e dei
bisogni “ordinari” dei cittadini, cronicamente snobbati
dai decisori di ogni livello. La G.O. costituisce in
effetti una mastodontica ed inesauribile fonte di
profitto privato, dalla gestione dell’infrastruttura
alla vendita di ciò che in essa viene prodotto (energia,
pedaggi, acqua, trasporti,…); pazienza se poi si
preclude l’accesso dei meno abbienti a ciò che fino a
poco tempo prima era considerato un diritto od un bene
comune. Il Gran Operare must go on devastando
l’ambiente in modo irreparabile, mettendo a repentaglio
la salute delle popolazioni che la subiscono
materialmente e sconvolgendo la vita e la memoria dei
luoghi che dissesta. Concepita poi come vettore di
sviluppo essa possiede una logica da cosiddetto Terzo
Mondo, correlandosi a modelli strategici fallimentari ed
implicanti la retrocessione delle condizioni di vita
delle persone in termini di lavoro, ambiente, diritti e
sicurezza sociale. Ma voi, ad esempio, pensate veramente
che nella situazione attuale sia logico investire
“strategicamente” per il lungo periodo in assetti
logistico/produttivo/energetici fondati su risorse già
in esaurimento (quindi sempre più costose) e
dall’impatto ecologico già ora non più tollerabile,
consegnando così il destino delle prossime generazioni a
viaggiare su un binario che sappiamo morto sin da
adesso? Diversamente dal passato allora, la G.O. è oggi
un indubbio elemento di ostacolo al progresso sociale,
innestandosi nell’energivoro modello liberista (e nella
sua razionalità del “profittabile”) quale ingrediente
indispensabile per “essere competitivi” o, in altre
parole, per gareggiare a chi siabbrutisce di
più per poter attrarre i quattrini di un delocalizzatore.
Qualcuno dirà, sostenendo un’identità di interessi tra
Capitale e Lavoro, che questi mostri il lavoro lo
“portano e mantengono ”, come anche un tempo facevano le
fabbriche di Etternit,.
Le G.O. forse ne portano (poco, rischioso e temporaneo),,
ma l’impiego è del tutto insano poiché guadagnato sulla
devastazione ambientale, su una configurazione
produttiva letteralmente indifendibile e su costi
pubblico/sociali insopportabili. Forse sarebbe ora di
rendersi conto che su “quel lavoro” (fatto di mostri
inquinanti e governato da ricattatori insaziabili), non
ci possiamo e non ci dobbiamo più contare. Non è a
questo che possiamo affidare la sorte dei nostri
territori e del nostro futuro, non è sul cemento, sul
precariato e sul peggioramento inarrestabile delle
condizioni di vita che possiamo fondare il nostro
divenire. “La Parola” ha già ospitato i motivi che
secondo me stanno alla base di una scelta di
“Decrescita” e non voglio ripetermi; dirò solo che
intestardirsi al suicidio, credendo di continuare a
reggere economicamente e a “Svilupparsi” seppellendo i
nostri veri patrimoni sotto l’asfalto è una vergogna
inaccettabile. Lo è in quanto questo immaginario
economicista-liberista soffoca ogni energia rivolta ad
“un mondo migliore”, annienta lentamente ogni risorsa su
cui il cambiamento si potrebbe costruire e fa
sprofondare la democrazia in un mero “signorsì” alle
pretese di mercanti e padroni, qualunque esse siano.
Guardando poi all’Italia la vergogna è ancora più
lampante: che in un paese così incredibilmente
traboccante di patrimoni unici al mondo, di una natura
generosa da mozzare fiato e di capacità umane
straordinarie, i nostri illuminati “strateghi” decidano
di “crescere” seviziando queste ricchezze stupefacenti
per far largo all’ottusità del capitalismo più barbaro è
semplicemente un insulto.
GIANNI FAGNOLI
SVEGLIA COMPAGNI!!!
Di Gianni Fagnoli
Massimo è un ragazzo
della mia età, ventisei anni, lavora in una grossa
fabbrica di barche di lusso a Forlì ed è un operaio
metalmeccanico di primo livello: 40 ore alla settimana
per 970 euro al mese e una maglietta recante la scritta
“La soddisfazione del nostro cliente è la nostra
soddisfazione”. Ha cambiato da poco lavoro, lasciando la
sudicia officina-scantinato in cui sudava anche per
45/50 ore alla settimana, prendendo poco di più del
salario che percepisce ora ma rischiando quotidianamente
l’integrità di mani e occhi. Fabrizio ha invece quattro
anni in più di me e lavora da quando ne aveva quindici
in una fabbrica di mobili come operaio falegname. Fra le
sue mani e la carta vetrata che da anni sfrega
ininterrottamente sui piani degli arredi non c’è più
differenza, ma ancora non arriva ai mille euro in busta.
In compenso gli è però arrivata una sega di taglio sulla
falange del dito medio sinistro, facendogli saltare la
punta nel raccoglitore della segatura assieme agli
scarti del lavoro in cui era impegnato. Silvia si trova
invece in un impresa di pulizie come “operaia del
pulimento”, sotto una padrona fanatica che la vorrebbe
amante entusiasta del lavoro di merda che le fa fare.
Silvia si sbatte tutto il santo giorno da un capo
all’altro della città (e oltre), per riuscire a fare le
sue otto ore di schiena curva e di braccia
intorpidite…un ora quaggiù…mezz’ora lassù…respirandosi x
40 ore settimanali la chimica acre dei prodotti pulenti
e sudando sopra lo sporco delle proprietà altrui, solo
per guadagnarsi i 960 euro mensili che le permettono di
pagarsi l’affitto senza patemi.
Poi c’è Sara, che a 27
anni sventra centinaia di polli al giorno sulla catena
di una grossa industria avicola di Santa Sofia. Il suo
lavoro, pur ben più orrendo di altri, è almeno
stagionale e, la miseria di salario che riceve unita
all’ambiente produttivo di certo degradante, è in
qualche modo calmierato da qualche mese libero da
quell’inferno grazie alla cosiddetta “disoccupazione”,
ossia il salario differito che si è ben guadagnata nei
mesi trascorsi con i turni a sbudellare galline. A
differenza sua Manuela è laureata in Biologia, ha 28
anni e si è trascinata fino adesso di stage in co.co.pro
a 8 ore al giorno per la bellezza di 360 euro mensili o
poco meno, in varie industrie chimiche e alimentari
della zona, salvo poi trovarsi ogni volta con la strada
al lavoro a tempo indeterminato sbarrata. Manuela ha
ormai rinunciato a spendere la formazione sulla quale
aveva investito ed infatti sta inviando domande di
assunzione nei posti in cui lavorano Silvia e Sara.
Un po’ come Fabio che,
dopo la laurea in Filosofia, ha trovato chi lo ritenesse
utile solo in un’azienda agricola di Villanova, a fare
il bracciante per un salario medio di 800 euro al mese.
Le sue braccia non sono
dunque state rubate al lavoro nei campi.
Quelle invece della
nostra classe dirigente lo sono state quasi tutte
quante.
Ciò che fa andare avanti
i ragazzi che ho citato (persone in carne e ossa a cui
ho dato nomi di fantasia), è la semplice speranza che
“Non sarà così per sempre” ed è solo questo che li
spinge a continuare la quotidiana sopportazione.
Animata invece dalla fede
cieca e assoluta nelle solite, fallimentari, dottrine di
macelleria sociale liberista ( la cui acritica
promozione sta sempre più diventando sinonimo di
riformismo), la nostra classe dirigente risponde loro
che in effetti sì, “Non andrà così per sempre”…presto
infatti sarà molto peggio. Noncurante della drammatica
nocività causata dalla sfrenata applicazione dei dogmi
neoliberali sulla vita delle persone, la nostra elite di
padroni, politici e mercanti li avverte che se qualche
disagio c’è, questo sarebbe addirittura dovuto
all’ancora troppo scarso liberismo, impegnandosi
solennemente a smantellare senza pietà anche le residue
oasi di sopravvivenza sociale scampate fino ad ora ai
dettami dei prezzolati economisti che ne scrivono i
discorsi. Della serie: “ Soffrite il freddo? Colpa
vostra che vi siete coperti troppo, domani toglietevi
pure la camicia che andrà senz’altro meglio, l’ha detto
pure Tito Boeri sul Corriere della Sera”.
Troppa rigidità sul
mercato del lavoro, troppi vincoli dai contratti
nazionali, troppe tasse alle imprese,… e via discorrendo
con la solita solfa che da anni vanno ripetendo a
vanvera questi ciarlatani padronali, nonostante la
pioggia impietosa di clamorose evidenze che puntualmente
sbugiardano il presunto benessere che queste fregnacce
avrebbero come “conseguenza scientifica” sulla vita di
chi le subisce. Sembra quasi la ricopiatura nostrana
delle ricette che il Fondo Monetario internazionale e la
Banca Mondiale hanno fatto sorbire a suon di ricatti per
anni e anni ai paesi del Terzo Mondo, condannandoli
inevitabilmente all’allarme umanitario ed ecologico
permanente. L’ormai nauseante litania è sempre la
stessa: “Tagliate la spesa sociale, detassate i
profitti, deregolamentate il mercato del lavoro!”. Basta
oramai mandare a memoria queste quattro stupidaggini per
essere considerati insigni economisti.
In Italia e’ da quando
profetizzarono miracoli dall’abolizione della scala
mobile che va avanti così. E più i miracoli promessi si
rivelano nei fatti dei dissesti sociali, più questi
beoni di pappardelle ipercapitaliste si ostinano a
impuntarsi su ricette ancor più svergognate. Essi
saranno soddisfatti solo quando vedranno Massimo
licenziato senza giusta causa, Fabrizio multato per
essersi tagliato un altro dito interrompendo la
produzione, Silvia piegata sugli stracci a pulire loro
uffici in una domenica retribuita come un feriale e
Sara senza più la sua “disoccupazione”.
La cricca dominante per
adesso si è accontentata di scippare il Tfr, di
condannare intere generazioni alla precarietà, di
mangiarsi il cuneo fiscale, di evadere sistematicamente
ed impunemente le tasse, di fare terra bruciata di
enormi patrimoni pubblici, di pagare salari ridicoli, di
intascarsi carriole di regalie governative, di farsi
beffe della salute dei lavoratori…Ma tutto ciò sembra
non bastarle ancora ed il prossimo passo è quello della
“riforma” delle pensioni, con il “poliziotto buono” di
centrosinistra che cerca di farla ingoiare minacciando
il possibile ritorno del “poliziotto cattivo” di
centrodestra (anche se ormai sfiora il grottesco agitare
ancora lo spauracchio di Berlusconi avendo sotto mano la
possibilità di fare una vera e seria legge sul conflitto
di interessi).
A Massimo e agli altri
ragazzi però, che pure hanno sostenuto convinti l’Unione
alle ultime elezioni ed in particolare la sua ala
sinistra, non sembra importare più nulla…si sono ormai
rassegnati ad una politica di politicanti, luogo
socialmente utile solo a scopi clientelari e dallo
spessore intellettuale insignificante…una politica
servile con i potenti ed arrogante con i deboli, una
politica di viscidi sofismi, fatta da immorali
opportunisti della democrazia nella misura in cui questa
consente i loro affari, una politica pronta a
rimangiarsi un secondo dopo le solenni promesse di un
secondo prima…una politica di clan…un clan che non avrà
più il loro voto.
Compagni, se non vogliamo
ridurci al vuoto pneumatico è ora davvero di suonare la
sveglia.
QUALE RIFORMISMO?
(Della serie: chi ha sequestrato il Governo Prodi?)
Gianni Fagnoli
Domandarsi che genere di riformismo sia,
quello con cui dirigenti e burocrazie politiche nostrane
si riempiono ossessivamente la bocca, significa in
realtà interrogarsi su quali interessi sociali siano
sottintesi all’ormai logoro e abusato richiamo pro
“Riforme”.
La Riforma in sé non è un valore, così
come proclamarsi riformisti non ha alcun senso se prima,
e questo appare ovvio, non si rendono chiari ed
espliciti i moventi, gli oggetti ed i fini (ergo gli
interessi) della stessa riforma in questione, cosa che
implicherebbe innanzitutto uno schierarsi ex-ante con o
contro blocchi economici, sociali e culturali definiti.
Ciò sembrerebbe ancor più vero in Italia,
paese ove il luogo di governo istituzionale si trova
inevitabilmente a sbattere contro le tre granitiche
colonne del potere reale: a) Confindustria/oligarchie
finanziarie, b) Stati Uniti d’America, e c) teocrazia
vaticana.
E’ innegabile che, dal dopoguerra in
avanti, siano stati questi tre Leviatani a determinare
con la loro mostruosa forza ogni decisione (o
non-decisione), nei tre rispettivi campi di interesse
esistenziale, tollerando l’ efficacia di decisioni
democraticamente assunte solo in casi
circoscritti/circostanziati e comunque quasi sempre
collaterali.
Pretendere di governare, di gestire e
ancor di più di “riformare” l’ambiente
economico/sociale, così come la dimensione
internazionale o la sfera delle libertà
civili/personali, ha da sempre significato in Italia
l’accettazione di un asservimento o viceversa di un
conflitto rispetto ai tre colossi ed al loro palese
inquinamento su ogni ipotesi di vita autenticamente
democratica del paese. Se nel passato è stato possibile
registrare qualche sudatissima eccezione alla prima
opzione, ossia a quella del cieco vassallaggio verso
Papi, Padroni e CowBoys, così come si è quindi potuto
assistere a momenti di vero riformismo capace di
spostare equilibri di sudditanza ormai incrostati, ciò è
da accreditarsi solo a sussulti di progresso sociale
portati avanti, e non avrebbe potuto essere altrimenti,
da un Partito Comunista e da certe realtà di movimento
popolare proprio in quanto uniche espressioni di
riferimenti antagonisti ai tre pilastri dominanti. L’
insediarsi socialmente “altrove” di Pci e Movimenti,
sostanziava questi anche di un contenuto “altro”,
alimentandone conseguentemente una forza conflittuale,
di contropotere e di antipotere, tale da consentire
almeno in certi momenti una possibilità non
disprezzabile di negoziato (ossia di riforme), con lo
status quo consolidato.
Ed è forse allora il contenuto proprio di
una forza politica (ammesso che ne possegga uno), a
dirigere l’indirizzo in un verso o nell’ altro delle
cosiddette riforme, essendo cioè la “parte” della
propria causa ad attribuire a queste un senso possibile.
Lo stucchevole teatrino del riformismo
generalista ma socialmente unilaterale a cui stiamo
assistendo oggi (quello rivenduto sempre e solo
“nell’interesse del paese”), costituisce in realtà un
frutto conseguente al portato valoriale proprio di una
parte (ossia di una fazione ideologica che ne detta
l’agenda), con l’unica differenza che, essendo oggi
suddetta parte largamente maggioritaria, si vorrebbe
camuffare tale partito (marcatamente neoliberista nel
caso ad esempio dell’economia), sotto la veste di un
insieme di valutazioni oggettivamente tecniche che, in
quanto tali, nessuno dovrebbe azzardarsi a criticare.
Sarà pure fuori moda asserire che la bandiera
dell’interesse generale sia in realtà il travestimento
di un blocco sociale dominante, ma a conti fatti non mi
sembra che ciò discosti molto dal vero.
Non è in effetti una casualità che a
farsi avanguardia di questa fazione siano alcuni
pseudo-tecnocrati del liberismo, delfini capaci di
Banche e Confindustria quali Giavazzi, Ichino, Draghi e
“volenterosi” di ogni risma.
Se allora si assiste allo spreco di
pomposi richiami al riformismo senza se e senza ma su
questioni come Pensioni, Tfr, liberalizzazioni dei
servizi pubblici, ecc., con tanto di feroci anatemi
contro l’estremismo radicale (sic!) che terrebbe in
ostaggio il governo (sic!) ingessandone ogni volontà di
riforma (sic!), si può osservare di converso come su
altri temi (Dico, precariato/abolizione legge 30,
Vicenza, Afghanistan, spese militari, droghe leggere…),
siano gli stessi “riformisti ad ogni costo” a
trasformarsi come per incanto in isterici conservatori
dell’esistente, indossando stavolta a rovescio la
casacca anti-estremista.
Caso emblematico è quello di Sig. Rutelli,
integralista del riformismo quando c’è in ballo l’età
pensionabile dei lavoratori ma strenuo patrono del “
così com’è ” appena ci vanno di mezzo il Concordato o le
relazioni militari Italia-Usa.
A meno di non credere davvero che quelle
liberiste di Giavazzi e Draghi siano neutre ricette
tanto super-partes quanto universalmente vincolanti,
anziché partigianerie per l’appunto liberiste e pertanto
criticabili da chi al liberismo non crede, verrebbe a
questo punto da dire che la demagogica dicotomia fra
riformisti e radicali è una baggianata opportunista, una
furbesca operazione ideologica mirante a spacciare i
primi per ragionevoli/responsabili e i secondi per
pericolosi scriteriati, con l’ovvio preconcetto che gli
uni dicano solo cose sensatamente credibili (poiché
compiacenti il potere), mentre gli altri producano solo
stupidaggini grottesche (poiché al potere contrapposte).
Il duello riformisti/radicali serve in
realtà a mascherare la vera posta in gioco del confronto
fra due componenti, entrambe riformiste ma chiaramente
divise dagli interessi e dalle indicazioni sociali che
ne indirizzano e ne sostanziano i contenuti. Riforme
dunque, ma nell’interesse di chi? Ed è rispondendo senza
ipocrisia a questa domanda che si determinano i campi
della riforma e quelli viceversa della conservazione ove
si gioca la vera partita, quella stessa che il Programma
dell’Unione non è evidentemente riuscito ad equilibrare
con una sintesi nei fatti soddisfacente, fra
riformisti-liberisti e riformisti-sociali.
A questo proposito la tipologia di
riformismo (e quindi anche di conservazione), che mi
sembra fino ad ora aver prevalso in maniera soverchiante
nella coalizione di Centrosinistra (nonostante teatrali
lagne di facciata), è senza dubbio quello di stampo
rutelliano, basti semplicemente esaminare con quale
risultato concreto si sia conclusa o si stia
concludendo ogni situazione di contenzioso fin qui
verificatasi in seno all’esecutivo, tanto che l’unica
vera “vittoria” fin qui strappata dai “massimalisti”
(mamma mia!), sembra essere stata l’esenzione dell’acqua
potabile dalla privatizzazione dei servizi pubblici
locali prevista dal DDL Lanzillotta. Un po’ poco insomma
per essere dipinti come i sequestratori del Governo
Prodi.
La Loro Violenza,
la Mia Giustizia
per una semantica
insorgente
Di Gianni Fagnoli
VIOLENZA, è un industriale che spaccia la sua
proprietà come diritto inalienabile e l’altrui
esistenza come un privilegio da questa concesso.
VIOLENZA, è la pressa che si stringe sulla mano di
un metalmeccanico diciassettenne amputandogli la
vita, e questo solo perché la sicurezza è troppo
lenta e costosa per la competitività dell’azienda.
Violenza,
è costringere i ragazzi ad esporsi come bestiame
all’asta sul mercato del lavoro, offrendosi con la
speranza di aver rinunciato abbastanza alla propria
dignità e al proprio futuro per poter risultare
convenienti ad un padrone.
VIOLENZA, è ridurre a mendicare un pensionato dopo
avergli succhiato tutta la sua unica vita dentro una
fabbrica.
VIOLENZA, è la speculazione immobiliare che
scaraventa sulla strada le famiglie dei poveri
sfrattandole dalle proprie case, è il profitto di
un’ industria farmaceutica che nega la salute a chi
non può comprarsela, è l’artiglio di una holding che
si appropria delle sorgenti commerciandone l’acqua
come mercanzia… è ovunque si sfrutti il bisogno di
sopravvivere per poterci guadagnare sopra.
VIOLENZA, è la terra che soffoca sotto distese di
cemento armato, è l’aria che frigge di petrolio, è
il fiume ammorbato da liquami micidiali, è un campo
che si deteriora in deserto , è l’ acidificazione
che avvelena gli oceani,… è quando si propina tutto
questo come sviluppo e benessere.
VIOLENZA, è rinchiudere migliaia di disperati,
calpestati dall’ingiustizia e violentati dalla
miseria, in lagher ignobili chiamati Cpt, onde poi
ricacciarli di nuovo a pagare ancora per il nostro
privilegio atlantico.
VIOLENZA, è quando 61 imprese britanniche intascano
circa 1 miliardo e 600 milioni di euro in appalti
per la ricostruzione e la gestione dei giacimenti in
Iraq, mentre grazie alla stessa guerra gli iracheni
hanno invece incassato 30000 morti.
VIOLENZA, è licenziare operaie ed operai perché in
qualche altra parte del mondo è possibile umiliare i
lavoratori in modo ancora più vergognoso.
VIOLENZA, è aver permesso la ricostruzione di un
partito dichiaratamente fascista, presentandolo alle
elezioni quale rispettabile alleato e legittimandone
le lugubri parate come iniziative normali e innocue.
VIOLENZA, è gettare in galera un ragazzo perché fuma
uno spinello, è trattare gli omosessuali da malati
infetti.
VIOLENZA, è fomentare la guerra fra poveri, sicuri
che la rabbia dell’oppresso per la sua vita
degradata si scaricherà addosso ad un’ uomo ancora
più disperato di lui, impedendo che lo sguardo
degli sfruttati uniti si rivolga contro il vero
responsabile del loro soffrire.
VIOLENZA, è cercare in tutti i modi di devitalizzare
i cervelli, di avvilire le intelligenze, di far
credere per scongiurare il pensiero.
VIOLENZA, è la schiena dei braccianti che si spezza
sui campi, sotto lo sguardo borioso del caporale.
VIOLENZA, è l’essere obbligati ancora una volta a
scegliere se pagare l’affitto o se fare la spesa.
VIOLENZA, è un altro giorno da precari.
VIOLENZA, è indurci alla rassegnazione col ricatto.
GIUSTIZIA, l’unica che io conosca, è insorgere
contro questo schifo e, cari padroni, mercanti,
parassiti e loro servi, state certi che prima o poi,
per una volta tanto, quelli a sudare sarete voi. E’
una promessa.
PRESUNTO BRIGATISMO E VERE COLPE DELLA SINISTRA
Il vero “brodo di coltura”
del nuovo terrorismo è l’abbandono politico dei
lavoratori
Gianni Fagnoli
Alcune persone non si possono chiamare colpevoli neanche
dopo esser state condannate.
Altre persone sono condannate ancor prima di essere
giudicate colpevoli.
La
nostra classe dirigente è fatta così: massimamente
garantista quando di mezzo ci sono i suoi amici e
affiliati (anche quando questi sono implicati in reati
gravissimi quali Mafia, Camorra, Stragi ecc…),
ferocemente forcaiola quando invece ad essere anche solo
indagati si trovano soggetti in vario modo ad essa
avversi. I presunti nuovi Brigatisti Rossi, se tali si
dovessero dimostrare, hanno scelto il modo più
tragicamente fallimentare per esserle contrari,
resuscitando l’opzione più tremenda che si possa
immaginare a danno di tutto il movimento operaio e, più
in generale, di resistenza anti-liberista.
Se
di autentico brigatismo si dovesse dunque trattare,
escludendo per il momento una delle tante montature a
cui l’Italia è stata purtroppo abituata, decine di
migliaia di veri soggetti critici e conflittuali
rischierebbero una durissima criminalizzazione
repressiva, mettendo così a repentaglio la faticosa
lotta di un intero popolo che in questi anni,
indipendentemente dai comandi della cosiddetta sinistra
istituzionale, si è battuto coraggiosamente contro la
guerra, per difendere la dignità del lavoratori dalle
smanie neoliberiste e per salvare lo stato sociale
assieme ai diritti che questo garantisce.
Già
si sentono le sirene della destra attaccare con livore
l’ultimo grande sindacato operaio, la Fiom (e quindi la
Cgil), già piovono richieste di divieti e scioglimenti,
di chiusura dei Centri Sociali e di bavaglio ai
movimenti,…già si pretende di zittire chiunque azzardi
critiche un po’ troppo radicali (ma troppo radicali a
parere di chi, degli alleati di Forza Nuova?).
Gli
stessi che fino a ieri vomitavano sulla magistratura
ogni sorta di ingiuria, denunciando manipolazioni,
persecuzioni e ambizioni golpiste, oggi invitano la
stessa a sparare senza timore su tutto quello che di
rosso le capiti sotto tiro, applaudendo anche l’arresto
di quattro persone per l’affissione di manifesti di
solidarietà con quelli che, almeno fino al terzo grado
di giudizio, dovrebbero considerarsi solo come
indagati.
La
teoria dello stato di diritto evidentemente funziona a
seconda di chi siede sul banco degli imputati.
Ma
se per difendere la democrazia è fondamentale
scongiurare la deriva militare anche di minuscoli
frammenti d’opposizione sociale, altrettanto importante
per lo stesso motivo è evitare che questi diventino
pretesto per una svolta punitiva delle istituzioni
statali che la strutturano.
Alla sinistra e al sindacato il compito di essere più
vigili e attenti? Certo, ma non basta affatto.
Per
una sinistra che ha abbandonato i luoghi di lavoro, che
ha frettolosamente liquidato il conflitto operaio come
una storia defunta e che in questi anni è riuscita ad
offrire ai suoi riferimenti sociali solo rassegnazione e
indecorose ritirate, il compito più importante che si
prospetta è ben altro.
In
circa quindici anni di rese, rinunce, sconfitte e
continui ripiegamenti, di ragioni disperanti che
potrebbero spiegare un decadimento nel ritorno alla
violenza ce ne sono fin troppe. I lavoratori hanno
assistito e stanno assistendo ad una retrocessione
apparentemente inarrestabile delle proprie condizioni
materiali di vita, hanno guardato impotenti alla
disintegrazione del proprio corpo sociale (assieme al
relativo potere) e si sono sentiti dire, in primis da
coloro che avrebbero dovuto esprimerne le istanze, che
tutto ciò non solo era inevitabile ma addirittura
auspicabile. Buona cosa l’abolizione della scala mobile,
la pacificazione concertativa, la fine del lavoro
sicuro, l’avvento della precarietà, lo smantellamento
delle pensioni pubbliche, le privatizzazioni, il via
libera al mercato speculativo su beni socialmente
indispensabili, i tagli allo stato sociale, la minaccia
delle delocalizzazioni, la faccenda del tfr,…buona cosa
anche la guerra gli si è voluto far credere.
Illusi, delusi e abbandonati a sé stessi quali inutili
rottami del secolo passato, le giovani leve operaie (di
cui è gran parte costituito il presunto nuovo brigatismo)
si sono trovate ad un tratto con un presente di classe
ben peggiore del passato, senza una prospettiva
dignitosa di futuro e senza più nemmeno un cane che li
considerasse oltre la dismissione (eccetto la Fiom
appunto), con l’unica certezza di dover comunque pagare
come al solito per tutti.
Mentre li si costringeva ad ingoiare tutto ciò,
dall’altra parte della società sciacalli incravattati
ingrassavano a dismisura di evasione fiscale, foraggio
governativo e vergognose speculazioni, protetti e
coccolati anche da una sinistra in corsa verso il voto
moderato e oramai paladina dei paradigmi economicisti
del liberismo trionfante.
Non
so se queste considerazioni siano sociologicamente e
politicamente corrette, so solo che me le sento
scaturire dal ventre, quello di un giovane lavoratore
identico nella condizione anagrafica e sociale ai
giovani operai arrestati.
Mi
indigna ma non mi stupisce dunque che lo sbando
drammatico in cui si siano colpevolmente lasciati
soggetti politicamente sensibili e socialmente bastonati
possa aver spinto nella confusione qualcuno di essi,
fino al punto da fargli credere all’idiozia che fosse
possibile reagire riesumando le Br. Mi stupisce invece
che a sinistra si pensi di trattare questo nuovo
fenomeno, sorto da condizioni profondamente differenti
da quelle che generarono vecchio terrorismo, come se
fossimo ancora negli anni settanta.
Se
non si capirà che l’azione più urgente da compiere
consiste soprattutto nel riprendere la propria sede fra
i lavoratori e nei luoghi di lavoro, costruendo prima di
tutto un progetto e un orizzonte costruttivo in grado di
ascoltarne, raccoglierne e rappresentarne la rabbia,
trasformandola in energia vincente, la solitudine e lo
sconforto produrranno sempre nuovi mostri.
Decrescita: note a
margine
Contrariamente a quanto
di solito si è portati a credere, “Decrescita” non
significa affatto elogio della recessione.
Recessione, stagnazione,
inflazione ecc…sono fenomeni che avvengono
esclusivamente in contesti di Crescita posti a loro
volta, sempre e comunque, all’interno di assetti
determinati dall’ordine di sviluppo
dominante.“Decrescita” invece è da intendersi come
radicale rifiuto di quest’ultimo, non quindi come una
possibile opzione recessiva da esercitare al suo
interno.
Questo chiarimento
introduce a ciò che voglio qui segnalare come il portato
rivoluzionario del nascente movimento critico in
questione, il che è una vera novità, specie dopo tutti
questi anni di cloroformio propinatoci da una sinistra
rimasta schiacciata sotto i dogmi ed i feticci
del liberalismo trionfante. Una sinistra incapace sia di
difendere la suaUmanità dall’aggressione
mercantile, sferrata contro tutto ciò che di vitale
scampava dall’essere esposto sul banco delle merci, sia,
a maggior ragione, di progettare un senso “altro” da
questa vergognosa asta di popoli, ambiente e, in
occidente, di tutte quelle residualità non
economicamente compromissibili (diritti, stato sociale,
spazi pubblici,…conquistate a suo tempo proprio a suon
di quotidiane Val Susa).
In realtà nella
“Decrescita” non c’è poi nulla di veramente
originale/originario, se non il “sistema” che deriva
dall’assemblaggio e dal ri-orientamento, verso una nuova
linearità politica, di molteplici fermenti indirizzati
al superamento del capitalismo. Ed è da qui che si
parte: Decrescita innanzitutto come superamento del
capitalismo. Un capitalismo che (occhio!), al di là di
ciò che vuol farci credere Berlusconi, non è affatto “il
miglior sistema possibile” o, ancora peggio, l’unico in
grado di portare (ed esportare) benessere e
democrazia. Il mitomane di Arcore non se ne accorge
neppure, ma valutare il capitalismo limitandosi a
considerare come tale solo la sua minuscola minoranza
“vincente”, senza quindi allargare il giudizio a
quell’enorme maggioranza subalterna conosciuta come
“Terzo Mondo” è una pura e semplice impostura, proprio
perché il capitalismo è soprattutto “Terzo
Mondo”. Ma c’è di più. Pur continuando infatti a
manifestarsi ancora in umiliazioni, guerra, repressione,
morte per fame, malattie e inquinamento, ciò che del
capitalismo oggi diventa sempre più lampante e
intollerabile, è l’abominevole e soffocante “perdita di
senso” che esso rappresenta per l’uomo e la sua ragione.
Prendete ad esempio la
dimensione tecnologica. Sembra quasi un’ovvietà puerile,
ma come si fa a capacitarsi del fatto che, dato
l’incredibile avanzamento tecnico/tecnologico raggiunto
dal nostro stadio di sviluppo, il portato logico e
consequenziale di questo non si traduca né in universale
disponibilità dei beni (farmaceutici e alimentari
innanzitutto), né in “lavorare meno/lavorare tutti”,
prospettando viceversa scenari sempre più drammatici e
angoscianti di emergenza, competizione spietata e
retrocessione continua delle condizioni di vita?
E’ assurdo, è come
raccontare che quarant’anni fa un contadino mangiava,
pur dovendo lavorare per un mese assieme ad altri dieci
colleghi onde ricavare pochi quintali di grano, mentre
il contadino di oggi muore di fame, nonostante basti il
suo lavoro individuale per raccogliere il quintuplo e in
un giorno lavorativo soltanto. Allo stesso modo fanno i
nuovi milioni di metri cubi di cemento, che
corrispondono ad altrettanti senza tetto, sfrattati e
coppie di giovani che sognano la chimera di una casa
propria, così come i miliardi spesi in pubblicità per
convincere ad acquistare oggetti perfettamente inutili,
salvo poi spenderne altrettanti per smaltirne il sempre
più ingombrante rifiuto. Potremmo continuare
all’infinito, ma vi basti questo:
non so se ve ne siate
resi conto, ma ci siamo ridotti a combattere persino per
l’acqua potabile.
E sì che, così facendo,
la crescita capitalista potrebbe essere senz’altro
identificata col segno più. Più Tir, più petrolio, più
auto vendute, più strade per farle viaggiare, più
parcheggi, più lavoro precario, più sabati lavorativi,
più delocalizzazioni, più licenziamenti, più branding,
più domanda, più consumi, più discariche, più velocità,
più produzione, più smog, più Pil, più competitività,
più liberalizzazioni, più privato, più guadagni, più
cemento, più centrali,...più sfruttamento, più cancro,
più infarti, più insicurezza, più deserti, più dissesti
irreparabili, più angoscia, più precarietà, più
disperazione, più degrado e più frustrazioni.
Vero è che, a questo
proposito, fenomeni come quelli espressi dai concetti
marxiani di valore di scambio, mercificazione e
reificazione sono già noti a tutti: mai attuali quanto
oggi ma mai quanto oggi tenuti in soffitta. “Decrescita”
non è solo un modo per rispolverarli, anche se, ripeto,
è proprio adesso che stanno dimostrando tutta la loro
straordinaria verità (e non nel 1917 o nel 1949). La
“Decrescita” semplicemente li assume, sostanziandone
però l’efficacia in un contesto differente da quello
costruito dal materialismo di Marx attorno al movimento
dialettico della storia (occidentale).
Se in Marx, così come
nella gran parte del successivo movimento marxista,
questo contesto escatologico spingeva ideologicamente a
progredire, a produrre, a crescere e, in una parola,
a svilupparsi di più e sempre di più, convinti del
crollo capitalista ad opera del divenire innescato dal
suo stesso essere, nella Decrescita queste sostanze
concettuali sono invece adoperate per giustificare la
tendenza inversa: smettere di svilupparsi. Ma
perché tutto ciò?
Prima di tutto perché c’è
un elemento di fondamentale importanza che Marx, essendo
egli figlio del suo tempo, non poteva oggettivamente
considerare come invece siamo obbligati a fare noi:
l’Ambiente. Non è possibile, dato l’unico tipo di
sviluppo che ci viene imposto, svilupparsi all’infinito,
e questo per il semplice fatto che l’Ambiente è con
tutta evidenza un termine limitato. Se non si cesserà
volontariamente di bruciare come forsennati ed in
maniera indiscriminata ogni esauribilissimo ben di Dio
solo perché profittabile, sarà molto presto il crollo
ecologico che ci costringerà a farlo. Quindi
“Decrescita” concepita anche come autoregolazione umana,
onde evitare lo schianto promesso da una corsa allo
“sviluppo” giustificabile solo con il guadagno di chi
detiene la proprietà su questo mondo privatizzato, visto
anche che poi, come già detto, all’enorme maggioranza
proletaria dell’umanità non ne viene in tasca alcun
beneficio, anzi, semmai un detrimento inarrestabile in
termini di dignità e sopravvivenza.
Smettere di
svilupparsi allora significa porre termine alla crescita
capitalista, orientando le risorse materiali
(tecnologiche, produttive, logistiche, ecc.), non più
sullo strumento capovoltosi in fine ma sul suo inventore
retrocesso in subordine al primo, sottraendo quindi
dalle mani del denaro (ergo delprofitto), il doppio ruolo di artefice e destinatario
di tutto il sistema. Si riparla della centralità
dell’Uomo dunque, sia direttamente che attraverso
l’ecologia, così come del suo recupero di soggettività
davanti a sé stesso e alle proprie invenzioni.
Utopia? Necessità.
Necessità che per cominciare ad essere soddisfatta esige
innanzitutto una traduzione politica, ossia un corpo che
se ne animi, facendola emergere dalle proprie
articolazioni attraverso un progetto organico di
mutamento e di conseguenti istanze programmatiche. Un
soggetto politico che coinvolga tutti i “perdenti”, i
proletari senza ormai più una classe, proiettandone i
bisogni verso nuove pratiche di protagonismo democratico
e sociale.
In parte questo
processo/progetto è già iniziato, registrando purtroppo
il disprezzo immediato della sinistra “normale”. E’
iniziato e lo abbiamo visto in Val di Susa, nelle lotte
per l’acqua e per il gas in Bolivia, nell’ “Altra
Campagna” dell’Ezln in Messico, nelle lotte dei
metalmeccanici italiani contro l’esigibilità aziendale
del tempo, nella battaglia contro la Bolkestein e nella
grandiosa mobilitazione anti-Cpe in Francia, così come
in tutte le rivendicazioni che in questi anni hanno
difeso e preteso Spazio, Tempo e
Dignità, l’unico trittico degno di un vero programma
di sinistra.
Sarà dura, ma intanto è
cominciata.
Gianni Fagnoli
Muoio dunque Esisto
Di Gianni Fagnoli
Le pagine dei quotidiani
ed i titoli dei telegiornali di quest’inizio 2007 ci
hanno informato con cifre impressionanti sull’aggravarsi
dei dati circa morti ed infortuni sul Lavoro.
Stando a quanto sembra i
lavoratori muoiono tanto.
Sempre a quanto sembra i
lavoratori dunque esistono.
Strana sorte si direbbe
quella di questi esseri che, un tempo definiti
proletari, trascorrono la propria esistenza come
topi imprigionati dentro una ruota, facendo girare il
mondo così come noi lo conosciamo con i suoi consumi e i
suoi sviluppi, i suoi lussi e le sue ingiustizie, le sue
ricchezze e le sue miserie.
Sgambettano senza sosta
questi lavoratori-topi e, tanto il più il mondo (cioè
chi lo domina) pretende di girare in fretta, tanto più
li si costringe allo sfinimento per accelerarne il
ritmo. Corrono, corrono e corrono i lavoratori-topi,…
cantiere –casa -cantiere, officina – casa -officina,
capannone –casa –capannone. Sempre più veloci e
produttivi, sempre più sacrificati e privati del proprio
tempo, fino al punto che per ricordarsi di esistere
devono morire facendo spesso proprio la fine dei topi a
cui somigliano: stritolati sotto presse, avvelenati da
sostanze pestilenziali o affogati dentro un silos.
In effetti sono ben
poche le altre volte in cui ci si rammenta di loro,
momenti rari che peraltro sono ad essi quasi tutti
sfavorevoli: Finanziarie, Pensioni, Competitività…ecco,
è solo in queste occasioni che il lavoratore-topo si
sente davvero importante e desiderato, quando cioè
quelli che contano distolgono la faccia dal piatto,
distraggono per un attimo l’attenzione dall’esclusivo
banchetto e, dopo essersi ripuliti gli angoli unti della
bocca, iniziano pensare a Lui. Ci sarà pure, pensano
finendo di masticare, qualcosa di cui poterlo ancora
spogliare, qualcosa che possa saldare per loro il conto
di quel luculliano trangugio. Dignità? Diritti?
Garanzie? Riposo? Ore, mesi, anni di Vita?
“Aumentiamogli l’età
pensionabile!” propone quasi sempre un convitato,
“Prendiamogli il Tfr” avanza un altro, “Boicottiamogli
il Rinnovo del Contratto” esordisce un terzo, dando così
vita a quello che si chiama democratico dibattito
sull’agenda politica (ovviamente nell’interesse del
paese). E del resto ormai si sa che le “Riforme” si
fanno sempre e solo sulla loro pelle.
Comunque proceda infatti
la discussione tra loro e chiunque prevalga, la cosa
certa è che per il lavoratore andrà male. Lui dovrà
sempre e comunque far girare la ruota più forte, così
come accade al già citato topo appunto.
E a forza di accrescere
la corsa e di sgambettare freneticamente a volte succede
che muore, inciampando magari sul ripiano di
un’impalcatura, scivolando da un tetto, rimanendo sotto
un bancale di frutta o crollando per la stanchezza
nell’abitacolo della propria auto. A centinaia crepano
ogni anno nei modi più svariati e atroci, tanto più
numerosi quanto più il Pil necessita di slancio. Nessun
presidente andrà a porgere ai familiari corone o
medaglie. Niente bandiera di Stato sul feretro. Nessun
minuto di silenzio e tantomeno “eroiche” onorificenze
per questi caduti senza divisa e fucile ma con tuta e
flessibile, i paradigmi dell’anti-eroe.
Eppure il loro dovere lo
facevano, cadendo nel e per il suo
adempimento.
Eppure quel dovere gli si
richiedeva espressamente per rilanciare il sistema
Italia od altre scemenze simili, ma sempre e
comunque per servire questo paese (cioè chi lo domina,
anche in questo caso).
Eppure anch’essi lasciano
mogli e figli straziati dal dolore, privati pure di
quella vergogna di stipendio che portavano a casa.
Eppure niente, sepolti
senza nessun onore nella fossa comune della retorica
ipocrita di chi prima pretende e poi ostenta dispiacere.
Epilogo: “Poverino,
che“Gran Lavoratore” che era!”, fingerà infine di
rammaricarsi anche l’avvoltoio che aveva messo la sua
vita a profitto, lo stesso che in meno di un giorno la
rimpiazzerà con quella di un altro topo, identico a
quello morto.
Voglio la Luna, la voglio
adesso
Mi perdoni Pietro Ingrao
se mi ispiro al titolo del suo libro “Volevo la Luna”,
ma il fatto è che quella Luna io la voglio ancora, la
voglio davvero e la voglio adesso.
Quella Luna per me si
chiama Comunismo.
La desidero e non me ne
vergogno, così come non mi vergogno di dichiararmi
Comunista.
Voglio la Luna perché una
Terra così violentemente ingiusta non mi piace. Voglio
la Luna perché non tollero che la schiacciante
maggioranza dell’Umanità sia umiliata da un manipolo di
spietati trafficanti. Voglio la Luna perché non solo
vedo la barbarie travolgere gli uomini, ma perché penso
anche di conoscere Proprietà e Profitto, ossia i motivi
che la generano.
Voglio la Luna per 854
milioni di persone sofferenti la denutrizione, voglio la
Luna per quindicimila bambini che ogni giorno crepano a
causa della fame, voglio la Luna per 27 milioni di
semi-schiavi rinchiusi dentro alle Export Processing
Zones, voglio la Luna per le centinaia di operai uccisi
dal lavoro ogni anno in Italia e voglio la Luna per
tutti quelli che continueranno ad esistere solo se
rinunceranno a vivere.
Voglio la Luna perché
l’unica cosa per cui devi essere grato ad un padrone
sono le ossa doloranti quando torni a casa dal lavoro,
il prezzo pagato al suo privilegio di proprietario per
il tuo diritto di uomo ad essere vivo.
Voglio la Luna perché non
so stare al posto che vorrebbero occupassi sulla Terra e
come Juri Gagarin, l’astronauta figlio di un padre
carpentiere, vorrei uscire dall’atmosfera di un Mondo
con sempre meno ossigeno da regalare ai suoi abitanti
diseredati. Voglio la Luna per le centinaia di migliaia
di vittime provocate dalle petro-guerre. Voglio la Luna
perché il progresso tecnico sia di universale beneficio
e non di privato guadagno. Voglio la Luna e non la
confondo con la Carità.
Voglio la Luna per questo
e per questo sono Comunista.
“Ma dimmi un po’…’”,
potrebbe chiedermi una brava persona sentendomi dire
queste cose, “…ma lo sai che la tua Luna è stata per
molti, e anche per tanti proletari, una tragedia? E come
si fa allora a desiderare di nuovo una tragedia?”.
“Gentile signore,” potrei
rispondere a quel punto io, “lei mi rovina tutta la
poesia del romantico rivoluzionario, eppure la sua
domanda è giusta, fino al punto da non poter essere
elusa da tutti coloro che la Luna sentono di volerla
ancora adesso. Vede, lo spazio qui non me lo consente e
dovrei liquidarla sommariamente, dicendole ad esempio
che quella Tragedia niente ha a che vedere con la Luna
da me agognata, che Stalin sta al Comunismo quanto la
Santa Inquisizione sta agli insegnamenti di Gesù Cristo,
oppure che i primi a cadere martiri per mano di quella
tragedia furono proprio i rivoluzionari più devoti al
corpo celeste. Del resto, mentre altre tragedie
rimangono sempre uguali a sé stesse, che Gramsci non sia
Pol Pot lo capisce pure Giuliano Ferrara.
Ma però vorrei dirle di
più. Se avessi più tempo vorrei raccontarle di un tipo
tedesco, non di un politico ma di un critico
dell’economia politica. Se ipotizzassimo che volere la
Luna (desiderio millenario di tutti gli oppressi)
significhi raggiungerla, costui potrebbe essere definito
come il primo ad avere codificato una mappa possibile
per orientarsi nel viaggio. Lui disse chiaramente, se
ben ricordo, che la partenza si sarebbe potuta
intraprendere se, e solo se, ce ne fossero state le
condizioni. Insomma, solo se l’Umanità avesse raggiunto
un livello si sviluppo e di avanzamento tale da
fornirgli tecnologie e strumenti adatti alla bisogna, si
sarebbe potuto pensare alla conquista. Serviva una
navicella spaziale dunque, non certo un carro agricolo,
altrimenti il viaggio si sarebbe da subito rivelato un
disastro senza senso, peggio di Icaro. “Socializzerete
la miseria”, soleva dire il nostro uomo, avvertendoci
già allora che finché non fossimo stati in grado di
costruire navicelle, anziché avere la Luna avremmo
ottenuto un aborto pieno zeppo di contraddizioni
inammissibili, sterile e via via sempre più corrotto,
sempre più lontano dalla Luna stessa. Nessuno lo ascoltò
e fu quello che successe. Ora le cose stanno
diversamente? Si, mi sentirei di risponderle, di sicuro
valgono più oggi, nell’era della globalizzazione
liberista, le descrizioni e le considerazioni di quell’incolpevole
critico dell’economia politica di quanto non valessero
nella Russia rurale del 1917 o nella Cina rurale del
1949. Studiare per credere, liberi dalle forzature
colpevoli di politici-piloti a cui interessava allora
(come interessa oggi) solo “guidare”, senza sapere nulla
del motivo per il quale ci si è mossi. Gli stessi
politici-piloti che sapendo di mentire ci dicevano a suo
tempo che la Luna era Breznev, e guai a chi ne avesse
dubitato. Sempre gli stessi che oggi pretendono invece
di deridere e ridicolizzare coloro che allora, a
differenza loro, denunciarono la verità e che per questo
oggi, sempre a differenza loro, alla Luna ci credono
ancora adesso e ancora adesso la vogliono.
E forse ancor più di
prima.
Gianni Fagnoli
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