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L’ULTIMO APPELLO

Note sull’istanza di Unità dei Comunisti

Di Gianni Fagnoli

Sono profondamente convinto che i rapporti sociali di produzione fondanti la civiltà moderna, stiano sfigurando quest’ultima con uno squarcio sempre più spalancato e doloroso: una ferita non rimarginabile tra il profitto di chi detiene il potere di appropriazione privata sulle risorse di comune bisogno e la vita di chi invece, per poter sopravvivere, è costretto ridursi a merce, offrendo sul banco del mercato niente meno che sé stesso.

Chi è condannato ad esporre la propria persona come bestiame all’asta, spera ovviamente che il fiore dei propri anni, il proprio tempo, le proprie capacità e le proprie energie, gli siano espropriate con un prezzo sufficiente ad affrancarlo perlomeno dalle necessità fisiche primarie,  a loro volta completamente ignorate da un sistema di compravendita che, conservando come unico fine la riproduzione e l’accumulo del suo stesso movente, ossia il profitto, non riesce a vedere altro negli esseri umani che dei costi di produzione da abbassare il più possibile. Finire tra i rifiutati di questa fiera spietata, poiché ritenuti inutili o, ancor peggio, intralci all’arricchimento dei proprietari-espropriatori, comporta quasi sempre l’abbrutimento per indigenza o la galera nel migliore dei casi, la morte di fame o di guerra nel peggiore.

Sappiamo però che c’è stato nella storia un certo periodo di tempo (finito circa agli inizi degli anni ‘80), in cui questi uomini-merce, la classe dei lavoratori proletari,  ottennero col sangue e col sudore che suddetto traffico si svolgesse secondo vincoli e leggi di dignità, ridimensionando il potere dei profittatori e garantendo valori di decenza, in attesa di un modo di vivere in cui nessun Uomo fosse più obbligato a degradarsi come oggetto di scambio sotto la legge di una Bottega della Ferocia.

Oggi che i limiti a questo commercio di vita  sono stati già in buona parte demoliti, dopo aver espunto ogni resistenza, ogni lotta ed ogni orizzonte di senso alternativi a questa condizione, un Capitale senza più freni ed ostacoli sembra lanciato alla conquista di ogni ambito della sfera biologica, allungando i suoi tentacoli su ogni forma di vita sociale e naturale potenzialmente profittabile: dalle montagne della Val di Susa al diritto allo studio, dal cibo-diesel all’acqua potabile. Lo spirito autentico del Capitalismo così prosciolto, non sembra solo essersi abbattuto sul proletariato (quello cioè che per dato oggettivo ne è allo stesso tempo inconciliabile antagonista e irrinunciabile motrice), frantumandone il corpo sociale  ed annichilendone la volontà, ma addirittura, nel tentativo di escludere ogni istanza altra dalle proprie esigenze dall’agenda dei processi decisionali, sembrerebbe riuscito anche nel rendere ingovernabili le democrazie con cui si vantava di reggere i suoi privilegiati avamposti di dominio mondiale, Italia compresa. Ingovernabili? Già, e non solo da una Sinistra politica che volesse fare ciò che dice di essere, ma proprio da una democrazia che fosse effettivamente reale. Ingovernabili poiché già previste e prescritte sono diventate le stesse politiche e le stesse sostanze di governo, così come impedita è la contemplazione di opzioni alternative a tali comandi.  L’annullamento di ogni istanza di ribellione al Capitale sta infatti cementando un Sistema su rapporti sociali di produzione sempre più violenti e vincolanti, sempre più estremi, un sistema tenuto in pugno dal potere di una Classe che mai ha dominato così incontrastata come ora e che per questo si ritrova nella possibilità di costringere prepotentemente la sovrastruttura amministrativa e statale che la riflette ad un’accelerazione continua dei processi di accumulazione del Capitale, oltre che ad una liberazione preventiva delle sue leggi  di funzionamento da quei vincoli che solo la forza  della Classe Operaia era riuscita ad imporle nel passato. E’ esattamente da questa prospettiva critica, qui brutalmente banalizzata nello spazio di poche righe, che muove la necessità di rilanciare con urgenza, attraverso l’appello per l’Unità e per la Costituente, l’opzione Comunista in Italia: restituire forza ad un espressione politica che, socialmente generata da chi non si rassegna ad ingoiare le sofferenze del Neoliberismo quali  Colonne d’Ercole dell’Umanità, si attivi nella rianimazione dell’unico avversario che potrebbe davvero produrre un arresto del Capitale ed un inversione di rotta, vivendo la contraddizione di esserne al contempo vittima e traino

Come in una biga, lanciata furiosamente a travolgere tutto ciò che incontra da un trafficante forsennato che frusta con sempre più violenza il cavallo, spingendolo su un terreno talmente pericoloso e sconnesso da promettere un ribaltamento tanto rovinoso quanto sicuro di entrambe: c’è solo da sperare che il cavallo reagisca alle nerbate e sbalzi dalla guida lo scellerato, interrompendo la corsa distruttiva/suicida ed intraprendendo un nuovo cammino. Il bivio dunque è: o i lavoratori, oggi sempre più ridotti a uomini-merce, riprenderanno l’iniziativa e riusciranno ad imporsi nel conflitto sociale che essi stessi saranno in grado di decriptare, oppure quello che avremo da aspettarci dalla marcia trionfante del Capitale altro non saranno che nuovi sfruttamenti, nuove guerre, nuove discriminazioni, nuovi dissesti ecologici ecc… fino al buio più tetro.

La politica del compromesso, la ricerca del cosiddetto equilibrio più avanzato, del meno peggio, si è dimostrata ormai con tutta evidenza non solo impraticabile e velleitaria ma anche la peggiore dal punto di vista dei risultati concreti: una strada tanto disastrosa e controproducente quanto utopica.

Perché mai infatti il Capitale dovrebbe oggi scendere a compromessi? E con chi poi?

Qual è la forza che gli si oppone e che lo costringerebbe a cedere? Calearo? Bersani? Follini? Oppure il protagonismo  degli intellettuali come proposto da Nichi Vendola?

La rigenerazione di un nuovo fronte dei lavoratori salariati, di un nuovo Movimento Operaio, è dunque compito assolutamente prioritario per chiunque ritenga indispensabile dischiudere una nuova possibilità di vita civile su questa Terra. Da questo punto di vista, solo ricominciando a vivere (cosa indispensabile per poterla poi comprendere), la nuova drammatica realtà in cui è stato regredito il lavoro subordinato dei salariati e solo afferrando la centralità della questione Capitale/Lavoro (anziché decretarne presunte marginalità quale componente tra le altre, come sentenziato dalla sociologia bertinottiana, o addirittura negarne l’esistenza, come invece recitato dal pilastro ideologico neocorporativo su cui sembrerebbe fondarsi il progetto strategico del Pd), si potrà pensare di poter svolgere un incarico di trasformazione. L’alternativa è come al solito l’educazione alla sconfitta, la complicità e l’omologazione nei ranghi di una casta tra le tante, del tutto marginale rispetto ai processi di vita reale di questo paese e priva di altre diversità che non siano ipocrite differenze di complemento in una funzione organica a quel Capitale che invece dovremmo abolire.

 

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 Non reprimendole ma esprimendole

Cari Compagni,

sono un operaio di Forlì, militante del PdCI, vostro lettore e sinceramente dispiaciuto che quanto fatto fin ora per sostenere l’esistenza del vostro/nostro giornale non stato sufficiente a garantirgli un minimo di tranquilla stabilità. Ci chiedete di suggerirvi, di criticarvi, di stimolarvi e, nel mio piccolo, vi segnalo dunque la mia inquietudine nel non capire come un “quotidiano comunista” sembri decisamente schierato per una forma di “Cosa Rossa” (che ad altro non dovrebbe servire se non al superamento di una crisi contingente, per quanto grave essa sia), in cui le ragioni del torto si annullino definitivamente, anziché difenderle ed approfondirle. Io penso occorra invece una “Cosa” unificante ma non omologante, una “Cosa” che associ cioè le diverse identità non reprimendole ma esprimendole. Mi sembra sia quantomeno irrispettoso liquidare quali “steccati identitari”, gli orizzonti di senso, i contesti prospettici così come i riferimenti progettuali (e quindi conseguentemente simbolici), che stanno a fondamento dell’agire sociale e politico di chi come me (e come “Il manifesto”), continua a dichiararsi comunista. Nel caso specifico sarebbe un po’ come voler imporre la vittoria ideologica di chi nel 91 decise di dissolvere l’esperienza comunista italiana e la sconfitta di chi invece, e grazie al cielo, in questi anni ha lavorato affinché invece la ragione di quest’esperienza continuasse il suo corso vitale come forza di trasformazione. Dire “Compagni, contrordine, basta Comunismo perchè aveva ragione Occhetto” per aderire e “normalizzarsi” in ranghi teorico-valoriali propri dei Ds ante-Pd, oltre ad estinguere ogni forma di prospettiva critica a mio avviso irrinunciabile, significherebbe una resa generale/generalizzata su ogni questione sociale sensibile in nome della governabilità, dell’agibilità istituzionale e del “meno peggio” rispetto ad uno stato di cose presenti a cui comunque ci si dovrebbe per forza rassegnare (vedi l’ incredibile capitolazione sul Protocollo). Personalmente invece (e come me tanti altri compagni che oltre a non vergognarsi affatto di dichiararsi comunisti, addirittura ritengono di aver maggior ragione nell’esserlo oggi ancor più ieri), credo che ogni battaglia non sia altro che un aspetto della lotta per un'altra possibilità di vita civile su questo pianeta, un particolare cioè che assume valore solo nell’impegno generale per abbattere gli attuali rapporti sociali di produzione, aprendo la via ad un mondo il cui motivo costituente non sia l’appropriazione privata di ogni risorsa vitale considerata produttiva ed il cui motivo esistenziale non sia l’estrazione di profitto da ciò di cui ci si è impossessati. Da questo punto di vista la sopravvivenza di una forza di trasformazione, di critica, di analisi, di lotta e di progetto comunista, è irrinunciabile proprio in quanto unico spiraglio credibile per poter tentare la costruzione di un altro mondo possibile (per inciso, continuare a sostenere “Il Manifesto” ha esattamente lo stesso senso).

La Marginalità non si evita con un omologante “normalizzazione”, producendo politicisti movimenti orizzontali o comprandosi una presunta “presentabilità” grazie alla liquidazione di falce e martello; l’unica marginalità da temere è quella dai luoghi della società, da affrontare scomodandosi, scendendo in profondità ed in quel “Basso” sempre invocato ma mai vissuto, oltre che del tutto ignorato dai vari tatticismi elucubrati...Ed è così che come Sinistra ci ritroviamo infatti fuori dalle fabbriche, fuori dai luoghi di lavoro, fuori da ogni cosa vera e reale; questo è il vero dramma che riduce già la futura “Cosa Rossa” ad apparire più una “Casta Rossa” che non sembra rappresentare altri se non sé stessa e che non sembra esprimere alcun bisogno se non le proprie esigenze elettorali e di collocamento.

 Gianni Fagnoli, Forlì,2 gennaio 2008

 

 

Spietata e nascosta, come Forlì

Sfruttamento e miserie nell’altra faccia della Città

Di Gianni Fagnoli

 

Forlì sembra il classico esempio di città in cui non succede mai niente, quasi che i suoi abitanti si fossero messi d’accordo nel non voler combinare mai nulla degno di nota nazionale.

La vita forlivese sembra scorrere placida sul suo bel lettone di catrame, intiepidita dalla spessa coltre di polveri sottili che la sovrastano e tinteggiata dalle migliaia di abitacoli rombanti che ne infestano lo sfondo, plumbeo come il cemento che ha ormai morbosamente allagato ogni residuo di vegetazione intra-urbe. Speculazione vs Terra: 6-0. Cappotto. Un degrado da cui però i Paperoni  della città si sono ben tutelati, rifugiandosi dentro il lusso spropositato delle decine di villoni pacchiani con cui hanno devastato la ex-splendida prima collina forlivese, di Massa e non solo.

Non è però qui, né nell’apparente gradevolezza del Centro Storico, che si dimena il ventre autentico della città, bensì proprio nella tristezza delirante delle sue periferie produttive.

Un via vai incessante, eternamente in cerca di parcheggio, suona la musica dei forlivesi in coda lungo stradoni sempre più stretti, diretti a lavori, commerci, affari e traffici di ogni genere per altrettanti capannoni, fabbriche, negozi, uffici e centri commerciali.

Dalle sei alle otto, Zone Industriali come quelle di  Coriano, VillaSelva, Carpena e Villanova si nutrono ogni mattina con migliaia di operai. Donne e Uomini malinconici che scendono dall’auto per poi subito scomparire, ingoiati da squallidi portoni che li rigurgiteranno solo a mezzogiorno: saldatori, facchini, metalmeccanici, tessili, edili, tappezzieri,… scaglioni di Classe in marcia lungo i cortei della rassegnazione ad una vita sempre più insopportabile. Sanno che lo stesso rito si ripeterà ancora nel pomeriggio e così per tutta la settimana, fino alla fine del mese, avanti per tutto l’anno e  di nuovo a ripetere, fino a che non si riscopriranno vecchi.

Anche il numero di filiali bancarie partorite ininterrottamente da questo “paesone” ex-contadino fa impressione, così come i funghi sembrano sbocciare le sedi di assicurazioni e intermediari finanziari di ogni genere, accompagnate non a caso dalla voluminosa fioritura di agenzie per il lavoro interinale: Adecco, Ramstad, Manpower, Obiettivo Lavoro, Generelle Industrielle…Una conformazione esemplare al moderno impianto di sviluppo neoliberista.

Eh già, perchè poi sotto San Mercuriale i soldi ci sono davvero. Tanti se ne sono fatti e ancor di più se ne continuano a fare, anche se il concentrarsi di questa accumulazione in un manipolo sempre più esiguo di possidenti e mercanti, inizia a sfaldare impietosamente l’illusione del “farsi da sé” forlivese, frustrando nel migliore dei casi l’arrivismo sociale di chi smania un posto in prima classe per poi, nel peggiore, cominciare a tormentare chi si accorge di non riuscire più a vivacchiare nemmeno in terza.

Soldi cercati, esibiti, accumulati e celebrati, anche se spesso di origine non propriamente limpida.

Innumerabili sono le iniziative di banche, banchieri e fondazioni bancarie, confederazioni dell’industria, dell’artigianato, dell’agricoltura, camere del commercio, imprenditori singoli e associati, aziende “cooperative” ecc.… un florilegio di impulsi corporativi accolti, lodati, esaltati, partecipati ed ascoltati con entusiasmo dai papaveri delle istituzioni locali. Foto di rito, oboli sociali, intenti disinteressati, dichiarazioni d’amore, assegni benefici, ringraziamenti ufficiali, concessioni benevole e ovvie reciprocità…Tutto sommato niente di che stupirsi, basta poi non guardare dietro alla copertina patinata di questi spots alla insieme per il bene di Forlì, voltando la quale troverete appunto il collante che tiene appiccicato tutto il depliant: i soldi assieme al modo in cui vengono fatti.

Non mi sto riferendo al già noto (perché è noto vero?), fenomeno del caporalato, una realtà vergognosa in cui puoi incontrare gente spietata (ma altrettanto ossequiata), come il signor G., specializzata nel fornire braccianti nigeriani e rumeni (ma anche italiani, specie donne e meridionali), a parte importante del tanto decantato tessuto produttivo agricolo, tipico e nostrano. Non sto pensando ai piccoli agglomerati di abusivismo pseudo-artigianale a libero scarico di acque nere nei fossi della prima periferia, né tantomeno ho intenzione alcuna di addentrarmi nei meandri insani dell’altro fattaccio corruttivo di “Rifiutopoli” (sarebbe meglio dire Merdopoli), in cui interi imperi economici si sono generati impestando acque e terre di spurghi venefici, roba da tentata strage. Non parlo poi degli affari più istituzionali/legali (ma altrettanto sciagurati), dell’incenerimento business e neppure di onorati banchieri della Forlì Bene beccati a truffare e riciclare come sprovveduti ladri di polli. Nessun commento sull’ Iper full-abusive, nessuna denuncia sulle condizioni di lavoro dentro le  cosiddette “cooperative” e silenzio persino sui meccanismi di consenso clientelare che sembrerebbero fondare gli equilibri del sistema politico locale .

Nulla di tutto questo e niente di tanto altro. Per ora.

Questo giro vorrei parlarvi invece di un bel fabbricone d’assalto a modello “globale”, semisconosciuto in città e quasi nascosto, nonostante occupi circa 150 lavoratori, si distenda su di un impianto enorme e continui a dilatare un fatturato già da capogiro. In questo fabbricone ho lavorato 9 mesi come operaio (facchino-carrellista), secondo livello nel settore legno ed arredamento: 3 mesi come interinale e 6 a tempo determinato. Nove mesi, giusto il tempo di partecipare alle uniche due (!) assemblee sindacali convocate e lì osare interventi da estremista bolscevico, tipo richiedere che si ottemperasse alla prevista dotazione di estintori antincendio, denunciare l’assenza di reali uscite di sicurezza,  reclamare condizioni sanitarie decenti,  rivendicare l’elementare assegnazione di una tuta da lavoro e di scarpe antinfortunistica e così via, fino a far presente l’ovvia ipotesi di sciopero nel caso la proprietà avesse continuato a non capire la differenza tra bestie da traino e lavoratori umani. Parole al vento? No, perché il big-boss (o chi per lui), le deve aver udite bene, tanto che dal 27/02/2008 mi ritrovo infatti a spasso, licenziato…pardon…non riconfermato (come si continua a dire oggi, in tempo di precariato dilagante e Protocolli welfare), per suo ordine diretto ed esplicitamente per motivazioni politiche, essendo io un rompicoglioni incompatibile con gli interessi dell’azienda…Infatti.

Il fabbricone è una macchina da profitto esemplare e non vuole intralci in mezzo ai piedi, tipo comunisti rompipalle che incoraggino i lavoratori con strane idee su dignità e diritti. D’altronde si sa, i margini di guadagno si dilatano anche facendosene un baffo delle norme di legge sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, visto che queste, per essere rispettate, richiederebbero almeno qualche manciata di euro a cui il padrone non pensa minimamente di rinunciare. E come dargli torto? Gli estintori costano, le tute costano, le scarpe antinfortunistica costano, per non parlare poi dell’istallazione di uscite di sicurezza o, ancor peggio, della sostituzione di tetti e tettoie ancora in etternit/amianto. Meglio di no dunque, soprattutto perché, come recita il saggio proverbio del forlivese arricchito, quando ti scopri sei fregato. Se cioè ti metti a rispettare leggi, diritti e tutele, per quanto elementari e anche soltanto per una volta, poi c’è il rischio che te le facciano rispettare tutte e per sempre. Meglio dunque rimanere occultati nel regno del silenzio e del nero, evitando che qualcuno prenda poi coraggio per chiederti robe strane, tipo il buono pasto, un contratto aziendale che rimpolpi la vergogna dei 980 euro (!) mensili (ma per tanti anche meno), l’assunzione a tempo indeterminato di almeno una parte dei precari (oltre la metà di tutti i dipendenti), o l’adeguamento degli organici all’aumento vertiginoso dei carichi di lavoro (piantandola di costringere gli operai a 40 e più ore di straordinari ogni mese, sotto l’ovvio ricatto dell’eventuale non-riconferma alla scadenza del contratto individuale).

Produttività.

Ma già il mercato dell’arredamento griffato/di lusso tira parecchio di suo e, a furia di calci, il fatturato si impenna, fino a quasi raddoppiare nel giro un semestre (oggi si parla di circa 60 milioni annui). A raddoppiarsi di conseguenza sono anche gli scarichi, i carichi, le movimentazioni, le spedizioni e le sistemazioni in magazzini via via sempre più insufficienti, tanto che gli enormi volumi dei mobili incassati continuano ad ammassarsi uno sopra l’altro in pericolosissime colonne pericolanti che, vacillando ad ogni starnuto, vengono innalzate oltre la normale portata dei muletti entro spazi angusti. Spazi in cui ogni manovra diventa una prodezza audace, tanto più se eseguita su una pavimentazione completamente sconnessa e disseminata di buche.

Competitività.

Prodezze e miracoli, compiuti da operai stanchi morti, pagati una scemenza e sotto costante pericolo. Operai già sovraccaricati di un lavoro eseguito per il 90% solamente con la forza delle proprie braccia e per il 10% col carrello elevatore, bestie da soma a cui dopo una giornata di forzate fisiche vengono richiesti frangenti di lucidità e di precisione millimetrica, nella calura asfissiante dell’estate e nel freddo più gelido dell’ inverno poiché, ovviamente, non esiste né riscaldamento né aerazione alcuna. Mani spaccate dal freddo di Gennaio e una sfoglia di polvere appiccicata al sudore di Luglio.

Classe Operaia.

“E i sindacati?” mi chiederete voi. Sull’argomento preferirei non esprimermi, perché difficilmente riuscirei a farlo senza incorrere in volgarità. Per darvi un’idea eloquente sullo specifico mi basterà dirvi che in un caso acclarato di mobbing nei confronti di un impiegata sindacalizzata, sbattuta da un giorno all’altro dal suo ufficio nel mio reparto a fare facchinaggio (ma vi immaginate?), la ragazza si è sentita dire dal suo rappresentante sindacale che sì, l’azienda era nel suo diritto e che, di conseguenza, lui non avrebbe potuto farci una piva, pur essendo molto dispiaciuto del fatto. Lei sta ancora oggi lottando per la sua causa, pagando avvocati di sua tasca e stracciando la tessera sindacale. Intanto, per non rimanere a casa, continua a lavorare dove non dovrebbe, guidando muletti senza patentino, rimettendoci la salute e rischiando la pelle per mansioni assolutamente non contemplate dal suo contratto. Lo stesso sindacalista, uno di quelli che si fanno vedere in Piazza Saffi il 1° Maggio, fu quello che, cadendo dalle nuvole, dopo avergli fatto presente la situazione allarmate della sicurezza disse: “Da domani cambierà tutto”. Era il 15 di Novembre, l’assemblea successiva era fissata per Gennaio. Siamo a Marzo, nessuna assemblea è stata convocata e neanche un pelo si è mosso da allora. A casa del padrone si vede che il cibo è più saporito, soprattutto se poi il padrone è della stessa parte politica, talmente affine da aver persino assunto per un certo periodo di tempo come dirigente un noto esponente forlivese dello stesso sodale sindacato.

Conflitto di interessi.

 Ma intanto il fabbricone va alla grande, talmente alla grande che a Febbraio la collezione di Suv e di Mercedes del big-boss si è arricchita di un ultimo esemplare da 150.000 euro, esibito in lungo ed in largo per tutti i piazzali della fabbrica e seguita dal solito codazzo di capi/e e capetti/e in adorazione. Per non parlare poi della nuova barca acquistata a Settembre ed ormeggiata nel prestigioso porticciolo di lusso appena terminato a Marina di Ravenna.

Ineffabile Sistema Romagna: col profitto guadagnato sfruttando la gente nella Zona Industriale di Coriano, già in parte servita dalla costruenda faraonica tangenziale forlivese, compri uno Yacht realizzato in una fabbrica dell’altrettanto costruendo nodo intermodale romagnolo di Villa Selva, per poi posteggiarlo nelle raffinate (e sempre pubblicamente finanziate), banchine di Marina.

Enormi finanziamenti pubblici per affari, profitti, benefici e lussi che rimarranno esclusivamente privati/padronali, dato ormai per assodato che l’unica ricaduta sociale di questa ricetta liberista per lo sviluppo sistemico, logistico e produttivo dei territori, ha ovunque e da sempre comportato, oltre che l’ovvia rovina ambientale, solo un accompagnamento/favoreggiamento (quando non un diretto inasprimento), dell’implementazione dottrinaria delle immutabili leggi del Capitale, ossia delle pretese, dei ricatti e dei ritmi di sfruttamento imposti dalla classe dominante su quella lavoratrice. Forse qualcuno, anche a Forlì, dopo anni di nauseanti nenie sul sicuro effetto “sgocciolamento” di benessere prodotto dalle classiste politiche di “sistema” sulle parti subalterne della società, si sarà reso conto che all’aumentare vertiginoso di rendite e profitti è sempre corrisposto solo un arretramento drammatico delle condizioni di vita delle classi salariate.

Modelli e scelte di sviluppo.

Più opere, più profitti ma sempre meno per i lavoratori: meno salari, meno diritti, meno dignità.

Tuttavia, se la globalizzazione di un neoliberismo “orrendo e criminale” ordina, la Forlì “bella e solidale” (come nel fortunato refrain che accompagnò la campagna elettorale dell’attuale sindaco), continua ad obbedire, inseguendo i sogni di gloria dei propri padroni.

Già, Forlì la “bella e solidale”, pensate, talmente solidale al punto che i suoi ristoratori dichiarano redditi inferiori a quelli dei propri camerieri, mentre persino i titolari delle gioiellerie si denunciano più poveri dei metalmeccanici.

Quanta bellezza e quanta solidarietà.

 

 

 

 

Per il Partito Comunista

      Breve tesi sull’indispensabilità di un Partito Comunista in Italia

 

Più si susseguono gli eventi e più si ha la sensazione che si stia per giungere ad un imminente punto di stretta, provocato da un avanzamento, tanto impressionante quanto travolgente, di quei processi di accumulazione capitalistica che purtroppo, fino ad ora, non sembrano aver incontrato ostacoli degni di nota (come peraltro si dimostra anche nella capitolazione continua del governo a cui partecipiamo, davanti agli ordini ed alle ricette di Confindustria e delle Oligarchie finanziarie europee). Le leggi del Capitale sembrano aver trovato nel moderno corso Neoliberista, le condizioni per dispiegarsi ed implementarsi, completamente e compiutamente, a partire dalle grandi dinamiche di mercato globale fino a raggiungere ogni più piccola porzione di territorio locale. Dopo il collasso dell’ URSS ed il dissolvimento parallelo di un movimento operaio organizzato, il Capitalismo sta raggiungendo, attraverso il Neoliberismo, punte di sviluppo talmente spaventose proprio grazie all’ acquisita  possibilità di imporsi senza vincolo alcuno, senza obblighi, senza maschere e soprattutto senza nemici. Un Capitale così “liberato” sta difatti procedendo spedito nella  demolizione sistematica di  ogni residua “eccezionalità” ai rapporti sociali di produzione che ne fondano il sistema, smantellando i luoghi e le costruzioni di sopravvivenza al profitto (il cosiddetto stato sociale),  ed instaurando un ordine di governo economico totalitario in cui  dignità, diritti e rispetto per ogni soggetto economicamente e socialmente subalterno, diventano impedimenti sempre più insopportabili al prosciolto spirito dello stesso Capitale e delle sue Leggi.

Il programma economico, sociale e politico delle Classi che conducono questi evidenti processi di sviluppo del Capitale, in Italia come in tutto il Globo, è esattamente quello di debellare definitivamente questi intralci, facendo trionfare l’unico motivo esistenziale del Sistema: il profitto. In molti se ne sono ormai accorti: a prescindere da chi ha governato le istituzioni di questo paese, nel giro di pochissimi anni le condizioni del lavoro salariato in Italia, a partire dall’abolizione della Scala Mobile, sono regredite di quasi mezzo secolo, seguendo esattamente la volontà del padronato. Il posto di lavoro sicuro, una normalità fino a pochi anni fa, è oggi  diventato pura fantascienza. Intere generazioni di giovani lavoratori si espongono senza soluzione di continuità davanti al padronato come bestiame in fiera, per qualche mese di contratto sottopagato e senza tutela alcuna.  La possibilità di mantenere dignitosamente una famiglia con un salario operaio, da certezza è diventata pura follia. Il diritto alla casa è passato dall’accesso realizzabile per tutti al privilegio quasi impossibile.  Intere famiglie di lavoratori ricorrono al credito solo per fare la spesa della quarta settimana. Interi pilastri dell’industria e del patrimonio statale, così come settori strategici del servizio pubblico, vengono smembrati e divorati progressivamente dal Capitale privato.  Fette enormi di pubblica spesa  vengono sottratti all’uso sociale e gettati per foraggiare sia le imprese capitalistiche sia le politiche militariste di sostegno al neoimperialismo occidentale, sbilanciando terribilmente a vantaggio della borghesia la mediazione dialettica fra le classi  a cui lo Stato era stato storicamente obbligato dalla forza passata della classe operaia organizzata. Un impressionante esercito industriale di riserva si rende disponibile ad un’autentica prostituzione lavorativa a qualsiasi condizione, cementando col ricatto, l’abuso, l’ultrasfruttamento e la violazione dei diritti più elementari, la “normalità” della  situazione del lavoro in Italia. L’età pensionabile viene allungata di anni e lo spessore della pensione pubblica diminuito progressivamente.  il Tfr è stato scippato. I morti e gli incidenti sul lavoro hanno raggiunto picchi da strage. Interi settori del lavoro dipendente e non solo, come quello impiegatizio (diventato ora della cosiddetta “collaborazione”), ma anche quello del lavoro autonomo e della  piccola imprenditoria funzionante sotto commessa del grande capitale, si ritrovano proletarizzati di punto in bianco. I salari non recuperano nemmeno l’inflazione e la concertazione sembra ormai funzionare solo unilateralmente  a vantaggio dei padroni…..Nel frattempo rendite e profitti aumentano e si concentrano esponenzialmente, dimostrando la propria forza anche nel potere di ignorare e violare impunemente le leggi, cimentandosi in sempre nuovi campi d’applicazione  (una vera e propria  invasione di ogni ambito del vivere sociale), e  manifestandosi  sempre più insofferenti e minacciosi nell’esigere completa “mano libera” per la proprietà privata ed il mercato oligarchico.

Qualcuno disse un tempo che la “valorizzazione del mondo delle cose procede di pari passo con la svalorizzazione del mondo delle persone”, esattamente quello a cui stiamo assistendo.

I Padroni sembrano dunque ormai vincenti su tutta la linea ma, se il loro programma può dirsi a buon punto, essi di certo non si accontenteranno di questo, pretendendo di realizzarlo nel pieno rispetto di quanto le Leggi del capitale esigono, fino cioè all’abbattimento anche delle più piccole e pietose forme di salvaguardia sociale, quando cioè non sarà rimasto che il Mercato a stabilire ogni forma ammissibile di esistenza. Banalizzando, si potrebbe riassumere dicendo che le cose, continuando a seguire sempre più fedelmente quanto strutturalmente concepito dagli attuali rapporti sociali di produzione sostanzianti il Capitalismo, andranno necessariamente peggio: la stretta sarà sempre più forte ed insopportabile, così come sempre più illusorio e ridicolo sarà lo spazio per discutere di “volto umano”, di “sostenibilità” o addirittura di “miglioramento” del Sistema dominante.

Se già si è ridotto al lumicino lo spazio per emendare le politiche di Sistema in senso contrario al libero dispiegarsi del Capitale, ben presto questa residualità si estinguerà  probabilmente del tutto. Restando sopra i fondamenti programmatici di riproduzione del Sistema e dentro il suo contesto espansionista, pensare di poter discutere aggiustamenti alternativi agli ordini del Capitale stesso diventerà quindi sempre più sterile idealismo da ottimisti nella catastrofe, e questo nel migliore dei casi.

Il Riformismo, il migliorismo, l’accettazione di questo stato di cose presenti associata ad un inverosimile quanto ingenua convinzione di poterlo correggere o edulcorare rimanendovi dentro,  senza alcuna intenzione di intaccarne la struttura e senza nemmeno la coscienza di doverne rappresentare una parte in conflitto, diventeranno a questo punto pure velleità utopistiche.

Tanto per fare un esempio: come si può pretendere di far credere ai lavoratori (vedi Prodi con i suoi proclami solenni), di affliggersi per l’impressionante serie di morti ed infortuni sul lavoro, sbraitando che si farà di tutto affinché ciò non avvenga mai più, quando poi si riduce il dramma a questione di ispezioni e controlli, o al massimo di formazione, guardandosi bene dal denunciare nell’ ipersfruttamento, nel ricatto della precarietà e nella condanna alla sconfitta operaia della concertazione, le vere cause del male?  Del resto ciò risulta difficile quando il principale obbiettivo del suo Governo, orami ripetuto fino alla nausea, è quello della crescita e della competitività a tutti i costi del Capitalismo nostrano ed europeo.

Il problema del potere economico e del conseguente conflitto di classe fra Capitale e Lavoro è dunque, oggi più che mai, esistenziale, fondamentale ed ineludibile: nessuna questione concreta, nessun obbiettivo particolare, nessun contesto rivendicativo, nessuna proposta di merito (dalle pensioni all’ambiente, dalla pace alle condizioni di vita dei lavoratori, dalla questione di genere alla precarietà), ha senso se presa singolarmente, se considerata cioè alla stregua di un problema in sé slegato dalla condizione strutturale che lo genera e alienato dai rapporti sociali di produzione che lo causano (e che inarrestabilmente proseguiranno ad  aggravarlo). Insomma, occorre finirla di soffermarsi a fissare il proverbiale dito davanti ad una mano protesa nell’indicare un punto.

Concentrarsi sugli effetti ed ignorarne le cause, separare i primi dalle seconde, non solo significa rinunciare ad agire per la trasformazione sociale, ma pure non produrre alcun risultato su questioni immediate ed elementari apparentemente di facile posizione: esempi su tutti ne siano il Protocollo sul Welfare, la Guerra in Afghanistan e la Manifestazione del 20 Ottobre contro la precarietà. A tutto ciò si aggiunga la considerazione che il migliorismo altro non ha mai prodotto se non una politica politicante, fatta da burocrazie di carriera senza alcuna sede sociale che trovano nella partecipazione alle istituzioni non uno strumento tattico ma un fine, cricche in cerca di pascolo nelle rive di sinistra del Sistema, elites autoreferenziali che non rappresentano niente se non loro stesse e che non esprimono nulla se non le proprie esigenze elettorali/clientelari.

Davanti a questo quadro desolante, la scomparsa di una forza Comunista è esattamente il contrario di ciò che occorre.

L’urgenza è difatti semmai quella di consolidare, rafforzare e preparare tatticamente una potenza politica e sociale che non solo sappia almeno riconoscere l’attività del conflitto in atto fra Classi dominanti e soggetti subalterni, ma che in esso voglia riporre la propria sede costituente, concependosi quale espressione organizzata e diretta emissione politica di quell’enorme blocco sociale (costituito in primo luogo dai lavoratori manuali salariati), che negli ultimi 15 anni è rimasto indifeso a subire sconfitte su sconfitte di fronte alle incessanti aggressioni scagliategli contro dal Capitale neoliberista. Ciò che occorre inderogabilmente è una forza che sappia denunciare 1) nell’appropriazione privata di ogni mezzo ed ogni risorsa collettivamente vitale, 2) nel fine ultimo del profitto e 3) nel totalitarismo tirannico del mercato oligarchico, i 3 pilastri portanti l’infamia che è nostra intenzione cancellare dalla faccia della terra, i 3 fondamenti strutturali che cioè è necessario abbattere per poter produrre quel rivolgimento, tragicamente indispensabile, da noi voluta quale fine ultimo del nostro agire politico e sociale.

Oggi più che mai è necessario un Partito Comunista dunque, un partito che cioè si ponga come compito primario quello di riorganizzare e rappresentare la parte fin ora battuta nella guerra dichiaratale dal Capitale, un partito che rientri organicamente e materialmente ad insediarsi e vivere assieme ai suoi generatori sociali, un partito che lotti nell’unico orizzonte di senso, quello della distruzione dello stato di cose presenti, in cui ogni singola rivendicazione può assumere un vero significato. Serve allora un partito che abbia la capacità e l’onestà intellettuale di dire apertamente che forse mai momento storico è stato più adatto, quale quello attuale, per verificare la straordinaria funzionalità dell’analisi marxiana, l’ incredibile vitalità di uno spessore scientifico che, chiunque abbia avuto la capacità di rileggerlo alla luce degli eventi attuali, mai ha potuto negare, così come nessuna produzione di critica al neoliberismo ha potuto finora ignorarne la sempre più evidente centralità. Niente ancora come il marxismo dunque, nostro irrinunciabile patrimonio, né in forza né in lucidità, e questo lo si può dire senza timore di smentita oggi assai più di ieri.

Non si costruisce un Partito Comunista per guardarsi allo specchio e per soddisfare il proprio narcisismo rivoluzionario: il Partito Comunista si costruisce dal ventre della classe lavoratrice e dall’insopportabilità delle condizioni materiali in cui essa viene costretta a sopravvivere. Il Partito Comunista vive con i drammi quotidiani di chi viene condannato alla subalternità, emerge dalle richieste di liberazione e di dignità dei suoi luoghi sociali, scaturisce dalla rabbia di chi vede la propria esistenza sbattuta impietosamente sul banco delle merci. Il Partito Comunista è l’umanità tormentata che organizza il proprio riscatto, ed esso è indispensabile esattamente nei confronti di questa e della sua necessità assoluta di emancipazione, poiché irrompendo da essa è il solo che la può considerare un Soggetto e non un Oggetto, è il solo che la propone protagonista distogliendola dall’emarginazione, è il solo che la considera artefice di un movimento storico che attraverso la sua liberazione porterà ogni altro aspetto della vita a liberarsi dalla morsa soffocante della proprietà privata, del profitto e del mercato.   

Garantire la sopravvivenza di un Partito Comunista oggi, significa tenere aperto uno spiraglio in cui poter lottare per la ricomposizione, l’organizzazione, la difesa e la rappresentanza di quest’umanità subalterna e soggiogata.

Continuare a costruire, rafforzare e radicare un Partito Comunista significa mantenere in vita una possibilità di trasformazione sociale della realtà esistente, un opportunità di liberazione dal Capitale e dalle sue Leggi, uno strumento irrinunciabile su cui lavorare fino alla sua trasformazione in quel fattore soggettivo indispensabile all’abolizione dello stato di cose presenti.

Annientare la soggettività Comunista, o confinarla a sterile testimonianza protestataria e/o intellettualoide, significa abbandonare alla desolazione gli umiliati e condannarli ad un’oppressione rassegnata, significa fare un favore al Capitale ed al suo esercito di servi, significa chiudere per sempre ogni varco per passare ad una nuova possibilità di vita civile su questo pianeta.

 

Sono dunque contrario alla svendita del Partito dei Comunisti Italiani per annullarlo dentro ad una indefinita “Cosa” unica, genericamente di sinistra ma priva di qualsiasi  programma politico e sociale. Una “Cosa” che non condivide né  orizzonti di senso né contesti progettuali, una “Cosa” che nega il concetto stesso di classe sociale, che ripudia il marxismo e che non possiede la benché minima intenzione di abbattere il Capitalismo

Mentre allora sono più che convinto che sia oggi più che mai indispensabile un soggetto Comunista quale strumento e luogo insostituibile per l’interpretazione e la trasformazione della realtà, sono altrettanto persuaso che “Cose Rosse” del genere ultimamente proposto, siano attuali solo per adeguarsi al nuovo corso decadente del sistema politico italiano, fatto di stratagemmi machiavellici, di elettoralistiche “corse al centro” e di inseguimenti alla “presentabilità” moderata. Un sistema politico corruttivo e totalmente estraneo alle condizioni materiali dei lavoratori ed in generale del paese, un sistema fatto per autoalimentare  l’elite che vi partecipa, senza altro scopo che la sua stessa riproduzione. Una “Cosa Rossa” a partito unico, così com’è stata bertinottianamente proposta e concepita, altro non può offrire ai lavoratori se non una cosa: capitolazioni, capitolazioni e ancora capitolazioni, sempre nuovi rospi fatti ingoiare col proprio voto complice e con la litania ipocrita del “meno peggio” o del “meglio di niente”, stucchevoli ritornelli che fino adesso ci hanno accompagnato solo col finire nel peggiore dei modi senza peraltro ottenere alcun risultato concreto, mai e su nessun argomento.

Se davvero si desiderano organizzare funzionalmente azioni comuni fra forze di sinistra su temi specifici, momenti di incontro tattico, coordinamenti di iniziativa ecc…tutto questo lo si può fare benissimo da subito, immediatamente ove ci si trovi d’accordo su posizioni comuni (il problema però è che non ci si trova mai d’accordo su nulla), ma ciò non contempla assolutamente la necessità di un partito unico.  Non c’è nessuna considerazione o valutazione di tipo operativo che possa giustificare l’annullamento del nostro e degli altri partiti in una “Cosa” omologante. Non si capisce quale sia il ragionamento ed il criterio concreto secondo cui o si diventa un solo partito o non si fa nulla, non si capisce poi ancor di più quale bisogno (che non sia un’evidente pretesa di vittoria ideologica anticomunista e antimarxista), sia espresso dall’ossessione di cancellare ogni riferimento al Comunismo, facendo scomparire quelli che per noi ne sono naturalmente i portati logicamente/politicamente consequenziali, molto più significanti che simbolici.

Se la “Cosa Rossa” dovesse servire (come sembrava inizialmente) da puro momento di aggregazione tattica contingente su contenuti di merito, tipo Confederazione, essa potrà a mio avviso ottenere il nostro massimo contributo come Partito Comunista autonomo, identificato e riconosciuto. Se invece (come sembra si sia ora declinata la proposta), questa si risolvesse in un arrogante pretesa di nostra liquidazione e di resa totale ai diktat ideologici degli ex-diessini di Sinistra Democratica (fino ad ora poco più che una congrega di eletti senza base) e della corrente bertinottiana di Rifondazione, questi signori dovranno fare un bel collo lungo, come si dice in Romagna. Non saremo certo noi, per quanto detto sino ad ora, a svendere il nostro motivo esistenziale per prestarci a tirare loro la carretta in campagna elettorale o per farli belli e affidabili di fronte ai loro “alleati naturali” del Partito neodemocristiano di Veltroni.

Gianni Fagnoli- Forlì, 2 gennaio 2008

 

 

 

Orizzonti Felici

Di Gianni Fagnoli

Forlì, 1 gennaio 2008

 

- “Club dei Cittadini” buongiorno, da dove chiama?

- Da un importante polo logistico del Nord-Est.

- E cioè?

- Da una piattaforma produttiva a supporto del Grande Corridoio Commerciale n° 3.

- Va beh, ho capito ma, voglio dire, esattamente dov’è che abita?

- Vicino allo svincolo 65 della Nuova Scorrevole Velocissima…

- Senta ma mi sta prendendo in giro? Non capisco veramente,…ma ce l’ha una casa lei?

- Si, vivo in affitto a 600 euro al mese in un monolocale dell’Alveare n°7 di Nuova Lottizzazione.

- Forse non ci capiamo…Nuova Lottizzazione ha detto?

- Si, quella appena inaugurata dalla EdoCem Holding, a pochi passi dal 15° impianto per l’ incenerimento, ha presente? Appena superata la Centrale di termovalorizzazione, a sinistra del rigassificatore,…non c’è mai stato?

-…No…

- Suvvia, le ho detto a sinistra del rigassificatore,…dove la Sopraelevata ad Alto Carico interseca la Nuova Scorrevole Velocissima appunto. Ma ha presente almeno il rigassificatore (quello grande intendo)?…

- Mah… che ne so…rigassificatore?

-Si, quello dove tra l’altro lavoro io: 55 ore la settimana per 1070 euro al mese con un contratto “Andirivieni Sporadico” rinnovabile ogni 15 giorni (d’altronde ho 45 anni e sono ancora molto giovane). Insomma,  per farla breve proprio a due passi da lì c’è casa mia.

- Ma scusi, che razza di posto è mai questo? Eh? Ce l’avrà uno straccio di nome la sua città, il suo paese o quel che caspita è…?

- Un nome?

- Si cribbio, un nome, uno di quelli storici, che ne so: Roma, Bologna, Venezia! Almeno il nome del Centro più vicino alla sua zona!

- Un nome,…vediamo,…un nome,…un Centro ha detto eh? Beh, il nome più vicino che mi viene in mente è Ipertown.

- Ma cos’è, un Centro Commerciale?

- Esatto. Non va bene? Ha detto un Centro…

- Ma no! Io intendo il Centro-Centro della Città, quello in cui la gente si incontra, discute, un luogo in cui si svolgono iniziative culturali, artistiche, ludiche, musicali,…ci sono i monumenti.…ha capito? Le sto parlando di un Centro vero, del cuore pulsante di una comunità.

- Va bene, va bene,…ho capito e ripeto: Ipertown.

- E vuol farmi credere che è proprio lì, in un megabottegone, che hanno luogo gli incontri, le relazioni e gli avvenimenti più rilevanti della sua zona?

- Esatto.

- Ed è lì che si concentrano le cose più importanti per la vita sociale della sua zona?

- Esatto.

- E quali sarebbero?

- Quelli che servono alla gente insomma… la roba,…merci, oggetti, acquisti, consumo, vendita,…i soldi no?

- Ma lei vive bene in questo posto?

- Sì, direi di sì. Ci sono tutte le cose di cui un cittadino ha bisogno. Ci sono un casino di parcheggi, il cellulare prende ovunque senza problemi, i negri lavorano sodo e gli zingari non rompono i coglioni, anche perché poi la TotalCamera copre l’appalto sicurezza in tutta la zona al 99% con la Videosorveglianza ed un sistema di RepriPrev. Le partite di Champions poi si vedono benissimo, dato che il segnale del Digitale Terrestre arriva tutta l’area,…Non mi posso lamentare insomma,…io poi mi becco anche la Pay Tv.

- Ah…bene…ma i servizi, le aree verdi…

- Beh, di servizi ce ne sono parecchi. Abbiamo 641 imprese registrate e 14 aree di movimentazione merci, abbiamo un infinità di Finanziarie che prestano soldi a tutti e per tutto, poi ci sono tante concessionarie di auto, discariche dove mettere i rifiuti, distributori di benzina, assicurazioni, armerie, agenzie di sicurezza privata. Ultimamente si sono insediati anche due nuovi Team dell’Ordine e del Decoro. E’ pieno anche di banche sa? Sia come sportelli sia sottoforma di cliniche, asili e scuole…Poi come le ho detto c’è l’Ipertown: tutto quello che serve ad un cittadino normale c’è. Di aree verdi come intende lei…boh, no, non ce ne sono a parte il giardino della Corporazione Hotels,… ma comunque chi avrebbe il tempo da perderci dentro? Sa, con tutto quello che c’è da lavorare… Comunque abbiamo quattro campi da golf ,….e come parco per i bambini c’è Plastiland con dentro ben 4 McDonalds e un SuperToys…

- Ok, ok,..ho afferrato…Adesso veniamo al motivo per il quale ci ha chiamato: ha già digitato sul telefonino il suo codice personale di abbonamento alla Democrazia?

- Si

- Bene, allora voti pure. Le ricordo che può scegliere l’opzione 1 o l’opzione 2, il costo del suo esercizio democratico le verrà addebitato sul numero della carta di credito che ha fornito al centralino,…

- Voto 2.

- Profilo votante?

- Automobilista - consumatore – utente  RF453-0.

- Bene. Che il centralinista di seggio registri: RF453-0 vota per il n°2. Grazie RF453-0.

- Dovere civico.

Gianni Fagnoli

 

Che “Cosa” si vuol fare?

Unire le forze senza soffocarle

Di Gianni Fagnoli

Quant’è la differenza tra chi punta all’amministrazione dell’esistente e chi invece lotta per l’abolizione dello stato di cose presenti?

Quanta distanza corre tra chi riferisce il proprio impegno ad una gestione, più o meno correttiva, delle sovrastrutture di un capitalismo a cui si è convinti ci si debba rassegnare e chi, invece, individua nel superamento degli attuali rapporti sociali di produzione l’unica credibile possibilità per arrestare il tragico regresso in cui l’Umanità viene inesorabilmente spinta dal dominio neoliberista?

E’ del tutto evidente che ciò che per i primi costituisce un fine, cioè il governo delle istituzioni emanate da questo sistema, per gli altri è solo un mezzo, un procedere tattico verso orizzonti di senso alternativi al sistema stesso, indicando sia nel motivo costituente di quest’ultimo (cioè l’appropriazione privata di ogni risorsa ed ogni strumento considerato produttivo), sia nel suo motivo esistenziale (ossia l’estrazione di profitto da ciò di cui ci si è appropriati), le radici causali dei drammi umani ed ecologici che stiamo vivendo: dalla precarietà alla desertificazione, dalla paurosa retrocessione delle condizioni di vita dei lavoratori alla guerra.

Si può essere d’accordo o meno con i primi o con i secondi, si potrebbe stare a discutere intere settimane sulle ragioni, sulle analisi e sulle critiche degli uni e degli altri (e degli uni verso gli altri), ma non è certo questo il momento e lo spazio per farlo. Quello che serve ora è invece valutare quale sia la mossa migliore da compiere per entrambe le componenti  data l’attuale contingenza politica, ferme restando le sostanziali differenze appena menzionate.

E’ desiderabile un alleanza di tipo elettorale per riuscire a superare un eventuale sbarramento che comprometterebbe la rappresentanza di tutti in parlamento?  Senz’altro. E’ augurabile un coordinamento organico tra i diversi gruppi parlamentari per agire unitariamente su questioni condivise? Certamente.

E’ auspicabile un meccanismo confederativo di raccordo che apra un dialogo a tutti i livelli fra i diversi soggetti aderenti e che riesca a connetterli in momenti di discussione, mobilitazione, iniziativa, proposta e lavoro su  battaglie di interesse comune? Si.

E’ dunque possibile prospettare una “Cosa Rossa”, come prodotto di una fusione in un partito unico, tipo “La Sinistra”, eliminando perciò ogni riferimento programmatico, analitico, prospettico (e quindi conseguentemente pure simbolico), che non sia quello appunto di “Sinistra” in senso generico (e molto controverso)?

No, questo non sembra né possibile né plausibile, o perlomeno non senza tagliare fuori una buona parte, forse maggioritaria, dei potenziali interessati.

Non appare possibile innanzitutto perché, l’adesione ad un Partito, presuppone un’ identità comune che qui non esiste.

A tal proposito basti pensare, come detto all’inizio, che il motivo socialmente e politicamente esistenziale di un militante comunista, i modi e i luoghi  in cui questo pensa e fa politica, così come i suoi scopi ed i suoi orizzonti di senso, hanno ragione di esistere solo in un idea di trasformazione sociale che è evidentemente divergente, se non proprio configgente, rispetto a quella di un attivista dei Verdi o a quella di un convinto sostenitore del percorso rappresentato dai Ds ante Pd. Sarebbe a questo proposito paradossale chiedere a qualcuno di continuare a fare politica, pretendendo però che questi rinneghi  il motivo stesso e la sensibilità grazie ai quali ha deciso di impegnarsi politicamente.

In secondo luogo, collegato strettamente a quanto appena detto, sarebbe pure eufemisticamente ingrato andare dinanzi ai militanti dei due Partiti Comunisti (PdCI e Prc, quelli che per altro costituiscono lo spessore decisamente  maggioritario della “Cosa Rossa”), dopo che questi hanno coraggiosamente lavorato, costruito e combattuto per anni con denti e unghie solo per mantenere in vita una soggettività/progetto comunista di cambiamento della società, dicendo poi loro che adesso del comunismo non se ne fa più nulla, che la rifondazione è fallita e che tutto il faticosissimo percorso politico sin qui affrontato verrà speso in un revival del Pds.

 Della serie “Compagni, contrordine! Torniamo al 91, ci eravamo sbagliati, aveva ragione Occhetto”.

La rinuncia ai simboli difatti (sotto i quali per altro risiede oltre l’80% dei potenziali partecipanti alla “Cosa”, ragion per cui non si capisce perché questi debbano rinunciarvi in nome dell’unità, mentre l’altro 20% , chissà perché, nemmeno in nome della stessa accetterebbe mai di ammetterli), in realtà rappresenterebbe non solo la rinuncia ai propri motivi costituenti e alle proprie ragioni esistenziali, ma soprattutto sancirebbe la vittoria ideologica di chi decise il dissolvimento dell’esperienza comunista in Italia intraprendendo un percorso di convinta adesione ai valori del liberismo dominante, decretando viceversa una penosa sconfitta, con conseguente assimilazione a dalemiana “normalità”, di chi invece non ha mai smesso di combattere “dalla parte del torto”.

Il tutto sembra poi essere reso ancor  più difficile dal fatto che non solo è osservabile una diversità determinante da un punto di vista, diciamo così, “genetico”,  ma pure sulla concretezza di contenuti quotidiani abbastanza elementari sui quali, apparentemente, non dovrebbe esistere discordanza alcuna: manifestazione del 20 ottobre, Protocollo welfare e Afghanistan su tutti. Meglio pensare dunque ad un soggetto unificante e non omologante, ad una costruzione che cioè aggreghi le identità senza costringerle ad annullarsi e scomparire. Forse è questa la “Cosa” migliore per tutti.

dicembre 2007

 

 La via delle 3B: Bruciare, bruciare, bruciare!

La piromania al potere in Romagna, dagli Inceneritori alle “Biomasse”

Di Gianni Fagnoli

Si sa che il fuoco ha sempre esercitato sull’Uomo un fascino ancestrale, risvegliandone gratitudini primordiali verso la scoperta che lo ha riscaldato e protetto fin dai tempi delle caverne.

Il fuoco fu senz’altro determinante al fine di salvare la specie umana da una natura selvaggia e biologicamente sfavorevole a quello che sembrava il più sfigato tra tutti gli animali. Lento, debole, poco resistente, privo di pelliccia e con sensi menomati, annullando l’inferiorità fisica con la propria intelligenza l’Uomo primitivo apprese ad utilizzare consapevolmente il fuoco, costruendosi attraverso di esso la principale strategia per sviluppare il proprio insediamento di specie nella Terra di allora.

Oggi a quanto pare, nonostante millenni di nuove consapevolezze e nuove scoperte, è ancora la combustione a farla da padrona nelle strategie di sviluppo degli uomini, proprio come succedeva ai tempi dei cavernicoli . Non tutto ovviamente è rimasto uguale da allora visto che, nel frattempo, la  minoranza occidentale degli umani ha riarso talmente tanto da immettere nell’ecosistema una quantità di inquinamento termico (il peggiore), talmente spropositata da mettere a repentaglio la loro stessa permanenza su questo Pianeta. Certo non si tratta più di bruciare per consentire il semplice insediamento (per quanto moderno) della specie, bensì per mantenere livelli di consumo energetico forsennati, insostenibili e finalizzati alla riproduzione di un modello di sviluppo delirante nonché suicida. A furia di appiccare fuoco a petrolio, carbone e gas per consentire la rigenerazione continua del processo di accumulazione capitalistica, così come delle criminali disuguaglianze di cui questo è portatore, il Globo neoliberalizzato si sta surriscaldando a tal punto da far saltare ogni equilibrio naturalmente concepito. Desertificazione, siccità, catastrofi, scioglimento dei ghiacci ecc., non sono affatto opinioni ma evidenze allarmanti per chiunque faccia girare qualche neurone.

In Occidente tanto si è bruciato (e tutt’ora si continua a ritmi sempre più folli), da mandare oltre al picco i giacimenti di combustibile fossile, il tutto per produrre merci oltre sia il necessario sia oltre l’assorbibile , fino ad accorgersi di aver prodotto soprattutto un oceano di immondizia (ossia di merda, intesa in senso lato), a sua volta carbonizzata.

A Forlì infatti, come se già non fosse bastato quello che c’era prima e quello privato di Mengozzi per i rifiuti farmaceutici, è stato approvato un nuovo inceneritore proprio per questo motivo: altro inquinamento, altre polveri velenose, altro sovraccarico di calore…ma anche nuovi grassi affari grazie alla merda mercificata e a nuovi processi produttivi ad essa collegati. Neanche il tempo di digerire questo nuovo mostro ardente che ora, in occasione del progetto di conversione produttiva della ex-Sfir di Forlimpopoli, se ne presenta già un altro con la Centrale a Biomasse, classica creatura da : 1) crisi petrolifera, 2) insistenza su questo modello di sviluppo allucinante che esige a tutti i costi di mantenere (e addirittura di accrescere) gli attuali ritmi di produzione e consumo, già indecenti e 3) cieca obbedienza alla legge capitalistica per la quale, anche la più piccola particella del creato (tipo una potatura), non può permettersi di essere economicamente inutile, ossia non-profittabile, essendo universale l’obbligo di giustificare la propria esistenza convertendosi nella merce più redditizia possibile (l’ossigeno, ad esempio, da questo punto di vista evidentemente non lo è).  Secondo il Progetto che dovrà presentarsi al vaglio delle giunte comunali, la Centrale a Biomasse si ubicherebbe nel cosiddetto “quadrilatero” produttivamente dedicato all’energia (quindi nell’incrocio fra i Comuni di Forlimpopoli, Bertinoro, Forlì e Cesena), sfornando 22 Megawatt  per i quali si andrebbero ad incenerire dalle 160.000 alle 180.000 tonnellate di materia. Solo roba di recupero? Sfalci e potature? Non scherziamo, perché per alimentare il nuovo mostro occorrerebbero (ed infatti sono previsti dal Progetto) 30/35.000 ettari di colture dedicate (da reperirsi entro 30/50 Km di raggio territoriale), che, per effetto della rotazione, finirebbero per diventare 60/65.000.

Un mostro identico è tra l’altro in progetto anche a Russi.

Una bella prospettiva di valore per la nostra agricoltura, non c’è che dire. Altro che recupero della qualità ambientale, biologico e filiera corta! Coltivare per poi incenerire tutto (alla faccia di chi crepa di fame), questo si che è futuro, sciupando la nostra fertilissima terra per buttare la sua ricchezza in un mega-stufone carico di nuove nanopolveri, nuova anidride carbonica ma naturalmente anche di nuovi soldi.

Qualcuno a Sinistra ha fortunatamente già cominciato a muoversi per impedire la nascita di questo obbrobrio totale ma, sfortunatamente, qualcuno sempre a Sinistra ha fatto già capire che sarebbe favorevole se la Centrale fosse una “Centralina”, anzi, più Centraline alimentate solo a cascame e residuo. Un po’ come è successo per le pensioni insomma: scalone no ma scalini sì. E’ la solita  storia del meno peggio che, fino ad ora, alla fine ci ha sempre ridotto nel peggiore dei modi, facendo entrare poi dalla finestra quello che si era inizialmente respinto alla porta.

Fra le prime reazioni dei politici locali, l’unica contraria a qualsiasi nuova infornata di inquinamento e polveri nell’aria del nostro territorio (già intollerabilmente intasato di questa roba), è stata quella del segretario forlivese dei Comunisti Italiani, Denis Valenti, convinto che solo investendo sul risparmio energetico si possa veramente sognare un futuro sostenibile. Speriamo non rimanga il solo.

 

 

Grandi Opere: il maggiore soffoca il migliore.

Ci sono almeno cinque modi con cui il capitalismo moderno pretende di pagare gli incessanti tentativi di “aumentare la competitività” e di “crescere” all’infinito:

1)Aggredire e polverizzare il mondo del Lavoro. 2)Demolire il sistema delle sicurezze e dei diritti sociali. 3)Strangolare e depredare l’ambiente. 4)Asservire lo Stato-Res Publica agli interessi di mercanti e proprietà. 5) Incatenare ogni parte del mondo alle proprie esigenze imperiali.

Per ognuno di questi cinque diversi tentativi di assalto economico alla dignità, al tempo e allo spazio dell’Uomo, si è assistito di converso allo sviluppo reattivo di un movimento d’opposizione partorito “dal basso”, ossia di una coscienza che generatasi, dalle profondità dei bisogni sociali ha impugnato questi ultimi quali proprie condizioni materiali di sopravvivenza e di cittadinanza, individuando nella loro “messa all’asta” un’ineludibile chiamata al conflitto. Manifestare dunque per il ritiro delle truppe dall’Iraq o lottare contro la precarietà del lavoro costituiscono in realtà due facce della stessa medaglia, così come contrastare il Tav in Val Susa o mobilitarsi per respingere la Bolkestein. Non esiste contraddizione fra queste battaglie ma identità, cioè un riconoscimento comune portato avanti in situazioni differenti ma ugualmente associate negativamente da un solo piano di ostile

 dominazione

 liberista. Il loro complesso multiforme costituisce così un unico NO, un corale rifiuto a pagare i continui ed insostenibili costi presentati da una Crescita irrazionale, giustificata solo con l’altrettanto ininterrotta escalation dei profitti privati e obbligata da uno stato di competizione continua che si trascina sulla pelle sempre più tumefatta di Uomo e Natura. Una Crescita da infarto si potrebbe dire.

Ma se è vero che battaglie diverse convengono in un unico significato politico d’insieme, è altrettanto vero che a volte si verifica l’inverso, e che cioè in un'unica dimensione di conflitto si racchiudano molteplici criticità dinamicamente connesse all’oggetto della contestazione. Le multinazionali ad esempio coinvolgono nel loro corpus operativo pressoché tutti e cinque i punti sopraccitati, ma il caso che invece ci interessa ora viene dalle Grandi Opere (G.O.), uno dei cavalli di battaglia che riappare più di frequente (e al di la di convinzioni keynesiane) nelle ricette pro-Crescita&Sviluppo.

La G.O. è il paradigma più alto del grande affare: più l’opera è mostruosamente enorme, più l’abbuffata che ne consegue è succulenta. Mentre infatti le “piccole quotidianità”, ordinarie ma vitali per i cittadini e per i loro bisogni reali (pensiamo ad esempio a reti idriche/colabrodi, ai treni per i pendolari in condizioni indecenti, alla distribuzione elettrica che perde il 15% di prodotto per strada o alla maggioranza delle scuole senza requisiti legali di sicurezza ), vengono sistematicamente ignorate dall’agenda decisionale della nostra classe dirigente (probabilmente perché economicamente e politicamente poco remunerative), all’opposto ci si butta a capofitto in faraonici mega-progetti che “si devono fare per forza” e di cui “il paese ha assoluto bisogno” (ma chi l’ha mai detto? Brunetta?), impegnando quote inaudite di pubbliche risorse e soggiacendo a quella teoria che sotto il capitalismo altro non è che un’evidente menzogna, non fosse altro che per ben note asimmetrie distributive: molto produrre = molto avere = ben-essere .

E così, mentre tanti piccoli presidi ospedalieri di aree montane chiudono i battenti nonostante la loro inestimabile utilità sociale per le popolazioni locali (ma “non si può pretendere di avere l’ospedale a due passi da casa”), migliaia e migliaia di miliardi pubblici vengono gettati a carriole affinché “a due passi” da ogni capannone privato ci sia però una bella distesa asfaltata che conduca i Tir del proprietario di turno in giro per il mondo e nel più breve tempo possibile. Via libera allora ad  autostrade, passanti e tangenziali, corridoi, svincoli e trafori; poche ferrovie (e solo ad Alta Velocità) e avanti con Termovalorizzatori, Rigassificatori, Ponti sullo Stretto e Mose di Venezia.

Largo alle merci e spazio ai Tir! La natura, gli uomini ed i loro diritti si facciano da parte, perché l’imperativo è che bisogna continuare a Crescere, aumentare il ritmo ed essere più competitivi: proliferino in continuazione le automobili, i prodotti viaggino sempre di più e sempre più veloci, si gettino distese di cemento armato, si estragga più petrolio e più gas, aumentino i container, si lavori di più, di più e di più, si rinunci ai diritti, si comprima la spesa pubblica destinata allo stato sociale, si privatizzi ogni bene comune, si metta a profitto ogni luogo pubblico, si facciano più inceneritori, si dilatino le discariche, si costruiscano più parcheggi, si rottami a rotta di collo… via, via, via,….Le G.O. significano in gran parte tutto questo, essendo i simboli supremi di una volontà che esige la drammatica contrazione del ruolo Pubblico nel garantire decoro sociale al proprio popolo, salvo poi invocarne il potere soltanto nella forma di plumbee mostruosità che aggradino le ricette di “sviluppo” dettate dai padroni. Che

importa se anche le G.O. non avranno mai fine o se sprovviste di alcun senso pure in chiave mercantile?  Se poi (come quasi ovunque), le popolazioni locali  le rifiutassero insistendo su progetti alternativi (magari anche scientificamente molto più fondati, come è successo in Val di Susa), basta denigrarle con l’etichetta “Nimby” e mandargli i celerini, avvilendo la cosiddetta “democrazia partecipata” ad uno scarabocchio su un’agenda.  Già, perché le G.O. devono servire i grandi interessi delle imprese che le pretendono (le stesse che poi col medesimo ritornello/ricatto della competitività, chiedono pure di precarizzare la mano d’opera e di rinunciare ai diritti sindacali), dei colossi della costruzione e delle cordate speculatrici; il tutto sempre a scapito della vivibilità quotidiana e dei bisogni “ordinari” dei cittadini, cronicamente snobbati dai decisori di ogni livello. La G.O. costituisce in effetti una mastodontica ed inesauribile fonte di profitto privato, dalla gestione dell’infrastruttura alla vendita di ciò che in essa viene prodotto (energia, pedaggi, acqua, trasporti,…); pazienza se poi si preclude l’accesso dei meno abbienti a ciò che fino a poco tempo prima era considerato un diritto od un bene comune.  Il Gran Operare must go on  devastando l’ambiente in modo irreparabile, mettendo a repentaglio la salute delle popolazioni che la subiscono materialmente e sconvolgendo la vita e la memoria dei luoghi che dissesta. Concepita poi come vettore di sviluppo essa possiede una logica da cosiddetto Terzo Mondo, correlandosi a modelli strategici fallimentari ed implicanti la retrocessione delle condizioni di vita delle persone in termini di lavoro, ambiente, diritti e sicurezza sociale. Ma voi, ad esempio, pensate veramente che nella situazione attuale sia logico investire “strategicamente” per il lungo periodo in assetti logistico/produttivo/energetici  fondati su risorse già in esaurimento (quindi sempre più costose) e dall’impatto ecologico già ora non più tollerabile, consegnando così il destino delle prossime generazioni a viaggiare su un binario che sappiamo morto sin da adesso? Diversamente dal passato allora, la G.O. è oggi un indubbio elemento di ostacolo al progresso sociale, innestandosi nell’energivoro modello liberista (e nella sua razionalità del “profittabile”) quale ingrediente indispensabile per “essere competitivi” o, in altre parole, per gareggiare a chi si abbrutisce di più per poter attrarre i quattrini di un delocalizzatore. Qualcuno dirà, sostenendo un’identità di interessi tra Capitale e Lavoro, che questi mostri il lavoro lo “portano e mantengono ”, come anche un tempo facevano le fabbriche di Etternit,. Le G.O. forse ne portano (poco, rischioso e temporaneo),, ma l’impiego è del tutto insano poiché guadagnato sulla devastazione ambientale, su una configurazione produttiva letteralmente indifendibile e su costi pubblico/sociali insopportabili. Forse sarebbe ora di rendersi conto che su “quel lavoro” (fatto di mostri inquinanti e governato da ricattatori  insaziabili), non ci possiamo e non ci dobbiamo più contare. Non è a questo che possiamo affidare la sorte dei nostri territori e del nostro futuro, non è sul cemento, sul precariato e sul peggioramento inarrestabile delle condizioni di vita che possiamo fondare il nostro divenire. “La Parola” ha già ospitato i motivi che secondo me stanno alla base di una scelta di “Decrescita” e non voglio ripetermi; dirò solo che intestardirsi al suicidio, credendo di continuare a reggere economicamente e a “Svilupparsi” seppellendo i nostri veri patrimoni sotto l’asfalto è una vergogna inaccettabile. Lo è in quanto questo immaginario economicista-liberista soffoca ogni energia rivolta ad “un mondo migliore”, annienta lentamente ogni risorsa su cui il cambiamento si potrebbe costruire e fa sprofondare la democrazia in un mero “signorsì” alle pretese di mercanti e padroni, qualunque esse siano. Guardando poi all’Italia la vergogna è ancora più lampante: che in un paese così incredibilmente traboccante di patrimoni unici al mondo, di una natura generosa da mozzare fiato e di capacità umane straordinarie, i nostri illuminati “strateghi” decidano di “crescere” seviziando queste ricchezze stupefacenti per far largo all’ottusità del capitalismo più barbaro è semplicemente un insulto.

                                                                                                                        GIANNI FAGNOLI

 

SVEGLIA COMPAGNI!!!

Di Gianni Fagnoli

 

Massimo è un ragazzo della mia età, ventisei anni, lavora in una grossa fabbrica di barche di lusso a Forlì ed è un operaio metalmeccanico di primo livello: 40 ore alla settimana per 970 euro al mese e una maglietta recante la scritta “La soddisfazione del nostro cliente è la nostra soddisfazione”. Ha cambiato da poco lavoro, lasciando la sudicia officina-scantinato in cui sudava anche per 45/50 ore alla settimana, prendendo poco di più del salario che percepisce ora ma rischiando quotidianamente l’integrità di mani e occhi. Fabrizio ha invece quattro anni in più di me e lavora da quando ne aveva quindici in una fabbrica di mobili come operaio falegname. Fra le sue mani e la carta vetrata che da anni sfrega ininterrottamente sui piani degli arredi non c’è più differenza, ma ancora non arriva ai mille euro in busta. In compenso gli è però arrivata una sega di taglio sulla falange del dito medio sinistro, facendogli saltare la punta nel raccoglitore della segatura assieme agli scarti del lavoro in cui era impegnato. Silvia si trova invece in un impresa di pulizie come “operaia del pulimento”, sotto una padrona fanatica che la vorrebbe amante entusiasta del lavoro di merda che le fa fare. Silvia si sbatte tutto il santo giorno da un capo all’altro della città (e oltre), per riuscire a fare le sue otto ore di schiena curva e di braccia intorpidite…un ora quaggiù…mezz’ora lassù…respirandosi x 40 ore settimanali la chimica acre dei prodotti pulenti e sudando sopra lo sporco delle proprietà altrui, solo per guadagnarsi i 960 euro mensili che le permettono di pagarsi l’affitto senza patemi.

Poi c’è Sara, che a 27 anni sventra centinaia di polli al giorno sulla catena di una grossa industria avicola di Santa Sofia. Il suo lavoro, pur ben più orrendo di altri, è almeno stagionale e, la miseria di salario che riceve unita all’ambiente produttivo di certo degradante, è in qualche modo calmierato da qualche mese libero da quell’inferno grazie alla cosiddetta “disoccupazione”, ossia il salario differito che si è ben guadagnata nei mesi trascorsi con i turni a sbudellare galline. A differenza sua Manuela è laureata in Biologia,  ha 28 anni e si è trascinata fino adesso di stage in co.co.pro a 8 ore al giorno per la bellezza di 360 euro mensili o poco meno, in varie industrie chimiche e alimentari della zona, salvo poi trovarsi ogni volta con la strada al lavoro a tempo indeterminato sbarrata. Manuela ha ormai rinunciato a spendere la formazione sulla quale aveva investito ed infatti sta inviando domande di assunzione nei posti in cui lavorano Silvia e Sara.

Un po’ come Fabio che, dopo la laurea in Filosofia, ha trovato chi lo ritenesse utile solo in un’azienda agricola di Villanova, a fare il bracciante per un salario medio di 800 euro al mese.

Le sue braccia non sono dunque state rubate al lavoro nei campi.

Quelle invece della nostra classe dirigente lo sono state quasi tutte quante.

Ciò che fa andare avanti i ragazzi che ho citato (persone in carne e ossa a cui ho dato nomi di  fantasia), è la semplice speranza che “Non sarà così per sempre” ed è solo questo che li spinge a continuare la quotidiana sopportazione.

Animata invece dalla fede cieca e assoluta nelle solite, fallimentari, dottrine di macelleria sociale liberista ( la cui acritica promozione sta sempre più diventando sinonimo di riformismo), la nostra classe dirigente risponde loro che in effetti sì, “Non andrà così per sempre”…presto infatti sarà molto peggio. Noncurante della drammatica nocività causata dalla sfrenata applicazione dei dogmi neoliberali sulla vita delle persone, la nostra elite di padroni, politici e mercanti li avverte che se qualche disagio c’è, questo sarebbe addirittura dovuto all’ancora troppo scarso liberismo, impegnandosi solennemente a smantellare senza pietà anche le residue oasi di sopravvivenza sociale scampate fino ad ora ai dettami dei prezzolati economisti che ne scrivono i discorsi. Della serie: “ Soffrite il freddo? Colpa vostra che vi siete coperti troppo, domani toglietevi pure la camicia che andrà senz’altro meglio, l’ha detto pure Tito Boeri sul Corriere della Sera”.

 Troppa rigidità sul mercato del lavoro, troppi vincoli dai contratti nazionali, troppe tasse alle imprese,… e via discorrendo con la solita solfa che da anni vanno ripetendo a vanvera questi ciarlatani padronali, nonostante la pioggia impietosa di clamorose evidenze che puntualmente sbugiardano il presunto benessere che queste fregnacce avrebbero come “conseguenza scientifica” sulla vita di chi le subisce.  Sembra quasi la ricopiatura nostrana delle ricette che il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale hanno fatto sorbire a suon di ricatti per anni e anni ai paesi del Terzo Mondo, condannandoli  inevitabilmente all’allarme umanitario ed ecologico permanente. L’ormai nauseante litania è sempre la stessa: “Tagliate la spesa sociale, detassate i profitti, deregolamentate il mercato del lavoro!”. Basta oramai mandare a memoria queste quattro stupidaggini per essere considerati insigni economisti.

In Italia e’ da quando profetizzarono miracoli dall’abolizione della scala mobile che va avanti così. E più i miracoli  promessi si rivelano nei fatti dei dissesti sociali, più questi beoni di pappardelle ipercapitaliste si ostinano a impuntarsi su ricette ancor più svergognate. Essi saranno soddisfatti solo quando vedranno Massimo licenziato senza giusta causa, Fabrizio multato per essersi tagliato un altro dito interrompendo la produzione, Silvia piegata sugli stracci a pulire loro uffici in una domenica  retribuita come un feriale e Sara senza più la sua “disoccupazione”.

La cricca dominante per adesso si è accontentata di scippare il Tfr, di condannare intere generazioni alla precarietà, di mangiarsi il cuneo fiscale, di evadere sistematicamente ed impunemente le tasse, di fare terra bruciata di enormi patrimoni pubblici, di pagare salari ridicoli, di intascarsi carriole di regalie governative, di farsi beffe della salute dei lavoratori…Ma tutto ciò sembra non bastarle ancora ed il prossimo passo è quello della “riforma” delle  pensioni, con il “poliziotto buono” di centrosinistra che cerca di farla ingoiare minacciando il possibile ritorno del “poliziotto cattivo” di centrodestra (anche se ormai sfiora il grottesco agitare ancora lo spauracchio di Berlusconi avendo sotto mano la possibilità di fare una vera e seria legge sul conflitto di interessi).

A Massimo e agli altri ragazzi però, che pure hanno sostenuto convinti l’Unione alle ultime elezioni ed in particolare la sua ala sinistra, non sembra importare più nulla…si sono ormai rassegnati ad una politica di politicanti,  luogo socialmente utile solo a scopi clientelari e dallo spessore intellettuale insignificante…una politica servile con i potenti ed arrogante con i deboli, una politica di viscidi sofismi, fatta da immorali opportunisti della democrazia nella misura in cui questa consente i loro affari, una politica pronta a rimangiarsi un secondo dopo le solenni promesse di un secondo prima…una politica di clan…un clan che non avrà più il loro voto.

Compagni, se non vogliamo ridurci al vuoto pneumatico è ora davvero di suonare la sveglia.

 

QUALE RIFORMISMO?

(Della serie: chi ha sequestrato il Governo Prodi?)

 

Gianni Fagnoli

 

Domandarsi che genere di riformismo sia, quello con cui dirigenti e burocrazie politiche nostrane si riempiono ossessivamente la bocca, significa in realtà interrogarsi su quali interessi sociali siano sottintesi all’ormai logoro e abusato richiamo pro “Riforme”.

La Riforma in sé non è un valore, così come proclamarsi riformisti non ha alcun senso se prima, e questo appare ovvio, non si rendono chiari ed espliciti i moventi, gli oggetti ed i fini (ergo gli interessi) della stessa riforma in questione, cosa che implicherebbe innanzitutto uno schierarsi ex-ante con o contro blocchi economici, sociali e culturali definiti.

Ciò sembrerebbe ancor più vero in Italia, paese ove il luogo di governo istituzionale si trova inevitabilmente a sbattere contro le tre granitiche colonne del potere reale: a) Confindustria/oligarchie finanziarie, b) Stati Uniti d’America, e c) teocrazia vaticana.

E’ innegabile che, dal dopoguerra in avanti, siano stati questi tre Leviatani a determinare con la loro mostruosa forza ogni decisione (o non-decisione), nei tre rispettivi campi di interesse esistenziale, tollerando l’ efficacia di decisioni democraticamente assunte solo in casi circoscritti/circostanziati e comunque quasi sempre collaterali.

Pretendere di  governare, di gestire e ancor di più di “riformare” l’ambiente economico/sociale, così come la dimensione internazionale o la sfera delle libertà civili/personali, ha da sempre significato in Italia l’accettazione di un asservimento o viceversa di un conflitto rispetto ai tre colossi ed al loro palese inquinamento su ogni ipotesi di vita autenticamente democratica del paese. Se nel passato è stato possibile registrare  qualche sudatissima eccezione alla prima opzione, ossia a quella del cieco vassallaggio verso Papi, Padroni e CowBoys, così come si è quindi potuto assistere a momenti di vero riformismo capace di spostare equilibri di sudditanza ormai incrostati, ciò è da accreditarsi solo a sussulti di progresso sociale portati avanti, e non avrebbe potuto essere altrimenti, da un Partito Comunista e da certe realtà di movimento popolare proprio in quanto uniche espressioni di riferimenti antagonisti ai tre pilastri dominanti.  L’ insediarsi socialmente “altrove” di Pci e Movimenti, sostanziava questi anche di un contenuto “altro”, alimentandone conseguentemente una forza conflittuale, di contropotere e di antipotere, tale da consentire almeno in certi momenti una possibilità non disprezzabile di negoziato (ossia di riforme), con lo status quo consolidato.

Ed è forse allora il contenuto proprio di una forza politica (ammesso che ne possegga uno), a dirigere l’indirizzo in un verso o nell’ altro delle cosiddette riforme, essendo cioè la “parte” della propria causa ad attribuire a queste un senso possibile.

Lo stucchevole teatrino del riformismo generalista ma socialmente unilaterale a cui stiamo assistendo oggi (quello rivenduto sempre e solo “nell’interesse del paese”), costituisce in realtà un frutto conseguente al portato valoriale proprio di una parte (ossia di una fazione ideologica che ne detta l’agenda), con l’unica differenza che, essendo oggi suddetta parte largamente maggioritaria, si vorrebbe camuffare tale partito (marcatamente neoliberista nel caso ad esempio dell’economia), sotto la veste di un insieme di valutazioni oggettivamente tecniche che, in quanto tali, nessuno dovrebbe azzardarsi a criticare.  Sarà pure fuori moda asserire che la bandiera dell’interesse generale sia in realtà il travestimento di un blocco sociale dominante, ma a conti fatti non mi sembra che ciò discosti molto dal vero.

Non è in effetti una casualità che a farsi avanguardia di questa fazione siano alcuni pseudo-tecnocrati del liberismo, delfini capaci di Banche e Confindustria quali Giavazzi, Ichino, Draghi e “volenterosi” di ogni risma.

Se allora si assiste allo spreco di pomposi richiami al riformismo senza se e senza ma su questioni come Pensioni, Tfr, liberalizzazioni dei servizi pubblici, ecc., con tanto di feroci anatemi contro l’estremismo radicale (sic!) che terrebbe in ostaggio il governo (sic!) ingessandone ogni volontà di riforma (sic!),  si può osservare di converso come su altri temi (Dico, precariato/abolizione legge 30, Vicenza, Afghanistan, spese militari,  droghe leggere…), siano gli stessi “riformisti ad ogni costo” a trasformarsi come per incanto in isterici conservatori dell’esistente, indossando stavolta a rovescio la casacca anti-estremista. 

Caso emblematico è quello di Sig. Rutelli, integralista del riformismo quando c’è in ballo l’età pensionabile dei lavoratori ma strenuo patrono del “ così com’è ” appena ci vanno di mezzo il Concordato o le relazioni militari Italia-Usa.

A meno di non credere davvero che quelle liberiste di Giavazzi e Draghi siano neutre ricette tanto super-partes quanto universalmente vincolanti, anziché partigianerie per l’appunto liberiste e pertanto criticabili da chi al liberismo non crede,  verrebbe a questo punto da dire che la demagogica dicotomia fra riformisti e radicali è una baggianata opportunista, una furbesca operazione ideologica mirante a spacciare i primi per ragionevoli/responsabili e  i secondi per pericolosi scriteriati, con l’ovvio preconcetto che gli uni dicano solo cose sensatamente credibili (poiché compiacenti il potere), mentre gli altri producano solo stupidaggini grottesche (poiché al potere contrapposte).

Il duello riformisti/radicali serve in realtà a mascherare la vera posta in gioco del confronto fra due componenti, entrambe riformiste ma chiaramente divise dagli interessi e dalle indicazioni sociali che ne indirizzano e ne sostanziano i contenuti.  Riforme dunque, ma nell’interesse di chi? Ed è rispondendo senza ipocrisia a questa domanda che si determinano i campi della riforma e quelli viceversa della conservazione ove si gioca la vera partita, quella stessa che il Programma dell’Unione non è evidentemente riuscito ad equilibrare con una sintesi nei fatti soddisfacente, fra riformisti-liberisti e riformisti-sociali.

A questo proposito la tipologia di riformismo (e quindi anche di conservazione), che mi sembra fino ad ora aver prevalso in maniera soverchiante nella coalizione di Centrosinistra (nonostante teatrali lagne di facciata), è senza dubbio quello di stampo rutelliano, basti semplicemente esaminare con quale risultato concreto si sia  conclusa o si stia concludendo ogni situazione di contenzioso fin qui verificatasi in seno all’esecutivo, tanto che l’unica vera “vittoria” fin qui strappata dai “massimalisti” (mamma mia!), sembra essere stata l’esenzione dell’acqua potabile dalla privatizzazione dei servizi pubblici locali prevista dal DDL Lanzillotta. Un po’ poco insomma per essere dipinti come i sequestratori del Governo Prodi.

 

La Loro Violenza,

la Mia Giustizia

per una semantica insorgente

Di Gianni Fagnoli

 

  • VIOLENZA, è un industriale che spaccia la sua proprietà come diritto inalienabile e l’altrui esistenza come un privilegio da questa concesso.

  • VIOLENZA, è la pressa che si stringe sulla mano di un metalmeccanico diciassettenne amputandogli la vita, e questo solo perché la sicurezza è troppo lenta e costosa per la competitività dell’azienda.

  • Violenza, è costringere i ragazzi ad esporsi come bestiame all’asta sul mercato del lavoro, offrendosi con la speranza di aver rinunciato abbastanza alla propria dignità e al proprio futuro per poter risultare convenienti ad un padrone.

  • VIOLENZA, è ridurre a mendicare un pensionato dopo avergli succhiato tutta la sua unica vita dentro una fabbrica.

  • VIOLENZA, è la speculazione immobiliare che scaraventa sulla strada le famiglie dei poveri sfrattandole dalle proprie case, è il profitto di un’ industria farmaceutica che nega la salute a chi non può comprarsela, è l’artiglio di una holding che si appropria delle sorgenti commerciandone l’acqua come mercanzia… è ovunque si sfrutti il bisogno di sopravvivere per poterci guadagnare sopra.

  • VIOLENZA, è la terra che soffoca sotto distese di cemento armato, è l’aria che frigge di petrolio, è il fiume ammorbato da liquami micidiali, è un campo che si deteriora in deserto , è l’ acidificazione che avvelena gli oceani,… è quando si propina tutto questo come sviluppo e benessere.

  • VIOLENZA, è rinchiudere migliaia di disperati, calpestati dall’ingiustizia e violentati dalla miseria, in lagher ignobili chiamati Cpt, onde poi ricacciarli di nuovo a pagare ancora per il nostro privilegio atlantico.

  • VIOLENZA, è quando 61 imprese britanniche intascano circa 1 miliardo e 600 milioni di euro in appalti per la ricostruzione e la gestione dei giacimenti in Iraq, mentre grazie alla stessa guerra gli iracheni hanno invece incassato 30000 morti.

  • VIOLENZA, è licenziare operaie ed operai perché in qualche altra parte del mondo è possibile umiliare i lavoratori in modo ancora più vergognoso.

  • VIOLENZA, è aver permesso la ricostruzione di un partito dichiaratamente fascista, presentandolo alle elezioni quale rispettabile alleato e legittimandone le lugubri parate come iniziative normali e innocue.

  • VIOLENZA, è gettare in galera un ragazzo perché fuma uno spinello, è trattare gli omosessuali da malati infetti.

  • VIOLENZA, è fomentare la guerra fra poveri, sicuri che la rabbia dell’oppresso per la sua vita degradata si scaricherà addosso ad un’ uomo ancora più disperato di lui, impedendo  che lo sguardo degli sfruttati uniti si rivolga contro il vero responsabile del loro soffrire.

  • VIOLENZA, è cercare in tutti i modi di devitalizzare i cervelli, di avvilire le intelligenze, di far credere per  scongiurare il pensiero.

  • VIOLENZA, è la schiena dei braccianti che si spezza sui campi, sotto lo sguardo borioso del caporale.

  • VIOLENZA, è l’essere obbligati ancora una volta a scegliere se pagare l’affitto o se fare la spesa.

  • VIOLENZA, è un altro giorno da precari.

  • VIOLENZA, è indurci alla rassegnazione col ricatto.

  • GIUSTIZIA, l’unica che io conosca, è insorgere contro questo schifo e, cari padroni, mercanti, parassiti e loro servi, state certi che prima o poi, per una volta tanto, quelli a sudare sarete voi. E’ una promessa.

 

PRESUNTO BRIGATISMO E VERE COLPE DELLA SINISTRA

Il vero “brodo di coltura” del nuovo terrorismo è l’abbandono politico dei lavoratori

Gianni Fagnoli

 

Alcune persone non si possono chiamare colpevoli neanche dopo esser state condannate.

Altre persone sono condannate ancor prima di essere giudicate colpevoli.

La nostra classe dirigente è fatta così: massimamente garantista quando di mezzo ci sono i suoi amici e affiliati (anche quando questi sono implicati in reati gravissimi quali Mafia, Camorra, Stragi ecc…), ferocemente forcaiola quando invece ad essere anche solo indagati si trovano soggetti in vario modo ad essa avversi. I presunti nuovi Brigatisti Rossi, se tali si dovessero dimostrare, hanno scelto il modo più tragicamente fallimentare per esserle contrari, resuscitando l’opzione più tremenda che si possa immaginare a danno di tutto il movimento operaio e, più in generale, di resistenza anti-liberista.

Se di autentico brigatismo si dovesse dunque trattare, escludendo per il momento una delle tante montature a cui l’Italia è stata purtroppo abituata, decine di migliaia di veri soggetti critici e conflittuali rischierebbero una durissima criminalizzazione repressiva, mettendo così a repentaglio la faticosa lotta di un intero popolo che in questi anni,  indipendentemente dai comandi della cosiddetta sinistra istituzionale,  si è battuto coraggiosamente contro la guerra, per difendere la dignità del lavoratori dalle smanie neoliberiste e per salvare lo stato sociale assieme ai diritti che questo garantisce.

Già si sentono le sirene della destra attaccare con livore l’ultimo grande sindacato operaio, la Fiom (e quindi la Cgil), già piovono richieste di divieti e scioglimenti, di chiusura dei Centri Sociali e di bavaglio ai movimenti,…già si pretende di zittire chiunque azzardi critiche un po’ troppo radicali (ma troppo radicali a parere di chi, degli alleati di Forza Nuova?).

Gli stessi che fino a ieri vomitavano sulla magistratura ogni sorta di ingiuria, denunciando manipolazioni, persecuzioni e ambizioni golpiste, oggi invitano la stessa a sparare senza timore su tutto quello che di rosso le capiti sotto tiro, applaudendo anche l’arresto di quattro persone per l’affissione di manifesti di solidarietà con quelli che, almeno fino al terzo grado di giudizio, dovrebbero considerarsi solo come  indagati.

La teoria dello stato di diritto evidentemente funziona a seconda di chi siede sul banco degli imputati.

Ma se per difendere la democrazia è fondamentale scongiurare la deriva militare anche di minuscoli frammenti d’opposizione sociale, altrettanto importante per lo stesso motivo è evitare che questi diventino  pretesto per una svolta punitiva delle istituzioni statali che la strutturano.

Alla sinistra e al sindacato il compito di essere più vigili e attenti? Certo, ma non basta affatto.

Per una sinistra che ha abbandonato i luoghi di lavoro, che ha frettolosamente liquidato il conflitto operaio come una storia defunta e che in questi anni è riuscita ad offrire ai suoi riferimenti sociali solo rassegnazione e indecorose ritirate, il compito più importante che si prospetta è ben altro.

In circa quindici anni di rese, rinunce, sconfitte e continui ripiegamenti, di ragioni disperanti che potrebbero spiegare un decadimento nel ritorno alla violenza ce ne sono fin troppe. I lavoratori hanno assistito e stanno assistendo ad una retrocessione apparentemente inarrestabile delle proprie condizioni materiali di vita, hanno guardato impotenti alla disintegrazione del proprio corpo sociale (assieme al relativo potere) e si sono sentiti dire, in primis da coloro che avrebbero dovuto esprimerne le istanze, che tutto ciò non solo era inevitabile ma addirittura auspicabile. Buona cosa l’abolizione della scala mobile, la pacificazione concertativa, la fine del lavoro sicuro, l’avvento della precarietà, lo smantellamento delle pensioni pubbliche, le privatizzazioni, il via libera al mercato speculativo su beni socialmente indispensabili, i tagli allo stato sociale, la minaccia delle delocalizzazioni, la faccenda del tfr,…buona cosa anche la guerra gli si è voluto far credere.

Illusi, delusi e abbandonati a sé stessi quali inutili rottami del secolo passato, le giovani leve operaie (di cui è gran parte costituito il presunto nuovo brigatismo) si sono trovate ad un tratto con un presente di classe ben peggiore del passato, senza una prospettiva dignitosa di futuro  e senza più nemmeno un cane che li considerasse oltre la dismissione (eccetto la Fiom appunto), con l’unica certezza di dover comunque pagare come al solito per tutti.

Mentre li si costringeva ad ingoiare tutto ciò, dall’altra parte della società sciacalli incravattati ingrassavano a dismisura di evasione fiscale, foraggio governativo e vergognose speculazioni, protetti e coccolati anche da una sinistra in corsa verso il voto moderato e oramai paladina dei paradigmi economicisti del liberismo trionfante.

Non so se queste considerazioni  siano sociologicamente e politicamente corrette, so solo che me le sento scaturire dal ventre, quello di un giovane lavoratore identico nella condizione anagrafica e sociale ai giovani operai arrestati.

 Mi indigna ma non mi stupisce  dunque che lo sbando drammatico in cui si siano colpevolmente lasciati soggetti politicamente sensibili e socialmente bastonati possa aver spinto nella confusione qualcuno di essi, fino al punto da fargli credere all’idiozia che fosse possibile reagire riesumando le Br. Mi stupisce invece che a sinistra si pensi di trattare questo nuovo fenomeno, sorto da condizioni profondamente differenti da quelle che generarono vecchio terrorismo, come se fossimo ancora negli anni settanta.

Se non si capirà che l’azione più urgente da compiere consiste soprattutto nel riprendere la propria sede fra i lavoratori e nei luoghi di lavoro, costruendo prima di tutto un progetto e un orizzonte costruttivo in grado di ascoltarne, raccoglierne e rappresentarne la rabbia, trasformandola in energia vincente,  la solitudine e lo sconforto produrranno sempre nuovi mostri.

 

 Decrescita: note a margine

 

Contrariamente a quanto di solito si è portati a credere, “Decrescita” non significa affatto elogio della recessione.

Recessione, stagnazione, inflazione ecc…sono fenomeni che avvengono esclusivamente in contesti di Crescita posti a loro volta, sempre e comunque, all’interno di assetti determinati dall’ordine di sviluppo dominante.“Decrescita” invece è da intendersi come radicale rifiuto di quest’ultimo, non quindi come una possibile opzione recessiva da esercitare al suo interno.

Questo chiarimento introduce a ciò che voglio qui segnalare come il portato rivoluzionario del nascente movimento critico in questione, il che è una vera novità, specie dopo tutti questi anni di cloroformio propinatoci da una sinistra rimasta schiacciata sotto i dogmi ed i feticci del liberalismo trionfante. Una sinistra incapace sia di difendere la sua Umanità dall’aggressione mercantile, sferrata contro tutto ciò che di vitale scampava dall’essere esposto sul banco delle merci, sia, a maggior ragione, di progettare un senso “altro” da questa vergognosa asta di popoli, ambiente e, in occidente, di tutte quelle residualità non economicamente compromissibili (diritti, stato sociale, spazi pubblici,…conquistate a suo tempo proprio a suon di quotidiane Val Susa).

In realtà nella “Decrescita” non c’è poi nulla di veramente originale/originario, se non il “sistema” che deriva dall’assemblaggio e dal ri-orientamento, verso una nuova linearità politica, di molteplici fermenti indirizzati al superamento del capitalismo. Ed è da qui che si parte: Decrescita innanzitutto come superamento del capitalismo. Un capitalismo che (occhio!), al di là di ciò che vuol farci credere Berlusconi, non è affatto “il miglior sistema possibile” o, ancora peggio, l’unico in grado di portare (ed esportare) benessere e democrazia. Il mitomane di Arcore non se ne accorge neppure, ma valutare il capitalismo limitandosi a considerare come tale solo la sua minuscola minoranza “vincente”, senza quindi allargare il giudizio a quell’enorme maggioranza subalterna conosciuta  come “Terzo Mondo” è una pura e semplice impostura, proprio perché il capitalismo è soprattutto “Terzo Mondo”. Ma c’è di più. Pur continuando infatti a manifestarsi ancora in umiliazioni, guerra, repressione, morte per fame, malattie e inquinamento, ciò che del capitalismo oggi diventa sempre più lampante e intollerabile, è l’abominevole e soffocante “perdita di senso” che esso rappresenta per l’uomo e la sua ragione.

Prendete ad esempio la dimensione tecnologica. Sembra quasi un’ovvietà puerile, ma come si fa a capacitarsi del fatto che, dato l’incredibile avanzamento tecnico/tecnologico raggiunto dal nostro stadio di sviluppo, il portato logico e consequenziale di questo non si traduca né in universale disponibilità dei beni (farmaceutici e alimentari innanzitutto), né  in “lavorare meno/lavorare tutti”, prospettando viceversa scenari sempre più drammatici e angoscianti di emergenza, competizione spietata e retrocessione continua delle condizioni di vita?

E’ assurdo, è come raccontare che quarant’anni fa un contadino mangiava, pur dovendo lavorare per un mese assieme ad altri dieci colleghi onde ricavare pochi quintali di grano, mentre il contadino di oggi muore di fame, nonostante basti il suo lavoro individuale per raccogliere il quintuplo e in un giorno lavorativo soltanto. Allo stesso modo fanno i nuovi milioni di metri cubi di cemento, che corrispondono ad altrettanti senza tetto, sfrattati e coppie di giovani che sognano la chimera di una casa propria, così come i miliardi spesi in pubblicità per convincere ad acquistare oggetti perfettamente inutili, salvo poi spenderne altrettanti per smaltirne il sempre più ingombrante rifiuto. Potremmo continuare all’infinito, ma vi basti questo:

non so se ve ne siate resi conto, ma ci siamo ridotti a combattere persino per l’acqua potabile.

E sì che, così facendo, la crescita capitalista potrebbe essere senz’altro identificata col segno più. Più Tir, più petrolio, più auto vendute, più strade per farle viaggiare, più parcheggi, più lavoro precario, più sabati lavorativi, più delocalizzazioni, più licenziamenti, più branding, più domanda, più consumi, più discariche, più velocità, più produzione, più smog, più Pil, più competitività, più liberalizzazioni, più privato, più guadagni, più cemento, più centrali,...più sfruttamento, più cancro, più infarti, più insicurezza, più deserti, più dissesti irreparabili, più angoscia, più precarietà, più disperazione, più degrado e più frustrazioni.

Vero è che, a questo proposito, fenomeni come quelli espressi dai concetti marxiani di valore di scambio, mercificazione e reificazione sono già noti a tutti: mai attuali quanto oggi ma mai quanto oggi tenuti in soffitta. “Decrescita” non è solo un modo per rispolverarli, anche se, ripeto, è proprio adesso che stanno dimostrando tutta la loro straordinaria verità (e non nel 1917 o nel 1949). La “Decrescita” semplicemente li assume, sostanziandone però l’efficacia in un contesto differente da quello costruito dal materialismo di Marx attorno al movimento dialettico della storia (occidentale).

Se in Marx, così come nella gran parte del successivo movimento marxista, questo contesto escatologico spingeva ideologicamente a progredire, a produrre, a crescere e, in una parola, a svilupparsi di più e sempre di più, convinti del crollo capitalista ad opera del divenire innescato dal suo stesso essere, nella Decrescita queste sostanze concettuali sono invece adoperate per giustificare la tendenza inversa: smettere di svilupparsi. Ma perché tutto ciò?

Prima di tutto perché c’è un elemento di fondamentale importanza che Marx, essendo egli figlio del suo tempo, non poteva oggettivamente considerare come invece siamo obbligati a fare noi: l’Ambiente. Non è possibile, dato l’unico tipo di sviluppo che ci viene imposto, svilupparsi all’infinito, e questo per il semplice fatto che l’Ambiente è con tutta evidenza un termine limitato. Se non si cesserà volontariamente di bruciare come forsennati ed in maniera indiscriminata ogni esauribilissimo ben di Dio solo perché profittabile, sarà molto presto il crollo ecologico che ci costringerà a farlo. Quindi “Decrescita” concepita anche come autoregolazione umana, onde evitare lo schianto promesso da una corsa allo “sviluppo” giustificabile solo con il guadagno di chi detiene la proprietà su questo mondo privatizzato, visto anche che poi, come già detto, all’enorme maggioranza proletaria dell’umanità non ne viene in tasca alcun beneficio, anzi, semmai un detrimento inarrestabile in termini di dignità e sopravvivenza.

Smettere di svilupparsi allora significa porre termine alla crescita capitalista, orientando le risorse materiali (tecnologiche, produttive, logistiche, ecc.), non più sullo strumento capovoltosi in fine ma sul suo inventore retrocesso in subordine al primo, sottraendo quindi dalle mani del denaro (ergo del profitto), il doppio ruolo di artefice e destinatario di tutto il sistema. Si riparla della centralità dell’Uomo dunque, sia direttamente che attraverso l’ecologia, così come del suo recupero di soggettività davanti a sé stesso e alle proprie invenzioni.

Utopia? Necessità. Necessità che per cominciare ad essere soddisfatta esige innanzitutto una traduzione politica, ossia un corpo che se ne animi, facendola emergere dalle proprie articolazioni attraverso un progetto organico di mutamento e di conseguenti istanze programmatiche. Un soggetto politico che coinvolga tutti i “perdenti”, i proletari senza ormai più una classe, proiettandone i bisogni verso nuove pratiche di protagonismo democratico e sociale.

In parte questo processo/progetto è già iniziato, registrando purtroppo il disprezzo immediato della sinistra “normale”. E’ iniziato e lo abbiamo visto in Val di Susa, nelle lotte per l’acqua e per il gas in Bolivia, nell’ “Altra Campagna” dell’Ezln in Messico, nelle lotte dei metalmeccanici italiani contro l’esigibilità aziendale del tempo, nella battaglia contro la Bolkestein e nella grandiosa mobilitazione  anti-Cpe in Francia, così come in tutte le rivendicazioni che in questi anni hanno difeso e preteso Spazio, Tempo e Dignità, l’unico trittico degno di un vero programma di sinistra.

Sarà dura, ma intanto è cominciata.

Gianni Fagnoli

 

Muoio dunque Esisto

Di Gianni Fagnoli

 

Le pagine dei quotidiani ed i titoli dei telegiornali di quest’inizio 2007 ci hanno informato con cifre impressionanti sull’aggravarsi dei dati circa morti ed infortuni sul Lavoro.

Stando a quanto sembra i lavoratori muoiono tanto.

Sempre a quanto sembra i lavoratori dunque esistono.

Strana sorte si  direbbe quella di questi esseri che, un tempo definiti proletari,  trascorrono la propria esistenza come topi imprigionati dentro una ruota, facendo girare il mondo così come noi lo conosciamo con i suoi consumi e i suoi sviluppi, i suoi lussi e le sue ingiustizie, le sue ricchezze e le sue miserie.

Sgambettano senza sosta questi lavoratori-topi e, tanto il più il mondo (cioè chi lo domina) pretende di girare in fretta, tanto più li si costringe allo sfinimento per accelerarne il ritmo. Corrono, corrono e corrono i lavoratori-topi,… cantiere –casa -cantiere, officina – casa -officina, capannone –casa –capannone. Sempre più veloci e produttivi, sempre più sacrificati e privati del proprio tempo, fino al punto che per ricordarsi di esistere devono morire facendo spesso proprio la fine dei topi a cui somigliano: stritolati sotto presse, avvelenati da sostanze pestilenziali o affogati dentro un silos.

 In effetti sono ben poche le altre volte in cui ci si rammenta di loro, momenti rari che peraltro sono ad essi quasi tutti sfavorevoli: Finanziarie, Pensioni, Competitività…ecco, è solo in queste occasioni che il lavoratore-topo si sente davvero importante e desiderato, quando cioè quelli che contano distolgono la faccia dal piatto, distraggono per un attimo l’attenzione dall’esclusivo banchetto e, dopo essersi ripuliti gli angoli unti della bocca, iniziano pensare a Lui. Ci sarà pure, pensano finendo di masticare, qualcosa di cui poterlo ancora spogliare, qualcosa che possa saldare per loro il conto di quel luculliano trangugio. Dignità? Diritti? Garanzie? Riposo? Ore, mesi, anni di Vita?

“Aumentiamogli l’età pensionabile!” propone quasi sempre un convitato, “Prendiamogli il Tfr” avanza un altro, “Boicottiamogli il Rinnovo del Contratto” esordisce un terzo, dando così vita a quello che si chiama democratico dibattito sull’agenda politica (ovviamente nell’interesse del paese). E del resto ormai si sa che le “Riforme” si fanno sempre e solo sulla loro pelle.

Comunque proceda infatti la discussione tra loro e chiunque prevalga, la cosa certa è che per il lavoratore andrà male. Lui dovrà sempre e comunque far girare la ruota più forte, così come accade al già citato topo appunto.

E a forza di accrescere la corsa e di sgambettare freneticamente a volte succede che muore, inciampando magari sul ripiano di un’impalcatura, scivolando da un tetto, rimanendo sotto un bancale di frutta o crollando per la stanchezza nell’abitacolo della propria auto. A centinaia crepano ogni anno nei modi più svariati e atroci, tanto più numerosi quanto più il Pil necessita di slancio. Nessun presidente  andrà a porgere ai familiari corone o medaglie. Niente bandiera di Stato sul feretro. Nessun minuto di silenzio e tantomeno “eroiche” onorificenze per questi caduti senza divisa e fucile ma con tuta e flessibile, i paradigmi dell’anti-eroe.

Eppure il loro dovere lo facevano, cadendo nel e per il suo adempimento.

Eppure quel dovere gli si richiedeva espressamente per rilanciare il sistema Italia od altre scemenze simili, ma sempre e comunque per servire questo paese (cioè chi lo domina, anche in questo caso).

Eppure anch’essi lasciano mogli e figli straziati dal dolore, privati pure di quella vergogna di stipendio che portavano a casa.

Eppure niente, sepolti senza nessun onore nella fossa comune della retorica ipocrita di chi prima pretende e poi ostenta dispiacere.

Epilogo: “Poverino, che“Gran Lavoratore” che era!”, fingerà infine di rammaricarsi anche l’avvoltoio che aveva messo la sua vita a profitto, lo stesso che in meno di un giorno la rimpiazzerà con quella di un altro topo, identico a quello morto.

 

 

Voglio la Luna, la voglio adesso

Mi perdoni Pietro Ingrao se mi ispiro al titolo del suo libro “Volevo la Luna”, ma il fatto è che quella Luna io la voglio ancora, la voglio davvero e la voglio adesso.

Quella Luna per me si chiama Comunismo.

La desidero e non me ne vergogno, così come non mi vergogno di dichiararmi Comunista.

Voglio la Luna perché una Terra così violentemente ingiusta non mi piace. Voglio la Luna perché non tollero che la schiacciante maggioranza dell’Umanità sia umiliata da un manipolo di spietati trafficanti. Voglio la Luna perché non solo vedo la barbarie travolgere gli uomini, ma perché penso anche di conoscere Proprietà e Profitto, ossia i motivi che la generano.

Voglio la Luna per 854 milioni di persone sofferenti la denutrizione, voglio la Luna per quindicimila bambini che ogni giorno crepano a causa della fame, voglio la Luna per 27 milioni di semi-schiavi rinchiusi dentro alle Export Processing Zones, voglio la Luna per le centinaia di operai uccisi dal lavoro ogni anno in Italia e voglio la Luna per tutti quelli che continueranno ad esistere solo se rinunceranno a vivere.

Voglio la Luna perché l’unica cosa per cui devi essere grato ad un padrone sono le ossa doloranti quando torni a casa dal lavoro, il prezzo pagato al suo privilegio di proprietario per il tuo diritto di uomo ad essere vivo.

Voglio la Luna perché non so stare al posto che vorrebbero occupassi sulla Terra e come Juri Gagarin, l’astronauta figlio di un padre carpentiere, vorrei uscire dall’atmosfera di un Mondo con sempre meno ossigeno da regalare ai suoi abitanti diseredati. Voglio la Luna per le centinaia di migliaia di vittime provocate dalle petro-guerre. Voglio la Luna perché il progresso tecnico sia di universale beneficio e non di privato guadagno. Voglio la Luna e non la confondo con la Carità.

Voglio la Luna per questo e per questo sono Comunista.

“Ma dimmi un po’…’”, potrebbe chiedermi una brava persona sentendomi dire queste cose, “…ma lo sai che la tua Luna è stata per molti, e anche per tanti proletari, una tragedia? E come si fa allora a desiderare di nuovo una tragedia?”.

“Gentile signore,” potrei rispondere a quel punto io, “lei mi rovina tutta la poesia del romantico rivoluzionario, eppure la sua domanda è giusta, fino al punto da non poter essere elusa da tutti coloro che la Luna sentono di volerla ancora adesso. Vede, lo spazio qui non me lo consente e dovrei liquidarla sommariamente, dicendole ad esempio che quella Tragedia niente ha a che vedere con la Luna da me agognata, che Stalin sta al Comunismo quanto la Santa Inquisizione sta agli insegnamenti di Gesù Cristo, oppure che i primi a cadere martiri per mano di quella tragedia furono proprio i rivoluzionari più devoti al corpo celeste. Del resto, mentre altre tragedie rimangono sempre uguali a sé stesse, che Gramsci non sia Pol Pot lo capisce pure Giuliano Ferrara.

 Ma però vorrei dirle di più. Se avessi più tempo vorrei raccontarle di un tipo tedesco, non di un politico ma di un critico dell’economia politica. Se ipotizzassimo che volere la Luna (desiderio millenario di tutti gli oppressi) significhi raggiungerla, costui potrebbe essere definito come il primo ad avere codificato una mappa possibile per orientarsi nel viaggio. Lui disse chiaramente, se ben ricordo, che la partenza si sarebbe potuta intraprendere se, e solo se, ce ne fossero state le condizioni. Insomma, solo se l’Umanità avesse raggiunto un livello si sviluppo e di avanzamento tale da fornirgli tecnologie e strumenti adatti alla bisogna, si sarebbe potuto pensare alla conquista. Serviva una navicella spaziale dunque, non certo un carro agricolo, altrimenti il viaggio si sarebbe da subito rivelato un disastro senza senso, peggio di Icaro. “Socializzerete la miseria”, soleva dire il nostro uomo, avvertendoci già allora che finché non fossimo stati in grado di costruire navicelle, anziché avere la Luna avremmo ottenuto un aborto pieno zeppo di contraddizioni inammissibili, sterile e via via sempre più corrotto, sempre più lontano dalla Luna stessa. Nessuno lo ascoltò e fu quello che successe. Ora le cose stanno diversamente? Si, mi sentirei di risponderle, di sicuro valgono più oggi, nell’era della globalizzazione liberista, le descrizioni e le considerazioni di quell’incolpevole critico dell’economia politica di quanto non valessero nella Russia rurale del 1917 o nella Cina rurale del 1949. Studiare per credere, liberi dalle forzature colpevoli di politici-piloti a cui interessava allora (come interessa oggi) solo “guidare”, senza sapere nulla del motivo per il quale ci si è mossi. Gli stessi politici-piloti che sapendo di mentire ci dicevano a suo tempo che la Luna era Breznev, e guai a chi ne avesse dubitato. Sempre gli stessi che oggi pretendono invece di deridere e ridicolizzare coloro che allora, a differenza loro, denunciarono la verità e che per questo oggi, sempre a differenza loro, alla Luna ci credono ancora adesso e ancora adesso la vogliono.

E forse ancor più di prima.

Gianni Fagnoli

 

 

 



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