Storia della Costituzione
Origini e nascita
Lo Stato italiano
appare, da un punto di vista istituzionale, con
la legge del 17 marzo 1861 che attribuisce a
Vittorio Emanuele II, «Re di Sardegna», e ai
suoi successori, il titolo di «Re d'Italia». È
la nascita giuridica di uno Stato italiano
(anche se altri Stati hanno già portato tale
nome nel passato, in particolare durante il
periodo napoleonico). La continuità tra il Regno
di Sardegna e quello d'Italia è affermata
dall'estensione della sua legge fondamentale, lo
Statuto albertino concesso da Carlo Alberto di
Savoia nel 1848, a tutti i territori del regno
d'Italia.
Tale statuto è simile alle altre costituzioni
rivoluzionarie vigenti nel 1848 e rese l'Italia
una monarchia costituzionale, con concessioni al
popolo di poteri su base rappresentative. Poco
tempo dopo la sua applicazione, data la sua
flessibilità, non essendo stati previsti
elementi che potessero tutelarne lo spirito
originario, fu possibile portare l'Italia da una
forma di monarchia costituzionale pura a quella
di monarchia parlamentare, sul modo di operare
tradizionale delle istituzioni inglesi (benché
il potere esecutivo fosse detenuto completamente
dal re, sempre più spesso il Consiglio dei
ministri rifiutò di restare in carica quando non
gradito alla camera elettiva).
Il primo Parlamento dello Stato unitario, in
principio del 1861, si compose con un suffragio
elettorale ristretto al 2% della popolazione;
nel 1882 il diritto di voto fu portato al 7%
della popolazione, con riforme nel 1912 e 1918
il diritto fu esteso fino a una forma di
suffragio universale maschile.
Malgrado l'articolo 1° proclamasse il
cattolicesimo religione di stato le relazioni
fra la Santa Sede e lo Stato furono praticamente
interrotte tra il 1870 il 1929, per via della
Questione romana.
A causa della mancanza di rigidità dello
Statuto, col giungere del fascismo lo Stato fu
deviato verso un regime autoritario dove le
forme di libertà pubblica fin qui garantite
vennero stravolte: le opposizioni vennero
bloccate o eliminate, la Camera dei Deputati fu
abolita e sostituita dalla «Camera dei fasci e
delle corporazioni», il diritto di voto fu
cancellato; piegati in garanzia dello stato
fascista furono diritti come quello di riunione
e di libertà di stampa, il partito unico
fascista non funzionò come strumento di
partecipazione, ma di mobilitazione dall'alto.
Tuttavia lo Statuto albertino, nonostante le
modifiche, non fu considerato abolito.
I rapporti con la Chiesa cattolica vennero
invece sanati tramite i Patti lateranensi, che
ristabilivano le relazioni tra Santa Sede e
Stato italiano.
Nel 1943, verso la fine della Seconda Guerra
Mondiale, Benito Mussolini perse il potere, il
re Vittorio Emanuele III nominò il maresciallo
Pietro Badoglio per presiedere un governo che
ripristinò in parte le libertà dello statuto ;
iniziò così il cosiddetto «regime transitorio»,
di cinque anni, che terminò con l'entrata della
nuova Costituzione. Ricomparvero quindi i
partiti antifascisti costretti alla
clandestinità, riuniti nel Comitato di
liberazione nazionale , decisi a modificare
radicalmente le istituzioni per fondare uno
Stato democratico.
Con il progredire e il delinearsi della
situazione, con i partiti antifascisti che
iniziavano ad entrare nel governo, non fu
possibile al re di riproporre uno Statuto
albertino eventualmente modificato e la stessa
monarchia, giudicata compromessa con il
precedente regime, era messa in discussione. La
divergenza, in clima ancora bellico, trovò una
soluzione temporanea, una «tregua
istituzionale», in cui si stabiliva: la
necessità di trasferire i poteri del re al
figlio (ci fu un proclama del re il 12 aprile
1944), il quale doveva assumere la carica
provvisoria di luogotenente del regno, mettendo
da parte temporaneamente la questione
istituzionale; quindi la convocazione di una
Assemblea Costituente incaricata di scrivere una
nuova carta costituzionale, eletta a suffragio
universale (giugno 1944). Fu poi esteso il
diritto di voto alle donne (febbraio 1945) e,
ormai raggiunto il silenzio delle armi, fu
indetto il referendum per la scelta fra
repubblica e monarchia (marzo 1946).
