Il
Manifesto del Partito Comunista (1848)

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A 160 anni dal Manifesto del
Partito Comunista
di Luigi Marino
Roma 16 marzo 2008
“La borghesia, sfruttando il mercato
mondiale, ha reso cosmopolita la
produzione e il consumo di tutti i paesi
… Con gran dispiacere dei reazionari ha
tolto all’industria la base nazionale …
I tenui prezzi delle sue merci sono
l’artiglieria pesante con cui essa
abbatte tutte le muraglie cinesi … In
luogo dell’antico isolamento locale e
nazionale, per cui ogni paese bastava a
se stesso, subentra un traffico
universale, una universale dipendenza
delle nazioni l’una dall’altra. E come
nella produzione materiale, così anche
nella spirituale. I prodotti spirituali
delle singole nazioni diventano
patrimonio comune”.
Più che profetico il
Manifesto del Partito Comunista di Marx
– Engels!
Fu scritto in un’epoca storica in cui
ancora nessuna esperienza statuale
socialista si era realizzata. Ed oggi a
distanza di 160 anni dalla sua
pubblicazione e soprattutto dopo la
“caduta del muro di Berlino” appare
straordinariamente attuale. Anche chi
respinge le teorie di Marx non può
disconoscere la sua geniale analisi, che
lo porta a prevedere esattamente il
futuro e cioè la “universalizzazione”
dell’economia, la globalizzazione.
Eppure il Manifesto veniva redatto
quando “il perimetro probabile della
borghesia non abbracciava allora che la
Francia e l’Inghilterra”. Antonio
Labriola (“In memoria del Manifesto”), a
distanza di 50 anni, scriveva : “Ora
cotesto perimetro ci appare immenso per
l’estendersi rapido e colossale della
forma della produzione borghese, che
allarga, generalizza e moltiplica per
contraccolpo il movimento del
proletariato e fa vastissima la scena
sulla quale spazia l’aspettativa del
comunismo”. Ed oggi?
La globalizzazione oggi non è solo “il
volto moderno dell’imperialismo”, “non è
sinonimo di ordine mondiale”, come anche
Ratzinger ammette, né un credo
illuminista, ma è un dato di fatto, un
processo irreversibile, con il quale i
proletari di tutti i paesi debbono fare
i conti ed a maggior ragione unirsi per
cogliere le potenzialità che la stessa
“universalizzazione” dell’economia offre
per avviare un’alternativa ispirata alla
solidarietà internazionale. Le stesse
esperienze, in vario modo socialiste
superstiti, a cominciare da quella
cubana, debbono cimentarsi con il
“mercato aperto” e con i problemi di un
mondo sempre più interdipendente.
I diritti e le conquiste sociali non si
possono “esportare” nei paesi che ne
sono privi. Ma difendere con le unghie e
con i denti e rafforzare il “modello
sociale europeo” non è solo un
obiettivo di lotta delle classi
lavoratrici dei paesi più avanzati,
perché queste conquiste, raggiunte con
estremi sacrifici, costituiscono anche
un punto di riferimento per le lotte di
quelle masse di uomini che in tanta
parte del pianeta hanno fatto ingresso
nel mondo del lavoro. E’ in questo che
le lotte sociali si legano tra loro, si
influenzano reciprocamente, delineando
una prospettiva ed un processo di
socialismo diffuso. Esse appaiono
comunque segnate da un comune destino. O
socialismo o barbarie!
E da questo punto di vista la sinistra,
se vuole conservare la propria identità
e non abdicare al suo ruolo storico, non
può in nessun caso fare proprie le
spinte neo-protezionistiche, che da più
parti, anche sedicenti progressiste,
vengono sostenute e avallate, come si è
potuto registrare nel recente dibattito
sulle tesi esposte dall’ex Ministro
Tremonti.
Contro il protezionismo valgano le
parole del Presidente del Burkina-Faso,
uno dei paesi più poveri del mondo,
Blaise Compaorè : “L’Occidente ci chiede
solidarietà nella guerra al terrorismo,
ma dovrebbe capire che i sussidi –
all’agricoltura e non solo a questa –
sono per noi terrorismo: se non vendiamo
cotone moriamo di fame e di miseria”. E
sulla stessa linea il Presidente del
Perù A. Toledo: “Se fosse possibile
vendere i nostri prodotti agricoli senza
barriere in Europa e negli USA, se ci
fosse meno protezionismo, i 22mila
ettari coltivati a coca nel mio paese
potrebbero essere convertiti al caffè o
al cotone” E così tanti altri leaders e
personalità autorevoli del Terzo Mondo.
Ma fu il Segretario Generale dell’ONU
Kofi Annan nel 2000, intervenendo nel
Senato italiano, a puntualizzare quanta
ipocrisia vi sia nel “capitalismo
compassionevole” degli aiuti ai paesi in
via di sviluppo: “In Europa si spende il
7% del PIL in varie misure di tipo
protezionistico del commercio. Non vi è
dubbio che alcuni gruppi europei
traggano vantaggio da questa situazione;
ma deve pur esserci un modo meno costoso
per farsi aiutare dai propri
connazionali. Eliminando queste misure –
garantendo ai prodotti dei paesi poveri
libera circolazione – questi Paesi ne
trarrebbero un beneficio di gran lunga
maggiore di quello che ricevono
dall’assistenza allo sviluppo. Milioni
di poveri passerebbero dalla miseria ad
una vita decente”. Ma, al di là di una
posizione che può apparire meramente
ideologica, va detto che “i capannoni
industriali” e lo stesso potere di
acquisto dei salari non si difendono,
come sostiene Tremonti, con dazi di
importazione ed altre misure di stampo
protezionistico. Queste finirebbero per
logorare ulteriormente proprio il potere
di acquisto dei consumatori a più basso
reddito, costituirebbero vere e proprie
tasse sui consumi. Oltre tutto le misure
protezionistiche determinano anche
inevitabili ritorsioni da parte di altri
paesi con conseguenze dannose per tutti:
finiscono solo per rinviare i problemi
ed aggravarli nel tempo. Per
fronteggiare la concorrenza “asiatica e
asimmetrica”, per proteggere i propri
capannoni industriali come afferma
Tremonti, quello che occorre è investire
nella ricerca e nella innovazione,
puntando sulla specializzazione e sulla
qualità del prodotto e soprattutto sul
rafforzamento delle protezioni sociali,
per consentire a chi è più colpito dagli
effetti del “mercato aperto” di passare
da un settore produttivo ad un altro o a
qualificarsi meglio nel proprio. Non
certamente quindi i rimedi proposti
dall’ex Ministro Tremonti! La rilettura
del Manifesto del 1848 ancora oggi
indica ai comunisti che una
“globalizzazione” improntata a
solidarietà e al riscatto delle classi
lavoratrici, può realizzarsi in
prospettiva solo ripudiando modelli
neoprotezionistici, che non solo non
proteggono i più deboli, ma realizzano
ulteriori “regali alle borghesie
nazionali”, come Marx sosteneva.
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Il
Manifesto del Partito Comunista (1848)
Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del
comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono
alleate in una santa battuta di caccia contro questo
spettro: papa e zar, Metternich e Guizot, radicali
francesi e poliziotti tedeschi.
Quale partito d'opposizione non è stato tacciato di
comunismo dai suoi avversari di governo; qual partito
d'opposizione non ha rilanciato l'infamante accusa di
comunismo tanto sugli uomini più progrediti
dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari
reazionari?
Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.
Il comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte
le potenze europee.
È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in
faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro
fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola
dello spettro del comunismo un manifesto del partito
stesso.
A questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle
nazionalità più diverse e hanno redatto il seguente
manifesto che viene pubblicato in inglese, francese,
tedesco, italiano, fiammingo e danese.
I.
Borghesi e proletari
[prev.]
[content]
[next]
La storia di ogni società esistita fino a questo
momento, è storia di lotte di classi.
Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della
gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve,
oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco
contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora
latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con
una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o
con la comune rovina delle classi in lotta.
Nelle epoche passate della storia troviamo quasi
dappertutto una completa articolazione della società in
differenti ordini, una molteplice graduazione delle
posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi,
cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori
feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni,
servi della gleba, e, per di più, anche particolari
graduazioni in quasi ognuna di queste classi.
La società civile moderna, sorta dal tramonto della
società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le
classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove
classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di
lotta.
La nostra epoca, l'epoca della borghesia, si distingue
però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi
di classe. L'intera società si va scindendo sempre più
in due grandi campi nemici, in due grandi classi
direttamente contrapposte l'una all'altra: borghesia e
proletariato.
Dai servi della gleba del medioevo sorse il popolo
minuto delle prime città; da questo popolo minuto si
svilupparono i primi elementi della borghesia.
La scoperta dell'America, la circumnavigazione
dell'Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo
terreno. Il mercato delle Indie orientali e della Cina,
la colonizzazione dell'America, gli scambi con le
colonie, l'aumento dei mezzi di scambio e delle merci in
genere diedero al commercio, alla navigazione,
all'industria uno slancio fino allora mai conosciuto, e
con ciò impressero un rapido sviluppo all'elemento
rivoluzionario entro la società feudale in
disgregazione.
L'esercizio dell'industria, feudale o corporativo, in
uso fino allora non bastava più al fabbisogno che
aumentava con i nuovi mercati. Al suo posto subentrò la
manifattura. Il medio ceto industriale soppiantò i
maestri artigiani; la divisione del lavoro fra le
diverse corporazioni scomparve davanti alla divisione
del lavoro nella singola officina stessa.
Ma i mercati crescevano sempre, il fabbisogno saliva
sempre. Neppure la manifattura era più sufficiente.
Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la
produzione industriale. All'industria manifatturiera
subentrò la grande industria moderna; al ceto medio
industriale subentrarono i milionari dell'industria, i
capi di interi eserciti industriali, i borghesi moderni.
La grande industria ha creato quel mercato mondiale,
ch'era stato preparato dalla scoperta dell'America. Il
mercato mondiale ha dato uno sviluppo immenso al
commercio, alla navigazione, alle comunicazioni per via
di terra. Questo sviluppo ha reagito a sua volta
sull'espansione dell'industria, e nella stessa misura in
cui si estendevano industria, commercio, navigazione,
ferrovie, si è sviluppata la borghesia, ha accresciuto i
suoi capitali e ha respinto nel retroscena tutte le
classi tramandate dal medioevo.
Vediamo dunque come la borghesia moderna è essa stessa
il prodotto d'un lungo processo di sviluppo, d'una serie
di rivolgimenti nei modi di produzione e di traffico.
Ognuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era
accompagnato da un corrispondente progresso politico.
Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali,
insieme di associazioni armate ed autonome nel Comune,
talvolta sotto la forma di repubblica municipale
indipendente, talvolta di terzo stato tributario della
monarchia, poi all'epoca dell'industria manifatturiera,
nella monarchia controllata dagli stati come in quella
assoluta, contrappeso alla nobiltà, e fondamento
principale delle grandi monarchie in genere, la
borghesia, infine, dopo la creazione della grande
industria e del mercato mondiale, si è conquistata il
dominio politico esclusivo dello Stato rappresentativo
moderno. Il potere statale moderno non è che un comitato
che amministra gli affari comuni di tutta la classe
borghese.
La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente
rivoluzionaria.
Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto
tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali,
idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti
vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore
naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro
vincolo che il nudo interesse, il freddo «pagamento in
contanti». Ha affogato nell'acqua gelida del calcolo
egoistico i sacri brividi dell'esaltazione devota,
dell'entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea.
Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio
e al posto delle innumerevoli libertà patentate e
onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di
commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo
sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto
dello sfruttamento mascherato d'illusioni religiose e
politiche.
La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le
attività che fino allora erano venerate e considerate
con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il
prete, il poeta, l'uomo della scienza, in salariati ai
suoi stipendi.
La borghesia ha strappato il commovente velo
sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a
un puro rapporto di denaro.
La borghesia ha svelato come la brutale manifestazione
di forza che la reazione ammira tanto nel medioevo,
avesse la sua appropriata integrazione nella più pigra
infingardaggine. Solo la borghesia ha dimostrato che
cosa possa compiere l'attività dell'uomo. Essa ha
compiuto ben altre meraviglie che le piramidi egiziane,
acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a
termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei
popoli e le crociate.
La borghesia non può esistere senza rivoluzionare
continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di
produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima
condizione di esistenza di tutte le classi industriali
precedenti era invece l'immutato mantenimento del
vecchio sistema di produzione. Il continuo
rivoluzionamento della produzione, l'ininterrotto
scuotimento di tutte le situazioni sociali, l'incertezza
e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca dei
borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono
tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro
seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e
tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di
potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di
corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e
gli uomini sono finalmente costretti a guardare con
occhio disincantato la propria posizione e i propri
reciproci rapporti.
Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi
prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il
globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto
deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare
relazioni.
Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha
dato un'impronta cosmopolitica alla produzione e al
consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi
dell'industria il suo terreno nazionale, con gran
rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie
nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono
distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie
nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o
di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che
non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma
delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono
consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le
parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i
prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per
essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei
climi più lontani. All'antica autosufficienza e
all'antico isolamento locali e nazionali subentra uno
scambio universale, una interdipendenza universale fra
le nazioni. E come per la produzione materiale, così per
quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle
singole nazioni divengono bene comune. L'unilateralità e
la ristrettezza nazionali divengono sempre più
impossibili, e dalle molte letterature nazionali e
locali si forma una letteratura mondiale.
Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di
produzione, con le comunicazioni infinitamente
agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le
nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue
merci sono l'artiglieria pesante con la quale spiana
tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla
capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari.
Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di
produzione della borghesia, se non vogliono andare in
rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la
cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una
parola: essa si crea un mondo a propria immagine e
somiglianza.
La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio
della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su
grande scala la cifra della popolazione urbana in
confronto di quella rurale, strappando in tal modo una
parte notevole della popolazione all'idiotismo della
vita rurale. Come ha reso la campagna dipendente dalla
città, la borghesia ha reso i paesi barbari e
semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di
contadini da quelli di borghesi, l'Oriente
dall'Occidente.
La borghesia elimina sempre più la dispersione dei mezzi
di produzione, della proprietà e della popolazione. Ha
agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di
produzione, e ha concentrato in poche mani la proprietà.
Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione
politica. Province indipendenti, legate quasi solo da
vincoli federali, con interessi, leggi, governi e dazi
differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto
un solo governo, una sola legge, un solo interesse
nazionale di classe, entro una sola barriera doganale.
Durante il suo dominio di classe appena secolare la
borghesia ha creato forze produttive in massa molto
maggiore e più colossali che non avessero mai fatto
tutte insieme le altre generazioni del passato. Il
soggiogamento delle forze naturali, le macchine,
l'applicazione della chimica all'industria e
all'agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i
telegrafi elettrici, il dissodamento d'interi
continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni
intere sorte quasi per incanto dal suolo -quale dei
secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro
sociale stessero sopite tali forze produttive?
Ma abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio
sulla cui base si era venuta costituendo la borghesia
erano stati prodotti entro la società feudale. A un
certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e
di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale
produceva e scambiava, l'organizzazione feudale
dell'agricoltura e della manifattura, in una parola i
rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più
alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano
la produzione invece di promuoverla. Si trasformarono in
altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono
spezzate.
Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente
costituzione sociale e politica, con il dominio
economico e politico della classe dei borghesi.
Sotto i nostri occhi si svolge un moto analogo. I
rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti
borghesi di proprietà, la società borghese moderna che
ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio
così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a
dominare le potenze degli inferi da lui evocate. Sono
decenni ormai che la storia dell'industria e del
commercio è soltanto storia della rivolta delle forze
produttive moderne contro i rapporti moderni della
produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che
costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia
e del suo dominio. Basti ricordare le crisi commerciali
che col loro periodico ritorno mettono in forse sempre
più minacciosamente l'esistenza di tutta la società
borghese.
Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non
solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura
gran parte delle forze produttive già create. Nelle
crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le
epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l'epidemia
della sovraproduzione. La società si trova
all'improvviso ricondotta a uno stato di momentanea
barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale
di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di
sussistenza; l'industria, il commercio sembrano
distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa
civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria,
troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua
disposizione non servono più a promuovere la civiltà
borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono
divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono
ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in
disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo
l'esistenza della proprietà borghese. I rapporti
borghesi sono divenuti troppo angusti per poter
contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. -Con
quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato,
con la distruzione coatta di una massa di forze
produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi
mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi.
Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di
crisi più generali e più violente e la diminuzione dei
mezzi per prevenire le crisi stesse.
A questo momento le armi che son servite alla borghesia
per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la
borghesia stessa.
Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che
la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini
che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i
proletari.
Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la
borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il
proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono
solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro
solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale.
Questi operai, che sono costretti a vendersi al minuto,
sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e
sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le
alterne vicende della concorrenza, a tutte le
oscillazioni del mercato.
Con l'estendersi dell'uso delle macchine e con la
divisione del lavoro, il lavoro dei proletari ha perduto
ogni carattere indipendente e con ciò ogni attrattiva
per l'operaio. Egli diviene un semplice accessorio della
macchina, al quale si richiede soltanto un'operazione
manuale semplicissima, estremamente monotona e
facilissima da imparare. Quindi le spese che causa
l'operaio si limitano quasi esclusivamente ai mezzi di
sussistenza dei quali egli ha bisogno per il proprio
mantenimento e per la riproduzione della specie. Ma il
prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è
uguale ai suoi costi di produzione. Quindi il salario
decresce nella stessa proporzione in cui aumenta il
tedio del lavoro. Anzi, nella stessa proporzione
dell'aumento dell'uso delle macchine e della divisione
del lavoro, aumenta anche la massa del lavoro, sia
attraverso l'aumento delle ore di lavoro, sia attraverso
l'aumento del lavoro che si esige in una data unità di
tempo, attraverso l'accresciuta celerità delle macchine,
e così via.
L'industria moderna ha trasformato la piccola officina
del maestro artigiano patriarcale nella grande fabbrica
del capitalista industriale. Masse di operai addensate
nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. E
vengono poste, come soldati semplici dell'industria,
sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di
sottufficiali e ufficiali. Gli operai non sono soltanto
servi della classe dei borghesi, ma vengono asserviti
giorno per giorno, ora per ora dalla macchina, dal
sorvegliante, e soprattutto dal singolo borghese
fabbricante in persona. Questo dispotismo è tanto più
meschino, odioso ed esasperante, quanto più apertamente
esso proclama come fine ultimo il guadagno.
Quanto meno il lavoro manuale esige abilità ed
esplicazione di forza, cioè quanto più si sviluppa
l'industria moderna, tanto più il lavoro degli uomini
viene soppiantato da quello delle donne [e dei
fanciulli]. Per la classe operaia non han più valore
sociale le differenze di sesso e di età. Ormai ci sono
soltanto strumenti di lavoro che costano più o meno a
seconda dell'età e del sesso.
Quando lo sfruttamento dell'operaio da parte del padrone
di fabbrica è terminato in quanto all'operaio viene
pagato il suo salario in contanti, si gettano su di lui
le altre parti della borghesia, il padron di casa, il
bottegaio, il prestatore su pegno e così via.
Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini
medi, cioè i piccoli industriali, i piccoli commercianti
e coloro che vivevano di piccole rendite, gli artigiani
e i contadini, tutte queste classi precipitano nel
proletariato, in parte per il fatto che il loro piccolo
capitale non è sufficiente per l'esercizio della grande
industria e soccombe nella concorrenza con i capitalisti
più forti, in parte per il fatto che la loro abilità
viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Così il
proletariato si recluta in tutte le classi della
popolazione.
Il proletariato passa attraverso vari gradi di sviluppo.
La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua
esistenza.
Da principio singoli operai, poi gli operai di una
fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un
dato luogo lottano contro il singolo borghese che li
sfrutta direttamente.
Essi non dirigono i loro attacchi soltanto contro i
rapporti borghesi di produzione, ma contro gli stessi
strumenti di produzione; distruggono le merci straniere
che fan loro concorrenza, fracassano le macchine, danno
fuoco alle fabbriche, cercano di riconquistarsi la
tramontata posizione del lavoratore medievale.
In questo stadio gli operai costituiscono una massa
disseminata per tutto il paese e dispersa a causa della
concorrenza. La solidarietà di maggiori masse operaie
non è ancora il risultato della loro propria unione, ma
della unione della borghesia, la quale, per il
raggiungimento dei propri fini politici, deve mettere in
movimento tutto il proletariato, e per il momento può
ancora farlo. Dunque, in questo stadio i proletari
combattono non i propri nemici, ma i nemici dei propri
nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i
proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i
piccoli borghesi. Così tutto il movimento della storia è
concentrato nelle mani della borghesia; ogni vittoria
raggiunta in questo modo è una vittoria della borghesia.
Ma il proletariato, con lo sviluppo dell'industria, non
solo si moltiplica; viene addensato in masse più grandi,
la sua forza cresce, ed esso la sente di più. Gli
interessi, le condizioni di esistenza all'interno del
proletariato si vanno sempre più agguagliando man mano
che le macchine cancellano le differenze del lavoro e
fanno discendere quasi dappertutto il salario a un
livello ugualmente basso. La crescente concorrenza dei
borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne
derivano rendono sempre più oscillante il salario degli
operai; l'incessante e sempre più rapido sviluppo del
perfezionamento delle macchine rende sempre più incerto
il complesso della loro esistenza; le collisioni fra il
singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre
più il carattere di collisioni di due classi. Gli operai
cominciano col formare coalizioni contro i borghesi, e
si riuniscono per difendere il loro salario. Fondano
perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in
vista di quegli eventuali sollevamenti. Qua e là la
lotta prorompe in sommosse.
Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente.
Il vero e proprio risultato delle lotte non è il
successo immediato, ma il fatto che l'unione degli
operai si estende sempre più. Essa è favorita
dall'aumento dei mezzi di comunicazione, prodotti dalla
grande industria, che mettono in collegamento gli operai
delle diverse località. E basta questo collegamento per
centralizzare in una lotta nazionale, in una lotta di
classe, le molte lotte locali che hanno dappertutto
uguale carattere. Ma ogni lotta di classi è lotta
politica. E quella unione per la quale i cittadini del
medioevo con le loro strade vicinali ebbero bisogno di
secoli, i proletari moderni con le ferrovie la attuano
in pochi anni.
Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi
in partito politico torna ad essere spezzata ogni
momento dalla concorrenza fra gli operai stessi. Ma
risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più
potente. Essa impone il riconoscimento in forma di legge
di singoli interessi degli operai, approfittando delle
scissioni all'interno della borghesia. Così fu per la
legge delle dieci ore di lavoro in Inghilterra.
In genere, i conflitti insiti nella vecchia società
promuovono in molte maniere il processo evolutivo del
proletariato. La borghesia è sempre in lotta; da
principio contro l'aristocrazia, più tardi contro le
parti della stessa borghesia i cui interessi vengono a
contrasto con il progresso dell'industria, e sempre
contro la borghesia di tutti i paesi stranieri. In tutte
queste lotte essa si vede costretta a fare appello al
proletariato, a valersi del suo aiuto, e a trascinarlo
così entro il movimento politico. Essa stessa dunque
reca al proletariato i propri elementi di educazione,
cioè armi contro se stessa.
Inoltre, come abbiamo veduto, il progresso
dell'industria precipita nel proletariato intere sezioni
della classe dominante, o per lo meno ne minaccia le
condizioni di esistenza. Anch'esse arrecano al
proletariato una massa di elementi di educazione.
Infine, in tempi nei quali la lotta delle classi si
avvicina al momento decisivo, il processo di
disgregazione all'interno della classe dominante, di
tutta la vecchia società, assume un carattere così
violento, così aspro, che una piccola parte della classe
dominante si distacca da essa e si unisce alla classe
rivoluzionaria, alla classe che tiene in mano
l'avvenire. Quindi, come prima una parte della nobiltà
era passata alla borghesia, così ora una parte della
borghesia passa al proletariato; e specialmente una
parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a
giungere alla intelligenza teorica del movimento storico
nel suo insieme.
Fra tutte le classi che oggi stanno di contro alla
borghesia, il proletariato soltanto è una classe
realmente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e
tramontano con la grande industria; il proletariato è il
suo prodotto più specifico.
Gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo
commerciante, l'artigiano, il contadino, combattono
tutti la borghesia, per premunire dalla scomparsa la
propria esistenza come ordini medi. Quindi non sono
rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari,
poiché cercano di far girare all'indietro la ruota della
storia. Quando sono rivoluzionari, sono tali in vista
del loro imminente passaggio al proletariato, non
difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi
futuri, e abbandonano il proprio punto di vista, per
mettersi da quello del proletariato.
Il sottoproletariato, questa putrefazione passiva degli
infimi strati della società, che in seguito a una
rivoluzione proletaria viene scagliato qua e là nel
movimento, sarà più disposto, date tutte le sue
condizioni di vita, a lasciarsi comprare per mene
reazionarie.
Le condizioni di esistenza della vecchia società sono
già annullate nelle condizioni di esistenza del
proletariato. Il proletario è senza proprietà; il suo
rapporto con moglie e figli non ha più nulla in comune
con il rapporto familiare borghese; il lavoro
industriale moderno, il soggiogamento moderno del
capitale, identico in Inghilterra e in Francia, in
America e in Germania, lo ha spogliato di ogni carattere
nazionale. Leggi, morale, religione sono per lui
altrettanti pregiudizi borghesi, dietro i quali si
nascondono altrettanti interessi borghesi.
Tutte le classi che si sono finora conquistato il potere
hanno cercato di garantire la posizione di vita già
acquisita, assoggettando l'intera società alle
condizioni della loro acquisizione. I proletari possono
conquistarsi le forze produttive della società soltanto
abolendo il loro proprio sistema di appropriazione avuto
sino a questo momento, e per ciò stesso l'intero sistema
di appropriazione che c'è stato finora. I proletari non
hanno da salvaguardare nulla di proprio, hanno da
distruggere tutta la sicurezza privata e tutte le
assicurazioni private che ci sono state fin qui.
Tutti i movimenti precedenti sono stati movimenti di
minoranze, o avvenuti nell'interesse di minoranze. Il
movimento proletario è il movimento indipendente della
immensa maggioranza. Il proletariato, lo strato più
basso della società odierna, non può sollevarsi, non può
drizzarsi, senza che salti per aria l'intera
soprastruttura degli strati che formano la società
ufficiale.
La lotta del proletariato contro la borghesia è in un
primo tempo lotta nazionale, anche se non
sostanzialmente, certo formalmente. È naturale che il
proletariato di ciascun paese debba anzitutto
sbrigarsela con la propria borghesia.
Delineando le fasi più generali dello sviluppo del
proletariato, abbiamo seguito la guerra civile più o
meno latente all'interno della società attuale, fino al
momento nel quale quella guerra erompe in aperta
rivoluzione e nel quale il proletariato fonda il suo
dominio attraverso il violento abbattimento della
borghesia.
Ogni società si è basata finora, come abbiam visto, sul
contrasto fra classi di oppressori e classi di oppressi.
Ma, per poter opprimere una classe, le debbono essere
assicurate condizioni entro le quali essa possa per lo
meno stentare la sua vita di schiava. Il servo della
gleba, lavorando nel suo stato di servo della gleba, ha
potuto elevarsi a membro del comune, come il cittadino
minuto, lavorando sotto il giogo dell'assolutismo
feudale, ha potuto elevarsi a borghese. Ma l'operaio
moderno, invece di elevarsi man mano che l'industria
progredisce, scende sempre più al disotto delle
condizioni della sua propria classe. L'operaio diventa
un povero, e il pauperismo si sviluppa anche più
rapidamente che la popolazione e la ricchezza. Da tutto
ciò appare manifesto che la borghesia non è in grado di
rimanere ancora più a lungo la classe dominante della
società e di imporre alla società le condizioni di vita
della propria classe come legge regolatrice. Non è
capace di dominare, perché non è capace di garantire
l'esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua
schiavitù, perché è costretta a lasciarlo sprofondare in
una situazione nella quale, invece di esser da lui
nutrita, essa è costretta a nutrirlo. La società non può
più vivere sotto la classe borghese, vale a dire la
esistenza della classe borghese non è più compatibile
con la società.
La condizione più importante per l'esistenza e per il
dominio della classe borghese è l'accumularsi della
ricchezza nelle mani di privati, la formazione e la
moltiplicazione del capitale; condizione del capitale è
il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia
esclusivamente sulla concorrenza degli operai tra di
loro. Il progresso dell'industria, del quale la
borghesia è veicolo involontario e passivo, fa
subentrare all'isolamento degli operai risultante dalla
concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante
dall'associazione. Con lo sviluppo della grande
industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della
borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si
appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi
seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del
proletariato sono del pari inevitabili.
II.
Proletari e comunisti
[prev.]
[content]
[next]
In che rapporto sono i comunisti con i proletari in
genere?
I comunisti non sono un partito particolare di fronte
agli altri partiti operai.
I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi
di tutto il proletariato.
I comunisti non pongono principi speciali sui quali
vogliano modellare il movimento proletario.
I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari
solo per il fatto che da una parte essi mettono in
rilievo e fanno valere gli interessi comuni,
indipendenti dalla nazionalità, dell'intero
proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari;
e dall'altra per il fatto che sostengono costantemente
l'interesse del movimento complessivo, attraverso i vari
stadi di sviluppo percorsi dalla lotta fra proletariato
e borghesia.
Quindi in pratica i comunisti sono la parte progressiva
più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, e
quanto alla teoria essi hanno il vantaggio sulla
restante massa del proletariato, di comprendere le
condizioni, l'andamento e i risultati generali del
movimento proletario.
Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di tutti
gli altri proletari: formazione del proletariato in
classe, abbattimento del dominio della borghesia,
conquista del potere politico da parte del proletariato.
Le proposizioni teoriche dei comunisti non poggiano
affatto su idee, su principi inventati o scoperti da
questo o quel riformatore del mondo.
Esse sono semplicemente espressioni generali di rapporti
di fatto di una esistente lotta di classi, cioè di un
movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi.
L'abolizione di rapporti di proprietà esistiti fino a un
dato momento non è qualcosa di distintivo peculiare del
comunismo.
Tutti i rapporti di proprietà sono stati soggetti a
continui cambiamenti storici, a una continua alterazione
storica.
Per esempio, la rivoluzione francese abolì la proprietà
feudale in favore di quella borghese.
Quel che contraddistingue il comunismo non è
l'abolizione della proprietà in generale, bensì
l'abolizione della proprietà borghese.
Ma la proprietà privata borghese moderna è l'ultima e la
più perfetta espressione della produzione e
dell'appropriazione dei prodotti che poggia su
antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da
parte degli altri.
In questo senso i comunisti possono riassumere la loro
teoria nella frase: abolizione della proprietà privata.
Ci si è rinfacciato, a noi comunisti che vogliamo
abolire la proprietà acquistata personalmente, frutto
del lavoro diretto e personale; la proprietà che
costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e
autonomia personale.
Proprietà frutto del proprio lavoro, acquistata,
guadagnata con le proprie forze! Parlate della proprietà
del minuto cittadino, del piccolo contadino che ha
preceduto la proprietà borghese? Non c'è bisogno che
l'aboliamo noi, l'ha abolita e la va abolendo di giorno
in giorno lo sviluppo dell'industria.
O parlate della moderna proprietà privata borghese?
Ma il lavoro salariato, il lavoro del proletario, crea
proprietà a questo proletario? Affatto. Il lavoro del
proletario crea il capitale, cioè quella proprietà che
sfrutta il lavoro salariato, che può moltiplicarsi solo
a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per
sfruttarlo di nuovo. La proprietà nella sua forma
attuale si muove entro l'antagonismo fra capitale e
lavoro salariato. Esaminiamo i due termini di questo
antagonismo. Essere capitalista significa occupare nella
produzione non soltanto una pura posizione personale, ma
una posizione sociale.
Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo
in moto solo mediante una attività comune di molti
membri, anzi in ultima istanza solo mediante l'attività
comune di tutti i membri della società.
Dunque, il capitale non è una potenza personale; è una
potenza sociale.
Dunque, se il capitale viene trasformato in proprietà
collettiva, appartenente a tutti i membri della società,
non c'è trasformazione di proprietà personale in
proprietà sociale. Si trasforma soltanto il carattere
sociale della proprietà. La proprietà perde il suo
carattere di classe.
Veniamo al lavoro salariato.
Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del
salario del lavoro, cioè è la somma dei mezzi di
sussistenza che sono necessari per mantenere in vita
l'operaio in quanto operaio. Dunque, quello che
l'operaio salariato s'appropria mediante la sua attività
è sufficiente soltanto per riprodurre la sua nuda
esistenza. Noi non vogliamo affatto abolire questa
appropriazione personale dei prodotti del lavoro per la
riproduzione della esistenza immediata, appropriazione
che non lascia alcun residuo di profitto netto tale da
poter conferire potere sul lavoro altrui. Vogliamo
eliminare soltanto il carattere miserabile di questa
appropriazione, nella quale l'operaio vive solo allo
scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto
che esige l'interesse della classe dominante.
Nella società borghese il lavoro vivo è soltanto un
mezzo per moltiplicare il lavoro accumulato. Nella
società comunista il lavoro accumulato è soltanto un
mezzo per ampliare, per arricchire, per far progredire
il ritmo d'esistenza degli operai.
Dunque nella società borghese il passato domina sul
presente, nella società comunista il presente domina sul
passato. Nella società borghese il capitale è
indipendente e personale, mentre l'individuo operante è
dipendente e impersonale.
E la borghesia chiama abolizione della personalità e
della libertà l'abolizione di questo rapporto! E a
ragione: infatti, si tratta dell'abolizione della
personalità, della indipendenza e della libertà del
borghese.
Entro gli attuali rapporti di produzione borghesi per
libertà s'intende il libero commercio, la libera
compravendita.
Ma scomparso il traffico, scompare anche il libero
traffico. Le frasi sul libero traffico, come tutte le
altre bravate sulla libertà della nostra borghesia,
hanno senso, in genere, soltanto rispetto al traffico
vincolato, rispetto al cittadino asservito del medioevo;
ma non hanno senso rispetto alla abolizione comunista
del traffico, dei rapporti borghesi di produzione e
della stessa borghesia.
Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà
privata. Ma nella vostra società attuale la proprietà
privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; la
proprietà privata esiste proprio per il fatto che per
nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di
voler abolire una proprietà che presuppone come
condizione necessaria la privazione della proprietà
dell'enorme maggioranza della società.
In una parola, voi ci rimproverate di volere abolire la
vostra proprietà.
Certo, questo vogliamo.
Appena il lavoro non può più essere trasformato in
capitale, in denaro, in rendita fondiaria, insomma in
una potenza sociale monopolizzabile, cioè, appena la
proprietà personale non può più convertirsi in proprietà
borghese, voi dichiarate che è abolita la persona.
Dunque confessate che per persona non intendete
nient'altro che il borghese, il proprietario borghese.
Certo questa persona deve essere abolita.
Il comunismo non toglie a nessuno il potere di
appropriarsi prodotti della società, toglie soltanto il
potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale
appropriazione.
Si è obiettato che con l'abolizione della proprietà
privata cesserebbe ogni attività e prenderebbe piede una
pigrizia generale.
Da questo punto di vista, già da molto tempo la società
borghese dovrebbe essere andata in rovina per pigrizia,
poiché in essa coloro che lavorano, non guadagnano, e
quelli che guadagnano, non lavorano. Tutto lo scrupolo
sbocca nella tautologia che appena non c'è più capitale
non c'è più lavoro salariato.
Tutte le obiezioni che vengono mosse al sistema
comunista di appropriazione e di produzione dei prodotti
materiali, sono state anche estese alla appropriazione e
alla produzione dei prodotti intellettuali, come il
cessare della proprietà di classe è per il borghese il
cessare della produzione stessa, così il cessare della
cultura di classe è per lui identico alla fine della
cultura in genere.
Quella cultura la cui perdita egli rimpiange, è per la
enorme maggioranza la preparazione a diventar macchine.
Ma non discutete con noi misurando l'abolizione della
proprietà borghese sul modello delle vostre idee
borghesi di libertà, cultura, diritto e così via. Le
vostre idee stesse sono prodotti dei rapporti borghesi
di produzione e di proprietà, come il vostro diritto è
soltanto la volontà della vostra classe elevata a legge,
volontà il cui contenuto è dato nelle condizioni
materiali di esistenza della vostra classe.
Voi condividete con tutte le classi dominanti tramontate
quell'idea interessata mediante la quale trasformate in
eterne leggi della natura e della ragione, da rapporti
storici quali sono, transeunti nel corso della
produzione, i vostri rapporti di produzione e di
proprietà. Non vi è più permesso di comprendere per la
proprietà borghese quel che comprendete per la proprietà
antica e per la proprietà feudale.
Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si
riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei
comunisti.
Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia
borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una
famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la
borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta
mancanza di famiglia del proletario e nella
prostituzione pubblica.
La famiglia del borghese cade naturalmente col cadere di
questo suo complemento ed entrambi scompaiono con la
scomparsa del capitale.
Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei
figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto.
Ma voi dite che sostituendo l'educazione sociale a
quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari.
E anche la vostra educazione, non è determinata dalla
società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i
quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta
o indiretta della società mediante la scuola e così via?
I comunisti non inventano l'influenza della società
sull'educazione, si limitano a cambiare il carattere di
tale influenza, e strappano l'educazione all'influenza
della classe dominante.
La fraseologia borghese sulla famiglia e
sull'educazione, sull'affettuoso rapporto fra genitori e
figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per
effetto della grande industria, si lacerano per il
proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono
trasformati in semplici articoli di commercio e
strumenti di lavoro.
Tutta la borghesia ci grida contro in coro: ma voi
comunisti volete introdurre la comunanza delle donne.
Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di
produzione. Sente dire che gli strumenti di produzione
devono essere sfruttati in comune e non può naturalmente
farsi venire in mente se non che la sorte della
comunanza colpirà anche le donne.
Non sospetta neppure che si tratta proprio di abolire la
posizione delle donne come semplici strumenti di
produzione.
Del resto non c'è nulla di più ridicolo del moralissimo
orrore che i nostri borghesi provano per la pretesa
comunanza ufficiale delle donne fra i comunisti. I
comunisti non hanno bisogno d'introdurre la comunanza
delle donne; essa è esistita quasi sempre.
I nostri borghesi, non paghi d'avere a disposizione le
mogli e le figlie dei proletari, per non parlare neppure
della prostituzione ufficiale, trovano uno dei loro
divertimenti principali nel sedursi reciprocamente le
loro mogli.
In realtà il matrimonio borghese è la comunanza delle
mogli. Tutt'al, più ai comunisti si potrebbe
rimproverare di voler introdurre una comunanza delle
donne ufficiale e franca al posto di una comunanza delle
donne ipocritamente dissimulata. del resto è ovvio che,
con l'abolizione dei rapporti attuali di produzione,
scompare anche quella comunanza delle donne che ne
deriva, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale.
Inoltre, si è rimproverato ai comunisti ch'essi
vorrebbero abolire la patria, la nazionalità.
Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro
quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il
proletario deve fare è di conquistarsi il dominio
politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire
se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale,
seppure non certo nel senso della borghesia.
Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli
vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della
borghesia, con la libertà di commercio, col mercato
mondiale, con l'uniformità della produzione industriale
e delle corrispondenti condizioni d'esistenza.
Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di
più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione
è l'azione unita, per lo meno dei paesi civili.
Lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra
viene abolito nella stessa misura che viene abolito lo
sfruttamento di un individuo da parte di un altro.
Con l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni
scompare la posizione di reciproca ostilità fra le
nazioni.
Non meritano d'essere discusse in particolare le accuse
che si fanno al comunismo da punti di vista religiosi,
filosofici e ideologici in genere.
C'è bisogno di una profonda comprensione per capire che
anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche
la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle
loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali,
della loro esistenza sociale?
Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la
produzione intellettuale si trasforma assieme a quella
materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre
state soltanto le idee della classe dominante.
Si parla di idee che rivoluzionano un'intera società;
con queste parole si esprime semplicemente il fatto che
entro la vecchia società si sono formati gli elementi di
una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee
procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi
rapporti d'esistenza.
Quando il mondo antico fu al tramonto, le antiche
religioni furono vinte dalla religione cristiana. Quando
nel secolo XVIII le idee cristiane soggiacquero alle
idee dell'illuminismo, la società feudale dovette
combattere la sua ultima lotta con la borghesia allora
rivoluzionaria. Le idee della libertà di coscienza e
della libertà di religione furono soltanto l'espressione
del dominio della libera concorrenza nel campo della
coscienza.
Ma, si dirà, certo che nel corso dello svolgimento
storico le idee religiose, morali, filosofiche,
politiche, giuridiche si sono modificate. Però in questi
cambiamenti la religione, la morale, al filosofia, la
politica, il diritto si sono sempre conservati.
Inoltre vi sono verità eterne, come la libertà, la
giustizia e così via, che sono comuni a tutti gli stati
della società. Ma il comunismo abolisce le verità
eterne, abolisce la religione, la morale, invece di
trasformarle; quindi il comunismo si mette in
contraddizione con tutti gli svolgimenti storici avuti
sinora.
A cosa si riduce quest'accusa? La storia di tutta quanta
la società che c'è stata fino ad oggi s'è mossa in
contrasti di classe che hanno avuto un aspetto
differente a seconda delle differenti epoche.
Lo sfruttamento d'una parte della società per opera
dell'altra parte è dato di fatto comune a tutti i secoli
passati, qualunque sia la forma ch'esso abbia assunto.
Quindi, non c'è da meravigliarsi che la coscienza
sociale di tutti i secoli si muova, nonostante ogni
molteplicità e differenza, in certe forme comuni: forme
di coscienza, che si dissolvono completamente soltanto
con la completa scomparsa dell'antagonismo delle classi.
La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i
rapporti tradizionali di proprietà; nessuna meraviglia
che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee
tradizionali nella maniera più radicale.
Ma lasciamo stare le obiezioni della borghesia contro il
comunismo.
Abbiamo già visto sopra che il primo passo sulla strada
della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il
proletariato s'eleva a classe dominante, cioè nella
conquista della democrazia.
Il proletariato adoprerà il suo dominio politico per
strappare a poco a poco alla borghesia tutto il
capitale, per accentrare tutti gli strumenti di
produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato
organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al
più presto possibile la massa delle forze produttive.
Naturalmente, ciò può avvenire, in un primo momento,
solo mediante interventi despotici nel diritto di
proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, cioè
per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco
consistenti dal punto di vista dell'economia; ma che nel
corso del movimento si spingono al di là dei propri
limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento
dell'intero sistema di produzione.
Queste misure saranno naturalmente differenti a seconda
dei differenti paesi.
Tuttavia, nei paesi più progrediti potranno essere
applicati quasi generalmente i provvedimenti seguenti:
1. - Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego
della rendita fondiaria per le spese dello Stato.
2. - Imposta fortemente progressiva.
3. - Abolizione del diritto di successione.
4. - Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e
ribelli.
5. - Accentramento del credito in mano dello Stato
mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e
monopolio esclusivo.
6. - Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano
allo Stato.
7. - Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli
strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento
dei terreni secondo un piano collettivo.
8. - Eguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di
eserciti industriali, specialmente per l'agricoltura.
9. - Unificazione dell'esercizio dell'agricoltura e
della industria, misure atte ad eliminare gradualmente
l'antagonismo fra città e campagna.
10. - Istruzione pubblica e gratuita di tutti i
fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle
fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione
dell'istruzione con la produzione materiale e così via.
Quando le differenze di classe saranno scomparse nel
corso dell'evoluzione, e tutta la produzione sarà
concentrata in mano agli individui associati, il
pubblico potere perderà il suo carattere politico. In
senso proprio, il potere politico è il potere di una
classe organizzato per opprimerne un'altra. Il
proletariato, unendosi di necessità in classe nella
lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante
attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza,
come classe dominante, gli antichi rapporti di
produzione, abolisce insieme a quei rapporti di
produzione le condizioni di esistenza dell'antagonismo
di classe, cioè abolisce le condizioni d'esistenza delle
classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in
quanto classe.
Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi
antagonismi fra le classi subentra una associazione in
cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del
libero sviluppo di tutti.
III. Letteratura socialista e comunista
1. Il socialismo reazionario
a)
Il socialismo feudale
[prev.]
[content]
[next]
Data la sua posizione storica, l'aristocrazia francese e
inglese era chiamata a scrivere libelli contro la
moderna società borghese. Nella rivoluzione francese del
luglio 1830, nel movimento inglese per la riforma
elettorale, l'aristocrazia era soggiaciuta ancora una
volta all'aborrito nuovo venuto. Non c'era più da
pensare a una seria lotta politica. Le rimaneva soltanto
la lotta letteraria. Ma anche nel campo della
letteratura la vecchia fraseologia dell'età della
restaurazione era ormai impossibile. Per destare qualche
simpatia, l'aristocrazia era costretta a distogliere gli
occhi, in apparenza, dai propri interessi e a formulare
il suo atto d'accusa contro la borghesia solo
nell'interesse della classe operaia sfruttata. Così essa
preparava la soddisfazione di poter intonare invettive
contro il nuovo signore, e di potergli mormorare
nell'orecchio profezie più o meno gravide di sciagura.
A questo modo sorse il socialismo feudalistico, metà
lamentazione, metà libello; metà riecheggiamento del
passato, metà minaccia del futuro. A volte colpisce al
cuore la borghesia con un giudizio amaro e
spiritosamente sarcastico, ma ha sempre effetto comico
per la sua totale incapacità di comprendere il corso
della storia moderna.
Questi aristocratici hanno impugnato la proletaria
bisaccia da mendicante, agitandola come bandiera per
raggruppare dietro a sé il popolo. Ma tutte le volte che
li ha seguiti, il popolo ha visto sulle loro parti
posteriori i vecchi blasoni feudali e s'è sbandato con
forti e irriverenti risate.
Una parte dei legittimisti francesi e la Giovine
Inghilterra hanno offerto questo spettacolo.
Quando i feudali dimostrano che il loro sistema di
sfruttamento era diverso dallo sfruttamento borghese,
dimenticano soltanto che essi esercitavano lo
sfruttamento in circostanze e condizioni totalmente
differenti e che ora han fatto il loro tempo. Quando
dimostrano che il proletariato moderno non è esistito al
tempo del loro dominio, dimenticano soltanto che la
borghesia moderna fu appunto un necessario rampollo del
loro ordine sociale.
Del resto, essi celano tanto poco il carattere
reazionario della loro critica, che la loro principale
accusa contro la borghesia è proprio che sotto il suo
regime si sviluppa una classe che farà saltare in aria
tutto quanto il vecchio ordine sociale.
Rimproverano alla borghesia più il fatto che essa genera
un proletariato rivoluzionario che non il fatto ch'essa
produce un proletariato in genere.
Nella pratica della vita politica, prendono parte perciò
a tutte le misure di forza contro la classe operaia, e
nella vita ordinaria, ad onta di tutti i loro gonfi
frasari, si adattano a raccogliere le mele d'oro, e a
barattare fedeltà, amore, onore col traffico della lana
di pecora, della barbabietola e dell'acquavite.
Come il prete si è sempre accompagnato al signore
feudale, così il socialismo pretesco si accompagna a
quello feudalistico.
Non c'è cosa più facile che dare una tinta socialistica
all'ascetismo cristiano. Il cristianesimo non se l'è
presa forse anch'esso con la proprietà privata, con il
matrimonio, con lo Stato? Non ha predicato, in loro
sostituzione, la beneficenza, la mendicità, il celibato
e la mortificazione della carne, la vita claustrale e la
Chiesa? Il socialismo sacro è soltanto l'acquasanta con
la quale il prete benedice la rabbia degli
aristocratici.
b)
Il socialismo piccolo-borghese
[prev.]
[content]
[next]
L'aristocrazia feudale non è l'unica classe che sia
stata abbattuta dalla borghesia e le cui condizioni di
esistenza siano deperite e si siano estinte nella
società borghese moderna. La piccola borghesia medievale
e l'ordine dei piccoli contadini furono i precursori
della borghesia moderna. Questa classe continua ancora a
vegetare accanto alla sorgente borghesia nei paesi meno
sviluppati industrialmente e commercialmente.
Nei paesi dove s'è sviluppata la civiltà moderna, si è
formata una nuova piccola borghesia, sospesa fra il
proletariato e la borghesia, che torna sempre a formarsi
da capo, in quanto è parte integrante della società
borghese; ma i suoi membri vengono costantemente
precipitati nel proletariato dalla concorrenza, anzi,
con lo sviluppo della grande industria vedono
addirittura avvicinarsi un momento nel quale
scompariranno totalmente come parte indipendente della
società moderna, e verranno sostituiti da sorveglianti e
domestici nel commercio, nella manifattura,
nell'agricoltura.
In paesi come la Francia, dove la classe dei contadini
costituisce molto più della metà della popolazione, era
naturale che alcuni scrittori i quali scendevano in
campo per il proletariato contro la borghesia usassero
la scala del piccolo borghese e del piccolo contadino
per la loro critica del regime borghese e che
prendessero partito per gli operai dal punto di vista
della piccola borghesia. Così s'è formato il socialismo
piccolo-borghese. Capo di questa letteratura, non solo
per la Francia, ma anche per l'Inghilterra, è il
Sismondi.
Questo socialismo ha anatomizzato con estrema
perspicacia le contraddizioni insite nei rapporti
moderni di produzione. Ha smascherato gli ipocriti
eufemismi degli economisti. Ha dimostrato
irrefutabilmente i deleteri effetti delle macchine e
della divisione del lavoro, la concentrazione dei
capitali e della proprietà fondiaria, la
sovraproduzione, le crisi, la rovina inevitabile dei
piccoli borghesi e dei piccoli contadini, la miseria del
proletariato, l'anarchia della produzione, le stridenti
sproporzioni nella distribuzione della ricchezza, la
guerra industriale di sterminio fra le varie nazioni, la
dissoluzione dei vecchi costumi, dei vecchi rapporti
familiari, delle vecchie nazionalità.
Tuttavia, quanto al suo contenuto positivo, questo
socialismo o vuole restaurare gli antichi mezzi di
produzione e di traffico, e con essi i vecchi rapporti
di proprietà e la vecchia società, o vuole rinchiudere
di nuovo, con la forza, entro i limiti degli antichi
rapporti di proprietà i mezzi moderni di produzione e di
traffico, che li han fatti saltare in aria, che non
potevano non farli saltare per aria. In entrambi i casi
esso è insieme reazionario e utopistico.
Corporazioni nella manifattura e economia patriarcale
nelle campagne: ecco la sua ultima parola.
Nel suo ulteriore sviluppo questa tendenza è andata a
finire in una vile depressione dopo l'ebbrezza.
c)
Il socialismo tedesco ossia il vero socialismo
[prev.]
[content]
[next]
La letteratura socialista e comunista francese, ch'è
sorta sotto la pressione d'una borghesia dominante ed è
l'espressione letteraria della lotta contro questo
dominio, venne introdotta in Germania proprio mentre la
borghesia stava cominciando la sua lotta contro
l'assolutismo feudale.
Filosofi, semifilosofi e begli spiriti tedeschi
s'impadronirono avidamente di quella letteratura,
dimenticando solo una piccola cosa: che le condizioni
d'esistenza francesi non erano immigrate in Germania
insieme a quegli scritti che venivano dalla Francia. Nei
confronti delle condizioni tedesche, la letteratura
francese perdette ogni significato pratico immediato e
assunse un aspetto puramente letterario. Non poteva non
apparire un'oziosa speculazione sulla vera società,
sulla realizzazione dell'essere umano. Allo stesso modo
le rivendicazioni della prima rivoluzione francese
avevano avuto per i filosofi tedeschi del secolo XVIII
soltanto il senso di essere rivendicazioni della «ragion
pratica» in generale, e le manifestazioni di volontà
della borghesia francese rivoluzionaria avevano
significato ai loro occhi di leggi di pura volontà,
della volontà come deve essere, della volontà veramente
umana.
Il lavoro dei letterati tedeschi consistette unicamente
nel concordare le nuove idee francesi con la loro
vecchia coscienza filosofica, o, anzi, nell'appropriarsi
delle idee francesi dal loro punto di vista filosofico.
Questa appropriazione avvenne nella stessa maniera che
si usa in genere per appropriarsi una lingua straniera:
mediante la traduzione.
È noto come i monaci ricoprissero di insipide storie di
santi cattolici i manoscritti che contenevano le opere
classiche dell'antichità pagana. Con la letteratura
francese profana i letterati tedeschi usarono il
procedimento inverso; scrissero le loro sciocchezze
filosofiche sotto l'originale francese. Per esempio,
sotto la critica francese dei rapporti patrimoniali essi
scrissero «alienazione dell'essere umano», sotto la
critica francese dello stato borghese scrissero
«superamento del dominio dell'universale in astratto», e
così via.
Battezzarono questa insinuazione del loro frasario
filosofico negli svolgimenti francesi con i nomi di
«filosofia dell'azione», «vero socialismo», «scienza
tedesca del socialismo», «motivazione filosofica del
socialismo» e così via.
Così la letteratura francese socialista e comunista fu
letteralmente evirata. E poiché essa nelle mani dei
tedeschi aveva smesso di esprimere la lotta d'una classe
contro l'altra, il tedesco era consapevole d'aver
superato l'unilateralità francese, d'essersi fatto
rappresentante non di veri bisogni, ma anzi del bisogno
della verità, non degli interessi del proletariato, ma
anzi degli interessi dell'essere umano, dell'uomo in
genere; dell'uomo che non appartiene a nessuna classe,
anzi neppure alla realtà, e appartiene soltanto al cielo
nebuloso della fantasia filosofica.
Questo socialismo tedesco, che prendeva così
solennemente sul serio le sue goffe esercitazioni
scolastiche, e tanto ciarlatanescamente le strombazzava,
perdette tuttavia, a poco a poco, la sua pedantesca
innocenza.
La lotta della borghesia tedesca, specialmente di quella
prussiana, contro i feudali e contro la monarchia
assoluta, in una parola, il movimento liberale, divenne
più serio.
Così al vero socialismo si offrì l'auspicata occasione
di contrapporre le rivendicazioni socialiste al
movimento politico, di lanciare i tradizionali anatemi
contro il liberalismo, contro lo Stato rappresentativo,
contro la concorrenza borghese, contro la libertà di
stampa borghese, il diritto borghese, la libertà e
l'eguaglianza borghesi; e di predicare alla massa
popolare come essa non avesse niente da guadagnare, anzi
tutto da perdere con quel movimento borghese. Il
socialismo tedesco dimenticava in tempo che la critica
francese della quale esso era l'insulso eco, presuppone
la società borghese moderna con le corrispondenti
condizioni materiali d'esistenza e l'adeguata
costituzione politica: tutti presupposti che in Germania
si trattava appena di conquistare.
Il vero socialismo servì ai governi assoluti tedeschi,
col loro seguito di preti, di maestrucoli, di nobilucci
rurali e di burocrati, come gradito spauracchio contro
la borghesia che avanzava minacciosa.
Costituì il dolciastro complemento delle acri sferzate e
delle pallottole di fucile con le quali quei governi
rispondevano alle insurrezioni operaie.
Mentre il vero socialismo diventava così un'arma nelle
mani dei governi contro la borghesia tedesca, esso
rappresentava d'altra parte anche direttamente un
interesse reazionario, l'interesse del popolo minuto
tedesco. In Germania la piccola borghesia, che è
un'eredità del secolo XVI, e sempre vi riaffiora, da
quell'epoca in poi, in varie forme, costituisce il vero
e proprio fondamento sociale della situazione attuale.
La sua conservazione è la conservazione della situazione
tedesca attuale. Essa teme la sicura rovina dal dominio
industriale e politico della borghesia, tanto in
conseguenza della concentrazione del capitale, quanto
attraverso il sorgere di un proletariato rivoluzionario.
Le sembrò che il vero socialismo prendesse entrambi i
piccioni con una fava. Ed esso si diffuse come
un'epidemia.
La veste ordita di ragnatela speculativa, ricamata di
fiori retorici di begli spiriti, impregnata di rugiada
sentimentale febbricitante di amore, questa veste di
esaltazione nella quale i socialisti tedeschi
avviluppavano il loro paio di ossute verità eterne, non
fece che aumentare lo spaccio della loro merce presso
quel pubblico.
Per conto suo, il socialismo tedesco riconobbe sempre
meglio la propria vocazione d'essere il burbanzoso
rappresentante di questa piccola borghesia.
Esso ha proclamato la nazione tedesca la nazione
normale; il filisteo tedesco l'uomo normale. Ha
conferito ad ogni abiezione di costui un senso celato,
superiore, socialistico pel qual l'abiezione significava
il contrario di quel che era. Ed ha tratto le ultime
conseguenze prendendo direttamente posizione contro la
tendenza brutalmente distruttiva del comunismo e
proclamando la propria imparziale superiorità a tutte le
lotte di classe. Quanto circola in Germania di pretesi
scritti socialisti e comunisti appartiene, con
pochissime eccezioni, alla sfera di questa sordida e
snervante letteratura.
2.
Il socialismo conservatore o borghese
[prev.]
[content]
[next]
Una parte della borghesia desidera di portar rimedio
agli inconvenienti sociali, per garantire l'esistenza
della società borghese.
Rientrano in questa categoria economisti, filantropi,
umanitari, miglioratori della situazione delle classi
lavoratrici, organizzatori di beneficenze, protettori
degli animali, fondatori di società di temperanza e
tutta una variopinta genìa di oscuri riformatori. E in
interi sistemi è stato elaborato questo socialismo
borghese.
Come esempio citeremo la «Philosophie de la misère» del
Proudhon.
I borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita
della società moderna senza le lotte e i pericoli che
necessariamente ne derivano. Vogliono la società attuale
sottrazion fatta degli elementi che la rivoluzionano e
la dissolvono. Vogliono la borghesia senza proletariato.
La borghesia si raffigura naturalmente il mondo ov'essa
domina come il migliore dei mondi. Il socialismo
borghese elabora questa consolante idea in un
semi-sistema o anche in un sistema intero. Quando invita
il proletariato a mettere in atto i suoi sistemi per
entrare nella nuova Gerusalemme, il socialismo borghese
non fa in sostanza che pretendere dal proletariato che
esso rimanga fermo nella società attuale, ma rinunci
alle odiose idee che di essa s'è fatto.
Una seconda forma di socialismo meno sistematica e più
pratica cercava di far passare alla classe operaia la
voglia di qualsiasi movimento rivoluzionario,
argomentando che le potrebbe essere utile non l'uno o
l'altro cambiamento politico, ma soltanto un cambiamento
delle condizioni materiali della esistenza, cioè dei
rapporti economici. Ma questo socialismo non intende
affatto, con il termine di cambiamento delle condizioni
materiali dell'esistenza, l'abolizione dei rapporti
borghesi di produzione, possibile solo in via
rivoluzionaria, ma miglioramenti amministrativi
svolgentisi sul terreno di quei rapporti di produzione,
che dunque non cambiano nulla al rapporto fra capitale e
lavoro salariato, ma che, nel migliore dei casi,
diminuiscono le spese che la borghesia deve sostenere
per il suo dominio e semplificano il suo bilancio
statale.
Il socialismo borghese giunge alla sua espressione
adeguata solo quando diventa semplice figura retorica.
Libero commercio! nell'interesse della classe operaia;
dazi protettivi! nell'interesse della classe operaia;
carcere cellulare! nell'interesse della classe operaia.
Questa è l'ultima parola, l'unica detta seriamente, del
socialismo borghese.
Il loro socialismo consiste appunto nell'affermazione
che i borghesi sono borghesi - nell'interesse della
classe operaia
3.
Il socialismo e comunismo critico-utopistico
[prev.]
[content]
[next]
Qui non parleremo della letteratura che ha espresso le
rivendicazioni del proletariato in tutte le grandi
rivoluzioni moderne (scritti di Babeuf e così via).
I primi tentativi del proletariato di far valere
direttamente il suo proprio interesse di classe in
un'età di generale effervescenza, nel periodo del
rovesciamento della società feudale, non potevano non
fallire per la forma poco sviluppata del proletariato
stesso, come anche per la mancanza delle condizioni
materiali della sua emancipazione, che sono appunto solo
il prodotto dell'età borghese. La letteratura
rivoluzionaria che ha accompagnato quei primi movimenti
del proletariato è per forza reazionaria, quanto al
contenuto; insegna un ascetismo generale e un rozzo
egualitarismo.
I sistemi propriamente socialisti e comunisti, i sistemi
di Saint-Simon, di Fourier, di Owen, ecc., emergono nel
primo periodo, non sviluppato, della lotta fra
proletariato e borghesia, che abbiamo esposto sopra
(vedi: Borghesia e proletariato).
Certo, gli inventori di quei sistemi vedono
l'antagonismo delle classi e anche l'efficacia degli
elementi dissolventi nel seno della stessa società
dominante. Ma non vedono nessuna attività storica
autonoma dalla parte del proletariato, non vedono nessun
movimento politico proprio e particolare del
proletariato.
Poiché lo sviluppo dell'antagonismo fra le classi va di
pari passo con lo sviluppo dell'industria, essi non
trovano neppure le condizioni materiali per
l'emancipazione del proletariato, e vanno in cerca d'una
scienza sociale, di leggi sociali, per creare queste
condizioni.
Alla attività sociale deve subentrare la loro attività
inventiva personale, alle condizioni storiche
dell'emancipazione del proletariato, devono subentrare
condizioni immaginarie, e alla organizzazione del
proletariato in classe con un processo graduale deve
subentrare una organizzazione della società da essi
escogitata a bella posta. La storia universale futura si
dissolve per essi nella propaganda e nell'esecuzione
pratica dei loro progetti di società.
È vero ch'essi sono coscienti di sostenere nei loro
progetti sopratutto gli interessi della classe operaia,
come della classe che più soffre. Il proletariato esiste
per essi soltanto da questo punto di vista della classe
che più soffre.
Ma è inerente tanto alla forma non evoluta della lotta
di classe quanto alla loro propria situazione, ch'essi
credano d'essere di gran lunga superiori a quell'antagonismo
di classe. Vogliono migliorare la situazione di tutti i
membri della società, anche dei meglio situati. Quindi
fanno continuamente appello alla società intera, senza
distinzione, anzi, di preferenza alla classe dominante.
Giacché basta soltanto comprendere il loro sistema per
riconoscerlo come il miglior progetto possibile della
miglior società possibile.
Quindi essi respingono qualsiasi azione politica, e
specialmente ogni azione rivoluzionaria; vogliono
raggiungere la loro meta per vie pacifiche e tentano di
aprir la strada al nuovo vangelo sociale con piccoli
esperimenti che naturalmente falliscono, con la potenza
dell'esempio.
Tale descrizione fantastica della società futura
corrisponde al primo impulso presago del proletariato
verso una trasformazione generale della società, in un
periodo nel quale il proletariato è ancora pochissimo
sviluppato, e quindi intende anch'esso ancora
fantasticamente la propria posizione.
Ma gli scritti socialisti e comunisti consistono anche
di elementi di critica. Essi attaccano tutte le
fondamenta della società esistente. Hanno quindi fornito
materiale preziosissimo per illuminare gli operai. Le
loro proposizioni positive sulla società futura, per
esempio l'abolizione del contrasto fra città e campagna,
della famiglia, del guadagno privato, del lavoro
salariato, l'annuncio dell'armonia sociale, la
trasformazione dello Stato in una semplice
amministrazione della produzione, tutte queste
proposizioni esprimono semplicemente la scomparsa
dell'antagonismo fra le classi che allora comincia
appena a svilupparsi, e ch'essi conoscono soltanto nella
sua prima informe indeterminatezza. Perciò queste stesse
proposizioni hanno ancora un senso puramente utopistico.
L'importanza del socialismo e comunismo critico
utopistico sta in rapporto inverso allo sviluppo
storico. Nella stessa misura che si sviluppa e prende
forma la lotta fra le classi, perde ogni valore pratico,
ogni giustificazione teorica quell'immaginario
sollevarsi al di sopra di essa, quella lotta immaginaria
contro di essa. Quindi, anche se gli autori di quei
sistemi erano rivoluzionari per molti aspetti, i loro
scolari costituiscono ogni volta sette reazionarie.
Tengon ferme contro il progressivo sviluppo storico del
proletariato, le vecchie opinioni dei maestri. Quindi
cercano conseguentemente di smussare di nuovo la lotta
di classe, e di conciliare gli antagonismi. Continuano
sempre a sognare la realizzazione sperimentale delle
loro utopie sociali, l'istituzione di singoli
falansteri, la fondazione di colonie in patria, la
creazione di una piccola Icaria, - edizione in
dodicesimo della nuova Gerusalemme - e per la
costruzione di tutti quei castelli in Ispagna debbono
far appello alla filantropia dei cuori e delle borse
borghesi. A poco per volta essi cadono nella sopra
descritta categoria dei socialisti reazionari o
conservatori, e ormai si distinguono da questo solo per
una pedanteria più sistematica, e per la fede fanatica e
superstiziosa nell'efficacia miracolosa della loro
scienza sociale.
Quindi si oppongono aspramente ad ogni movimento
politico degli operai, poiché esso non potrebbe
procedere che da cieca mancanza di fede nel nuovo
vangelo.
Gli owenisti in Inghilterra reagiscono contro i cartisti,
i fourieristi in Francia reagiscono contro i riformisti.
IV.
Posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti di
opposizione
[prev.]
[content]
[end]
Da quanto s'è detto nel secondo capitolo appare ovvio
quale sia il rapporto dei comunisti coi partiti operai
già costituiti, cioè il loro rapporto coi cartisti in
Inghilterra e coi riformatori nell'America del Nord.
I comunisti lottano per raggiungere i fini e gli
interessi immediati della classe operaia, ma nel
movimento presente rappresentano in pari tempo
l'avvenire del movimento. In Francia i comunisti si
alleano al partito socialista-democratico contro la
borghesia conservatrice e radicale, senza per questo
rinunciare al diritto d'un contegno critico verso le
frasi e le illusioni provenienti dalla tradizione
rivoluzionaria.
In Svizzera essi appoggiano i radicali, senza
disconoscere che questo partito è costituito da elementi
contraddittori, in parte da socialisti democratici in
senso francese, in parte da borghesi radicali.
Fra i polacchi, i comunisti appoggiano il partito che fa
d'una rivoluzione agraria la condizione della
liberazione nazionale. Lo stesso partito che promosse
l'insurrezione di Cracovia del 1846.
In Germania il partito comunista combatte insieme alla
borghesia contro la monarchia assoluta, contro la
proprietà fondiaria feudale e il piccolo borghesume,
appena la borghesia prende una posizione rivoluzionaria.
Però il partito comunista non cessa nemmeno un istante
di preparare e sviluppare fra gli operai una coscienza
quanto più chiara è possibile dell'antagonismo ostile
fra borghesia e proletariato, affinché i lavoratori
tedeschi possano subito rivolgere, come altrettante armi
contro la borghesia, le condizioni sociali e politiche
che la borghesia deve creare con il suo dominio,
affinché subito dopo la caduta delle classi reazionarie
in Germania, cominci la lotta contro la borghesia
stessa.
I comunisti rivolgono la loro attenzione sopratutto alla
Germania, perché la Germania è alla vigilia d'una
rivoluzione borghese, e perché essa compie questo
rivolgimento in condizioni di civiltà generale europea
più progredite, e con un proletariato molto più evoluto
che non l'Inghilterra nel decimosettimo e la Francia nel
decimottavo secolo; perché dunque la rivoluzione
borghese tedesca può essere soltanto l'immediato
preludio d'una rivoluzione proletaria.
In una parola: i comunisti appoggiano dappertutto ogni
movimento rivoluzionario diretto contro le situazioni
sociali e politiche attuali.
Entro tutti questi movimenti essi mettono in rilievo,
come problema fondamentale del movimento, il problema
della proprietà, qualsiasi forma, più o meno sviluppata,
esso possa avere assunto.
Infine, i comunisti lavorano dappertutto al collegamento
e all'intesa dei partiti democratici di tutti i paesi.
I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le
loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini
possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento
violento di tutto l'ordinamento sociale finora
esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d'una
rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi
che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.
PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!
Comunisti
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