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21 gennaio 1921, una
data da ricordare
( 21.1.08)
- Vogliamo ricordare la fondazione
del Partito Comunista d'Italia con
uno degli scritti più famosi di uno
dei suoi fondatori, Antonio Gramsci
Odio
gli indifferenti. Credo come
Federico Hebbel che «vivere vuol
dire essere partigiani». Non possono
esistere i solamente uomini, gli
estranei alla città. Chi vive
veramente non può non essere
cittadino, e parteggiare.
Indifferenza è abulia, è
parassitismo, è vigliaccheria, non è
vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della
storia. E' la palla di piombo per il
novatore, è la materia inerte in cui
affogano spesso gli entusiasmi più
splendenti, è la palude che recinge
la vecchia città e la difende meglio
delle mura più salde, meglio dei
petti dei suoi guerrieri, perché
inghiottisce nei suoi gorghi limosi
gli assalitori, e li decima e li
scora e qualche volta li fa
desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente
nella storia. Opera passivamente, ma
opera. E' la fatalità; e ciò su cui
non si può contare; è ciò che
sconvolge i programmi, che rovescia
i piani meglio costruiti; è la
materia bruta che si ribella
all'intelligenza e la strozza. Ciò
che succede, il male che si abbatte
su tutti, il possibile bene che un
atto eroico (di valore universale)
può generare, non è tanto dovuto
all'iniziativa dei pochi che
operano, quanto all'indifferenza,
all'assenteismo dei molti. Ciò che
avviene, non avviene tanto perché
alcuni vogliono che avvenga, quanto
perché la massa degli uomini abdica
alla sua volontà, lascia fare,
lascia aggruppare i nodi che poi
solo la spada potrà tagliare, lascia
promulgare le leggi che poi solo la
rivolta farà abrogare, lascia salire
al potere gli uomini che poi solo un
ammutinamento potrà rovesciare.
La fatalità che sembra dominare la
storia non è altro appunto che
apparenza illusoria di questa
indifferenza, di questo assenteismo.
Dei fatti maturano nell'ombra, poche
mani, non sorvegliate da nessun
controllo, tessono la tela della
vita collettiva, e la massa ignora,
perché non se ne preoccupa. I
destini di un'epoca sono manipolati
a seconda delle visioni ristrette,
degli scopi immediati, delle
ambizioni e passioni personali di
piccoli gruppi attivi, e la massa
degli uomini ignora, perché non se
ne preoccupa.
Ma i fatti che hanno maturato
vengono a sfociare; ma la tela
tessuta nell'ombra arriva a
compimento: e allora sembra sia la
fatalità a travolgere tutto e tutti,
sembra che la storia non sia che un
enorme fenomeno naturale,
un'eruzione, un terremoto, del quale
rimangono vittima tutti, chi ha
voluto e chi non ha voluto, chi
sapeva e chi non sapeva, chi era
stato attivo e chi indifferente. E
questo ultimo si irrita, vorrebbe
sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe
apparisse chiaro che egli non ha
voluto, che egli non è responsabile.
Alcuni piagnucolano pietosamente,
altri bestemmiano oscenamente, ma
nessuno o pochi si domandano: se
avessi anch'io fatto il mio dovere,
se avessi cercato di far valere la
mia volontà, il mio consiglio,
sarebbe successo ciò che è successo?
Ma nessuno o pochi si fanno una
colpa della loro indifferenza, del
loro scetticismo, del non aver dato
il loro braccio e la loro attività a
quei gruppi di cittadini che,
appunto per evitare quel tal male,
combattevano, di procurare quel tal
bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad
avvenimenti compiuti, preferiscono
parlare di fallimenti ideali, di
programmi definitivamente crollati e
di altre simili piacevolezze.
Ricominciano così la loro assenza da
ogni responsabilità. E non già che
non vedano chiaro nelle cose, e che
qualche volta non siano capaci di
prospettare bellissime soluzioni dei
problemi più urgenti, o di quelli
che, pur richiedendo ampia
preparazione e tempo, sono tuttavia
altrettanto urgenti. Ma queste
soluzioni rimangono bellissimamente
infeconde, ma questo contributo alla
vita collettiva non è animato da
alcuna luce morale; è prodotto di
curiosità intellettuale, non di
pungente senso di una responsabilità
storica che vuole tutti attivi nella
vita, che non ammette agnosticismi e
indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò
che mi dà noia il loro piagnisteo di
eterni innocenti. Domando conto ad
ognuno di essi del come ha svolto il
compito che la vita gli ha posto e
gli pone quotidianamente, di ciò che
ha fatto e specialmente di ciò che
non ha fatto. E sento di poter
essere inesorabile, di non dover
sprecare la mia pietà, di non dover
spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle
coscienze virili della mia parte già
pulsare l'attività della città
futura che la mia parte sta
costruendo. E in essa la catena
sociale non pesa su pochi, in essa
ogni cosa che succede non è dovuta
al caso, alla fatalità, ma è
intelligente opera dei cittadini.
Non c'è in essa nessuno che stia
alla finestra a guardare mentre i
pochi si sacrificano, si svenano nel
sacrifizio; e colui che sta alla
finestra, in agguato, voglia
usufruire del poco bene che
l'attività di pochi procura e sfoghi
la sua delusione vituperando il
sacrificato, lo svenato perché non è
riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio
chi non parteggia, odio gli
indifferenti.
"La Città futura", 1917
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